OMNIA SUNT COMMUNIA
Salvataggi e fallimenti del capitalismo
Ricevo e pubblico
di Maurizio Donato
Rischi, debiti e derivati: distribuzioni normali ed eventi eccezionali. Le ondate anomale e il giro della morte del capitale fittizio. Il mercato immobiliare e le cartolarizzazioni dei crediti. Crisi della teoria e teoria della crisi. Insolvenza e sovranità. Le riserve ufficiali come assicurazione dal rischio di insolvenza. Insolvenza sovrana e stato di emergenzaTutti i paesi vengono, l’uno dopo l’altro, coinvolti dalla crisi e si vede allora che quasi tutti hanno importato e esportato troppo. Può accadere che la crisi scoppi in un primo tempo in quel paese che più di tutti gli altri concede credito e meno ne domanda, con la massa di capitali che ha dato in prestito all’estero. Viene ora il turno di un altro paese: tutti i pagamenti devono essere effettuati contemporaneamente. Ma in tutti i paesi vi è stata una sovraimportazione e una sovraesportazione, ossia sovrapproduzione stimolata dal credito e dal generale aumento dei prezzi. In periodi di crisi generale sempre, una dopo l’altra, come un fuoco di fila, lo stesso collasso colpisce tutte le nazioni, o per lo meno quelle sviluppate. E’ curioso che gli esperti – appena un mese prima della crisi – facciano rivivere questa illusione: gli affari sono sempre sanissimi e il loro svolgimento progredisce a un ritmo favorevole, fino a che il crollo avviene tutto in una volta. Del resto, tutto qui si presenta deformato perché in questo mondo di carta non appaiono mai il prezzo reale e i suoi reali elementi, ma soltanto lingotti, denaro sonante, banconote, cambiali, titoli.Karl Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 30
Il 9 agosto 2007, a causa di "tensioni nel mercato monetario dell’euro", la Banca centrale europea ha iniettato più di 130mld$ in un tipo di operazione di emergenza che non era stata messa in atto "nemmeno" dopo gli attentati alle torri gemelle di New York; pochi giorni dopo, la sua omologa statunitense faceva lo stesso avviando contemporaneamente un ciclo di manovre di ribasso del tasso di interesse nel tentativo di scongiurare o almeno di ammorbidire i contraccolpi sull’economia reale del nuovo episodio della saga della crisi questa volta concentrata nel cuore del sistema finanziario occidentale. Dopo avere colpito nella seconda metà degli anni ’90 paesi pur importanti ma non dominanti come Messico, Brasile, Corea, Thailandia, Indonesia, Russia, Ecuador, Argentina, la crisi irrisolta ha provocato finora il fallimento di una importante banca inglese, prontamente nazionalizzata dalle istituzioni del paese simbolo del liberismo, e di una recidiva banca di investimenti nordamericana, altrettanto rapidamente salvata dal provvidenziale intervento della Banca federale Usa.Nonostante l’ottimismo profuso senza risparmi dagli apologeti del libero mercato, il modo di produzione capitalistico non sembra col tempo essere diventato immune dalla crisi. Anzi. Proprio in sospetta coincidenza con l’ondata di privatizzazioni e liberalizzazioni dei mercati finanziari definita col termine passato alla moda di "globalizzazione", le crisi economiche sono diventate più frequenti, più estese e più violente, sollevando più di un dubbio sulle interpretazioni fondate sul carattere eccezionale dei singoli episodi, di volta in volta attribuiti a comportamenti sbagliati di questo o quel soggetto economico cui attribuire il ruolo di capro espiatorio di turno. Conviene perciò affrontare l’argomento crisi senza pregiudizi ideologici, tentando piuttosto di rintracciarne le radici a cominciare dai comportamenti dei soggetti più in grado di orientare i mercati, le istituzioni finanziarie, e dalle teorie poste alla base delle loro scelte.Rischi, debiti e derivati: distribuzioni normali ed eventi eccezionaliLa famiglia dei prodotti finanziari si è arricchita di nuovi membri a partire dall’autunno del 1968, anno in cui fu stipulato il primo tipo di contratto moderno in cui sia presente un prodotto finanziario derivato. Le opzioni sono un esempio di derivato; più precisamente, si tratta di contratti che consentono di comprare azioni di imprese a un prezzo prefissato; le opzioni di tipo call consentono di comprare uno stock a un determinato prezzo di esercizio nel futuro, quelle put di vendere a un prezzo fisso; se il prezzo effettivo è più alto di quello di esercizio, l’operatore finanziario compra, vende e realizza un "profitto"; in caso contrario l’opzione scade e il sottoscrittore incassa il premio. Ma come "indovinare" il prezzo finale di un’azione? Come scegliere il prezzo da proporre nel contratto? Fino alla fine degli anni ’50 gli analisti finanziati non adoperavano statistiche particolarmente sofisticate per prevedere il valore di un titolo, anche perché i calcolatori non erano diffusi come oggi; si guardava ai risultati raggiunti da una impresa e, al più, si teneva conto della volatilità del titolo, cioè dei suoi scostamenti dalla media dei risultati; ma, come comportarsi con