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Discussione: Deriva Razzista!

  1. #1
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Predefinito Deriva Razzista!

    La vera emegenza:
    la deriva razzista
    Patrizio Gonnella* Luigi Nieri**
    «Moratoria, subito. La situazione dell'ordine pubblico legato ai flussi dei cittadini comunitari dall'est sta sfuggendo di mano. E' un dato di fatto. Le rapine in villa e gli episodi di violenza anche in locali pubblici, anche in pieno giorno, sono diventati consuetudine. Va attuata una moratoria per almeno 2, 3 anni nei confronti della Romania e della Bulgaria e lo stesso per i Paesi che entreranno nell'area di Schengen nel 2008. Gli irregolari vanno rimpatriati. Chi arriva in Italia deve avere un alloggio e un lavoro, non siamo il vespasiano d'Europa» (Antonio Di Pietro, novembre 2007). A seguire quelli della Lega Nord: «Di Pietro sta copiando tutti i messaggi della Lega Nord da oltre un anno». Non amiamo i cappi leghisti e non amiamo i processi di piazza. Tra chi vuole vedere tutti, ma proprio tutti, in galera e chi vuole vedere in galera tutti tranne i colletti bianchi non sapremmo chi scegliere. La vera emergenza democratica è la deriva razzista di matrice istituzionale a cui stiamo andando pericolosamente incontro. La norma salva-premier è una norma discutibile, censurabile, grave. L'8 luglio non saremo in piazza perché quella piazza è invocata ed evocata nel nome di una idea di giustizia a cui non ci sentiamo vicini. Una giustizia che intende comprimere diritti e garanzie individuali. La democrazia è messa a rischio prima di tutto dalle misure e dalle pratiche illiberali, violente, razziste che stiamo subendo in queste settimane. Avremmo voluto una manifestazione nel nome della giustizia, quella vera, quella non classista. Quando alcuni di noi - ai tempi del precedente governo Berlusconi - si opposero alla legge Cirielli nella parte in cui se la prendeva con i recidivi (ossia gli ultimi della società) provammo a chiedere dalle pagine del Manifesto ai girotondi di allearci contro la giustizia biforcuta dell'allora Casa delle Libertà. I girotondi infatti si opponevano ad altra parte di quella stessa legge, la parte sulla prescrizione. Non ci fu risposta. Antonio Di Pietro ha votato contro l'indulto. Dopo la sua approvazione gli ha sparato addosso. Ha contribuito a creare - insieme a buona parte dei media - un clima velenoso e intollerante sul tema della sicurezza. Analoghe responsabilità le hanno molti suoi amici che sono in prima fila nella convocazione della manifestazione dell'8 luglio. La nostra idea di giustizia è quella di una giustizia mite, giusta, riparatrice dei danni sociali prodotti dai fatti criminali. La nostra idea di sicurezza è quella di una sicurezza vera, sociale, inclusiva, tollerante, democratica. La nostra idea di democrazia non coincide con quella di chi ritiene che rumeni e bulgari vadano rimpatriati perché l'Italia non sia ridotta a vespasiano. Il nostro no al decreto sicurezza è un no a tutte le norme presenti in quell'orribile decreto. A quelle che puniscono pesantemente chi affitta il proprio appartamento agli immigrati, a quelle che introducono la circostanza aggravante della clandestinità, a quelle pensate contro gli immigrati in quanto esseri umani. Se la manifestazione dell'8 fosse stata una manifestazione contro tutto il pacchetto sicurezza non sarebbe mancata la nostra adesione. Ma il timore è che si apra con Piazza Navona l'ennesima stagione del giustizialismo di sinistra che è l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Oggi vi è una emergenza democratica ed è quella razzista. Vi è anche una emergenza giustizia che però non è solo quella deformata dalle vicende berlusconiane.
    *presidente di Antigone
    **assessore al bilancio della Regione Lazio


    04/07/2008

  2. #2
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    Ancora deportazioni da Lampedusa all'Egitto





