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    Post L'Italia e il confine orientale.

    Dopo un oblio durato decenni, non c’è dubbio che nel dibattito politico e culturale italiano sia aumentata notevolmente l’attenzione dedicata alla storia del confine orientale. Dal 1989 in poi, mutato profondamente lo scenario internazionale con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, anche il nostro Paese si avviava in una fase di assestamento che, di lì a breve, avrebbe rivoluzionato il suo assetto politico e incoraggiato una revisione della sua identità di nazione.

    Insieme con la “prima” Repubblica, entrava allora in crisi la narrazione egemonica e “ufficiale” della storia nazionale sulla quale essa si era sorretta e legittimata, quella antifascista che vedeva nella Resistenza il mito fondativo e rigenerante della “nuova” Italia uscita dal fascismo e dalla catastrofe della guerra.
    Questa narrazione in parte rispondeva a una necessità politica. Alla sua nascita, essa era funzionale alle forze uscite vittoriose dalla guerra civile del 1943-45 per dar fondamento alla loro pretesa di essere espressione maggioritaria della società italiana, per rinforzare cioè la legittimità del loro potere. Assai cara alle loro culture politiche, e soprattutto a quella della componente comunista, era la rappresentazione di una Resistenza unitaria e integralmente “buona”, attraverso la quale un popolo intero era riuscito alla fine a “liberarsi”, a espiare vent’anni di regime fascista, a guadagnare la sua riabilitazione politica e morale. I partiti antifascisti, che avevano fatto parte del Comitato di liberazione nazionale, si consideravano e dipingevano come l’emanazione politica di questo movimento popolare che aveva portato alla riscossa. La cobelligeranza con gli ex nemici angloamericani, così si diceva, aveva fornito all’Italia il biglietto di ritorno verso l’agognato recupero della dignità nel consesso delle nazioni libere.

    Purtroppo però la storia resta imperturbata, non viene cambiata dalle infinite narrazioni che possono essere formulate intorno a essa con le più diverse intenzioni. Tante sono le storie che si possono raccontare, verrebbe da dire con un po’ di ironia, ma una sola è la storia. E che il quadro restituito dal “canone” antifascista dovesse essere corretto in più punti, la storiografia l’ha riconosciuto solo con fatica e con molto ritardo, e per giunta è un riconoscimento ancora minoritario e nient’affatto serenamente accettato. Troppi non riescono o non vogliono capire, infatti, che storicizzare la Resistenza – la quale resta nel complesso un momento onorevole di storia italiana, fra i non molti – non equivale per nulla ad attaccarla, ma serve soltanto a comprenderla meglio, ad accoglierla nella storia nazionale per ciò che effettivamente è stata.

    Com’è normale, oltre a produrre una serie piuttosto nutrita di interpretazioni distorte e a senso unico, ciecamente demonizzanti per un versante, gratuitamente apologetiche per l’altro, il quadro tradizionale tracciato da molta storiografia lasciava in ombra o addirittura espungeva tutti gli elementi in contraddizione con la propria coerenza interna.

    Si evitava così di approfondire un insieme di episodi che possiamo suddividere in due gruppi. Da un parte, c’erano quelli che minavano l’immagine della Resistenza come movimento intrinsecamente concorde e tutto edificante: per esempio l’eccidio di Porzûs, o le foibe, o le violenze su fascisti e presunti “nemici del popolo” nel Centro-Nord dopo il 25 aprile 1945. Tutti avvenimenti che chiamano in causa l’atteggiamento tenuto dal comunismo italiano (e non solo italiano), i suoi obiettivi di allora e i mezzi da esso impiegati per raggiungerli.

    Dall’altra, non venivano considerate a dovere quelle pagine di storia che contribuivano a rammentare la realtà della sconfitta epocale subita dall’Italia nella Seconda guerra mondiale, manifestatasi in forme drammatiche nella catastrofe nazionale dell’8 settembre 1943. E qui, a mo’ di esempio si possono citare la significativa amputazione del territorio nazionale a oriente e il conseguente esodo di 250-300mila connazionali dall’Istria, da Fiume, da Zara e da altri centri minori.

    Si trattava, in entrambi i casi, di fatti che sminuivano indirettamente la valenza simbolica della Resistenza come momento di cesura, riscatto collettivo e “secondo Risorgimento”, occasione per il Paese di una nuova verginità politica e morale. Una lettura, questa, che stava comoda tanto alla nuova classe politica forgiata da quell’esperienza, per le ragioni più sopra evocate, quanto alla cattiva coscienza di un Paese desideroso in massa di farla franca, di voltare le spalle a un passato che l’aveva visto in grande maggioranza appoggiare una dittatura anche nelle sue decisioni più estreme.

    Tutto ciò ovviamente ha ostacolato una riflessione rigorosa sulle cause e sull’ampiezza delle responsabilità sollevate dalla catastrofe finale, nonché sulle sue conseguenze. Si è cercato di circoscrivere le colpe dentro il “cerchio maledetto” del fascismo, fingendo di dimenticare che storia d’Italia e storia del fascismo per vent’anni erano coincise.

    Come si è visto, proprio dal confine orientale provenivano un buon numero di avvenimenti sempre a rischio di svegliare nel Paese brutti ricordi. Questa, anche se non la sola, è una delle ragioni determinanti del perché tali eventi hanno atteso tanto a lungo per essere studiati dalla storiografia e conosciuti da una vasta porzione di opinione pubblica. Aiuta a capirlo il libro della storica triestina Marina Cattaruzza. Percorso da una capacità di analisi fuori del comune, ricco di proposte di revisione su alcuni consolidati giudizi storiografici (sul comportamento italiano alla Conferenza di Parigi dopo la Grande Guerra, sul “fascismo di confine” e sul Trattato di Osimo le più pungenti) il lavoro di Cattaruzza costituisce uno sguardo di lungo periodo sulla storia del confine orientale italiano, sempre nell’ottica delle sue relazioni con il resto della nazione e dei reciproci condizionamenti che si sono dati tra “centro” e periferia.

    Un altro elemento che avrebbe giocato a favore della rimozione del confine orientale dall’orizzonte della memoria e della coscienza nazionali, l’autrice lo individua nella peculiarità, propria a quel confine, di esemplificare con efficacia la debolezza strutturale dello Stato italiano: ovvero l’incapacità dello Stato di “saturare” con la propria sovranità il territorio sotto sua giurisdizione. L’Italia, in altri termini, avrebbe in buona parte fallito il processo della sua nazionalizzazione (ma quanto ha pesato il non averlo coniugato per lungo tempo alla democrazia?). Un vuoto che si sarebbe reso drammaticamente più visibile in una regione dalla conformazione storica, culturale, etnica tutta particolare come la Venezia Giulia.

    Ne esce l’immagine di un confine orientale come lente di ingrandimento di alcuni difetti “genetici” presenti nella struttura civile e istituzionale del Paese. Per tutto il dopoguerra, in quella lente l’Italia ha preferito non guardare attraverso. Vi avrebbe visti dilatati gli aspetti meno consolanti della sua storia.

    Fonte: www.lankelot.eu

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    Post L'eccidio di Porzus.

    La guerra partigiana nelle estreme regioni nord-orientali d’Italia presenta tratti peculiari, che la distinguono profondamente, sia sotto il profilo politico che sotto quello sociale, da ciò che accadde nella altre regioni italiane. Se per queste ultime si è finito per ammettere, non senza fatica e lunghe discussioni, che gli eventi del 1943-45 costituirono una vera e propria guerra civile, nel Friuli orientale e soprattutto nella Venezia Giulia il quadro si complica enormemente, per la natura etnicamente mista di quei territori e per l’intrecciarsi e il sovrapporsi dei motivi nazionalistici a quelli politici e sociali.

    Le formazioni partigiane italiane più attive, inquadrate erano le brigate della divisione Garibaldi, egemonizzate dai comuniste (i “fazzoletti rossi”), in genere molto politicizzate e soggette, al loro interno, a una rigida disciplina di partito basata sulla teoria e sulla prassi del “centralismo democratico”. In pratica, per quello che riguardava le decisioni di natura politica, tutta la catena di comando era soggetta alle direttive provenienti dal vertice del P. C. I. e ai militanti veniva richiesto di sottomettervisi, evitando che eventuali discussioni spaccassero l’unità del partito medesimo. I rapporti con le formazioni partigiane slovene e croate titine erano di stretta collaborazione, tanto che, a un certo punto (al principio del 1945) il IX Corpus sloveno chiese e ottenne dapprima di porre la formazioni garibaldine sotto la propria direzione strategica, indi di integrarle addirittura nell’Armata di Liberazione jugoslava.

