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Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Post Sardismo è internazionalismo.

    Come anticipato nel 3d “Lettera ai Sardisti”, riporto un documento ciclostilato dalla Sezione di Cagliari del PSd’Az, il quale si inserisce nel dibattito avviato con la Lettera di Michele Columbu nell'agosto del 1974.
    Presumibilmente quindi, lo scritto è databile nei mesi successivi.
    Il suo contenuto è naturalmente interessantissimo, al di là di terminologie e riferimenti ideologici superati (comprensibili per quegli anni).
    Dalla lettura del documento proposto, è infatti possibile riconoscere “curiose” similitudini nella situazione attuale.

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
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    CARO COMPAGNO COLUMBU ….

    Con la "lettera ai sardisti" del Segretario politico del Partito, si apre un dibattito cui è necessario intervenire in modo chiaro e leale. Un dibattito che ponga finalmente termine a quello che giustamente il Segretario stesso ha definito un tentativo "di non turbare l'apparente compattezza del Partito". Questa compattezza è effettivamente una compattezza apparente, e si vuole rinunciare per l'ennesima volta al " confronto di opinioni tanto lungamente atteso". "Rinuncia temporanea" dettata dal bisogno di una compattezza, anche se apparente, che porti il Partito a presentarsi alle elezioni amministrative e provinciali con un aspetto unitario.
    Ma pure se ancora adesso, per l'ennesima volta,"si può invocare l'alibi di una campagna elettorale", tuttavia crediamo che proprio perché siamo in vista di un impegno elettorale, noi non possiamo più cancellare la realtà di una situazione chiudendo gli occhi e cercando di ignorarla".

    Sono sacrosante le seguenti affermazioni del Segretario del Partito: "Non ha rilievo obiettare che si rischia uno scontro anziché un confronto di opinioni, poiché il rischio più vero e più serio in questo momento è che il Partito si dissolva drammaticamente per le sue contraddizioni interne; mentre il confronto, o lo scontro eventuale, non mancherà di rinnovare l'interesse dei sardisti, di riaccendere temi abbandonati e mortificati, di richiamare le sopite energie degli anziani e di stimolare l'intervento propulsivo dei giovani. Altrimenti il Partito, se non sparirà in modo esplosivo e rumoroso, si spegnerà lentamente, come una lampada senz'olio, sprofondando e dormendo su vecchie formule fuori dal tempo e meritevoli di essere ricoverate in un museo".
    Noi non vogliamo che il Partito si spenga lentamente, poiché siamo tra quelli che sono nel "convincimento che dentro il sardismo, quali che siano gli strumenti di espressione di cui il Partito è attualmente dotato, sopravvivono i semi più certi del futuro riscatto della Sardegna".
    Per tale motivo vogliamo che la lampada riabbia l'olio del rinnovamento e della rifondazione indispensabile per ridarle la possibilità di illuminare il cammino del popolo sardo e riaccendere
    gli animi dei giovani.
    E ' necessario affermare una volta per tutte cosa è il sardismo.
    Esso trova le sue giustificazioni all'esistenza e alla lotta dalla millenaria resistenza del popolo sardo allo sfruttamento coloniale; dalla consapevolezza "di essere un popolo a cui non si posso
    no negare i diritti degli altri popoli".
    Fu questa consapevolezza a portare gli ex-combattenti sardi a organizzarsi in un Partito Politico che portasse alle conseguenze più logiche l’anelito di libertà e giustizia che spirava dal petto di uomini che avevano visto la morte in faccia, che volevano da allora in poi la pace per sè e i propri figli.
    Fu una volontà di massa, la volontà di un intero popolo di realizzare un’era nuova, una società nuova, rivoluzionaria.
    Era lo stesso anelito che spingeva altri popoli a ribellarsi al giogo dell'oppressione zarista.