    Fulvio Vassallo Paleologo Università di Palermo [4 Luglio 2008]
    Nella notte del 2 luglio sono stati rimpatriati 35 cittadini di origine egiziana, ospitati presso il Cie [Centro di identificazione e di espulsione] di Lampedusa. Così almeno l’Ansa chiama quello che fino a pochi giorni fa veniva definito Centro di accoglienza, un centro di accoglienza a cinque stelle, come affermato nel corso di una visita lampo dal ministro Ronchi.
    Il volo charter, secondo le notizie del ministero dell’interno, è partito alle 2 dall’aeroporto di Catania alla volta del Cairo. L’operazione, condotta dal Dipartimento della pubblica sicurezza, fa seguito ad un precedente intervento, della scorsa settimana, che ha consentito al rimpatrio di 38 cittadini di origine egiziana. Il governo tenta in questo modo di decongestionare la struttura di Lampedusa che nella scorsa settimana aveva «accolto» oltre 1600 immigrati, salvati dai mezzi della marina militare mentre tentavano di attraversare il Canale di Sicilia.

    Evidentemente occorreva lanciare l’ennesimo messaggio dissuasivo e per questo si è ripristinata la prassi dei rimpatri diretti da Lampedusa, prassi che nel 2004 era costata una condanna all’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Non si sa se verso le persone destinatarie della misura dell’allontanamento forzato in frontiera sia stato notificato un provvedimento di respingimento o di espulsione, se questi provvedimenti e il trattenimento nel CIE siano stati convalidati da un magistrato, di certo a Lampedusa non c’è né un tribunale, né una questura.
    O gli immigrati sono stati rimpatriati in Egitto senza provvedimenti formali, come se Lampedusa non appartenesse al territorio italiano, con un gravissimo abuso rilevante anche in sede penale, oppure sono stati rimpatriati sulla base di provvedimenti illegittimi, adottati al di fuori delle procedure previste dal Testo Unico sull’immigrazione. Andremo sino in fondo nell’accertamento delle modalità di rimpatrio forzato direttamente dall’isola di Lampedusa e non appena avremo altri dati presenteremo le necessarie denunce a livello nazionale ed internazionale.
    Mentre si sta alzando una cortina fumogena sulle circostanze della morte di un migrante nella notte del 29 giugno scorso nel Cid di Caltanissetta, qualcuno asserisce già che il giovane ghanese sarebbe morto in ospedale e non nel centro di Pian del lago, il governo insiste nella logica perversa di moltiplicare in tutta Italia i centri di detenzione per dare in pasto all’opinione pubblica affamata di sicurezza i corpi di altri migranti da deportare, magari scelti a caso, o sulla base dei rapporti con le ambasciate dei paesi di provenienza, misure simboliche rispetto alla massa di clandestinità che il governo alimenta con le misure del pacchetto sicurezza, ma assolutamente preoccupanti per le tante possibilità di vita e di integrazione che si stanno distruggendo.