    La situazione era complicata dal fatto che numerose formazioni armate slave combattevano a fianco dei tedeschi (ustascia, domobranzi, belogardisti e cetnici) e che anche fra le diverse etnie della Iugoslavia esistevano fortissime tensioni e contrapposizioni, che a suo tempo erano state sfruttate anche dal governo fascista e che lo furono, fino all’ultimo - ossia fino ai primi di maggio del 1945 – dal Gauleiter del Reich, Friedrich Rainer, per l’Adriatische Küstenland, un territorio sottoposto dal settembre 1943 ad occupazione militare germanica (province di Gorizia, Triste, Pola e Fiume, più la stessa provincia di Udine).

    Le formazioni della divisione Osoppo, di ispirazione cattolica, azionista o apartitica (i “fazzoletti verdi”) erano le più attive dopo quelle comuniste; ma, nei territori del Friuli orientale e della Venezia Giulia, erano molto mal viste dai partigiani slavi comunisti che erano, al tempo stesso, degli ardenti nazionalisti. Questi ultimi non nascondevano le loro mire annessionistiche non solo su Zara, su tutta l’Istria con le isole del Quarnaro e sull’intera vallata dell’Isonzo, ma anche su Gorizia, Monfalcone e Trieste e, possibilmente, fino alla linea del Tagliamento. Davanti a queste assurde rivendicazioni, che i partigiani slavi consideravano come cosa di per sé evidente e sbocco naturale della lotta contro il nazi-fascismo, i partigiani osovani erano i soli a difendere l’italianità di quelle terre e, pertanto, erano considerati dai titini dei potenziali avversari coi quali, in vista della fine della guerra, si sarebbero dovuti regolare i conti.

    Oggi noi sappiamo come ciò avvenne, e cioè mediante gli arresti arbitrari, le deportazioni, le esecuzioni sommarie e gli infoibamenti di migliaia di persone, compresi dirigenti partigiani, e perfino comunisti, che venero prelevati in Istria, a Gorizia e Trieste (entrambe queste città furtono occupate, sia pure temporaneamente, al cosiddetto Esercito di Liberazione jugoslavo) e “liquidati” in quanto costituivano un ostacolo ai progetti annessionistici del maresciallo Tito, forte della protezione di Stalin e della volontà punitiva del generale De Grulle nei confronti dell’Italia. Alla presa di posizione filo-jugoslava di queste due potenze, infatti - Unione Sovietica e Francia - si deve l’iniqua delimitazione del confine orientale italiano stabilita dal trattato di pace, che lasciava fuori della madrepatria città italianissime, quali Capodistria, Pola, Fiume e Zara.

    Un episodio particolarmente significativo del grado di tensione esistente, durante la guerra civile del 1943-45, fra le stesse formazioni partigiane italiane del Friuli orientale, che nell’agosto del 1944 avevano creato la più vasta delle “repubbliche” partigiane di tutta l’Italia, la “zona Est”, con centro ad Attimis, Nimis e Faedis e una popolazione complessiva di circa 20.000 abitanti, è quello, ormai ben noto, dell’eccidio di Porzûs.

    In quella malga delle Prealpi Giulie, infatti, il 7 febbraio del 1945 una formazione di un centinaio di partigiani garibaldini guidata da Mario Toffanin (Giacca) e Vittorio Juri (Marco) - più tardi condannati all’ergastolo, insieme ad Alfio Tambosso (Ultra), dalla Corte d’Assise di Lucca, il 6 aprile 1952 -, trucidò a tradimento una ventina di partigiani osovani comandati da Francesco De Gregori (Bolla; lo zio del cantautore romano Francesco De Gregori), fra i quali c’era anche il fratello maggiore del poeta Per Paolo Pasolini, Guido (Ermes), nonché il commissario politico locale del Partito d'Azione, Gastone Valente (Enea), che si trovava lì senza appartenere al comando osovano. Nel corso del processo non emersero responsabilità dirette dei comandi del IX Korpus sloveno, tuttavia l’eccidio non si spiega se non nel quadro di diffidenze e rancori che si erano creati fra i vertici osovani e quelli garibaldini, proprio sulla questione della futura annessione di quelle terre alla Jugoslavia; annessione che vedeva sostanzialmente favorevoli, sia pure con diverse sfumature, i primi, e nettamente contrari i secondi.

    Si può quindi affermare che il comandante “Bolla” vene eliminato perché settori del locale Partito Comunista Italiano vedevano in lui un grave ostacolo nei confronti della politica di stretta collaborazione fra Togliatti e Tito. Va aggiunto che ai comandi garibaldini erano pervenute voci insistenti circa supposti contatti fra i dirigenti osovani e i nazi-fascisti, in particolare con la X Mas del principe Junio Valerio Borghese. In effetti, oggi sembra assodato che tali contatti vi furono, per il tramite dell'arcivescovo di Udine, monsignor Nogara; ma all'invito dei fascisti, di instaurare una collaborazione militare onde fare fronte comune contro i progetti annessionistici jugoslavi, la risposta dei dirigenti della Osoppo era stata negativa. Né questi contatti devono destare particolare scandalo, dal momento che, con l'avvicinarsi della fine della guerra, sempre più appariva evidente che la prossima partita si sarebbe giocata pro o contro la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia; senza contare che analoghi approcci erano stati avviati, da parte di alcuni esponenti di spicco della Germania ormai sconfitta e agonizzante, nei confronti degli anglo-americani, in funzione antisovietica.

    Insomma, se, a livello politico generale, al principio del 1945 sempre più emergevano le contraddizioni insite, fin dall'inizio, nella temporanea e innaturale alleanza fra le democrazie occidentali e l'Unione Sovietica, sul teatro di guerra italiano i partigiani che operavano presso il confine orientale erano chiamati a fare una scelta di campo fra l'ideologia comunista, che, in nome dell'internazionalismo proletario, sacrificava gli interessi nazionali, e il sentimento patriottico che, al contrario, anteponeva la difesa dell'italianità di quelle terre ad ogni altra considerazione.

    Tutto questo può sembrare, oggi, relativamente semplice e chiaro, almeno dal punto di vista teorico; ma, allora, le cose erano enormemente complicate da un viluppo intricatissimo di motivazioni politiche, sociali, nazionali e da pure necessità logistiche e strategiche, per cui bisogna comprendere il dramma umano di quanti si trovarono nella bufera di quel tormentatissimo momento storico. Si aggiunga che la politica del regime fascista nei confronti dei circa 500.000 slavi della Venezia Giulia era stata inutilmente vessatoria e aveva scavato - o, per meglio dure, ulteriormente allargato - un fossato di profonda diffidenza reciproca, alimentando ed esasperando i nazionalismi sloveno e croato che, adesso, apparivano più che mai desiderosi di rivincita.

    Inoltre, la politica fascista mirante alla graduale identificazione tra partito e nazione produceva ora, negli ultimi mesi della guerra, una autentica nemesi storica, consistente nel fatto che i partigiani slavi di qualunque tendenza, ma specialmente quelli comunisti, vedevano in ogni italiano un fascista e non erano propensi a fare distinzioni fra le due cose. In ciò, forse, vi era anche un calcolo ben preciso, in quanto le rappresaglie contro i fascisti potevano adesso giustificare un vero e proprio disegno di "pulizia etnica" mirante a eliminare la presenza italiane da quelle regioni.

    Ed è così che, nelle due ondate di infoibamenti che straziarono la Venezia Giulia - la prima, più breve, subito dopo l'8 settembre del 1943; e la seconda, molto più sistematica e massiccia, a partire dall'aprile del 1945 - il pretesto di applicare una sommaria "giustizia popolare" contro gli ex oppressori fascisti fornì un comodo alibi per liquidare tutti quegli italiani che, per motivi sociali (piccoli proprietari terrieri, commercianti, impiegati statali) o politici (in quanto noti sostenitori dell'italianità di quelle terre) avrebbero potuto costituire un fastidioso impedimento alle mire di annessione perseguite da Tito. E a tutto questo si aggiunsero le violenze gratuite, di carattere privato, che non risparmiarono anziani, donne e ragazzi e che sono una caratteristica espressione della mentalità esagitata di tali congiunture storiche.