    Un bisogno di giustizia e libertà, un bisogno di pace, di eguaglianza. Un bisogno che partiva da secoli e secoli di sfruttamento, di umiliazioni, di schiavitù. Un bisogno di veder sorgere il sole dopo una notte tanto buia. Un'attesa quasi messianica di un mondo che vedeva in Oriente le sue prime realizzazioni. Il mondo del sole nascente, della nuova umanità, della fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, di una classe su un'altra classe, di un popolo su un'altro popolo.
    Per questo mondo avevano sfidato la morte, per realizzare questo mondo si realizzavano in Partito Politico. Ma questa era la visione strategica, la meta finale, l’ultimo risultato della lotta.
    Come arrivarvi non era invece altrettanto chiaro.

    Non lo era volutamente, per un preciso volere di quei quadri direttivi che “provenivano per lo più da una classe intellettuale che aveva fatto, sì, la guerra e aveva conosciuto le medesime sofferenze dei soldati, dei quali perciò godeva la fiducia; ma in generale non conosceva le privazioni e le sofferenze quotidiane di quegli uomini in veste di operai, di contadini, di pastori". Quei quadri direttivi cui si deve se "le energie potenziali di questo primo P.S.d'A., oggi, col senno di poi, si può dire che politicamente furono orientate e impiegate male e, in definitiva, andarono sprecate nella massima parte per difetto di chiarezza e di conseguente risolutezza. Si aveva allora una forza genuina, tutta vibrante e quasi dirompente, a cui si poteva chiedere qualunque sacrificio purché venisse indicato un giusto obiettivo da raggiungere. E l'obiettivo non fu mai esattamente individuato e definito".
    L'obiettivo non fu mai esattamente individuato e definito poiché quella classe intellettuale da cui provenivano i quadri direttivi del Partito non aveva le stesse esigenze della base, non aveva il medesimo anelito delle masse dei contadini, degli operai, dei pastori che costituivano la base del Partito.
    Essi si ponevano in una diversa prospettiva, erano situati in una diversa concezione dell'uomo e del mondo.
    Una prospettiva, una concezione dell'uomo e del mondo "profondamente condizionate e limitate dalla cultura stessa che avevano attinto, o meglio avevano subito, nella scuola ottocentesca ancora operante al loro tempo". Una prospettiva, una concezione dell’uomo e del mondo profondamente acculturate dalla scuola nazionalista pan-italiana, dalla retorica risorgimentale, dall'esaltazione di classe della borghesia italiana. Una prospettiva, dunque, interna (sia pure critica) a quella della borghesia italiana.
    D'altronde "anche l'attributo 'd’azione', aggiunto a 'Partito Sardo', riprende motivi risorgimentali e concorre a lasciar credere che i nostri Padri, nel momento in cui si apprestavano a combattere per il rifiorimento o, come oggi si dice, per la rinascita dell'Isola, fossero soprattutto condizionati da formule ottocentesche di italico patriottismo".

    Una mentalità borghese, di critica interna e non esterna alla borghesia di Stato, quella borghesia che aveva 'unificato' l'Italia, segnava nettamente l’appartenenza dei cosiddetti 'Padri' alla medesima classe sociale responsabile dello sfruttamento coloniale della Sardegna. I 'motivi risorgimentali' e le 'formule ottocentesche di italico patriottismo' sono il risultato dell'acculturazione imposta dalla scuola borghese, dalla scuola di Stato, dall'ideologia della borghesia, classe dominante. Questi quadri direttivi, questa classe intellettuale del tempo apparteneva ad una ben specifica classe sociale, quella stessa che governava in Italia, quella stessa che, oltre a quello della Sardegna, portava avanti lo sfruttamento coloniale del Sud.
    Da questa loro prospettiva di classe, risultato dell'italianizzazione dell'esigua borghesia sarda, della sua secolare sudditanza 'nei confronti delle varie borghesie di Stato, i quadri direttivi del Partito non potevano non vedere l'obiettivo finale e il metodo per raggiungerlo con un'ottica ben diversa da quel la della base del Partito, nettamente proletaria e portatrice autentica dell'identità sarda.

