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    Μάρκος Βαφειάδης
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    Predefinito La sinistra italiana dopo la catastrofe. Il ruolo dei comunisti

    L'articolo sta per uscire in Germania sui "Marxistische Blaetter" della DKP (partito comunista tedesco).

    La sinistra italiana dopo la catastrofe. Il ruolo dei comunisti

    di Stefano G. Azzarà (Università di Urbino)

    E’ stato un evento terribile ma anche estremamente interessante, dal punto di vista della conoscenza della storia e dei suoi meccanismi di movimento, il terremoto politico avvenuto in Italia in occasione delle elezioni dell’aprile 2008. Sorpresi dal crollo della sinistra, molti analisti hanno subito messo l’accento sul brusco cambiamento di fase e sulla radicale novità della situazione. A mio avviso si tratta però di analisi insoddisfacenti che, pur in maniera a volte brillante, si concentrano soltanto sulle apparenze fenomeniche, perdendo di vista la sostanza dei processi in corso.

    Si tratta davvero di una svolta epocale, dell’inizio di «una nuova era politica», come sostiene Fausto Bertinotti (Le ragioni di una sconfitta, “Alternative per il Socialismo”, n° 6, 2008)? Non lo credo. Siamo semmai in presenza di una brusca accelerazione di tendenze oggettive in atto già da diversi decenni: uno di quei momenti che David Harvey definiva «compressioni spazio-temporali» e attraverso i quali cambia radicalmente il quadro fenomenico e la percezione stessa della realtà. Nel contesto di quella rivoluzione passiva che dagli anni Ottanta, in Italia come nel resto d’Europa, ha riempito il campo lasciato sguarnito dalla sconfitta del movimento operaio, si è certamente prodotto un vero e proprio «salto qualitativo» e in pochi giorni, si può dire, i fenomeni della sfera politica si sono bruscamente adeguati ai devastanti rapporti di forza politico-sociali reali che già da tempo erano maturati tra le diverse classi. E’ proprio questo, però, quello che più conta in una prospettiva materialistica: se guardiamo alla sostanza del problema, ai rapporti di produzione, notiamo che questi risultavano già da molto tempo estremamente squilibrati e ben lontani dal picco di forza che la sinistra aveva raggiunto alla metà degli anni Settanta.

    In Italia, la restaurazione capitalistica ha funzionato a dovere e la sinistra era già stata abbondantemente battuta nel mondo del lavoro (ristrutturazione della fabbrica, postfordismo, frantumazione dell’unità di classe dei lavoratori, concertazione sindacale), nella sfera politica (scioglimento del PCI), in quella culturale (trionfo del postmodernismo, del consumismo e dell’individualismo di massa). La catastrofe era dunque già avvenuta molti anni fa. Rispetto a questo dato, semmai, il livello politico della sfera sovrastrutturale costituiva paradossalmente una felice anomalia. La sinistra e i due partiti comunisti (Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani) sono sempre stati deboli e poco capaci di opporre resistenza ma godevano ancora, tutto sommato, di una piccola rendita di posizione ereditata dalla fase precedente. Adesso, si può dire, il corso del mondo ha fatto giustizia delle apparenze fenomeniche e ha lasciato sul terreno soltanto macerie: la sinistra è stata cancellata e per la prima volta non è più presente nel Parlamento italiano. Abbiamo così avuto un drammatico esempio del funzionamento del conflitto di classe (niente altro sono, ad un livello elevato di formalizzazione, le elezioni politiche nella democrazia rappresentativa): sulla scorta di quanto era già avvenuto sul terreno della produzione, si è determinato un netto arretramento del quadro politico complessivo con uno scivolamento a destra di tutte le forze in gioco.

    In questo senso, gli avvenimenti italiani – avvenimenti estremamente confusi che è molto difficile spiegare in maniera sintetica ai lettori stranieri – sono interessanti anche perché mettono allo scoperto la dialettica tra l’elemento oggettivo e quello soggettivo dei processi storici.