    «La Sicilia è una terra verso cui si dirige la disperazione degli immigrati clandestini. Le aggressioni [così si esprimono sempre le agenzie di informazioni] che sotto il profilo territoriale connotano anche in queste ore l’isola di Lampedusa, sono note a tutti. Tra 10-12 giorni al massimo avremo a disposizione altri 6 o 7 centri di identificazione ai fini dell’espulsione in altre regioni d’Italia. Questo ci permetterà di evitare il sovraffollamento delle poche strutture attualmente esistenti sul territorio». Lo ha detto il sottosegretario al ministero dell’interno, Nitto Francesco Palma, a Palermo per un vertice con i prefetti delle 9 province siciliane.
    Siamo proprio curiosi di vedere come il governo allestirà tanti centri di detenzione in qualche settimana, temiamo che si vada ad un ulteriore imbarbarimento delle regole delle detenzione, magari con il ricorso ai professionisti delle guerre umanitarie e delle caserme dell’esercito, con la solita copertura della Croce Rossa e delle associazioni che hanno accettato il ruolo di secondini. Temiamo che ai morti di Torino, nel Cpt di via Brunelleschi e di Caltanissetta, a Pian del lago, presto ne possano seguire altri. Di certo in queste ultime settimane il clima nei centri di detenzione e tesissimo, i pestaggi all’ordine del giorno, l’uso dei psicofarmaci nella normalità, e i controlli di legalità dei giudici di pace sempre più formali, spesso limitati alla verifica degli atti come se si trattasse di apporre un semplice bolllo. Molti migranti arrestati dalla polizia nelle cità del norditalia sono stati trasferiti nei cpt meridionali, creando una situazione di confusione e di sovraffollamento con gli immigrati appena arrivati da Lampedusa o da altri punti di sbarco. Esattamente la stessa situazione che si era determinata nel 1999, prima del rogo e della strage del centro Serraino Vulpitta di Trapani.
    Per tutte queste ragioni sollecitiamo una iniziativa ancora più forte di denuncia, di mobilitazione e di difesa legale a tutte le associazioni, senza protagonismi o ambizioni di visibilità che potrebbero pregiudicare il lavoro collettivo che si sta portando avanti da mesi per difendere la vita ed i diritti dei migranti. Chiediamo che nello stesso spirito i parlamentari nazionali ed europei tornino a visitare periodicamente i centri di detenzione e le carceri per monitorare la situazioni in tutte le strutture nelle quali vengono imprigionati i migranti privi di un documento di soggiorno. Occorre istituire gruppi permanenti per il monitoraggio dei luoghi nei quali può essere violata la libertà personale e gli altri diritti fondamentali della persona.
    Alla luce della approvazione della direttiva comunitari sui rimpatri deve impedirsi che il nostro paese ne faccia un uso strumentale, portando fino a 18 mesi la detenzione nei centri di espulsione, senza neppure applicare i rari aspetti positivi di questa nuova disciplina [sui rimpatri volontari, in particolare], ed occorre contribuire tutti alla costruzione di un vasto fronte per denunciare la nuova direttiva davanti alla Corte di giustizia, e sollevare nel nostro paese eccezioni di costituzionalità a catena, non appena si volesse darne applicazione nel nostro ordinamento. Occorre anche denunciare tutti i casi nei quali le nuove norme o le nuove prassi amministrative risultino in violazione del diritto di asilo, riconosciuto dalla nostra Carta costituzionale, prima che dalle norme comunitarie e dalla Convenzione di Ginevra.


    http://www.carta.org/campagne/migranti/14530

  3. #3
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    Fortress Europe - Pubblicato il rapporto di giugno 2008.

    L’osservatorio sulle vittime dell’immigrazione.