    A causa di questa acculturazione e di queste condizioni di sudditanza era evidente che "attraverso il ben noto divario del reddito globale tra le due Italie e il divario ancor più evidente delle strutture produttive non si vedeva la vera natura del fenomeno, che era determinato, come oggi è facile riconoscere, dalla ferrea logica del profitto a cui si ispira il capitalismo". Se ne arguisce che i quadri dirigenti del Partito non avevano una chiara posizione politica proprio perché mancavano di una corretta impostazione ideologica, fatto questo derivato dall'acculturazione italiana ricevuta nella scuola di Stato. Quadri dirigenti che appartenevano od erano l'espressione delle esigenze di quella borghesia sarda che dalla sua formazione si era sempre trovata in posizione d'inferiorità e di scarsa competitività nei confronti della borghesia di Stato, la borghesia imprenditoriale del popolo dominante.

    In questa differenza di classe (quindi differenza di programmi e di obiettivi, di modelli e metodi di lotta) tra quadri dirigenti e base del Partito, stava, potenzialmente, già tutta l'evidenza e la prevedibilità di una continua, ininterrotta frattura, di una inevitabile incomprensione, di un reciproco 'tradimento'. Mentre le masse 'dei contadini, dei pastori,dei minatori, dei lavoratori, dei dannati della terra, degli oppressi da millenni di sfruttamento bestiale e inumano vedevano nel sardismo quel movimento rivoluzionario che avrebbe realizzato anche in Sardegna quell'universale anelito di libertà da ogni tipo di sfruttamento, di redenzione da ogni bruttura, di pace e giustizia sociale .... i quadri dirigenti formati da ex-ufficiali della Brigata Sassari che smessa la divisa riprendevano la loro attività di avvocati, maestri, commercianti, piccoli imprenditori, proprietari, portavano avanti le istanze di maggior profitto economico e politico che la borghesia sarda rivendicava da sempre nei confronti della con sorella piemontese e poi italiana.
    Erano pertanto due obiettivi ben diversi, addirittura opposti.
    Due obiettivi separati irrevocabilmente da una netta discriminante di classe.
    L'interclassismo che caratterizzerà da allora in poi il Partito nasceva quindi insieme allo stesso Partito, e trovava i suoi antecedenti nella Brigata Sassari, nella propaganda attraverso la quale la borghesia italiana incitava i sardi ad andare il macello.

    L'Italia, la madre affettuosa, sarebbe stata riconoscente dei sacrifici di sangue compiuti. Avrebbe dimostrato eterna gratitudine per quei suoi figli isolani.
    Poco più di un secolo prima lo stesso discorso (anziché Italia, Piemonte) spingeva i sardi a respingere l'invasione dei giacobini francesi. E come un secolo prima la borghesia sarda sceglieva la strada dell'alleanza di classe anziché di quella nazionale così essa entrava nel Partito con la prospettiva di un semplice scambio di potere, rifiutando definitivamente l'alleanza nazionale col proletariato sardo. Entrava nel Partito per strumentalizzare le Masse, per usare il bisogno di pane e libertà degli oppressi ai fini dell'acquisizione di maggior potere economico e politico.
    Al posto dei capitalisti stranieri voleva esser lei a raccogliere i profitti dello sfruttamento.
    Le esigenze delle masse vennero lasciate in disparte. La rivoluzione smise di costituire una realtà potenziale per divenire una pura formula priva di volontà d'applicazione. Venne sostituita dalla parola 'autonomia'.
    Autonomia perché, come nella 'fusione' del 1847, si sceglieva l'alleanza di classe, si preferiva la compartecipazione allo sfruttamento alla rivoluzione liberatoria, quella rivoluzione che i contadini, gli operai, gli studenti, i soldati dell'ex impero zarista realizzavano sotto le bandiere del socialismo marxista.
    Anche il proletariato sardo desiderava la rivoluzione, intendeva il sardismo come rivoluzione, come passaggio dei mezzi di produzione alle masse: non lo intendeva come sostituzione della borghesia italiana con quella sarda, di un padrone che parlava italiano con un padrone che parlava sardo. Il proletariato voleva una liberazione totale, definitiva. Il proletariato voleva il socialismo in Sardegna. Ma per i quadri dirigenti, per gli intellettuali borghesi, non era così. Essi volevano semplicemente sostituirsi al capitalismo italiano nella gestione dello sfruttamento delle plebi isolane. Non volevano redimere tutto il popolo sardo, volevano solo redimere sè stessi. Volevano realizzare ciò che Kerenski aveva intenzione di effettuare in Russia: la rivoluzione borghese antifeudale, quella rivoluzione che essi avevano fallito ai tempi dell'Angioi e che era stata poi presa in gestione dal colonialismo piemontese.