le opzioni?La scoperta rivoluzionaria di Fischer Black fu quella di sostenere che il rendimento di una opzione dipende dalla sua volatilità, esattamente come accade per le azioni; quando nel 1969, assieme con Myron Scholes, scoprì la "formula magica" in grado di slegare il prezzo dell’opzione dal suo rendimento, la teoria moderna della finanza era nata. Una importante banca di investimenti americana si mise subito all’opera per applicare la formula ai propri affari, traducendola pressappoco così: per coprirsi dai rischi è sufficiente tenere tanti stocks quante opzioni vendi e "replicare" il portafoglio: non ha alcun interesse se il prezzo dell’azione vada giù o su, dal momento che il guadagno è sul contratto. Basta aggiungere una percentuale di punto al tasso di interesse, ed hai fatto arbitraggio coperto dai rischi. Nella primavera del 1973 la Commissione statunitense di controllo sulla borsa consentì lo scambio di opzioni al Chicago Board Of Exchange, a maggio Black e Scholes resero pubblica la "formula magica" e Merton pubblicò un importante articolo collegato alla questione di cui discutiamo. Al di là degli aspetti tecnici sicuramente importanti ma non fondamentali per il nostro lavoro, ci interessa sottolineare le ipotesi alla base non solo degli articoli cui stiamo facendo riferimento, ma di tutta la nuova teoria economica e finanziaria ortodossa. Si tratta di assunzioni apparentemente innocue, considerate come dogmi dall’accademia, eppure ricche di implicazioni importanti, perché è a partire da queste fondamenta che si è sviluppata non solo la nuova teoria della finanza moderna, ma la concreta pratica di gestione delle banche che su tali ipotesi continua a fondarsi. Una prima ipotesi, espressa solitamente assieme a una seconda, presuppone l’esistenza di "scambi di mercato continui e senza frizioni". La critica di molti economisti eterodossi è stata rivolta negli anni prevalentemente alla seconda delle due affermazioni, sostenendo che in realtà le frizioni – definibili come costi di transazione – esistono ed è sbagliato non tenerne conto, ma a nostro giudizio l’ipotesi più importante è la prima, che presuppone la capacità dei mercati di funzionare sempre, come se non esistesse e non potesse mai esistere un problema di liquidità, che viceversa esiste e si manifesta come sintomo di crisi in una situazione in cui, ad esempio, tutti vogliono vendere ma non c’è nessuno che compra. La terza assunzione di fondo è probabilmente il vero assunto di base della teoria economica liberale, la pietra angolare su cui si costruisce tutto l’edificio dell’ortodossia economica e finanziaria: l’ipotesi di mercati efficienti. I prezzi – si sostiene - conterrebbero tutta l’informazione necessaria che viene "processata" dal mercato senza lasciare agli operatori alcuna possibilità di "vincere", di "battere" il mercato stesso. In un mercato efficiente nessuna impresa ha potere, e i prezzi, dunque i rendimenti delle attività finanziarie, seguono un tipico andamento da random walk , distribuzioni statistiche la cui forma è di tipo Normale, con media stabile e varianza finita.La teoria finanziaria standard considera uno stock come un insieme di rendimenti sul capitale di cui osservare i risultati giorno per giorno; tale insieme, come ogni altro esempio del mondo naturale, può essere studiato dal punto di vista statistico formulando ipotesi sulla forma della sua distribuzione, di cui si possono considerare momenti significativi la media e la deviazione standard (dalla media), altrimenti definita come volatilità, il cui valore ci dice come si distribuiscono i rendimenti di un determinato stock attorno alla media. Esistono tuttavia altre caratteristiche che può essere utile conoscere riguardo alla forma di una distribuzione statistica: ad esempio una banca può chiedersi, scegliendo un investimento a caso tra quelli che compongono il proprio portafoglio, qual è il valore più basso che tale investimento può raggiungere in – mettiamo – 19 casi su 20. In termini finanziari, questa domanda equivale a chiedersi quale sia la massima perdita realizzabile su una singola attività, e la risposta dipende ancora una volta dalla forma della distribuzione: se si ipotizza che sia Normale, con la classica forma a campana in cui la maggioranza dei valori sta attorno alla media, allora basta conoscere la volatilità. Tuttavia, contrariamente alle ipotesi standard della teoria finanziaria, non è così scontato assumere che i rendimenti delle attività finanziarie si distribuiscano in modo Normale; è possibile invece ritenere che la loro distribuzione sia caratterizzata dalla presenza di leggi di potenza, come è più plausibile ritenere quando gli eventi oggetti di studio (nel nostro caso il valore delle azioni o comunque rendimenti di attività finanziarie) sono tra loro interdipendenti e non indipendenti. Ma l’ipotesi di mercati efficienti, l’assunzione di concorrenza perfetta, si basano proprio sulla presunta indipendenza di soggetti le cui scelte (i prezzi, i