La nazionale di calcio come fondamento dell'unità nazziunale...
da far notare anche che il "tifare contro" è una prassi in uso anche in alcuni ambienti indipendentisti in terra iberica..a differenza di quanto sostenevano alcuni frequentatori del forum..
da "LA STAMPA" di oggi
Baschi e catalani, Spagna
unita dall'Eurotrionfo
Il pallone cura una Paese diviso dai nazionalismi: nemmeno gli estremisti rovinano la festa
GIULIA ZONCA
INVIATA A VIENNA
Qualcuno non vuole stare sotto la bandiera di questa Spagna vincente. L’euforia può essere irritante se ti chiami Iñaki Anasagasti e rappresenti il partito basco. «L’esultanza per le strade di alcuni e non di altri prova che non siamo tutti contenti per le stesse cose, non ho nulla contro questo bel risultato, ma perché noi non possiamo avere la nostra nazionale?».
Qualcosa non torna perché c’erano mille persone a Bilbao, non quanto nelle altre piazze però stavano lì, difficile resistere al richiamo del pallone. I ragazzi avevano la maglia rossa, non della nazionale: la camiseta de la Escuela de Fútbol de Ermua, la T-shirt dei donatori di sangue di Elorrio, la bandiera del Vietnam, macchie dello stesso colore che manifestavano una diversità pacata. Comunque coinvolti, felici, parte di un successo che mancava da 44 anni e che in pochi avevano voglia di perdersi davvero.
Agli «aguafiestas», i guastafeste non basta. Inigo Urkullu, presidente del partito nazionalista basco moderato, insiste anche quando ormai non ha più argomenti per censurare la Roja: «La Russia era una squadra molto più simpatica», il collega Josu Erkoreka tifava Germania: «E che altro? Datemi una squadra che mi rappresenti e non starò più contro». Per lui questo successo è la prova che «esiste un nazionalismo e quindi anche gli altri nazionalismi dovrebbero essere riconosciuti. Se c’è chi si sente estraneo a questa coppa vuol dire che servono altre nazionali». Non solo quella basca, ce ne vorrebbe pure una catalana, anche se Barcellona da tempo si aggrega alle bolge castigliane. Joan Tarda, capo dei catalani separatisti, ha organizzato per ogni partita della Spagna agli Europei serate a tema con cui manifestare il sostegno «agli avversari».
Ci prova Torres, nato a Madrid, ad allungare la bandiera perché arrivi a coprire l’intera nazione. Come già aveva fatto Pau Gasol, nato a Barcellona, dopo il trionfo al Mondiale di basket. Il cestista si era lasciato fotografare urlante con la bandiera in mano e non era quella catalana, il Niño tenta di regalare il gol che ha fatto la differenza a tutti: «Questo è un gruppo unito che rappresenta una nazione unita». Il gruppo di Aragonés funziona bene come esempio, in squadra ci sono un basco, Xabi Alonso, e cinque catalani: Xavi, Fabregas, Capdevila, Puyol e Iniesta. L’unico a parlare di «problemi di appartenenza» è stato Xabi Alonso, a inizio torneo, e solo per osare: «E’ politica e non voglio dire se è giusto avere una nazionale Euskadi o no, ma voglio testimoniare che sentirsi parte di una cosa sola in nazionale è facile. Sono orgoglioso di vestire questa maglia». Prudente, non si è schierato, però il suo discorso ha dato fastidio agli estremisti e spinto in strada molti baschi l’altra notte.
Zapatero ha scritto una lettera per sfruttare il momento: «Quando questi ragazzi hanno la palla tra i piedi non so se sono catalani, valenciani, baschi o andalusi. Ci hanno emozionato quindi non perdiamo quest’identità». A Valencia gridavano «Yo soy español», a Cadice hanno riempito la spiaggia per vedere la finale, il Comune di Barcellona ha vietato i maxischermi, ma la gente ha riempito i vicoli e le ramblas lo stesso, in Galizia non hanno alcuna intenzione di allontanarsi dal trionfo nazionale. Unico segno di distinzione, uno striscione gigante che ricorda ad Aragonés la promessa pre Euro: «Se vinciamo, giuro, faccio il cammino di Santiago».




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