    Per questi motivi, per questa discriminante di classe, profondamente antiproletaria, "l'autonomia, che doveva essere solo uno strumento, una via della rinascita, giganteggiava come una favola e diveniva obiettivo di fondo, fine a sè stesso. Se qualcuno tirava in campo la terminologia socialista -proletariato, lotta di classe. ecc. - gli veniva obiettato che. le condizioni socio-econemiche della Sardegna erano di tipo precapitalista e che, semmai, sarebbe stata ancora attuale una rivoluzione borghese antifeudale; che i fecondi frutti di tale rivoluzione, che avevano portato tanto benessere nelle regioni settentrionali, in Sardegna dovevano ancora germogliare e svilupparsi; che soltanto in un secondo momento, una volta conseguita la condizione, per esempio, della Lombardia, si sarebbe potuto parlare di giustizia e di assetto politico ispirati a moduli diversi".
    Sotto diversa forma, è il medesimo discorso dei menscevichi russi i quali si rifiutavano di fare la rivoluzione proletaria poiché ritenevano necessario (copiando catechisticamente il pensiero di Marx) che in Russia si formasse prima una società borghese capitalista, dalla quale sarebbe sorto il partito rivoluzionario del proletariato.
    Si tratta, da due opposti schieramenti, del medesimo dottrinarismo. Per interessi di classe i quadri dirigenti del Partito, quelli che Gramsci giustamente chiamerà 'opportunisti', toglievano ogni spontaneità alla lotta rivoluzionaria del proletariato sardo, rivelavano una profonda diffidenza e sfiducia nelle intenzioni e possibilità di riscossa delle masse dei diseredati, mettevano le briglie dell'autonomia alla rivoluzione.
    "Sembra dunque che ai nostri dirigenti allora sfuggisse che la persistente condizione precapitalista della Sardegna era appunto dovuta alla sua emarginazione deliberatamente voluta dai protagonisti di quello sviluppo capitalistico al quale tanto bramosamente miravano; che i governi italiani erano sempre l'espressione di quel capitalismo e che, pertanto, se si volevano combattere quei governi (antisardi) necessariamente si sarebbero dovuti combattere il sistema e la società che rappresentavano e ai quali si ispiravano'.
    Essi non potevano credere che il capitalismo fosse responsabile dello sfruttamento coloniale della Sardegna, e ritenevano che questo sfruttamento derivasse proprio dalla mancanza del capitalismo. Non lo potevano credere poiché erano all'interno di quella stessa logica di classe propria degli sfruttatori continentali, di quella stessa volontà di profitto .
    Più che naturale, pertanto, ch'essi si opponessero al marxismo e alla rivoluzione proletaria, che accendessero anch'essi i loro ceri sull'altare dell'antibolscevismo.
    Era un'istintiva (forse anche razionale) avversione di classe.
    Certo, molto dipese dal "condizionamento esercitato dal tipo di cultura dominante", ma fondamentalmente si trattò proprio di un'istintiva avversione di classe, oltre che di una pressoché totale ignoranza di cosa significasse marxismo e rivoluzione proletaria. Così il proletariato sardo, anziché seguire l'esempio dei suoi fratelli d'oriente, rimase imbrigliato dai falsi obiettivi indicatigli dai dirigenti opportunisti; rimase senza quell'intellettuale organico indispensabile alla sua redenzione.