    Roma – È un triste anniversario quello della Giornata mondiale dei rifugiati del 20 giugno. Nel mese appena trascorso infatti, lungo le frontiere europee sono morti almeno 185 migranti e richiedenti asilo, dei quali 173 soltanto nel Canale di Sicilia. Quattro uomini sono deceduti alle Canarie, dopo essere stati ricoverati in gravi condizioni dopo il loro sbarco. In Italia, a distanza di pochi giorni, due iracheni sono stati trovati morti dentro due container sbarcati nel porto di Venezia a bordo di traghetti partiti dalla Grecia. In Turchia due migranti hanno perso la vita in un incidente del camion nel quale viaggiavano nascosti nella provincia orientale di Dogubayazit, mentre un cittadino somalo è rimasto ucciso da un proiettile durante una violenta protesta esplosa nel campo di detenzione di Kırklareli, vicino alla frontiera bulgara. E un proiettile ha ucciso anche tre profughi lungo il confine egiziano con Israele. Una delle vittime è una bambina sudanese di sette anni, ammazzata lo scorso 28 giugno.
    Quella del Sinai si conferma la nuova rotta dei rifugiati eritrei e sudanesi, che alle carceri libiche e alla morte in mare preferiscono lo Stato ebraico. Nel 2007, secondo l’Unhcr, ne sono arrivati almeno 5.000. Intanto l’Egitto ha rinforzato i propri dispositivi di controllo, autorizzando la polizia di frontiera ad aprire il fuoco sui migranti. Dall’inizio dell’anno i morti ammazzati sono almeno 16. Messo sotto pressione da Israele, l’Egitto ha avviato una vasta operazione di arresti e deportazioni, colpendo in modo particolare gli eritrei. Secondo Amnesty International, su un totale dei 1.600 eritrei detenuti nei campi di detenzione egiziani, 810 sono già stati deportati dall’11 giugno 2008. Si tratta della più grande deportazione mai organizzata negli ultimi anni dall’Egitto e potrebbe segnare il passo di una nuova stagione di repressione al Cairo. Intanto chi ce l’ha fatta cerca una nuova vita in Israele.
    Har Zion street numero tre. È uno degli indirizzi della diaspora eritrea a Tel Aviv. Uno stabile su tre piani, occupato da un centinaio di rifugiati del Corno d’Africa. I materassi sono dappertutto. Sui pianerottoli delle scale, lungo i corridoi. Beyené apre la porta di una camera di quattro metri per quattro, ci dormono in tredici. Alle undici del mattino la televisione è accesa e alcuni sono ancora a letto. Beyené è eritreo. È a Tel Aviv da 25 giorni. È entrato dall’Egitto. Dal Sudan era partito con la moglie. Ma lei è ancora detenuta a Ketziot, il campo di detenzione israeliano nel deserto del Sinai. Beyené è solo uno dei circa 10.000 richiedenti asilo entrati in Israele negli ultimi anni. È cominciato tutto nel 2006 con circa 1.200 ingressi dal Sinai, sei volte i 200 dell’anno precedente. E poi i 5.500 arrivi nel 2007 e i già 2.000 del primo trimestre del 2008. Sono soprattutto sudanesi e eritrei. E non è un caso. Il 30 dicembre 2005, 4.000 agenti egiziani in tenuta antisommossa assalivano i circa 3.500 profughi sudanesi che da tre mesi presidiavano il parco “Mustafa Mahmoud” del quartiere residenziale di Mohandessin, al Cairo, a poche centinaia di metri dagli uffici dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, chiedendo di essere reinsediati in un Paese terzo. Alla fine degli scontri si contarono 26 morti, tra cui 7 donne e 2 bambini. Il clima di repressione in Egitto, l’impossibilità di tornare in patria, nel Darfur come nel Sud Sudan, e i rischi del viaggio in mare verso l’Italia, hanno aperto una breccia nella barriera di filo spinato che separa l’Egitto e Israele. E ai convogli dei sudanesi sono seguiti quelli dei rifugiati eritrei, molti dei quali in fuga dal Sudan, dove il 2 giugno il governo ha ordinato la chiusura degli uffici dell’opposizione eritrea.