    Con tutto ciò, colui che si accinge a ricostruire quelle drammatiche vicende non deve né generalizzare singole situazioni, né strumentalizzare le vittime dell'odio etnico al fine di perseguire una tesi ideologica precostituita. Così, ad esempio, non è storicamente accettabile il disegno di criminalizzare in toto le formazioni garibaldine, presentandole come miranti a perseguire un machiavellico disegno di conquista del potere in Italia, e di cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia; ma, semmai, bisognerà sempre distinguere fra la fede politica del semplice militante comunista e del semplice partigiano garibaldino, e le responsabilità dei livelli superiori del partito, in particolar modo di Togliatti.

    In generale, si può affermare che i militanti del P. C. I. erano animati, oltre che da un alto spirito combattivo, da una decisa volontà di cambiamento politico-sociale; e che, mano a mano che videro deluse, nell'immediato dopoguerra, le loro speranze di una radicale trasformazione della società italiana, sempre più si volsero a guardare con invidia e nostalgia a quanto accadeva nella vicina Jugoslavia, ossia l'instaurazione di un regime "dei lavoratori". Solo così si spiega il fatto che alcune migliaia di comunisti italiani, fra i quali numerosi operai dei cantieri navali di Monfalcone, varcarono il confine, dopo il 1945, in senso inverso a quello dei profughi giuliani, decisi a partecipare alla "costruzione del socialismo" nella nuova Repubblica Federativa jugoslava Il fatto che, nel giro di alcuni anni, molti di loro rimasero delusi e disgustati dallo sciovinismo sloveno e croato e da come le parole d'ordine internazionaliste fossero adoperate dalla Lega dei Comunisti jugoslavi in senso puramente strumentale, depone a favore della loro buona fede e del loro candore ideologico. Altrettanto, però, non può dirsi per i quadri dirigenti del partito e specialmente per Togliatti, che aveva, al contrario, una conoscenza molto precisa della situazione e per il quale non si può certamente parlare di buona fede tradita.

    Tornando alla cornice storica in cui maturò l'eccidio di Porûzs, notiamo, di sfuggita, che le formazioni osovane si erano costituite, nell'autunno del 1943, proprio per marcare una differenza nei confronti di quelle garibaldine le quali, in una riunione avvenuta nel mese di novembre, avevano rifiutato di porsi alle dirette dipendenze del Corpo Volontari della Libertà. Pertanto si comprende come l'eccidio di Porzus sia un dramma che parte da lontano e che ha complesse origini che risalgono addietro nel tempo; senza che con ciò, ovviamente, si intenda minimizzare in alcun modo le responsabilità di quanti idearono ed eseguirono la spietata fucilazione dei partigiani di Bolla-De Gregori.

    Va inoltre ricordato che la pena all'ergastolo nei confronti di Giacca-Toffanin, principale responsabile dell'eccidio, venne poi commutata a trent'anni di carcere e che da ultimo, durante la presidenza Pertini, egli ricevette la grazia del capo dello Stato. Ma, in realtò, non fece nemmeno un giorno di prigione, perché si era messo al sicuro in territorio jugoslavo e la sua condanna era stata pronunciata in contumacia. Non rientrò in Italia neppure dopo la concessione della grazia, perché sul suo capo pesavano le sentenze relative ad altri reati; e si spense in Slovenia, nel 1999, senza aver più rimesso piede nel nostro Paese. Il tribunale, comunque, non accolse la tesi, sostenuta allora dal P. C. I., di una azione interamente concepita da Toffanin e attuata di sua completa iniziativa, tanto è vero che il segretario del Partito Comunista di Udine, Ostelio Modesti, venne condannato a trent'anni di carcere (di cui nove effettivamente scontati). A favore degli imputati, del resto, aveva giocato il fatto che il tribunale, sulla base delle risultanze in suo possesso, non ritenne di imputar loro l'aggravante di aver agito per fini antinazionali (leggi: per favorire la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia).

    Da parte sua, le accuse che Toffanin aveva rivolto a De Gregori e agli altri partigiani osovani passati per le armi, erano state, in sostanza, tre: 1) aver intrattenuto rapporti col nemico, ossia con i tedeschi e con i fascisti della X Mas; 2) aver trattenuto arbitrariamente la quota di materiale bellico, paracadutato dagli angolo-americani, destinata alle formazioni garibaldine; 3) aver dato asilo e rifugio a una donna, nota spia dei tedeschi, tale Elsa Turchetti.

    Del primo capo d'accusa abbiamo già detto. Il secondo si inscrive in una lunga serie di polemiche relative ai "lanci" di materiale da parte degli anglo-americani, polemiche che ebbero luogo anche in altre parti d'Italia e che nascevano dalla convinzione delle formazioni comuniste di essere discriminate nella distribuzione di viveri, armi e materiali, per ragioni di diffidenza o di animosità politica. Quanto al terzo, va osservato che la Turchetti si trovava presso il comando di Bolla, al quale si era presentata spontaneamente proprio per chiarire la sua posizione; e che, dopo averla esaminata il 1° febbraio, gli uomini della Osoppo avevano creduto alla sua innocenza.. Pertanto si trovava lì non come una prigioniera, ma come un'ospite volontaria; e si sentiva tanto sicura della propria innocenza che, certo, non si sarebbe recata fin lassù, se avesse avuto qualcosa da nascondere. È vero che Radio Londra l'aveva indicata come spia dei tedeschi, ma allora poteva accadere benissimo che persone, costrette ad avere rapporti con l'occupante per ragioni di pura sopravvivenza, venissero erroneamente identificate come spie. Anche in questo caso, pertanto, come in quello della supposta intelligenza di Bolla col nemico nazifascista, ci troviamo nel campo delle congetture gratuite, originate da un preconcetto ideologico, proprio di una mentalità estremista e propensa a ricorrere con notevole disinvoltura a metodi di giustizia sommaria.



    Crediamo di fare cosa utile per il lettore mettendo a confronto, qui di seguito, la versione dei fatti di Porzûs fornita da due dirigenti di primo piano della Osoppo e della Garibaldi, rispettivamente Primo Cresta e Giovanni Padoan (Vanni).

    Nel suo libro di memorie Un partigiano dell'Osoppo al confine orientale (Udine, Del Bianco Editore, 1969, pp. 123-125), Cresta - che era stato al quartier generale di "Bolla" solo pochi giorni prima dell'eccidio - così scrive:



    "Quando quei poveri corpi massacrati, legati a delle scale di legno e portati a spalla dai giovani paesani, passarono per Porzûs, vidi molte lacrime negli occhi di quella semplice gente di montagna

    che nutriva grande affetto per 'Bolla' ed anche per la causa degli osovani. Provvisoriamente, i tre morti [cioè Bolla, Enea e la Turchetti] furono tumulati nel cimitero di Racchiuso.

    "Poiché pareva sicuro che i responsabili fossero dei reparti fascisti travestiti, tutto il nostro servizio informazioni fu messo in allarme nel tentativo di saperne qualcosa. Nemmeno il clero, che normalmente aveva le maggiori possibilità di conoscere i fatti, poteva dirci dove fossero andati a finire gli altri uomini che erano con 'Bolla'. A Udine, né i comandi tedeschi né i comandi fascisti sapevano qualcosa. Passarono diversi giorni; poi, sempre più insistente, si diffuse la incredibile voce sulla responsabilità di elementi garibaldini.

    "Circa lo svolgersi degli avvenimenti in quella tragica giornata alle baite, credo si possa dare tranquillamente credito alla descrizione che ne fa 'Vanni' nel suo libro e che trova conferma nella sentenza di Lucca. È una descrizione che pur fra attenuazioni e giustificazioni suona condanna verso i responsabili del fatto.

    "Dice il 'Vanni' che passato l'abitato di Porzûs la colonna garibaldina arrivò presto in vista della zona i cui risiedeva il comando di 'Bolla'. I garibaldini - e mi fa male dover usare questo nome, non solo per il rispetto che nutro per Garibaldi ma anche per quello che porto verso i partigiani che lottarono in suo nome - mandarono avanti 'Dinamite' (Fortunato Pagnutti) il quale, essendo conosciuto dagli osovani doveva far la parte di Giuda. Arrivati che furono al posto di guardia dell'Osoppo, essi dichiararono di essere in parte dei partigiani sbandati da un rastrellamento ed in parte dei deportati fuggiti, in seguito ad un attacco aereo alleato, da un treno che li portava in Germania. Purtroppo le sentinelle osovane non avevano motivo di dubitarne tanto più che fu loro assicurato che fra gli sbandati c'erano molti già appartenenti a reparti osovani della Carnia. Un uomo fu mandato ad avvisare 'Bolla', ed egli mandò 'Enea' a controllare. 'Enea' cominciò subito con il separare i garibaldini dai finti osovani in quanto intendeva mandare i primi presso un reparto garibaldino che si trovava poco distante, a Canebola, e di cui i comunisti non si servirono affatto per accertare la lealtà degli osovani come sarebbe stato logico e facile: forse perché non di accertamenti si aveva bisogno, ma dell'esecuzione di una iniqua sentenza di morte già decretata, per la quale occorrevano dei giustizieri non conosciuti e che a loro volta non conoscessero la vera natura delle vittime.