    Col passaggio di gran parte degli opportunisti al fascismo, il tradimento del popolo sardo era definitivamente consumato: si portavano a compimento i frutti della politica interclassista, della "fragilità e le incertezze dell'impostazione ideologica sardista".
    Si ritornava all'alleanza di classe tra borghesia compradora sarda e capitalismo italiano, alla concezione antisarda dell'Italia intesa come matrigna anziché madre, "senza rilevare realisticamente che tra la Sardegna e lo Stato italiano non c'erano mai stati se non duri rapporti come tra serva e padrona".
    La mancanza di una precisa analisi di classe, di una chiara presa di posizione anticapitalistica, non fu la causa, ma la conseguenza del fatto che i quadri dirigenti del Partito erano essi stessi parte integrante di quella borghesia responsabile delle condizioni di schiavitù in cui eri tenuta la Sardegna.
    Essi ritenevano che il male della Sardegna (ma forse sarebbe meglio dire il loro male) consistesse nella mancanza di quello sviluppo capitalistico che aveva fatto prosperare le regioni del Nord; per fare una Sardegna prospera pertanto instaurare anche da noi, nella nostra isola, il processo di accumulazione del capitale e, di investimenti nella produzione, bisognava fondare una vera borghesia economica, imprenditoriale, e non compradora e intermediaria del Nord, come era stata fino ad allora.
    Pertanto si servirono delle masse al loro seguito come mezzo di contrattazione col governo capitalista italiano, come strumento utile al conseguimento delle loro rivendicazioni.
    Si servirono del giusto risentimento delle masse contro la responsabile del loro sfruttamento, e cioè la borghesia italiana, per mettere in un solo fascio sfruttatori e sfruttati, borghesi e proletari, tutti gli italiani, tutti i non sardi.
    Il nazionalismo borghese dei quadri dirigenti del Partito costituì l'ultimo tentativo della borghesia sarda di uscire da posizioni di sudditanza e intermediazione nei confronti di quella italiana.
    L'avvento del fascismo in Sardegna, e quindi la vittoria trionfale del capitalismo e dell'imperialismo italiano, fu il colpo di grazia a queste illusioni, fu la fine per sempre dell'equivoco 'antiitalianismo' della borghesia sarda, delle sue pretese all'indipendenza.

    Le masse furono lasciate sole nella lotta contro il fascismo.
    'Tradite' dai loro capi (tranne le eccezioni di Lussu e pochi altri) esse fornirono una esaltante prova della loro combattività, lasciarono alla Sardegna la pagina più gloriosa della sua millenaria storia di resistenza. La morte, la galera, l'esilio, le torture e la morte civile furono i risultati e gli strumenti del fascismo per sedare il movimento popolare sardista.
    Furono i segni tangibili dell'oppressione di classe, coloniale, imperialistica.
    Le masse popolari si trovarono più che mai private della loro libertà, della loro cultura e lingua, della loro identità di classe e di popolo.

    Gli intellettuali sardisti più avanzati, in cui più netta si individuava la volontà di essere dalla parte delle masse (pur tra tutte le incertezze e le contraddizioni derivanti dalla loro formazione culturale e ideologica) riuscirono ad abbandonare le titubanze interclassiste e dichiararsi con le parole e coi fatti dalla parte del proletariato, collaborando alla resistenza europea contro il fascismo, facendosi anzi di questa resistenza portavoce tra i più rappresentativi, contribuendo con le loro opere e i loro sacrifici ad allargare la tematica sardista fino a farle prendere coscienza della sua origine e della sua funzione proletaria e socialista.
    E' questo il merito, non solo nei confronti del Partito, ma di tutto il popolo sardo, di uomini come Emilio Lussu e Dino Giacobbe.

    Ma i dirigenti del Partito rimasti in Sardegna furono esclusi da questo allargamento di presa di coscienza, da questa estrema radicalizzazione della tematica sardista.