    Qualche tempo fa avevo ricostruito per i “Marxistische Blätter” la difficile situazione di Rifondazione Comunista e della sinistra italiana, infilatasi nel «vicolo cieco del governo». Al VI congresso (Venezia 2005), Rifondazione aveva deciso di allearsi con i Democratici di Sinistra (ex PCI) e con la Margherita (formazione liberaldemocratica che proviene dalla vecchia Democrazia Cristiana) in una coalizione di centrosinistra, per fermare il centrodestra di Silvio Berlusconi e per dare vita al governo di Romano Prodi. E’ stata una scelta frutto di un’analisi completamente sbagliata della fase politica e sociale. Pensare che, con le deboli forze della sinistra, ci fossero le condizioni per ottenere significativi risultati dall’esperienza di governo significava infatti ignorare i rapporti di forza reali e ignorare la natura generale della fase capitalistica, che non consente in questo momento nessuna ipotesi redistributiva. Il dilettantismo dei dirigenti comunisti, il loro volontarismo soggettivistico, è stato così clamoroso da indurci a riflettere sulla devastazione culturale di questo ceto politico, ormai incapace di qualunque analisi realistica e obiettiva perché privo degli strumenti intellettuali necessari. Una volta entrata al governo, e oltretutto con una delegazione molto debole (un solo ministro di scarsa incidenza, perché il partito ha preferito collocare Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera), Rifondazione si è trovata perciò in una morsa: rompere con il governo Prodi, farlo cadere e pagare il prezzo dell’isolamento a sinistra; oppure mantenersi fedele e rischiare di essere travolta da un terremoto che si annunciava imminente, visto che il Governo aveva un vantaggio di pochi uomini al Senato e diventava sempre più impopolare. Due ipotesi entrambe devastanti. Questa contraddizione ha marciato in carne ed ossa in occasione della grande manifestazione di Roma del 20 ottobre 2007: Rifondazione chiama in piazza un milione di persone con le bandiere rosse per contestare la controriforma del Welfare annunciata dal governo, pur sapendo benissimo che pochi giorni dopo sarebbe stata costretta a votare questa controriforma in Parlamento, pena la caduta di Prodi!

    Come era ampiamente prevedibile, la delusione dei ceti popolari è stata enorme. Il governo Prodi aveva suscitato in effetti grandi aspettative e le classi subalterne si attendevano un cambiamento netto di linea politica rispetto a Berlusconi, soprattutto su temi come la precarietà, le pensioni, l’aumento dei salari. Il governo non poteva però rispondere a queste speranze: figlio di un’impostazione frontista (il fronte unico antiberlusconiano come riedizione del fronte unico antifascista), esso era la risultante di un compromesso tra forze politiche eterogenee e molto lontane sui temi strategici. I partiti più grandi, DS e Margherita, erano poi sin dall’inizio molto più attenti alle istanze di Confindustria che a quelle dei lavoratori. La percezione della crescente impotenza del governo, ricattato dagli industriali grandi e piccoli, dagli USA e dal Vaticano e incapace di dare risposte concrete ai bisogni delle classi più deboli, si è presto rovesciata in una risposta popolare impolitica (“sono tutti uguali”) e addirittura regressiva (la caccia allo straniero, la guerra di classe dei penultimi contro gli ultimi abilmente cavalcata dalle destre in nome della “sicurezza” e del pericolo dell’invasione islamica). Inoltre, come se la fallimentare collaborazione con questo governo non fosse bastata, Rifondazione e i Comunisti Italiani decidevano di non presentarsi alle elezioni con il proprio nome e il proprio simbolo ma di dar vita a una coalizione, la Sinistra Arcobaleno, che nelle intenzioni di Bertinotti era destinata a diventare il nuovo partito unico della sinistra. Un partito in cui i comunisti avrebbero dovuto sciogliersi insieme ai Verdi e ai socialdemocratici (Sinistra Democratica, fuoriuscita dai Democratici di Sinistra). Si inseguiva il miraggio della Linke ma si ripercorrevano in realtà le orme di Izquierda Unida: il risultato è stata la perdita secca di 3 milioni di voti, con un arretramento dal 10,6 % (la somma ottenuta nel 2006 dai partiti della coalizione Sinistra Arcobaleno) al 3,1 %.