    Beyené viveva a Khartoum da due anni. Con la moglie hanno pagato 800 dollari a testa per il viaggio verso Assuan, in Egitto. Un viaggio relativamente semplice, dice ,meno duro della traversata del deserto verso Kufrah, in Libia. Da Assuan al Cairo sono arrivati in treno. Alla stazione li aspettava un connection man. Altri 700 dollari a testa e nel giro di pochi giorni sono partiti alla volta della frontiera. Un pezzo di strada nei camion. E poi a piedi, di notte, in pieno deserto, finché le guide, egiziane, hanno tagliato con delle cesoie la barriera alta un metro di filo spinato e gli hanno detto di aspettare le pattuglie dell’esercito dall’altro lato. Una volta intercettati sono stati portati al campo di Ketziot. È una tendopoli con 1.200 posti, inaugurata nel luglio 2007 nel cortile di un carcere alle porte di Gaza utilizzato per la detenzione amministrativa dei prigionieri politici palestinesi. La moglie di Beyené è ancora là. Lui l’hanno rilasciato con un documento temporaneo di “conditional release”. Nel frattempo si può lavorare, ma soltanto nella città cui è stato assegnato. A metà luglio il permesso temporaneo scade. Dovrebbero rinnovarlo, ma niente è sicuro. Intanto la domanda d’asilo pende presso l’Unhcr, che però non ha abbastanza personale per far fronte alle interviste, e si concentra piuttosto nelle richieste di rilascio dei migranti detenuti a Ketziot e nella ricerca di regolarizzazioni collettive, come il permesso temporaneo di un anno recentemente rilasciato a 600 sudanesi del Darfur e il permesso di lavoro di sei mesi dato a circa 2.000 eritrei. I rifugiati riconosciuti dall’Acnur e dal governo israeliano sono solo 86. Intanto, il 19 maggio 2008, il parlamento israeliano ha approvato in prima lettura la modifica della legge anti infiltrazione: riaccompagnamento immediato alla frontiera e 5 anni di carcere per il reato di immigrazione clandestina, 7 per i cittadini degli Stati nemici: Iran, Afghanistan, Libano, Libia, Sudan, Iraq, Pakistan, Yemen e Palestina.
    La proposta di legge torna adesso in commissione e sarà votata altre due volte. Intanto però, sui banchi del Parlamento non c’è nessuna proposta di legge sull’asilo. I motivi sono tanti. La questione politica dei rifugiati palestinesi e più in generale dei rifugiati degli Stati nemici di Israele sopra elencati, il possibile arrivo di parte dei due milioni di rifugiati iraqeni residenti in Siria e Giordania e la questione ideologica dello Stato ebraico. A Tel Aviv chiunque lo dice: “We are not supposed to be an immigration State, but a Jew State”. Non siamo uno Stato di immigrazione ma uno Stato ebraico. Ad essere i benvenuti sono soltanto i circa 180.000 lavoratori stranieri impiegati nel Paese - nepalesi, cinesi, thailandesi, indiani o filippini – ma soltanto perché mantenuti con un permesso di soggiorno temporaneo e senza possibilità di ricongiungimento familiare.