    Credevano ancora che il socialismo e il marxismo fossero quelli del periodo prefascista,un socialismo e un marxismo che non furono mai tali ma semplicemente l'aspetto di sinistra della borghesia liberale postunitaria, la revisione riformistica e socialdemocratica del pensiero di Marx, un pensiero che solo Labriola (ma rimase un isolato) e poi Gramsci (nella sua testimonianza di vita e di morte per il marxismo e per la verità) avevano saputo correttamente interpretare.
    Si credeva che ciò che era stato ed era ancora un falso socialismo, un falso marxismo, fossero il vero socialismo e il vero marxismo.
    Si rifiutava la cattiva copia scambiandola per quella vera.

    Si rifiutava il marxismo e il socialismo rivoluzionario scambiandoli per le loro deviazioni e cattive applicazioni, la socialdemocrazia e il revisionismo, il dogmatismo e il totalitarismo burocratico. Non si poteva sapere che ciò che negava la libertà in tutti i sensi (quindi anche politica, anche linguistica e culturale, la libertà di autodecisione dei popoli, di autogoverno popolare) non poteva essere marxismo, ma centralismo autoritario e dogmatico.
    Non si poteva sapere che il socialismo che aveva definito 'palla al piede' le masse sarde e meridionali, non era vero socialismo, ma mascheramento revisionistico degli obiettivi di dominio della borghesia nordcontinentale.
    Si scambiò la brutta copia con l'originale, e perciò si credette di essere nel giusto negando il socialismo e il marxismo.
    Si rimase ancora succubi dell'ideologia borghese, del risorgimentalismo pan-italiano, dell'interclassismo.
    Si disse di essere socialisti, si, ma antimarxisti, non rendendosi conto che il marxismo vero era quello di Gramsci, sardo tra i sardi, uomo tra gli uomini, sfruttato tra gli sfruttati.

    Si perse una grande occasione storica.
    La nostra confusione per quanto riguardava lo strumento ideologico da adottare, fece si che "davanti al P.C.I., che predicava il riscatto dei lavoratori attraverso la rivoluzione e la lotta di classe, fu debole soprattutto, la nostra ideologia che cavalcava quasi esclusivamente l'istanza autonomistica, ben presto condivisa anche dai nostri avversari".
    "Dentro il Partito sardo la questione sociale diventò preminente quando tornarono, accolti da manifestazioni di entusiasmo, gli eroi delle galere e degli esili fascisti che nel frattempo avevano meditato l'azione sardista degli anni Venti alla luce di contatti e di esperienze internazionali".
    La frattura tra sardisti consapevoli della necessità dell'allargamento dell'impostazione ideologica e della sua radicalizzazione in senso nettamente di classe, e sardisti caparbiamente ancorati al passato, che assolutizzavano ciò che doveva essere invece visto nella sua storicità e relatività, che negavano ogni mutamento ideologico alla concezione e alla funzione sociale e politica del sardismo, che oggettivamente bloccavano e screditavano la natura rivoluzionaria del sardismo ... la 'frattura' sfociò nella scissione del 1948 e la fondazione del Partito Sardo d'Aziono Socialista, poi confluito nel P.S.I.
    "Tra le due parti non fu possibile nessuna intesa, come non fu possibile mantenere un rapporto di maggioranza-minoranza... gli 'ortodossi' respingevano il pur minimo accenno a una società nuova e strutturalmente diversa e con irritazione mettevano al bando dal vocabolario sardista persino la parola 'socialismo'. Fra costoro, fra i paladini più intransigenti di questa posizione, ben pochi difendevano private ricchezze o privilegi contro una eventuale società 'livellatrice'; la maggior parte obbediva certamente alla propria coscienza e a sinceri convincimenti. Essi tuttavia rappresentavano uno spirito conservatore ostinato, una cultura opaca e chiusa che a molti apparivano come una eredità rozza e inaccettabile".
    Fu nella scissione il grande errore storico di Emilio Lussu:
    se egli e i suoi "avessero avuto la pazienza di costituirsi in minoranza, forse nel giro di qualche anno avrebbero conquistato una posizione di maggioranza... Tante belle energie non sarebbero andate disperse nei partiti nazionali e al Partito Sardo, impoverito, anzi privato, di ogni dialogo interno, ridotto ad un meccanismo elettorale in posizione acritica e quasi apolitica, non sarebbe toccato, per fare un solo esempio della nostra involuzione antidemocratica, di schierarsi a favore della famigerata 'legge truffa' ".