rendimenti delle attività finanziarie) sarebbero a loro volta eventi statisticamente indipendenti, con le conseguenze ipotizzabili in merito alla correlazione. Oggetti indipendenti producono tipicamente distribuzioni Gaussiane, normali, in cui gli eventi eccezionali sono così rari rispetto alla media che trascurarli è una scelta saggia, dal punto di vista della ricerca; al contrario, eventi interdipendenti tendono a rafforzare reciprocamente i propri risultati presentandosi a grappoli caratterizzati dal classico effetto contagio.L’esempio tipico di distribuzione statistica dominata da una legge di potenza è quella del reddito e della ricchezza notata per primo da Vilfredo Pareto; l’80% della terra nelle mani del 20% delle persone; l’80% delle risorse concentrate nel 20% delle famiglie, e così di seguito. Ai nostri giorni l’industria del cinema è caratterizzata dalla presenza di leggi di potenza, dal momento che un singolo film "blockbuster" incassa in un anno più della somma di tutti gli altri, riuscendo in alcune stagioni a rappresentare l’unica posta in attivo del bilancio dell’intero settore. In termini più generali, applicare la legge di potenza all’economia finanziaria vuol dire che anche se un evento come una crisi si produce raramente, i suoi effetti vanno ben al di là delle probabilità che l’evento stesso si verifichi, producendo risultati catastrofici difficilmente prevedibili dagli attuali modelli su cui si fondano le scelte delle istituzioni finanziarie leader.L’assunzione di Normalità nella distribuzione dei rendimenti dei titoli non è una semplice ipotesi statistica priva di conseguenze nella gestione degli affari; se si ipotizza che azioni e titoli sono correlati negativamente in modo da annullare la volatilità reciproca, allora è possibile "prendere due rischi pagandone uno". Se il mercato in questione è quello delle "opzioni", diventa relativamente semplice per una banca di investimenti realizzare profitti: basta vendere contratti sul prezzo futuro di un’azione a soggetti diversi con aspettative opposte; se perderà uno, guadagnerà l’altro, ma in ogni caso la banca avrà guadagnato sulle commissioni, rimanendo indifferente al prezzo finale del titolo. L’unico "piccolo" problema è rappresentato dalla liquidità necessaria a "replicare" le opzioni garantendo un collaterale, ma con un rapporto di leva praticamente infinito il problema non si pone quasi mai, dal momento che il capitale di una tipica banca di investimento è costituito in media da un decimo, a volte anche dal 5% del volume di affari che gestisce. Nella gestione corrente delle banche, tutte le volte che il "radar" segnala che si sta raggiungendo un limite rischioso, la scelta che la teoria ortodossa suggerisce non è fermarsi, ma cercare di raccogliere nuovo capitale da utilizzare come collaterale, facendo felici allo stesso tempo i regolatori di Basilea che raccomandano di utilizzare il VaR come indicatore del rischio. Così funzionava il fondo LTCM di cui era consulente uno dei premi Nobel citati in precedenza; così i proprietari e i manager di LTCM hanno guadagnato denaro a palate per anni; così il fondo è fallito nell’estate del 1998. Nelle stesse settimane in cui il governo russo dichiarò di non poter onorare (parte de)i propri debiti, il mercato non funzionò come la teoria prevedeva: insolvenza, a causa di illiquidità. Fallimento del mercato, assieme all’insolvenza di un soggetto sovrano.Come ammettono candidamente oggi eccellenti economisti chiamati a stimare gli effetti della crisi generata dal mercato immobiliare, gli intermediari finanziari gestiscono il bilancio delle proprie attività e passività in modo esattamente opposto a quanto fanno usualmente i soggetti economici "normali", che tendono ad abbassare il livello di indebitamento se la propria ricchezza cresce, e dunque comportandosi in modo anticiclico; al contrario, le grandi istituzioni finanziarie come banche e fondi, aumentano il proprio livello di indebitamento nei periodi di boom perché questo predicono i modelli di valutazione del rischio, quasi universalmente basati sul valore a rischio (VaR). Il VaR, in quanto stima delle perdite che una banca "approssimativamente" sopporterebbe nel caso si verifichi un evento eccezionalmente negativo, costituisce una stima della probabilità di perdite condizionata alla scelta soggettiva di due parametri, l’intervallo di confidenza e l’orizzonte temporale dell’investimento. La regola di gestione basata sul VaR consiste nel mantenere una quota di capitale che è pari alla somma considerata a rischio E = V x A; il rapporto di leva L rappresenta la quota delle attività rispetto al capitale mantenuto L = A/E ed è evidentemente l’inverso del valore a rischio L = 1/V. La caratteristica natura prociclica del rapporto di leva dipende così direttamente dalla natura anticiclica della misura del rischio: l’indebitamento è alto quando il valore considerato a rischio è basso e ciò accade quando il ciclo è nella sua fase positiva ed i prezzi delle