    "Quando la separazione fra 'garibaldini' e finti osovani ebbe termine, saltò fuori 'Giacca', che nel frattempo si era tenuto in disparte, temendo che 'Enea' vedendolo e conoscendolo da lunga data per quel che valeva, si allarmasse e che il piano criminale così naufragasse. 'Giacca' fece arrestare dai suoi uomini tutti gli osovani, compreso 'Enea' e li rinchiuse. 'Bolla' intanto, che si trovava presso l'altra baita, ad una certa distanza, venne mandato a chiamare. Quando egli giunse, lontano da qualsiasi sospetto, venne a sua volta arrestato, mentre Aldo Bricco 'Centina' che era con lui, da piemontese par suo, tutto nervi ed intelligenza, con uno scatto repentino, riusciva a svincolarsi ed a fuggire gettandosi giù per la montagna innevata nonostante le molte ferite riportate per i colpi sparatigli. Si trascinò fino al lontano paese di Robedischis dove fu curato dal medico sloveno di quel battaglione. Lo rividi dopo diverso giorni a Porzûs con un braccio fasciato quando noi lo davamo ormai per disperso.

    "In seguito 'Giacca' fece arrestare anche gli osovani che si trovavano nell'altra baita e, mentre un gruppo al comando di Vittorio Juri 'Marco' si preoccupava di asportare tutto il materiale ivi giacente, egli si dava al massacro delle tre vittime, prima colpendole con il calcio del mitra, eppoi, quando caddero rantolando, infierendo sui corpi con i tacchi degli scarponi.

    "Agli altri invece era stato ingiunto di togliersi le scarpe per evitare che fuggissero e in quelle condizioni, contrariamente a quanto dice 'Vanni', essi furono portati fino al bosco Romagno e colà uccisi due giorni dopo, al fine di sopprimere pericolosi testimoni. È dubbio che per la loro fine, freddamente decisa e calcolata, quando i i prigionieri erano stati già smistati nei vari battaglioni, si possa chiamare in causa solo la furia sanguinaria e settaria di 'Giacca', un sicario di mestiere.

    "Gli osovani caduti per mano fratricida a Porzûs nel febbraio 1945, furono:

    "Francesco De Gregori (Bolla), Gastone Valente (Enea), Giovanni Comin (Gruaro), Guido Pasolini (Ermes), Antonio Previtti (Guidone), Antonio Cammarata (Toni), Pasquale Mazzeo (Cariddi), Franco Celledoni (Atteone), Angelo Augello (Massimo), Salvatore Saba (Cagliari), Giuseppe Urso (Aragona), Enzo d'Orlando (Roberto), Primo targato (Rapido), Gualtiero Michelon (Porthos), Erasmo Speraccino (Flavio), Giuseppe Sfregola (Barletta). Fra i caduti va menzionata anche Elsa Turchetti."



    Ed ecco la versione di Giovanni Padoan (Vanni), un comandante garibaldino onesto e serio, tratta dal suo libro Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale (Udine, Del Bianco Editore, 1965, pp. 324-326).

    Padoan era commissario politico della Divisione Garibaldi-Natsione e, come tale, persona bene informata del clima esistente fra osovani e garibaldini; anche se, all'epoca dell'eccidio, si trovava con le sue formazioni ben addentro nel territorio jugoslavo, in ottemperanza alle disposizioni impartite dal IX Korpus sloveno, nel quale esse erano state inquadrate. Oggi è abbastanza evidente che il trasferimento oltre l'alto Isonzo, varcato nei pressi di Tolmino, della Garibaldi, per avviarla nel cuore della Slovenia, non rispondeva tanto a esigenze di carattere strategico e militare, quanto al disegno politico di allontanare dalla Venezia Giulia la maggiore formazione partigiana italiana, al fine di facilitare i progetti di annessione jugoslavi.

    Proprio in tale contesto, che vide le sparute formazioni della Osoppo rimaste praticamente sole in tutto il teatro delle Prealpi Giulie, circondate da numerose e agguerrite formazioni comuniste slave, maturava il senso di isolamento e quasi di abbandono del comandante De Gregori, di cui sono testimonianza evidente le lettere che egli scrisse al proprio comando di divisione, per far presente il pericolo costituito dal nazionalismo slavo. Ed è in tale contesto che può essersi verificata una convergenza oggettiva di obiettivi fra la Osoppo e settori della struttura militare della Repubblica Sociale Italiana; senza che ciò abbia dato luogo a una effettiva collaborazione, di cui non esiste alcuna prova documentata.



    "A mio parere sostenere ancora oggi che ciò ch'è avvenuto a Porzûs è solo un colpo di testa di Giacca, è assurdo e controproducente. Giacca non avrebbe mai osato fare questo se non avesse avuto un ordine; ciò che del resto egli affermò più volte, e non solo lui, di aver ricevuto.

    "A mio parere, se al processo, invece di sostenere che i compagni Franco e Ultra non c'entravano per niente, si fosse ammessa la loro parte di responsabilità e cioè che essi avevano dato l' ordine di arrestare il gruppo di Bolla per verificare quanto c'era di vero nei fatti e nelle voci che correvano sul loro conto e che l'iniziativa di Giacca era avvenuta, trasgredendo gli ordini, le raccomandazioni e le disposizioni precise che gli erano state date, già al processo di Lucca si sarebbero fatto crollare anche la montatura contro la federazione del PCI di Udine.

    "Dopo aver voluto salvare i compagni anche dalla responsabilità indiretta del fatto, non si salvò nulla perché essi furono condannati ed il dubbio rimase anche nei confronti della federazione come tale.

    "L'iniziativa di andare a Porzûs non era partita dunque da Giacca, ma l'eccidio era stato anche una sua iniziativa, perché egli considerava fascisti e traditori tutti coloro che erano nel gruppo Bolla, come lo dimostra il fatto che se Marco non si fosse opposto, già la sera stessa del fatto, egli avrebbe fatto fucilare tutti.

    "Una iniziativa del genere non meraviglia se si pensa che Giacca considerava dei semifascisti persino i membri del comando della divisione 'Natisone'.

    "Quello che invece meraviglia è che un uomo come Franco possa aver dato un compito così delicato ad un uomo come Giacca. Fu un errore grave. E più grave fu il non averlo riconosciuto subito.

    "Infatti il non averlo riconosciuto subito, non salvò nessuno dalle condanne e permise agli avversari di sfruttare al massimo il caso. Oggi a mio parere bisogna riconoscere anzitutto che fu un errore non l'ordine di arrestare i capi osovani sospetti, ma di affidare tale compito a Giacca; e poi che fu un errore il non destituire ed arrestare Giacca dopo il fatto e non denunziarlo al CLNP; indi: che fu un errore il non accettare la parte di colpa indiretta che Franco ed Ultra avevano nel fatto successo; ed infine che in questi stessi errori caddero poi anche i compagni Andrea e Ninci e poi anch'io che, come tutti gli altri, accettai una tale impostazione. Non per attenuare le responsabilità specifiche che ciascuno di noi ha avuto in questa triste vicenda ,ma per una maggiore comprensione del come si sono svolti i fatti, a mio parere non si può non aggiungere ancora una cosa, che si è già visto cioè come fosse difficile condurre un'inchiesta nelle condizioni della lotta partigiana, particolarmente contro un vecchio comandante gapista, mentre il nemico incalzava.

    ""Le esitazioni Franco, Ultra, Andrea e Ninci sono spiegabilissime, tenendo conto della situazione in cui dovevamo operare.

    "Oggi, ragionando freddamente, si potrebbe pensare che le accuse fatte agli osovani non erano sufficienti per autorizzare Giacca a far giustizia sommaria. Si tenga però presente il clima della guerra imposta dai nazisti e l'estremismo di certi stati d'animo provocati dalle quotidiane notizie delle esecuzioni e torture che colpivano decine e centinaia di compagni.

    "I patteggiamenti e i compromessi compiuti da Bolla e paolo all'insaputa dei comandi superiori, anche se erano fatti a fin di bene, in quel momento non potevano essere considerati - alla stregua delle direttive in materia del CLNAI e del CVL - che inammissibili e l'azione di coloro che li perseguiva doveva essere bloccata.