    Il Partito usciva da questa scissione rafforzato a destra, privato dei suoi capi più aperti e progressisti, rinchiuso nella ristretta ottica di procurare voti a tutti i costi, non importa con chi né come. La mancanza di una netta impronta di classe e la partecipazione allo spartimento delle briciole di potere regionale che la D.C. concedeva a chi le accordava l'appoggio, provocò il lento ma inesorabile abbandono dei ceti proletari che ancora erano rimasti, fino a portarci nella situazione odierna, in cui si è toccato pressoché il fondo elettorale.
    Da questo fondo ci si può risollevare solo ammettendo lealmente i nostri errori, esaminandoli correttamente e superandoli dialetticamente, nella consapevolezza che la verità è sempre rivoluzionaria e che solo dicendo la verità si può essere sardisti.

    La situazione sempre più grave della Sardegna, l’inevitabile fallimento di una finta autonomia, ch'altro non è stata che una catena di piombo ai piedi delle masse popolari sarde, deve farci riprendere in mano la parola d'ordine che già in altri tempi è echeggiata nel Partito: "Autonomia come mezzo, socialismo come fine".
    Dobbiamo affermare decisamente che ci siamo lasciati inviluppare dalla convinzione, rivelatasi sbagliata, che lo 'Statuto speciale, fosse veramente speciale, e non limitativo e frenante come è in realtà; che l' 'Autonomia' accordataci dopo tanti anni di lotte e sacrifici fosse una vera autonomia, mentre invece si è rivelata niente altro che un compromesso del capitalismo italiano con la borghesia compradora sarda; che non vi fosse altro da fare che gestire questo tipo di autonomia impostaci dall'alto, rinunciando alla nostra autonomia, dimenticandoci le famose e giuste parole di Lussu, che cioè lo statuto sardo appartiene al federalismo come il gatto appartiene alla famiglia del leone. Ci siamo scordati che il nostro programma era "Autonomia oggi, federalismo domani", e non abbiamo più avuto la forza e la volontà di lottare per la vera autonomia, quella statuale, quella culturale, quella di classe.