attività finanziarie, come tutti gli altri prezzi, in ascesa; il rapporto di leva è basso quando il ciclo si trova nella sua fase negativa, caratterizzata da aumentata volatilità nei prezzi delle attività e di accresciuta correlazione dei suoi rendimenti.Diversi autori hanno negli ultimi anni sottoposto a critica il VaR come misura efficace del rischio focalizzando l’attenzione in particolare sulle proprietà statistiche del VaR che, basandosi solo sul momento secondo delle distribuzioni (la deviazione standard), ignora sia indicatori come l’asimmetria e la curtosi, sia i momenti frazionali tipici della dipendenza di lungo periodo. E’ a causa di tale insufficienza che la metodologia basata sul VaR sottostima gli eventi eccezionali, che tendono a presentarsi tipicamente a grappolo a causa della loro "memoria lunga". I processi di prezzo nei mercati finanziari, sebbene in maniera differente a seconda del tipo di mercato, tendono ad essere caratterizzati da dipendenza globale, trattandosi di processi statistici a memoria lunga, con funzioni di autocovarianza che declinano piuttosto lentamente a causa dell’aggregazione di flussi di investimento con orizzonte temporale diverso e diverso grado di liquidità. I processi che governano i prezzi di azioni, monete e obbligazioni seguono una tipica dinamica non lineare, in cui periodi di alta frequenza nelle transazioni si alternano a periodi di condensazione e di rarefazione. Dal punto di vista dell’efficacia della misura, è stato pure sottolineato il carattere puramente fittizio dei "test di stress" che riflettono il ruolo della soggettività nella scelta dell’intervallo di confidenza del VaR: scegliere livelli di confidenza più alti implica VaR maggiori, che a sua volta implica un più alto livello di capitale richiesto, ma anche periodi più lunghi per testare la misura. Se, ad esempio, l’orizzonte temporale degli investimenti è un giorno e la banca sceglie un intervallo di confidenza del 95%, vuol dire che si aspetta una perdita peggiore del VaR in media un giorno ogni venti; se scegli un intervallo di confidenza del 99%, devi aspettare in media più di tre mesi per verificare se il test funziona, ma se l’orizzonte temporale dell’investimento è un mese allora la scelta dell’intervallo di confidenza al 99% implica che devi aspettare almeno cento mesi, cioè otto anni, prima di poter sapere se il modello funziona e se l’orizzonte dell’investimento è un anno, allora scegliere il 99% significa aspettare un secolo! Inoltre, l’ipotesi generale è che le osservazioni in ciascuno dei periodi siano indipendenti e stazionarie, e si tratta di un’assunzione tutt’altro che verificata.Per apprezzare a pieno la relazione che esiste tra fondamenti teorici della teoria finanziaria e crisi, è utile tornare a considerarne lo svolgimento storico, che dimostra come le opportunità di impiego del capitale in eccesso siano da porre in relazione ai nuovi mercati finanziari apparsi sulla scena del capitalismo contemporaneo. Nell’estate del 1971 il dollaro nordamericano si sgancia dall’oro, rendendo flessibili i tassi di cambio tra le monete e dunque aprendo un nuovo mercato su cui sperimentare teoria e pratica economico-finanziaria. Ancora nel 1970 l’inflazione negli Usa era al 10%, il che significa per le banche che prestavano denaro vederselo restituire svalutato di un decimo; i tassi di interesse erano necessariamente alti e, per farli diminuire, la Banca federale statunitense era costretta a comprare titoli del Tesoro aumentando l’offerta di moneta. Questo comportamento a sua volta rafforzava l’inflazione producendo come risultato la recessione dell’economia. L’introduzione dei cambi flessibili consente di estendere i comportamenti speculativi oltre i mercati tradizionali delle azioni o delle merci: nel 1972 il Chicago Mercantile Exchange (CME) dà vita al nuovo Intenational Monetary Market (IMM) che consente di trattare contratti futures sulle valute, che sfruttano la differenza tra tassi di interesse e tassi di cambio, proteggendosi dal rischio con un future. Si poteva fare altrettanto (o meglio) con i titoli del debito pubblico? Il "problema" è di nuovo rappresentato dalla volatilità, ma con un senso capovolto rispetto alla logica di uso corrente: i tassi di interesse sono in genere molto meno volatili delle azioni e fino a quando la politica monetaria delle banche centrali considerava la stabilità dei tassi un valore positivo non c’è stato business in questo settore. La svolta arriva con la nomina a governatore della Banca federale di Paul Volcker (voluta dal democratico Carter) che innova la gestione della politica monetaria lasciando i tassi di interesse liberi di fluttuare; il 6 ottobre 1979 resta nella memoria dei mercati finanziari Usa come il "saturday night massacre", al lunedì i prezzi dei titoli persero l’11% perché tutti vendevano impauriti e la discesa continuò al ritmo di due punti al giorno per tutta la settimana. Le banche di investimento nordamericane persero milioni di dollari; tutte