    Fermo restando quanto ho detto sulla persistenza dei processi di fondo, è chiaro che a questo punto sul piano politico si apre effettivamente uno scenario nuovo, quantomeno perché bisogna prendere atto della realtà: i vecchi partiti della sinistra non esistono più. Nel parlamento italiano, oltre al centrodestra vincitore, sono rappresentati i centristi cattolici dell’UDC, il Partito Democratico (frutto della fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita) e l’Italia dei Valori, un partito guidato dall’ex pubblico ministero Antonio Di Pietro (già protagonista della stagione di “Mani Pulite” che nei primi anni Novanta aveva svelato la corruzione del ceto politico italiano e spazzato via la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista). Il fatto che il partito di Di Pietro, una formazione populista e giustizialista, venga oggi considerato come la più forte opposizione di sinistra in Italia, è particolarmente significativo dell’arretramento della situazione complessiva.

    Come affrontare questa crisi? I partiti della sinistra sembrano paralizzati dalla sconfitta e sono completamente assorbiti dal dibattito interno in vista dei rispettivi congressi, che si terranno nei prossimi mesi. E’ possibile però già fare una prima ricognizione.

    Sinistra Democratica ha subito intavolato intense prove di dialogo con il Partito Democratico, in vista di una nuova alleanza di centrosinistra o addirittura del ritorno alla casa madre. I Verdi sono lacerati in 3 correnti: c’è chi vuole allearsi con il PD, chi vuole mantenere una soggettività ambientalista autonoma e chi vuole invece confermare il progetto Sinistra Arcobaleno, puntando ad un nuovo partito unico della sinistra. E’ la sorte dei due partiti comunisti, però, che ci interessa in maniera particolare. Subito dopo la catastrofe elettorale è stato pubblicato sui più importanti quotidiani italiani un appello, firmato da centinaia di intellettuali, quadri operai e dirigenti di partito, che invita alla riunificazione delle forze comuniste disperse e alla ricostituzione di un nuovo e più grande partito comunista che affronti i tempi lunghi della lotta politica (www.comunistiuniti.org). A questo appello ha risposto positivamente il Partito dei Comunisti Italiani, che sembra aver compreso la gravità della sconfitta e la necessità di rimettersi in discussione, superando la linea moderata che aveva assunto sotto la guida di Armando Cossutta (scissione da Rifondazione Comunista nel 1998, quando Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi) e assumendo un profilo decisamente conflittuale e alternativo al Partito Democratico. La destra interna, che vuole sciogliersi nella Sinistra Arcobaleno, rilanciare il dialogo con il PD e confermare in blocco le alleanze negli enti locali, non sembra avere grandi spazi in questo partito. Rifondazione Comunista, invece, attraverso i suoi più importanti dirigenti, ha purtroppo respinto l’appello all’unità comunista e si prepara ad affrontare il proprio congresso divisa in ben 5 mozioni: una mostruosità, direi, che si avvicina alla scissione dell’atomo.

    La situazione in Rifondazione Comunista è particolarmente confusa perché i posizionamenti in vista del congresso non ricalcano più le vecchie correnti e le vecchie divisioni di linea politica tra chi era favorevole al governo e alla trasformazione socialdemocratica del partito e chi era contrario al governo e voleva mantenere una soggettività comunista. La maggioranza che faceva capo a Fausto Bertinotti si è infatti ignominiosamente spaccata in due. La corrente che fa capo a Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, all’ex segretario Franco Giordano e al capogruppo alla Camera Gennaro Migliore, si presenta in continuità con la gestione di Bertinotti. L’ex ministro del Welfare Paolo Ferrero e l’ex capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena, invece, alleati di Bertinotti dal 1994, immediatamente dopo la sconfitta hanno contestato Bertinotti e hanno lanciato la scalata ai vertici del partito. In questa impresa si sono alleati con la corrente Essere Comunisti, guidata da Claudio Grassi e Alberto Burgio (questa corrente era contraria all’ingresso al governo; due anni fa, però, si è avvicinata alla maggioranza e ha rotto l’unità dell’area leninista rappresentata dentro Rifondazione dal gruppo dell’Ernesto).