    E la situazione degli eritrei non accenna a migliorare nemmeno in Libia. Secondo l’Agenzia Habeshia, a Mishratah sono ancora detenuti, da oltre due anni, 700 uomini, 60 donne e 30 bambini, tutti eritrei. E altri 133 eritrei sarebbero detenuti a Ijdabiya, dopo essere stati arrestati in mare, nelle ore in cui il primo ministro italiano Silvio Berlusconi volava a Tripoli per un incontro lampo con Gheddafi, lo scorso 27 giugno. Sul tavolo della trattativa l’impegno a finanziare parte del sistema radar per il controllo delle frontiere sud della Libia, come contropartita per sbloccare i pattugliamenti congiunti in acque libiche, secondo gli accordi del 29 dicembre 2007. Le navi sono pronte, ha detto il ministro dell’Interno Maroni. Ma quali saranno le regole di ingaggio della missione? E quali sono oggi le regole di ingaggio della missione di pattugliamento di Frontex nel Canale di Sicilia, Nautilus III? Frontex mantiene il riserbo totale. Durante il question time in parlamento, il primo ministro maltese Lawrence Gonzi ha dichiarato “top secret” le regole delle operazioni, che vedono impegnati mezzi di Italia, Malta, Francia, Germania, Spagna e Grecia. Ma un giornalista tedesco è riuscito a rompere il silenzio. Si chiama Roman Herzog e nel suo ultimo documentario audio, Guerra nel Mediterraneo, la Guardia di Finanza italiana ammette che alcune unità navali di Frontex sequestrano viveri e carburanti dalle navi dei migranti per obbligarli a ritornare verso i porti di partenza. Una pratica che non è stata smentita dal direttore di Frontex Ilkka Laitinen, intervistato a proposito nel documentario.
    La Libia ha rimpatriato a sue spese 30.940 immigrati nel 2007 e reclama un miliardo di euro di aiuti. Nel 2006 la Libia aveva rimpatriato 64.430 immigrati con una spesa di quattro milioni di euro. Intanto gli arrivi sulle coste italiane sono più che triplicati nei primi cinque mesi del 2008: 7.077 contro i 2.087 dello stesso periodo nel 2007. Sempre più donne (l’11% contro l’8% dello scorso anno) e sempre più rifugiati del Corno d’Africa (30%), in particolare da Sudan e Somalia. E sempre più imbarcazioni salpate dall’Egitto anziché dalla Libia per evitare i respingimenti. E di pari passo aumentano le tragedie. Nei primi sei mesi i morti di cui si ha notizia nel Canale di Sicilia sono almeno 311, di cui 173 soltanto nel mese di giugno. In tutto il 2007 le vittime documentate erano state 556. L’ultima strage, il 7 giugno, è costata la vita a 140 persone. Wali Adbel Motagali è l’unico superstite. In un’intervista al quotidiano egiziano al-Ahram ha raccontato: “Ho conosciuto un uomo nel mercato al-Jumua di Tripoli che mi ha offerto un viaggio verso l’Italia per 1.000 dollari. Il 5 giugno siamo stati portati a ovest di Tripoli, dove siamo rimasti per due notti. Ci hanno fatto poi salire a bordo di una imbarcazione che non poteva trasportare più di 40 persone e dopo solo un’ora di navigazione si è rotto il motore. Abbiamo tentato invano di ripararlo. Dopo poco abbiamo iniziato a imbarcare acqua. A causa dell’agitazione di alcune persone che si erano fatte prendere dal panico perché non sapevano nuotare la barca si è capovolta e molti sono annegati”. Delle altre tragedie non ci sono testimoni né superstiti. Ma soltanto i cadaveri ripescati in alto mare o affiorati lungo le coste maltesi e siciliane.
    Dall’altro lato del Mediterraneo, la Spagna torna a parlare di sé per l’ultimo rapporto pubblicato da Amnesty International sulle condizioni dei migranti in Mauritania, uno dei principali Paesi di transito verso le Canarie. Dal 2006 migliaia di persone sono state detenute nel campo costruito a Nouadhibou con fondi spagnoli e quindi rinviate alla frontiera con il Senegal e con il Mali. Amnesty svela i rapporti tra Spagna e Mauritania, per poi affrontare i punti critici dei respingimenti in mare di 5.000 persone operati dai pattugliamenti di Frontex nell’Atlantico, con un caso studio sulla vicenda dei 369 passeggeri del Marine I, intercettati in mare il 30 gennaio e mantenuti in detenzione in condizioni degradanti per mesi, prima del rimpatrio della maggior parte di essi, in India, Pakistan, Sri Lanka e Guinea. Intanto più a nord, i migranti bloccati in Marocco senza documenti, tentano di raggiungere Ceuta e Melilla a tutti i costi. A nuoto, oppure assalendo i posti di frontiera, come è successo il 22 giugno a Melilla, quando 70 migranti sub-sahariani hanno tentato di superare con la forza il punto di blocco di Beni-Enzar, tra Nador e Melilla. Una cinquantina di loro sono stati arrestati e saranno espulsi. Degli altri si sono persi le tracce.
    Saranno presto espulsi in Algeria e da lì in Mali. Come è successo a uno dei superstiti del naufragio di Hoceima del 28 aprile scorso, arrestato e abbandonato nel deserto, a Tinzaouatine. Come lui almeno 12.200 migranti africani sono stati arrestati e deportati nel 2007 nella regione di Tamanrasset, nel sud est algerino. Il Paese, che pure vive il dramma della propria emigrazione, ha recentemente adottato una nuova legge sull’immigrazione che prevede la creazione di centri di detenzione per i migranti, finora trattenuti in carceri, locali fatiscenti o stazioni di polizia. Per la prima volta, Fortress Europe è in grado di mostrare un reportage fotografico sugli arresti e le deportazioni nel deserto algerino, realizzato da Bahri Hamza. Se i nuovi campi, voluti dall’Europa, serviranno a fermare i migranti non è dato saperlo. Ma intanto un rapporto appena pubblicato dall’Oim smonta la tesi fondante delle politiche di contrasto all’immigrazione africana, dimostrando dati alla mano che dall’Africa sub-sahariana non è in corso nessuna invasione e che la maggior parte dei migranti senza documenti arrivano con un visto turistico e non sulle carrette del mare.