tranne una, la Salomon Bank, i cui azionisti e manager avevano colto l’opportunità dell’apertura (avvenuta nell’estate del 1977) del mercato dei futures sui buoni del Tesoro. La Banca di Salomone aveva coperto i titoli con futures inaugurando la nuova epopea della finanza moderna; finita l’era della stabilità, cominciava quella della volatilità.Nello stesso tempo l’aumento del prezzo del petrolio e la fine della convertibilità dollaro – oro avevano fatto nascere un nuovo e promettente mercato: quello dei cosiddetti eurodollari, con sede a Londra. I ricchi sceicchi investivano colà i dollari ricavati dalla rendita del petrolio e, considerato l’andamento piuttosto piatto dei mercati azionari, preferirono puntare sul mercato delle obbligazioni. Poi, nel corso degli anni ’80, il ciclo cambiò ancora, con il corso delle azioni galvanizzato dalla nuova politica economica reaganiana; alla fine degli anni ’80 i mercati finanziari mondiali erano caratterizzati dalla progressiva riduzione dei rendimenti offerti dai titoli di Stato nei paesi industrializzati, accompagnata da una riduzione della volatilità e dall’aumento della correlazione tra i diversi mercati del debito pubblico, particolarmente nell’area valutaria europea interessata dal processo di integrazione monetaria. La speculazione doveva spostarsi altrove, e l’obiettivo scelto furono i mercati dei paesi "emergenti".
Le ondate anomale e il giro della morte del capitale fittizioUna sera di settembre del 1985, all’Hotel Plaza, i leader economici e politici mondiali raggiunsero un accordo per favorire una discesa pilotata del dollaro, la cui sopravvalutazione soprattutto nei confronti dello yen aveva consentito alle economie concorrenti di ricostituire una forza che avevano perso alla fine della seconda guerra mondiale. Ci è voluto forse più tempo del previsto, ma nel giro di dieci anni i rapporti di forza tornarono ad essere più favorevoli alle economie occidentali, prima che il ciclo si invertisse nuovamente sul finire degli anni ’90. Se si considerano gli investimenti di capitale come caratteristica della fase imperialista del capitalismo, il Giappone, che aveva superato il 10% nel totale dei flussi di Ide in uscita a metà degli anni ottanta, torna indietro al 7% nel 1993, più o meno la stessa percentuale del 1975; nello stesso periodo la quota degli Usa sul totale passa dal 23% di metà anni ottanta al 30% intorno alla metà degli anni novanta: indubbiamente un recupero, ma va ricordato che alla metà degli anni settanta le multinazionali americane contavano per più della metà (53%) del totale degli investimenti di capitale in uscita. Per quanto riguarda le destinazioni di questi investimenti, i paesi dell’Asia orientale attraevano a metà anni ottanta solo il 10% del totale dei flussi di capitale, che diventano il 25% a metà del decennio successivo.Un risultato non secondario della svolta del Plaza e interessante per il filo del nostro ragionamento fu che la svalutazione della moneta statunitense consentiva di chiudere la crisi del debito estero dei paesi in via di sviluppo per avviare la nuova fase dominata dallo sfruttamento diretto di questi mercati attraverso la promozione degli investimenti, che avevano però bisogno di una massiccia dose di liberalizzazione per consentirne l’invasione. In quell’occasione, le banche private di Usa, Giappone, Europa rinunciarono a chiedere il rimborso totale dei propri crediti, dando avvio a una diversa modalità di gestione dei rapporti imperialistici in cui il ruolo più importante nel movimento internazionale dei capitali si spostava dai prestiti gestiti dai consorzi di banche, prevalenti nel ventennio ’70-’80, agli Investimenti diretti all’estero effettuati dalle compagnie multinazionali e agli Investimenti di portafoglio gestiti dai cosiddetti investitori istituzionali. Beninteso, ciò non vuol dire che le banche si ritirassero dal business, piuttosto cambiava la modalità del proprio coinvolgimento, assieme agli strumenti operativi e finanziari con cui intervenire. Agli inizi degli anni ’90 lo scenario è pronto, in concomitanza col declino dei tassi di interesse Usa e del conseguente collegato calo del dollaro, per un promettente afflusso dei capitali verso i paesi "in via di sviluppo" le cui economie erano state nel frattempo ampiamente privatizzate anche grazie agli "aiuti" del Fondo monetario internazionale generosamente erogati in cambio della ristrutturazione dei loro debiti. Per dare un’idea dell’entità dei flussi di cui si discute, ricordiamo che all’inizio degli anni ’80, nella fase di avvio della prima crisi del debito estero, l’afflusso di capitali nei paesi in via di sviluppo non raggiungeva l’equivalente di 50.000mld di vecchie lire; dopo che la svolta del Plaza fu metabolizzata dai mercati, nel 1993, il flusso era arrivato a 300.000mld ma non appena, come successe durante il 1994, la politica monetaria Usa cambiò di segno, i capitali volarono via: tra la primavera e l’autunno dello stesso gli investimenti erano già