    Riconoscere questi errori e superarli è profondamente rivoluzionario.
    Il Partito ha già tratto le necessarie conseguenze da questo riconoscimento, rifiutando ogni possibilità di accordo con la D.C.(interprete della borghesia compradora sarda e garante della continuità dell'oppressione coloniale) e passando decisamente il solco che separa la democrazia borghese (sia pure portata alle sue estreme conseguenze) da quella socialista.
    Il Partito attinge appassionatamente all'immenso patrimonio di lotta della masse popolari sarde e del proletariato mondiale, all'insegnamento ideologico dei grandi capi dei movimenti di liberazione nazionale e di classe.
    Il Partito Sardo riconosce che la sua causa è la stessa delle masse popolari di tutto il mondo, quella della liberazione da ogni tipo di sfruttamento (dell'uomo sull'uomo, di una classe su un'altra classe, di un sesso su un altro sesso, di una lingua e cultura su un’altra lingua e cultura, di un popolo su un altro popolo), della emancipazione piena e completa dall'oppressione capitalista e imperialista. E' un riconoscimento forse tardivo, ma lentamente maturato e irreversibilmente stabilito: il sardismo è il socialismo rivoluzionario applicato alla Sardegna.
    Esso fà proprio il messaggio leninista di autodecisione dei popoli e chiede da parte della sinistra italiana il riconoscimento di tale diritto all'autodeterminazione. Intende condurre alla presa di possesso dei mezzi di produzione il proletariato sardo, realizzare in Sardegna una repubblica popolare federata alla repubblica popolare italiana e inserita nella Federazione Socialista Europea e Mediterranea. Il Sardismo chiede l'uscita dell'Italia dalla Nato e della Nato dall'Italia; chiede la fine delle servitù militari e la cacciata delle forze imperialiste dal Mediterraneo; denuncia la coesistenza pacifica come strumento di mantenimento dello status quo e dell'oppressione dei popoli; denuncia lo spirito di Yalta e la spartizione del mondo in due blocchi contrapposti.
    Il Sardismo è solidale con la lotta di liberazione di tutti i popoli oppressi e di tutte le masse oppresse, in primo luogo di quelle italiane, conscio che solo la fraterna unità tra il proletariato italiano e quello sardo potrà compiere la liberazione di ambedue i popoli. Ma proprio perché il Sardismo fà proprio l'internazionalismo proletario, esso denuncia ogni tentativo d'imposizione dall'alto di formule e schemi estranei al tessuto storico-etnico, linguistico e culturale, economico-sociale del popolo sardo; denuncia ogni manifestazione di sciovinismo pan-italiano, da qualunque parte essa venga effettuata.
    Concludendo, per quanto riguarda questo documento (ma l'argomento verrà ripreso e ampliato in altra occasione), "il P.S.d’A. lotta in Sardegna e per la Sardegna pienamente consapevole di perseguire ideali comuni a tutti i popoli oppressi del mondo. In tal senso il Partito Sardo sente di combattere in un fronte universale per il riscatto dell'Umanità, e perciò è aperto ed attento a tutte le correnti di cultura nuova e liberatrice che provengono dall'esterno. Soltanto a questo patto il Partito sardo può ragionevolmente proporsi la decolonizzazione delle coscienze dei sardi più avviliti o più corrotti, prima ancora di proporsi la decolonizzazione della Sardegna". "Oggi il Partito Sardo non pretende di raccogliere tutti i sardi attorno alla propria bandiera, perché vuole tenersi lontano dalla concezione di quel qualunquistico 'blocco di tutti i sardi' che negli anni Venti fu uno dei nostri errori più gravi e causa della nostra corruzione ideologica. Oggi, riconoscendo che le vie del sardismo sono molte, apprezziamo ogni vario sentimento, ogni grido, ogni spontaneo gesto sardista, da qualunque parte provenga, ma non pretendiamo di tutto conformare e catturare dentro il Partito Sardo". "Il fallimento della rinascita non è stato casuale nè fatale bensì doloso, premeditato, programmato da una spietata società colonialista e dallo Stato che la rappresenta".

    Per questa lotta all'oppressione coloniale operata da uno Stato borghese e reazionario, che nasconde nel suo seno l'arma fascista, il Partito Sardo d'Azione, un partito socialista per una Sardegna socialista, chiede l’unità e la solidarietà militante di tutte le forze democratiche e socialiste.


    _______________________________



    FORZA PARIS! Cosi dice il vostro incitamento alla vittoria. Ma esso non può voler dire 'unione di tutti i sardi, dei ricchi e dei poveri, degli alleati del capitalismo italiano e degli sfruttati: esso deve voler dire unione stretta, nella lotta e nella vittoria dei contadini sardi e degli operai………………..
    ……………………………………………………………………………………………………………………..
    Un Consiglio composto di operai, di contadini, di pastori, e di pescatori. cioè composta dei rappresentanti di tutti gli elementi produttori., diventerà l'amministrazione della ricchezza sarda, e regolerà la produzione non per la borghesia sarda o italiana o estera, ma nell'interesse degli operai e dei contadini della Sardegna.
    ………………………………………………………………………………………………………………………



    (Dal documento indirizzato dall'Internazionale Contadina (Crestintern) al V Congresso del Partito Sardo d'Azione del 27 , settembre 1925 redatto da Ruggiero Grieco sotto la diretta ispirazione di GRAMSCI).




    Fine documento.

 

 

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