    "L'ordine dato dai compagni Franco e Ultra di arrestare Bolla per verificare quello che si sospettava, fu un'azione che si ispirava alle stesse direttive del CLNAI e del CVL che condannavano ogni politica di compromesso.

    "È vero, in questo triste episodio perirono degli innocenti, ma io sono sicuro che senza la guerra fredda scatenata dopo, il fatto sarebbe rimasto nel quadro della cronaca triste e dolorosa che ogni guerra si trascina dietro."



    Bisogna poi dire che Vanni, coinvolto egli stesso, sia pure in posizione marginale, nel processo per l'eccidio di Porzus, ne è uscito pienamente scagionato.

    Ad ogni modo, egli ha ritenuto di dover tornare sull'argomento, con un libro interamente dedicato a quel tragico episodio, dal cui titolo già si evince chiaramente l'impostazione che lo ha ispirato: Porzûs. Strumentalizzazione e realtà storica (Monfalcone, Edizioni della Laguna, 2000), con una favorevole presentazione dello storico friulano Tito Maniacco.

    Da tale opera traiamo alcuni passaggi significativi, dai quali si evince l'intento sostanzialmente autogiustificatorio che ha guidato l'Autore (p. 103). Dispiace che una persona schietta e leale come Padoan non abbia elaborato, nel corso di ben cinquantacinque anni (due generazioni!), una visione maggiormente critica dei fatti dai quali, come egli aveva onestamente riconosciuto nel libro precedente, una sola cosa risulta assolutamente certa e incontrovertibile: che a Porzûs erano stati uccisi degli innocenti.



    "Affermare che l'eccidio di 'Bolla' è dovuto al fatto che il comando dell'Est del gruppo brigate della 'Osoppo', composto da circa una ventina di uomini comandati da 'Bolla', avrebbero rappresentato un ostacolo per i partigiani di Tito, è semplicemente ridicolo. Questo è però il giudizio che a suo tempo aveva espresso la corte di Lucca. Come ridicola è altresì la tesi che la Natisone avrebbe voluto, con la eliminazione della Osoppo, lasciare un vuoto necessario per facilitare l'invasione dei partigiani sloveni, cosa che, com'è dimostrato dai fatti, non si è verificata.

    "Per quel che riguarda la prima tesi, credo non ci sia bisogno di altri commenti.

    "In merito alla seconda, vorrei osservare che, ammesso e non concesso che la divisione Garibaldi-Natisone avesse voluto lasciare un varco libero per facilitare l'invasione titina c'è da chiedersi perché la 'Osoppo' e soprattutto il comando di 'Bolla' non abbia approfittato di tale situazione per mobilitare i reparti del suo gruppo brigate. Era questa un'occasione unica per dimostrare veramente l'interesse concreto e non ciarliero di difendere gli interessi dello Stato italiano che nasceva nel fuoco della lotta di liberazione.

    "Già, ma allora 'Bolla' avrebbe dovuto operare sul serio e non limitarsi a scrivere sino a dieci lettere al giorno come grida di manzoniana memoria."



    Non ci sembra una bella pagina e, dopo le parole abbastanza equilibrate del libro del 1965, francamente il lettore si sarebbe aspettato qualche cosa di meglio. Infatti, non possiamo fare a meno di osservare alcune cose che stridono sia con il senso storico più elementare, sia con una equa valutazione morale di quanto accaduto.

    In primo luogo, è vero che l'esiguo numero di partigiani del gruppo di Bolla - il quale comprendeva, in quel momento, solo una ventina di uomini della Osoppo - non costituiva di certo una efficace difesa contro le ambizioni territoriali dei partigiani comunisti jugoslavi. Bisogna però tener presente che De Gregori rappresentava un punto di riferimento ideale per tutti quei Friulani e Giuliani, partigiani e non, che non intendevano assistere inerti all'ammainare del tricolore su quelle terre, riunite alla Patria prezzo di tanti sacrifici nella prima guerra mondiale.

    In secondo luogo, un ben strano ragionamento quello di chi si chiede come mai, se veramente l'obiettivo della Garibaldi fosse stato quello di aprire un varco sulla frontiera orientale per favorire un'irruzione delle formazioni partigiane slave, gli osovani non abbiano "approfittato di tale situazione" per mobilitare tutte le loro forze. "Approfittare della situazione", infatti, è un concetto che implica il presentarsi di una occasione favorevole: ma Padoan aveva appena sostenuto che "è semplicemente ridicolo" pensare che quei venti uomini di Bolla costituissero un serio ostacolo per i partigiani di Tito!

    In terzo luogo, parlare del comandante De Gregori come di un vuoto parolaio che, invece di difendere la Patria, sa soltanto scrivere lettere, non è soltanto una caduta di stile, che tende a rovesciare il giudizio morale sui responsabili e sulle vittime dell'eccidio, scambiandone i rispettivi ruoli; è anche un voluto travisamento storico. Le lettere di Bolla dimostrano che egli aveva perfettamente compreso quali fossero i fini di espansione territoriale perseguiti dai titini, e la storia gli ha dato ragione.

    Infatti, e questa è la quarta osservazione, come può scrivere, Padoan, che "l'invasione dei partigiani sloveni (…), com'è dimostrato dai fatti, non si è verificata"? Al contrario: le formazioni partigiane di Tito, all'inizio di maggio del 1945, piombarono sia su Gorizia che su Trieste, occupandole, prima ancora di aver liberato Lubiana e Zagabria; ed è noto quel che dovettero soffrire le due città giuliane, prima che l'incubo di una tale occupazione avesse termine. In entrambi i casi, i partigiani di Tito cercarono di mettere sia gli anglo-americani, sia le popolazioni, davanti al fatto compiuto della annessione territoriale. Se ciò non accadde, non fu certo per merito dei garibaldini o del P.C.I. Tutto quello che Togliatti seppe fare, in quella drammatica congiuntura, fu di proporre che l'Italia, per riavere Trieste, rinunciasse spontaneamente a Gorizia, come è documentato nel libro, già citato, di Primo Cresta.

    E allora, comandante Padoan, perché non riconoscere, a oltre mezzo secoli di stanza, che De Gregori aveva visto giusto, e che questa fu la sua "colpa"; mentre i dirigenti garibaldini, sia pure in buona fede, erano stati terribilmente miopi?

    Ma esiste una spiegazione anche per questo. È solo da pochissimi anni che, in Italia, si è potuto finalmente parlare apertis verbis del dramma delle foibe, in tutta la sua cruda dimensione di pulizia etnica; e tuttavia, perfino adesso, c'è qualcuno che, infastidito, parla di strumentalizzazioni politiche. Occorre ricordare le roventi polemiche scatenate da alcuni giornalisti contro il film per la televisione Il cuore nel pozzo, e come l'attore Leo Gullotta, che lo aveva interpretato, è stato sommerso da un coro di fischi e insulti da parte dei suoi compagni di partito di Rifondazione Comunista, in una pubblica presentazione del film stesso, al grido di "fascista" e "venduto"?

    In simili condizioni, non può certo destare meraviglia che, ancora otto anni fa, si potesse scrivere un libro come Porzûs. Strumentalizzazione e realtà storica, dove le vittime sono fatte quasi passare per responsabili della propria sorte.

    L'Italia fatica a trovare una memoria condivisa.

    Speriamo che sia giunto infine il tempo in cui, sine ira et studio, sia possibile ricostruire storicamente le complesse vicende dell'Italia nella seconda guerra mondiale e nella guerra civile del 1943-45, anche in quel delicatissimo settore che fu, ed è sempre stato, il confine orientale del nostro Paese.

    Fonte: www.ariannaeditrice.it

  3. #3
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    Alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre tutta l'Italia, grazie all'esercito Anglo-Americano, veniva liberata dall'occupazione nazista, a Trieste e nell'Istria (sino ad allora territorio italiano) si è vissuto l'inizio di una tragedia: la "liberazione" avvenne ad opera dell'esercito comunista jugoslavo agli ordini del maresciallo Tito.

    350.000 italiani abitanti dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli amici e gli affetti incalzati dalle bande armate jugoslave. Decine di migliaia furono uccisi nelle Foibe o nei campi di concentramento titini. La loro colpa era di essere italiani e di non voler cadere sotto un regime comunista.
    Trieste, dopo aver subito più di un mese di occupazione jugoslava, ancora oggi ricordati come "i quaranta giorni del terrore", visse per 9 anni sotto il controllo di un Governo Militare Alleato (americano ed inglese), in attesa che le diplomazie decidessero la sua sorte.