    Incurante dei dati di fatto, la mozione che fa capo a Vendola vuole rispondere alla crisi di Rifondazione rilanciando proprio quel progetto che gli elettori hanno sonoramente bocciato. Propone quindi di dar vita ad una costituente di sinistra che sciolga gli attuali partiti e costruisca la Sinistra Arcobaleno come un nuovo soggetto politico stabile, nel quale i comunisti rappresenteranno una «corrente culturale» alla stregua delle altre. Questo nuovo partito dovrà poi intraprendere un dialogo con il PD per ricostruire una coalizione di centrosinistra. E’ un percorso che ritengo sbagliato perché scommette sulla presenza di «margini di riformismo» che nella fase attuale appaiono del tutto insussistenti. Esso però ha almeno il pregio della chiarezza e della coerenza: si pone infatti in continuità con il progetto bertinottiano di decomunistizzazione della sinistra italiana.

    La mozione Ferrero-Grassi è invece quella che ritengo più pericolosa. Ferrero si presenta oggi come uno strenuo difensore del partito. Egli sostiene di opporsi all’idea di un nuovo partito unico della sinistra e afferma di voler salvaguardare l’esistenza di Rifondazione Comunista «per l’oggi e per il domani». Per questo motivo, egli si oppone anche alla proposta di unità comunista. In realtà, le posizioni di Ferrero ci sembrano fortemente strumentali ed opportunistiche.

    Anzitutto, Ferrero ha sempre condiviso la linea di Bertinotti, di cui è stato tra i più fedeli e capaci collaboratori. Ha condiviso perciò un’impostazione di politica culturale che, negli anni, attraverso una serie di “innovazioni” (il superamento del concetto di imperialismo, la contestazione della centralità della contraddizione capitale/lavoro, l’idea di un partito leggero e movimentista, l’allentamento dei legami con la tradizione culturale gramsciana, ecc. ecc.), ha progressivamente smantellato la coscienza comunista in Rifondazione. Ferrero è stato inoltre uno dei più convinti sostenitori dell’ingresso di questo partito al governo. «Che cosa si potrebbe determinare, stando fuori? Quali migliori condizioni si riuscirebbe ad ottenere?» (Le ricette di Ferrero per la sinistra del futuro, “Aprile on line”, 27 luglio 2007), diceva da ministro ancora alla fine del 2007. Oggi Ferrero ammette: «L’analisi del congresso di Venezia in cui abbiamo ipotizzato di andare al governo con le forze che poi hanno costituito il PD, pensando di far leva sul programma e sul conflitto per permeare e influenzare l’esecutivo in base alle istanze sociali, è stata fallimentare. Abbiamo sopravvalutato i rapporti di forza, la nostra capacità di incidere sull’esecutivo» (Ferrero: la sfida della Sinistra è nella società, “Aprile on line”, 13 maggio 2008). Lo dice però solo dopo la catastrofe e nel momento in cui si candida alla leadership del partito, mentre altri, che avevano detto queste cose sin dall’inizio, hanno dovuto subire l’emarginazione e persino l’allontanamento, secondo una linea interna maggioritaria e antidemocratica di cui Ferrero è stato zelante sostenitore.

    Ad uno sguardo obiettivo, Ferrero non ha dunque alcuna credibilità. E’ sconcertante, dunque, che abbia ancora seguito nel partito, tanto più che anche per il futuro la sua proposta non si distingue affatto da quella di Bertinotti e Vendola. Nonostante le divergenze verbali, l’obiettivo è lo stesso: la costruzione di una sinistra non più comunista. Diversi sono soltanto i modi (Ferrero vuole costruire questa sinistra «dal basso», Vendola «dall’alto») e i tempi (Ferrero delinea uno scioglimento graduale, Vendola vuol farlo subito) ma il risultato è identico: la costruzione della Sinistra Arcobaleno come un soggetto «unitario e plurale» nel quale Rifondazione perderà la propria autonomia e sovranità. Su questo punto Ferrero ha detto parole che sciolgono ogni ambiguità: «penso a una federazione con soggetti diversi: i partiti, le associazioni, i comitati, i movimenti, le singole persone che partecipano e si danno uno statuto democratico. […] Si può pesare al 50% la partecipazione dei partiti e dei singoli» (Il Prc c’è, per la sinistra tempi lunghi, “il manifesto”, 24 aprile 2008). E’ chiaro che, se questo sarà l’assetto dei futuri organismi dirigenti della Sinistra Arcobaleno, Rifondazione potrà anche formalmente continuare ad esistere ma sarebbe solo una scatola vuota, un inutile giocattolo per i militanti. Il nome e il simbolo dei comunisti diverrebbero in questo caso l’oggetto di un culto conservatore e puramente feticistico.