calati a 200.000mld. Appare così chiaro che, nonostante si sia trattato e si tratti di movimenti di capitale ingenti in relazione alla storia passata di questi paesi, non si deve commettere l’errore di sopravvalutarne il peso, ma soprattutto occorre tenere ben presente il ruolo "di riserva" di tale impiego del capitale; i flussi finanziari prendono la via dei paesi emergenti solo se e quando le opportunità di profitto nei paesi dominanti appaiono incerte o in calo, pronte a spiccare il "volo verso la qualità" non appena la situazione lo consente. In particolare va sottolineato il ruolo centrale che ha giocato in questi movimenti la politica monetaria della Banca federale statunitense; il capitale si sposta verso la "periferia" dell’impero se e quando i tassi di interesse sulle obbligazioni del Tesoro Usa sono bassi, chiarendo bene il senso in cui va intesa l’espressione "capitale speculativo". Tra alti e bassi, le "ondate anomale" di investimenti nei paesi emergenti sono continuate e continuano tuttora, ed è molto difficile per i paesi "ospiti" cercare di controllarne i flussi. La "sovranità limitata" cui sono sottoposti i paesi dominati dall’imperialismo consiste proprio nella difficoltà di condurre una politica economica autonoma in grado di orientare la direzione dei flussi di capitale, sia in entrata che in uscita. Le "ondate anomale" si interrompono spesso bruscamente, con conseguenze fortemente negative sulle economie dei paesi coinvolti; alcuni autori hanno preso in esame tutte le più recenti ondate di investimento nei paesi emergenti per studiare le caratteristiche di eventi che hanno tutte le carte in regola per meritare la qualifica di eccezionali: su 87 episodi presi in considerazione (un aumento degli investimenti particolarmente superiore alla media storica di un dato paese) ben 40, ossia circa la metà, si sono conclusi in modo brusco, dando avvio a una crisi nel paese interessato.Dopo l’episodio del Messico, su cui torneremo in seguito, furono alcuni paesi dell’est Asia le prime vittime di una "ondata anomala" che al suo ritiro ha scatenato una crisi gravissima in paesi che, in virtù dello sviluppo raggiunto, evidentemente cominciavano a rappresentare una minaccia per le multinazionali legate ai paesi dominanti. Dopo anni di crescita sostenuta, ottenuta anche grazie al legame valutario stabilito con un dollaro che perdeva quota come deciso al Plaza, bastarono poche settimane per provocarne il collasso; secondo le stime riportate da Joseph Stiglitz nel giro di pochi mesi la percentuale di disoccupati quadruplicò in Corea, triplicò in Thailandia e decuplicò in Indonesia. Non solo. Per via dell’accresciuta interdipendenza tra i sistemi economici, il crollo dell’area del mondo più vitale in termini di tassi di crescita e di accumulazione contagiò rapidamente altri mercati "emergenti" scatenando una crisi globale i cui effetti hanno provocato grosse critiche all’operato delle istituzioni capitalistiche. Uno dei pochi paesi del gruppo delle "tigri asiatiche" a non subire conseguenze particolarmente gravi dall’ondata anomala – a parte la Cina – è stata la Malesia, i cui dirigenti politici rifiutarono saggiamente di seguire i "consigli" del Fondo monetario rafforzando anziché ridurre o eliminare i controlli sul movimento dei capitali e cominciando a pensare a un’alternativa al ricatto valutario esercitato nei confronti dei paesi dominati. La gravità della crisi est-Asiatica aveva mostrato infatti come, oltre al controllo sui movimenti dei capitale, nemmeno la strategia di tenere la propria valuta agganciata al dollaro può essere considerata una garanzia sufficiente in un mondo di cambi flessibili, anche perché la speculazione internazionale può trovare diversi canali per manifestarsi.Il mercato immobiliare e le cartolarizzazioni dei creditiMa,come abbiamo accennato sopra, non di soli investimenti all’estero vive il capitale, anzi. Proprio in virtù del carattere stratificato dell’imperialismo, il grosso dell’impiego del capitale avviene all’interno dei propri confini, e da sempre il mercato immobiliare è una valvola di sfogo importante per il capitale in eccesso, per alcuni addirittura il volano dell’economia reale. Fu nell’autunno del 1975, dunque in coincidenza con l’inizio dell’era della volatilità sui mercati dei cambi e dei tassi di interesse, che a Richard Sandor venne per primo l’idea di legare un contratto future ai mutui immobiliari. Erano le piccole Saving & Loans Banks che negli Usa finanziavano con il denaro depositato dai risparmiatori chi voleva comprare casa. Comportandosi in modo convenzionalmente conservativo, le S&L si rifiutavano di accendere mutui a quel tipo di famiglie – spesso composto da giovani coppie non ricche – che pure ne avrebbero maggiormente bisogno, dal momento che si tratta di soggetti economici che normalmente non sono in grado di fornire garanzie sufficienti. Il governo Usa aveva costituito una agenzia, la Government National Mortgage Association (GNMA) il cui scopo era