    Solo nell'ottobre del 1954 l'Italia prese il pieno controllo di Trieste, lasciando l'Istria all'amministrazione jugoslava.
    E solo nel 1975, con il Trattato di Osimo, l'Italia rinunciò definitivamente, e senza alcuna contropartita, ad ogni pretesa su parte dell'Istria, terra italiana sin da quando era provincia dell'Impero romano.

    LE PAGINE NON SCRITTE DELLA NOSTRA STORIA
    Una delle tante pagine non scritte della nostra storia recente è l'Esodo di 350 mila fiumani, istriani e dalmati che, dal 1945, si riversarono in Italia con tutti i mezzi possibili: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, treni di fortuna, carri agricoli, barche, a nuoto e a piedi. Una fuga per restare italiani, un vero Esodo biblico, affrontato con determinazione, verso un'Italia sconfitta e semidistrutta, quale reazione al violento tentativo di naturalizzazione voluta nella primavera del 1945, dalla ferocia dei partigiani slavi.
    Improvvisamente l'Istria, Fiume e la Dalmazia furono oscurate dall'ombra livida di un destino incerto e rosso di sangue innocente. La gente era bloccata dalla paura dei rastrellamenti improvvisi, delle delazioni, delle vendette e delle notizie di infoibamenti, di affogamenti e di fucilazioni che la giustizia sommaria di sedicenti tribunali del popolo irrogava a chi era colpevole di essere italiano. Le città cominciarono a svuotarsi. Da Fiume fuggirono 54 mila su 60 mila abitanti, da Pola 32 mila, da Zara 20 mila su 21 mila, da Capodistria 14 mila su 15 mila.
    A questi 350.000 italiani, gli unici a pagare il prezzo della sconfitta italiana nella seconda guerra, non è mai stato riconosciuto un degno indennizzo per tutto ciò che avevano perso né è mai stata riconosciuta la dignità di entrare nella Storia d'Italia, cancellati dai libri, dai dibattiti politici e culturali, dai giornali e dalla televisione. Solo nel 2004 la Repubblica italiana riconosce le tragedie del confine orientale con una giornata, il 10 febbraio, dedicata al ricordo delle Foibe e dell'esodo istriano, fiumano e dalmato.

    I RAGAZZI DEL '53
    Cinquant'anni fa Trieste visse un autunno intriso di speranza ma colorato di sangue. Si era agli ultimi momenti del governo militare alleato, il ritorno dell'Italia a Trieste sembrava cosa fatta, ma fra il 4 e il 6 novembre del 1953, la piazza si animò e, da una situazione di dissidio che, probabilmente, poteva essere controllata, si giunse allo scontro. Sei triestini: Addobbati, Paglia, Montano, Zavadil, Manzi e Bassa, persero la vita. Numerosi furono i feriti. Qualcuno venne arrestato. Altri, per evitare che ciò accadesse, furono allontanati dalla città proprio grazie al pronto intervento della Lega Nazionale.
    Si era al culmine di un decennio tremendo e tremendo fu quel novembre di cinquant'anni fa.
    In occasione del Cinquantenario del ritorno di Trieste all'Italia il Presidente della Repubblica ha insignito della Medaglia d'Oro al Valore Civile i 6 triestini che hanno dato la vita per la patria in quei giorni del '53.

    Fonte: www.leganazionale.it

  4. #4
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    Sono in pochi a voler ricordare le migliaia di italiani uccisi dai comunisti del maresciallo Tito tra il ’43 e il ‘45.
    L e foibe, Basovizza, l'esodo.

    L’esperienza triste della Seconda guerra mondiale e quella dello sterminio di diversi milioni di ebrei hanno indotto il legislatore ad istituire una giornata dedicata al ricordo.
    È stata scelta una data più che simbolica: il 27 gennaio. Proprio quel giorno del 1945 soldati russi penetrarono nel campo di sterminio di Auschwitz. Qui, come in altri luoghi di supplizio – si pensi alla Risiera di san Sabba a Trieste – si realizzarono i propositi del pensiero criminale contenuti nel Mein Kampf.
    In queste righe non si vogliono fare paragoni su chi per l’appartenenza ad una razza, etnia, religione o nazionalità fu sacrificato in nome dell’ideologia. Certo, lo sterminio di milioni di ebrei non può essere dimenticato. Simboleggia la violenza contro la vita. Purtroppo, non fu l’unica forma di attacco contro popolazioni inermi, non fu l’unico episodio ad insanguinare il Novecento, il secolo delle guerre e delle idee assassine, come qualche storico ha affermato.


    Le Foibe. In Italia, sul fronte orientale, quello di Trieste, dell’area giuliana e goriziana, dell’Istria e della Dalmazia dal 1943 e sino alla fine del secondo conflitto mondiale si verificarono atti di violenza inaudita. Sono in pochi a parlare di Foibe e dell’Esodo di centinaia di migliaia di italiani in seguito agli accordi tra Italia e Jugoslavia per la spartizione e la concessione dei territori dell’Istria, della Dalmazia e dei vari tentativi di annettere Trieste proprio alla Jugoslavia del maresciallo Tito.
    Sin dal 1942 il futuro boia di Pisino, Ivan Motiva, iniziò a spostarsi da una parte all’altra dell’Istria, compilando liste di italiani da eliminare e consentire così una rapida penetrazione nel tessuto sociale dell’elemento slavo-comunista. All’indomani dell’8 settembre 1943 le bande partigiane titine si resero protagoniste di una invasione dell’Istria e proprio in quella prima occasione fu collaudata la tecnica di eliminazione del nemico, che prevedeva l’utilizzo delle “foibe”. Già, le “foibe”. Ma cosa indica questo nome? Il termine “foiba”, prima delle atrocità della guerra, apparteneva solo al vocabolario degli abitanti del Carso, agli amanti della speleologia, ai geologi. Il roccioso altopiano del Carso si estende su un vasto territorio della Venezia Giulia. Lo si può paragonare ad una groviera per le tantissime voragini che sprofondano per centinaia di metri nel sottosuolo. Si contano nella zona circa 1700 di questi baratri, le foibe, appunto, che hanno inghiottito negli anni migliaia di persone con i loro ricordi e le loro storie. Il numero esatto delle vittime non sarà mai possibile stabilirlo. Cinque, diecimila, forse ventimila persone sono finite in queste cavità, che formano un vero e proprio mondo sotterraneo difficile da esplorare.
    Le foibe sono diventate lo strumento di soppressione e la tomba di italiani di ogni età ed estrazione sociale: civili, (donne, bambini, anziani, agricoltori, pescatori, cittadini cattolici, ma anche molti ebrei), gli odiati fascisti, antifascisti non comunisti e, soprattutto, i servitori dello Stato, quello italiano, da indebolire e poi annichilire (carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, appartenenti alla Guardia civica).
    Una seconda ondata di violenze si verificò nell’aprile del 1945. le armate tedesche non poterono più opporsi alla potenza degli Alleati. L’Italia, distrutta militarmente e lacerata da una guerra tra connazionali – fascisti da una parte ed antifascisti dall’altra -, era fiduciosa per il futuro: si prospettavano pace e ricostruzione, compresa quella di una comune coscienza nazionale.
    Le sofferenze, però, non erano destinate a finire per Trieste, l’Istria e gli altri territori del confine orientale a causa degli attacchi alle popolazioni locali da parte delle bande partigiane del maresciallo Tito, che annoveravano tra le loro file non solo jugoslavi, ma pure tanti italiani. I partigiani garibaldini comunisti furono zelanti collaboratori del famigerato IX Corpus, la formazione militare della resistenza slava. Il primo maggio 1945 le truppe comuniste titine fecero il loro ingresso a Trieste e Gorizia e con l’appoggio dei collaborazionisti italiani (i procedimenti giudiziari a carico di questi ultimi si sono tutti conclusi senza una condanna) deportarono ed infoibarono migliaia di persone.