    In realtà, non si capiscono le ragioni politiche della divisione degli ex-bertinottiani, che si configura come una mera guerra tra bande per il potere e per la riproduzione delle rispettive cordate politiche. Nonostante questo, però, la mozione Ferrero sta attirando anche molti comunisti in buona fede perché è riuscita ad intercettare lo stato d’animo di quei militanti che, dopo la sconfitta, hanno reagito con una difesa ad oltranza del partito. Proprio per questo, ritengo errata la scelta dell’area Essere Comunisti, che in passato si era opposta alla linea di Bertinotti ma che adesso ha rinunciato alla propria storica battaglia interna e ha deciso di allearsi con Ferrero per completare la propria marcia verso la direzione del partito, sperando di riuscire poi ad incidere sulla linea politica reale. Estremamente debole mi sembra però questa alleanza, che manca di solide basi oggettive. A ben guardare, enormi sono infatti le divergenze politiche e culturali tra Ferrero, la cui impostazione movimentista proviene dalla “nuova sinistra” post-sessantottina di Democrazia Proletaria, e Grassi, che ama presentarsi come erede della tradizione del PCI. Non a caso, ancora pochi anni fa Ramon Mantovani, tra i più stretti collaboratori di Ferrero, aveva pubblicamente auspicato l’allontanamento dell’area-Grassi, definita come «piombo nelle ali» per Rifondazione, arrivando anche ad auspicarne l’epurazione («Il pesce puzza dalla testa», aveva detto).

    Inutile soffermarsi sulla mozione presentata da Falce e Martello, un gruppo legato alla corrente trotzkista del Labour Party e la cui proposta politica si riduce da sempre all’entrismo. Così come sulla mozione presentata da un piccolo gruppo di ex luogotenenti bertinottiani, che si propongono come ponte tra Ferrero e Vendola. A fronteggiare la deriva di Rifondazione Comunista rimane soltanto la mozione congressuale che è frutto dell’incontro della storica corrente leninista dell’Ernesto con una combattiva area di militanti che già nel 2007 si erano autoconvocati per reagire alla degenerazione di questo partito.

    L’Ernesto è l’unica area di Rifondazione che abbia condotto sino in fondo una critica coerente alla gestione bertinottiana ed è dunque quella che, avendo previsto sin dall’inizio l’esito catastrofico della linea governista e del processo di decomunistizzazione del partito, avrebbe oggi le carte in regola per rivendicare la correttezza della propria analisi. Inoltre, l’Ernesto è l’unica area che sembra aver compreso la drammaticità della situazione reale e l’urgenza di un cambio di rotta politica, avendo subito raccolto l’appello per la ricostruzione di un partito comunista in Italia. E’ questo il cuore della sua proposta: la salvezza di Rifondazione da ogni ipotesi di scioglimento o diluizione è solo un passaggio verso un processo costituente più ampio, che si propone di recuperare quella diaspora che dagli anni Novanta ha disperso i comunisti in mille rivoli, portando alla nascita di almeno 5 piccoli partiti in competizione tra loro e all’allontanamento di centinaia di migliaia di compagni. A questo proposito, ricordo che sin dal 1991 (l’anno dello scioglimento del PCI) il progetto dei comunisti in Italia era appunto quello della rifondazione di un nuovo Partito Comunista, rispetto al quale il soggetto politico denominato Partito della Rifondazione Comunista veniva pensato come un momento transitorio.