comprare mutui dalle S&L, "impacchettarli" per poi rivenderli come obbligazioni; questi titoli, denominati mortgage-backed securities (Mbs), fruttando un interesse maggiore di quello pagato dai buoni del Tesoro, si rivelarono subito allettanti per gli investitori. Con i titoli in portafoglio, i costruttori di case americani potevano organizzare il finanziamento dei mutui prima ancora di iniziare a edificare; quando le case erano completate, potevano pubblicizzarne l’acquisto con mutuo incluso, il che costituiva una garanzia di vendita immediata. Ovviamente, un cambiamento nei tassi di interesse poteva generare perdite anche considerevoli per i proprietari di case, ma per le banche coinvolte nell’affare il rischio era già stato trasferito: cartolarizzato. Solo un anno dopo, nel 1976, furono sottoscritti i primi contratti futures sui titoli del debito pubblico e i big del mercato finanziario si spostarono rapidamente sul nuovo business, più redditizio e sicuro, ma nel frattempo le cartolarizzazioni erano diventate una pratica normale dell’intermediazione finanziaria che ha rivoluzionato il funzionamento delle banche. Durante gli anni ’60 e ’70 gli istituti di credito raccoglievano denaro sotto forma di depositi e conti correnti che poi impiegavano in mutui aziendali, ipotecari e prestiti. Oggi le banche concedono ancora mutui ed emettono carte di credito ma, una volta che hanno finanziato i prestiti, li convertono in titoli negoziabili, li cartolarizzano, trasferendo il rischio a soggetti diversi, che non sempre conoscono con precisione che tipo di titoli hanno in portafoglio. Nel 1980 la quota di debito del settore privato posseduta direttamente dalle banche era pari al 45%, mentre quella cartolarizzata rappresentava il 27% del totale; nel 2007 le banche tengono il 30% dei debiti e ne cartolarizzano il 55%.Le innovazioni finanziarie che stiamo considerando hanno modificato profondamente la catena finanziaria della crisi con effetti perversi sui meccanismi di trasmissione, dal momento che, una volta operata la cartolarizzazione, gli ex crediti trasformati in titoli diventano obbligazioni junior, ossia subordinate, appartenendo a una classe con priorità inferiore nei confronti dei debiti qualora si verificasse un fallimento.Un fallimento presenta tipicamente circostanze che richiedono una valutazione speciale per quanto riguarda i creditori, i debitori e i tribunali. Assegnare dei valori, prevedere le azioni della corte, determinare lo status dei detentori di azioni o di obbligazioni sono solo alcuni dei problemi implicati da una procedura di fallimento. Un investitore deve cercare di prevedere che cosa farà la società quando la ristrutturazione sarà completata, quanto varrà la nuova società, e soprattutto come il valore residuo dell’azienda fallita verrà suddiviso tra le varie categorie di creditori. In generale, più una obbligazione è junior, maggiore sarà l’incertezza sul suo valore finale; tale livello di incertezza può teoricamente tradursi anche in un apprezzamento, tuttavia – come riferisce il sito ufficiale del New York Asset Exchange – it is also not uncommon to see junior bonds receive only a few cents on the dollar for their claims.In diversi e importanti lavori, Hyman Minsky ha costruito un modello utile a comprendere le conseguenze, se non le cause, della fragilità finanziaria per le imprese che sono costrette a ricorrere al debito come fonte di finanziamento. Distinguendo tra posizioni coperte, speculative e ultra-speculative, gli economisti che si rifanno al pensiero di quest’autore osservano che quando una impresa indebitata vede fallire un proprio progetto di investimento, i suoi creditori sono in qualche senso "costretti" a rinnovare il credito proprio per offrire a se stessi, oltre che all’azienda, qualche chance in più. Dal canto loro, per (sperare di) ottenere un profitto sufficiente non solo a recuperare i costi con un sovrappiù ma a rimborsare i debiti vecchi e nuovi, le imprese finanziariamente fragili sono a loro volta spinte a intraprendere progetti di investimento (reale o finanziario) che per essere più remunerativi sono necessariamente anche più rischiosi, con la ovvia conseguenza di moltiplicare il rischio di insuccesso in una spirale che può condurre al fallimento. L’insolvenza di un singolo può "contagiare" altri soggetti economici, tanto più numerosi quanto maggiore è l’intensità dei legami che l’impresa intrattiene col mercato. In altre parole, maggiore l’interdipendenza, maggiore il rischio di contagio, ed è proprio questa la situazione che vogliamo esaminare se, passando dal "micro" al "macro", affrontiamo il problema del fallimento non di un singolo attore economico per quanto importante, ma di un intero settore come quello finanziario e addirittura di entità sovrane come alcuni Stati nazionali considerando la crisi non già un evento eccezionale, ma la modalità normale di funzionamento del ciclo capitalistico di accumulazione.La regolamentazione del settore bancario non solo negli