    Basovizza. Basovizza è situata a pochi chilometri da Trieste. Nei pressi di questa cittadina fu scavato il “Pozzo della miniera”, meglio conosciuto come “Foiba di Basovizza”. Questa voragine non è una foiba naturale. Si tratta di un pozzo profondo più di duecento metri e risalente all’inizio del Novecento, allorché fu aperta una miniera di carbone. In realtà, il carbone non fu mai estratto e l’imboccatura del pozzo rimase aperta, consentendo di trasformarlo in una tomba. I “condannati” a morte arrivavano su autocarri e con le mani legate da fili di ferro o catene venivano spinti a gruppi nel vuoto. I primi, colpiti da raffiche di mitra, si portavano tutti gli altri appresso. Chi non moriva subito, dopo un volo anche di cento metri, era destinato a perire lentamente per le fratture o le lacerazioni causate dalla roccia appuntita. Molte vittime, prima del volo nel vuoto, vennero spogliate e seviziate. Il giornale Libera stampa, datato primo agosto 1945, publicò un documento in cui era scritto che “centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto Pozzo della Miniera, in località prossima a Basovizza e fatti precipitare nell’abisso profondo duecentoquaranta metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa centoventi soldati tedeschi uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di alcuni cavalli”. Nello stesso documento si legge che per recuperare i poveri resti delle persone uccise, alcuni abitanti del posto chiesero alle autorità competenti di inviare degli esperti. Si trattava di un’operazione estremamente difficile per l’eccezionale profondità del pozzo, il numero delle salme da estrarre e lo stato di putrefazione delle stesse.
    È stato fatto un calcolo insolito e macabro per conoscere il numero delle vittime di Basovizza. Considerando la profondità della foiba prima e dopo la strage, da alcuni rilevamenti fu evidenziata una differenza di circa trenta metri. Lo spazio volumetrico di trecento metri cubi consentì di calcolare in modo approssimativo che in quel posto morirono oltre duemila persone. Impressionante. Oggi la Foiba di Basovizza e quella vicina di Monrupino, dove si verificarono analoghe atrocità, sono monumenti nazionali.
    I luoghi della vergogna non furono solo Basovizza e Monrupino. Si contano altre trentasei foibe in territorio oggi non italiano, che inghiottirono tra il 1943 ed il 1945 (e anche dopo) migliaia di persone. L’Abisso di Semich, profondo 190 metri, “accolse” un centinaio di sventurati. La gente del posto per giorni sentì le urla disperate provenienti dalla cavità. Si trattava del vano tentativo di chi, ancora in vita, cercava di attirare l’attenzione per essere tratto in salvo.


    L’Esodo. Un’altra pagina ignominiosa della storia del confine orientale fu l’esodo di migliaia di italiani. La Jugoslavia a guerra finita rivendicò molti dei territori nei quali si scatenarono le violenze e dove vennero impiegate le Foibe. Gli italiani di quelle zone erano indesiderati. Lo stesso leader comunista italiano, Palmiro Togliatti, nella primavera del 1945 si espresse chiaramente: i territori dell’Istria e della Dalmazia andavano ceduti alla Jugoslavia del compagno Tito. Trieste, sempre secondo Togliatti, poiché città in maggioranza comunista, doveva far parte del “paradiso” che si stava costruendo nell’Est europeo. In alternativa poteva essere ceduta Gorizia, popolata in prevalenza da slavi. Furono organizzate manifestazioni del partito comunista contro i profughi italiani, che si trovarono di fronte a questa scelta: vivere nella nuova Jugoslavia di Tito o trasferirsi nel nostro Paese. Scelsero l’Italia e addirittura in alcuni casi furono vilipesi ed insultati dagli uomini con le bandiere rosse e i pugni chiusi per aver rifiutato di vivere in una nazione comunista.
    Furono circa 350mila i profughi che si trasferirono in Italia dal 1945 e fino ai primi anni Sessanta. L’Esodo fu per un verso una scelta di vita e libertà, per un altro un gesto d’amore ed un nobile atto di fedeltà nei confronti dell’Italia. Troppe volte dimentica dei suoi orgogliosi figli.

    Fonte: www.identitaeuropea.org

  5. #5
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    Parlare del paziente lavoro documentario di studiosi come Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan e tanti altri sulla vicenda delle foibe istriane non è solo un'operazione di precisazione storiografica. E neanche solo un occasione per distinguere questi lavori dalla paradossale accusa di negazionismo: dove quest'ultimo nega la mole documentaria in nome dell'estrapolazione di qualche dettaglio lo storiografo la assume tutta e nella sua complessità.

    Non si tratta di nemmeno un'occasione per fare storia, anche se ce ne sarebbe un gran bisogno, rimettendo al centro dell'attenzione eventi già a lungo discussi quando la storiografia del '900 italiano è tutta da riscrivere. Parlare di questo lavoro documentario è invece mettere in evidenza lo sbarco di Orwell in Italia, che con l'invenzione della giornata del ricordo ha scritto un capitolo sinistro della verità istituzionale che si fa verità di fatto in concorso con il potere mediale.
    Infatti, la vicenda delle foibe dopo l'entrata dei partigiani jugoslavi a Trieste è ristretta a decine di casi, e non a migliaia come deciso dalla verità mediale, è episodica e non ha i caratteri ne' qualitativi ne' quantitativi della pulizia etnica pianificata (ci sono infoibati per pure vendette personali ad esempio).
    Il ristretto numero di infoibati spiega per esempio il fatto di come gli intervistati in tv siano quasi sempre esuli o parenti di esuli istriani e non parenti di infobati (che, se fossero stati migliaia, avrebbero avuto un numero superiore di parenti a testimonianza). C'è da chiedersi come sia avvenuto tutto questo, come sia potuto accadere che si sia potuto, non tanto cambiare interpretazione sui fatti, ma produrre una vera e propria storia parallela di questo paese che è diventata verità istituzionale e indiscussa. Tanto che l'attenzione mediale, ma anche la didattica nelle scuole, al 10 febbraio è persino superiore a quella nei confronri 25 aprile. E tutto attorno a migliaia di infoibati che, fortunatamente, non sono mai stati tali.

    C'è davvero da chiedersi come si sia naturalizzato quest'evento che rovescia la verità storica su quanto avvenuto sul fronte orientale dove gli italiani diventano martiri del terrore venuto da est quando invece hanno invaso la Jugoslavia, come responsabili diretti di decine di migliaia di morti e corresponsabili dell'invasione nazista di quel paese che ha causato oltre un milione di morti e innumerevoli episodi di indescrivibile atrocità.

    Tra le spiegazioni possibili ci sta il potere mediale sulla storia, che è una novità dell'ultimo ventennio che gli storici hanno imparato sulla loro pelle, ma anche il declino della capacità della politica di avere una propria idea di storia dopo la crisi delle grandi narrazioni.
    Da quando si è fatta funzione del mediale la politica ha perso contatto con la ricerca e con la capacità di analizzare il passato. Il problema è che il potere di significazione del passato, che produce qualcosa di esemplare che vale per il futuro, è stato assunto dal mediale che ha cominciato a produrre storia.
    Dal punto di vista istituzionale questa è stata l'occasione per fare una storia che guarda direttamente alla politica del presente. Creando eventi che mettono in secondo ordine l'origine della costituzione nella lotta partigiana si sono poste le premesse storiografiche per il suo sgretolamento da destra, per un nuovo assetto costituzionale decisionista e liberista. E i teorici dell'"uscita dal '900", nella fretta di sbarazzarsi di un patrimonio storico e nel tentativo di traghettarsi in ogni porto, hanno contribuito ad accellerare questo processo che di emancipatorio non ha proprio nulla e porta le inquietanti caratteristiche dell'invenzione statale e mediale della verità. E siamo arrivati a chi ha tutto da perderci in questo emergere di un nemmeno tanto informale ministero della verità: eppure leggi di esponenti verdi che parlano di "pulizia etnica" dei "comunisti" come se fosse successo davvero, per non parlare del presidente della Camera che qualche mese fa ha tenuto un convegno dove, equiparando i gulag a questo fenomeno mai esistito in questi termini, neanche si è soffermato un attimo sulle fonti documentarie.

    Per l'occasione di questa inventata giornata del ricordo incollo quindi il link dell'intero libro "Operazione foibe" di Claudia Cernigoi.
    http://www.pasti.org/foibets.html

    Le fonti documentarie su questa invenzione sono state aperte. Spetta ora agli studiosi di storia delle comunicazioni di scrivere "Orwell in Italia, l'invenzione delle foibe". Se il testo della Cernigoi ci aiuta a capire il passato, questo testo da scrivere ci aiuterebbe per il futuro. E ne avremmo un gran bisogno.

    Fonte: www.senzasoste.it

    Commento: ho copiato anche le documentazione della parte avversa, l'importante e' sentire tutte e due le campane, come tra me e Garonja.

  6. #6
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    Intervista a Claudia Cernigoi, a cura di Angelo Floramo, pubblicata sul
    settimanale "Il Nuovo Fvg" in occasione della presentazione del libro a
    Trieste.