  4. #4
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    Guerra nel Mediterraneo






    tratto da: peacereporter.net

    Roman Herzog, con un audio documentario, racconta il dramma dei migranti e le responsabilità Ue. Qui intervistato da Peace Reporter


    L’agenzia per il controllo delle frontiere europee, Frontex, ha iniziato nella primavera del 2007 il suo lavoro di pattugliamento e respingimento dei migranti in alto mare in collaborazione con gli stati confinanti, per costringere i migranti con mezzi militari a cambiare rotta. Da allora le cifre dei morti annegati si sono raddoppiate. Guerra nel Mediterraneo, un audio documentario di Roman Herzog, per la radio pubblica tedesca, racconta tutto questo, grazie a molteplici interviste originali e oltre a documenti ufficiali e segreti questa guerra, Da dieci anni Herzog produce documentari per la Ard, radio pubblica tedesca.
    Da dove nasce, in un’epoca segnata dall’approcio visuale alla notizia, la scelta di un audio documentario?
    Spesso privilegio i lavori audio, perché per certi temi e certi interlocutori, a volte, con la telecamera non riesci a ottenere le informazioni. Con il microfono è più facile accedere alle persone. Si aprono di più e penso a profughi o militari.
    Quanto è durato il lavoro di produzione di Guerra nel Mediterraneo?
    ’’Il lavoro finito è stato il prodotto di otto mesi, ma in realtà il progetto nasce nel 2004, con il caso Cap Anamour. Per la prima volta ho avuto per le mani i documenti che provavano come l’Ue avesse preso a organizzare campi di detenzione per i migranti in Nord Africa. A quel punto ho proposto alla mia redazione in Germania la storia che, nel 2004, era un tema molto molto caldo, anche se il caso Cap Anamour venne trattato in modo molto differente rispetto all’Italia. In Germania l’ong tedesca venne trattata male dai media. Oggi la percezione è cambiata, e alcuni sostengono che sia ingiusto accusarli, ma all’epoca dei fatti nessuna redazione voleva trattare un argomento così spinoso e pieno di implicazioni politiche. Nonostante questo, non ho mai smesso di fare ricerche, soprattutto negli archivi dell’Ue, dove non si capisce nulla e ci metti settimane a trovare quello che sai che c’è. Diciotto mesi fa l’ho riproposto e questa volta la redazione ha accettato. Era intanto iniziato il processo della Cap Anamour, e così sono andato avanti fino al documentario finale’’.
    In questi anni che idea ti sei fatto del clima nell’Ue rispetto al tema migranti? Condividi la percezione diffusa che, qualsiasi sia il governo nei paesi dell’Unione, di centrodestra o di centrosinistra, le politiche rispetto agli immigrati sono tutte egualmente di chiusura totale?
    Per certi versi sono d’accordo anche io, esiste a tratti una sorta di pensiero unico, anche da un punto di vista culturale. ma non bisogna generalizzare, perché ci sono situazione differenti. Per esempio, in questo lavoro, la Guardia di Finanza ha accettato di parlare. E lo fa perché vogliono sottolineare che ’’noi non siamo cattivi, non li trattiamo male, anzi salviamo vite umane’’. C’è sempre un gioco, tra i politici e le forze dell’ordine, che dimostra come poi in fondo tanto uniti non sono. Sulle politiche dell’immigrazione, decise dall’Ue, impera il pensiero unico, ma nella pratica emergono delle differenze. Sono in Italia da cinque anni, ma conosco molto bene la situazione in Germania al confine con la Polonia e mi riferisco al periodo nel quale Varsavia non faceva parte dell’Ue. I tedeschi sono sempre stati i più duri, e non si fanno alcun problema di sentirsi dire da Amnesty che violano i diritti umani. Il governo risponde che tutto viene fatto nel quadro delle leggi comunitarie, e questo rende difficile anche impugnare certi provvedimenti, magari con un’inchiesta parlamentare. Ormai i politici possono permettersi di fare quello ce vogliono.
    Rispetto alle considerazioni che hai fatto sulla Germania, come ti sembra che sia cambiata la percezione, nei cinque anni che hai passato in Italia, rispetto ai migranti?
    Si, un cambiamento c’è stato. E non solo in italia, anche in Germania, si percepisce un imbarbarimento generale. E’ un trend culturale. Ogni giorno sono sempre più evidenti le tragedie che spingono queste persone a lasciare il loro Paese e cercare riparo all’estero. Ma allo stesso tempo c’è un sentimento d’indifferenza, come se fosse normale che accada. Mi sono spaventato quando ho visto bruciare in tv i campi rom a Napoli...cose del genere prima erano inimmaginabili. Nonostante questo, per esempio in Sicilia,dove vivo, continuo a vedere un atteggiamento umano e la maggioranza delle persone comprende i drammi dell’immigrazione. In Germania, purtroppo, non è così. Anche se i migranti non ci sono praticamente più. Negli anni Novanta arrivavano 200mila persone all’anno, adesso ne arrivano si e no 15mila all’anno, eppure senti sempre parlare di ’invasione’. E’ solo un argomento politico, strumentalizzato da destra come da sinistra. Com’è accaduto anche in Italia.
    In questo clima in tutta Europa c’è da sperare che avremo mai una vera inchiesta parlamentare, almeno a livello europeo, sui centri di detenzione in Nord Africa?
    Me lo auguro. Il mio lavoro, come quello di molti altri, vuole essere un contributo in questo senso. Si cerca di raccogliere testimonianze e prove di quello che accade. Se facciamo bene il nostro lavoro, possiamo essere utili per il lavoro di Amnesty o di certi parlamentari e contribuire ad avviare un’inchiesta seria. Perché non è tollerabile che tutto questo accada sotto gli occhi di tutti.
    Christian Elia




 

 

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