    L’Ernesto coglie poi la novità rappresentata dalla nascita del Partito Democratico: l’esito estremo dell’evoluzione dell’ex PCI, che ha rinunciato anche all’identità socialdemocratica e si è fuso con gli ex democristiani, ha condotto alla formazione di un soggetto estraneo al campo della sinistra e che con la sua sola presenza ha determinato uno spostamento a destra di tutto il quadro politico. Questo arretramento comporta la necessità di ricostruire un soggetto comunista autonomo che si collochi sul terreno dell’opposizione politica e del conflitto sociale e che individui nel PD non un possibile alleato ma un avversario. Almeno per questa fase, infatti, i rapporti di forza sfavorevoli non consentono alla sinistra di incidere sulle alleanze e di ottenere risultati concreti; la partecipazione alle alleanze ed alcuni governi locali, al contrario, entra spesso in contraddizione con la necessità di mantenere un coerente profilo conflittuale e di radicarsi tra quelle classi lavoratrici che sono state deluse dal governo Prodi e che non hanno più nemmeno una socialdemocrazia di riferimento. Tali alleanze vanno dunque verificate in maniera rigorosa.

    In questa prospettiva, l’Ernesto affronta anche il problema del sindacato, rimproverando a Rifondazione un atteggiamento di subalternità nei confronti della CGIL. La CGIL è il sindacato storico della sinistra italiana e conta ancora su milioni di lavoratori. Nel tentativo di limitare i danni della sconfitta sociale, ha però assunto un profilo sempre più moderato e concertativo. Esso appare oggi completamente sotto scacco e incapace di entrare in conflitto con il governo Berlusconi: la CGIL sembra prepararsi ad accettare un ulteriore smantellamento del Welfare, una deregulation totale dei rapporti di lavoro, persino un inasprimento dei ritmi e dei carichi produttivi, mettendo in un angolo a tal fine la componente più radicale. Bisogna perciò ricostruire anche sul terreno sindacale, unendo le componenti di sinistra interne alla CGIL; ma bisogna al tempo stesso lavorare per avvicinare queste componenti a quei sindacati extraconfederali, come i Cobas e la Cub, che da sempre contestano la concertazione tra sindacato e Confindustria ed esprimono posizioni di classe intransigenti.

    Bisogna poi ricordare che, mentre tutte le altre aree di Rifondazione parlano semplicemente di un processo di “globalizzazione” in corso, l’Ernesto pone con forza il problema di una rinnovata analisi dell’imperialismo, un tema la cui attualità si annuncia drammaticamente irrisolta, in un momento in cui soffiano sempre più forti i venti di una nuova guerra statunitense contro l’Iran. Grande è anche l’attenzione dell’Ernesto verso i paesi emergenti, come India, Russia, Cina e Brasile, e a quelli dell’America Latina. Allo stesso modo, sempre coerente è stata la sua solidarietà con la Palestina contro il colonialismo israeliano.

    Il congresso di Rifondazione Comunista è un momento molto importante per il futuro della sinistra italiana ed è normale che tutti gli osservatori guardino ad esso con attenzione. L’esito del congresso è però estremamente incerto e gli scenari possono cambiare anche radicalmente a seconda dei risultati: vincerà Vendola o Ferrero? Il vincitore avrà una maggioranza assoluta o soltanto relativa? E in questo caso, con quale area interna si alleerà? Quale risultato riuscirà ad ottenere l’area dell’Ernesto?

    Ritengo che, a meno di pulsioni irrazionali e suicide, in una prospettiva di medio periodo la sinistra italiana finirà per essere imperniata su due soli soggetti: un partito comunista e una sinistra non comunista. I tempi e i modi con cui si giungerà a questo assetto sono però ancora indefiniti ed è chiaro che non si tratterà di un percorso lineare: esso comporterà scomposizioni e ricomposizioni dell’attuale quadro partitico. Fondamentale è, in particolare, la ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome. Si tratta di un obiettivo che mi sembra indispensabile per mettere in campo una resistenza efficace in questa difficile fase della lotta di classe. Indispensabile, soprattutto, per accumulare quelle energie che, in tempi certo non brevi e con i necessari collegamenti internazionali, possono ritornare a incidere sui rapporti di forza reali.