Usa ma pure in Europa avvenne dopo quello che tradizionalmente si continua a considerare il più grande fallimento della storia del capitalismo, il crollo del 1929, che coinvolse pesantemente il settore bancario. In alcuni paesi come l’Italia il Tesoro è stato a lungo addirittura proprietario delle banche, ma più in generale sia in Europa che negli Usa nel periodo pre-privatizzazioni spesso indicato a esempio negativo di una eccessiva invadenza del settore pubblico nell’economia, non si sono verificati significativi esempi di crisi del mondo bancario, tranne alcune limitate eccezioni. Viceversa, da quando è stata avviata a livello internazionale la liberalizzazione del settore finanziario, non solo nei paesi "emergenti", ma anche in quelli avanzati, la frequenza e l’intensità delle crisi è aumentata fino a raggiungere i valori tipici del periodo pre-regolamentazione. Eppure, tale evidenza storica difficilmente contestabile sembra non scalfire le certezze degli apologeti del libero mercato; piuttosto che riflettere criticamente sulle contraddizioni in cui si dibatte il liberismo, le istituzioni finanziarie internazionali continuano a reclamare il diritto di possedere privatamente le banche, salvo invocare l’intervento pubblico ogni volta che la crisi si manifesta minacciando i propri interessi. E’ successo con le S&Ls durante gli anni ’80, poi con le gravi crisi finanziarie della seconda metà degli anni ’90, sta accadendo di nuovo in questo periodo, con il salvataggio delle banche coinvolte nella crisi legata alla cartolarizzazione dei mutui sub-prime. Appare invece evidente che un comportamento coerente con l’impostazione liberista dovrebbe accettare e non solo teorizzare la possibilità del fallimento come una virtù del libero mercato. Se una banca o un fondo di investimenti fallisce, vuol dire che il mercato ha giudicato sbagliati o scorretti i comportamenti di quelle imprese, e se si decide di salvarli, ciò equivale a riconoscere ad alcune istituzioni del capitalismo uno status particolare che altri soggetti dotati di minora forza contrattuale non hanno. Tale status dipende chiaramente dal ruolo che il nodo finanziario gioca nella rete delle filiere transnazionali di produzione. Per via del meccanismo di trasmissione degli impulsi finanziari al settore reale dell’economia, una perdita del settore finanziario si trasmette amplificata al settore produttivo ed il moltiplicatore corrisponde esattamente al rapporto di leva delle istituzioni finanziarie. Seguendo i principi della teoria ortodossa della finanza, quando una banca osserva un attivo alto del proprio bilancio, deduce che il proprio rapporto di leva sia troppo basso e deve essere aumentato; se – ad esempio – aumenta il prezzo delle obbligazioni detenute dalla banca, cresce anche la domanda di queste obbligazioni che la banca sostiene aumentando la propria leva. Greenwald et al. (2008) trovano in questo comportamento un interessante analogia con la "capacità in eccesso" con cui operano normalmente le imprese manifatturiere; nel caso della produzione industriale, la tipica forma " a catino" della curva dei costi medi sta ad indicare che le imprese, per fronteggiare una domanda stocastica, devono operare con impianti che non lavorano quasi mai al massimo delle proprie capacità. Dal versante delle passività, questo comportamento implica un aumento dei debiti a breve, da quello delle attività la ricerca continua di impieghi e di nuovi potenziali debitori. Quando la crisi scoppia, come avviene nell’estate del 2007, le istituzioni finanziarie con un elevato rapporto di leva non hanno molte alternative: o contrarre le proprie attività rimettendo ordine nei propri bilanci, o riuscire a raccogliere nuovo capitale per raggiungere un nuovo equilibrio manovrando sul versante delle passività. In attesa del raggiungimento del nuovo equilibrio, il settore finanziario si vedrà costretto a ridurre di una quota anche significativa la leva del credito e questo comportamento avrà a sua volta ripercussioni amplificate sul settore reale dell’economia colpendo particolarmente gli agenti economici per cui il vincolo di bilancio morde. Per sistemi economici in cui la spesa dei consumatori dipende in modo considerevole dall’indebitamento, una contrazione del credito può ridurre di molto la crescita del reddito con effetti a catena sugli altri soggetti del mercato mondiale. E’ per evitare questo genere di conseguenze che, quando scoppia la crisi, si torna a invocare l’intervento pubblico.Dal punto di vista teorico richiedere l’intervento pubblico per salvare una istituzione finanziaria fallita segnala che la teoria liberista non funziona in modo coerente e questa considerazione assume un peso particolare a seconda del giudizio che si dà sulla probabilità che si verifichi un evento negativo, cioè a seconda che si consideri o meno la crisi un evento eccezionale, per frequenza, diffusione, intensità.
Continua.
ARDITI NON GENDARMI




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