    Dopo ogni pesante sconfitta, è normale che si determinino reazioni di arroccamento o persino di riflusso. I comunisti devono però contrapporre l’uso della ragione all’immediatezza dell’emotività e devono perciò muovere dalla consapevolezza di due elementi complementari: a) la sconfitta attuale è la conseguenza della ben più grave sconfitta subita ormai due decenni fa e non costituisce una novità assoluta di fronte alla quale reagire come se il mondo cominciasse oggi; b) questa sconfitta non costituisce nemmeno la fine della storia e del conflitto politico-sociale: il conflitto prosegue come sempre prosegue la lotta di classe, sebbene su posizioni più arretrate.

    E’ come se lo choc della sconfitta storica del socialismo fosse piombato soltanto adesso sulla sinistra italiana. Tanto meglio, se essa saprà approfittarne per operare quella riflessione che ha sin qui sempre rimosso, accontentandosi della criminalizzazione del passato o del suo rimpianto nostalgico. Se essa tramite l’elaborazione del lutto saprà ritrovare la capacità di analisi perduta e la pazienza dei tempi lunghi, capirà che le condizioni oggettive per una ricostruzione non mancano. La controffensiva delle classi dominanti deve fare i conti in Italia con margini sempre più ridotti di redistribuzione della ricchezza e susciterà prevedibilmente aspre e crescenti contraddizioni. E’ necessario che venga costruito un soggetto politico che oggi manca, un soggetto in grado di dare una forma e un senso generale al conflitto. La manifestazione dell’11 giugno contro la presenza di George Bush a Roma, ben riuscita nonostante le difficilissime condizioni ambientali, sembra indicare che le basi di questa soggettività comunista ci sono ancora e che l’anomalia italiana non è chiusa.

    http://www.resistenze.org/sito/os/ip...f19-003314.htm

    •   Alt 

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  2. #2
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    Belle mistificazioni, complimenti!

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da catartica Visualizza Messaggio
    Belle mistificazioni, complimenti!
    Su alcune cose io, invece, sono d'accordo.

    Ad esempio su questa (cazzo hanno copiato la mia posizione!!!!!!)

    La salvezza di Rifondazione da ogni ipotesi di scioglimento o diluizione è solo un passaggio verso un processo costituente più ampio, che si propone di recuperare quella diaspora che dagli anni Novanta ha disperso i comunisti in mille rivoli, portando alla nascita di almeno 5 piccoli partiti in competizione tra loro e all’allontanamento di centinaia di migliaia di compagni...
    p.s. gli attacchi a Ferrero invece mi sembrano sterili, isterici e personalistici ( e lo dice uno che non è mai stato uno strenuo ammiratore di Ferrero, nè quando era ministro e nè ora)

  4. #4
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    "Ritengo che, a meno di pulsioni irrazionali e suicide, in una prospettiva di medio periodo la sinistra italiana finirà per essere imperniata su due soli soggetti: un partito comunista e una sinistra non comunista. I tempi e i modi con cui si giungerà a questo assetto sono però ancora indefiniti ed è chiaro che non si tratterà di un percorso lineare: esso comporterà scomposizioni e ricomposizioni dell’attuale quadro partitico. Fondamentale è, in particolare, la ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome. Si tratta di un obiettivo che mi sembra indispensabile per mettere in campo una resistenza efficace in questa difficile fase della lotta di classe. Indispensabile, soprattutto, per accumulare quelle energie che, in tempi certo non brevi e con i necessari collegamenti internazionali, possono ritornare a incidere sui rapporti di forza reali."
    Eppure questa che riporto è la stessa conclusione a cui sono giunto io.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Su alcune cose io, invece, sono d'accordo.
    Anch'io su qualche cosa, ma ci sono anche tante cose un po' manipolate, eh!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da catartica Visualizza Messaggio
    Anch'io su qualche cosa, ma ci sono anche tante cose un po' manipolate, eh!
    Si

 

 

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