    La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture,
    decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi
    l'unica possibilitа di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia
    che siano i documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di
    ogni colore. "Operazione Foibe", con i suoi ricchi apparati documentari,
    si prefigge questo scopo. E' una ricerca che ha impegnato la Cernegoi per
    oltre sette anni, sette anni di meticolose indagini seguite a una prima
    edizione, giа di per sй estremamente ricca e stimolante. Qual
    и stata la motivazione che l'ha spinta (ogni storico ne ha una!) e
    cosa ne и emerso ?

    “Chi non vive a Trieste non puт conoscere il clima che si respira in
    questa cittа che il poeta (triestino) Umberto Saba definм "la
    piщ fascista d'Italia". Quindi devo spiegare che da noi le campagne
    stampa o campagne politiche sulla "questione foibe" sono piщ o meno
    cicliche. Tanto per fare un paio di esempi: una campagna si sviluppт
    a metа anni Settanta, per fare da contraltare all'istruttoria e poi
    al processo in corso per i crimini della Risiera di San Sabba. In altri
    periodi per contrastare le mobilitazioni per la legge di tutela degli
    Sloveni in Italia.
    Otto anni fa, quando per la prima volta ho iniziato ad occuparmi
    seriamente di "foibe", era il momento in cui era iniziata una nuova
    campagna, questa volta in parte come "risposta" di destra al processo
    Priebke ed in parte, a mio parere, perchй dopo lo sfascio della
    Jugoslavia c'era chi aveva interesse in Italia a destabilizzare
    ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una situazione proprio
    tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca, fu che da
    polemiche politiche si era passati ad un piщ alto livello di
    scontro, se mi si passa l'espressione: cioи era iniziata
    un'inchiesta giudiziaria per i cosiddetti "crimini delle foibe", e questa
    inchiesta stava coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una
    certa etа, ed a questo punto decisi che era il caso di fissare dei
    paletti in merito ai presunti "crimini delle foibe", dato che non mi
    sembrava giusto che quelli che all'epoca, non conoscendoli, mi venne da
    definire "poveri vecchietti" (e voglio subito dire che i "poveri
    vecchietti" che ho conosciuto in seguito a queste mie ricerche erano tutti
    anziani sм, logicamente, ma pieni di energie e di voglia di fare)
    dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di inesistenti prove
    storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi Papo.
    Cosм presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli
    "scomparsi da Trieste per mano titina" (sia chiaro che certe terminologie
    non mi appartengono, ma le riporto perchй questa, purtroppo, и
    la vulgata vigente), per cercare di capire l'entitа reale del
    fenomeno "foibe". In base a questo и nato il primo "Operazione
    foibe", che aveva come scopo essenzialmente quello di spiegare che gli
    "infoibati" non erano migliaia, nй molte centinaia, nonostante
    quello che si diceva da cinquant'anni. Per esempio, da Trieste nel periodo
    di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero perchй
    arrestati dalle autoritа, o perchй morti nei campi di
    internamento per militari, o ancora per vendette personali, circa 500
    persone, e non le 1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli
    "infoibati" anche persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai
    nazifascismi”.

    "Tra storia e mito". E' il significativo sottotitolo del suo libro. A
    sessant'anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due
    cose, o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E' facile per
    chiunque voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del
    mito. Il recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai
    Fiction: "Il cuore nel pozzo", ne и la piщ evidente
    dimostrazione. E proprio questa incerta lettura intorbida la memoria e
    agevola ogni possibile strumentalizzazione politica. Accade ancora per
    Porzus, accade per le foibe e per molte altre tragedie del Novecento.
    Perchй ? E' forse colpa della controversa realtа di confine? O
    qui da noi la storia indugia, stenta a passare...e quindi diventa facile
    occasione di attualizzazione, veicolandola nei labirinti del dibattito
    politico?

    “Sulla questione delle foibe non и mai stata fatta veramente ricerca
    storica. Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una "questione
    foibe", perchй le persone che veramente sono morte per essere state
    gettate nelle foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo
    alle migliaia di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta
    "Venezia Giulia", cioи le vecchie province di Trieste, Gorizia,
    l'Istria e Fiume) di quella enorme carneficina che fu la seconda guerra
    mondiale, ma degli stessi morti per mano partigiana. Voglio ricordare che
    la maggioranza di questi fatti si riferiscono a cose accadute in periodo
    di guerra: ad esempio i circa 400 "infoibati" che furono uccisi
    nell'Istria del dopo armistizio (settembre '43), non possono che essere
    inseriti in un contesto di guerra. Perт и da rilevare che
    mentre tutti (storici e mass media, oltre a politicanti e propagandisti)
    si sconvolgono all'idea di questi 400 morti, non battono ciglio di fronte
    alla notizia storicamente dimostrata che il ripristinato "ordine
    nazifascista" in Istria nell'ottobre '43 causт migliaia di morti,
    deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di ogni
    tipo. И come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di
    serie A e istriani di serie B, cioи rispettivamente quelli di etnia
    italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli
    altri, quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa
    "normale" che siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.”

    Al contrario uno dei pregi della sua ricerca и proprio la
    "contestualizzazione dei fatti", dalla quale и impensabile
    prescindere per tentare almeno di capire il fenomeno nella sua
    complessitа. Come vanno contestualizzate le foibe? Qual и la
    chiave per comprenderne i significati storici, sociali..forse anche
    antropologici?

    “Ho giа accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un
    "mito", in quanto il fenomeno in realtа и un "non fenomeno"
    che и diventato tale a suon di propaganda. Che questa propaganda sia
    stata sviluppata esclusivamente su fatti concernenti il confine orientale
    (ricordiamo che in Francia, dopo la liberazione, ci furono delle vendette
    contro gli italiani, giа occupatori, che erano stati fatti
    prigionieri, perт nessuno in Italia ha mai detto niente su questi
    episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo и che i vari
    governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza del
    Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l'espansione ad est,
    quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di
    territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i
    nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un
    esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran
    Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare,
    partigiano, comunista, e composto da popoli "slavi", considerati
    "inferiori" dal nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per
    la perdita della guerra vanno qui inserite anche le componenti
    anticomuniste ed antislave.
    Grave mi и sembrato perт leggere l'Unitа (non il Secolo
    d'Italia o Libero!) che (cito) parla di "odio degli slavi verso gli
    italiani", generalizzando un concetto inesistente con connotazioni oserei
    dire razziste. Come si puт attaccare la destra xenofoba quando se la
    prende con gli immigrati e poi esprimersi in questi termini?”
    Quanto alla "contestualizzazione", vorrei dire che и impossibile
    fare un'analisi unica di un fenomeno che non и un fenomeno. Parliamo
    degli scomparsi da Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a
    Lubiana e probabilmente fucilati dopo essere stati processati come
    criminali di guerra; centocinquanta o duecento sono forse i morti nei
    campi di internamento per militari; una cinquantina le vittime recuperate
    da varie foibe e per le quali si ricostruм che erano state uccise in
    regolamenti di conti e vendette. Perт diciotto di questi "infoibati"
    erano stati uccisi da un gruppo di criminali comuni che si erano
    infiltrati tra i partigiani. Come si puт contestualizzare una simile
    varietа di cause di morte? Ecco perchй secondo me non si
    puт parlare di "fenomeno" foibe.
    Quanto ad un'altra vulgata che va attualmente per la maggiore, cioи
    che si trattт di repressione politica contro chi poteva creare dei
    problemi all'instaurazione di un nuovo stato comunista, secondo il mio
    parere se fosse stato questo il motivo delle eliminazioni, non sarebbero
    state uccise cosм poche persone. Forse posso sembrare cinica mentre
    lo dico, voglio chiarire che la mia и solo un'analisi
    storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno. Ma teniamo
    presente che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che avevano
    la qualifica di "sciarpa littoria" e veterani della marcia su Roma erano
    piщ di 400; 600 membri contava l'Ispettorato speciale di PS (una
    struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in
    funzione repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere,
    la Polizia non politica, la Milizia territoriale, i funzionari del Fascio
    che rimasero al proprio posto. Se si fosse voluto fare un "repulisti"
    politico, gli uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.”

    Su questa tragedia c'и stato un colpevole silenzio della sinistra
    che dev'essere “rimosso”. Sono le parole dell'onorevole Walter Veltroni,
    sindaco di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di
    Basovizza. Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale
    silenzio (che non ha riguardato la solo sinistra, in veritа) ha
    anche permesso alle destre di classificare ideologicamente tutti i
    partigiani sloveni e croati (e non solo loro) come infoibatori,
    permettendo anche di rimuovere dalle coscienze degli italiani il clima
    politico e culturale che per vent'anni il regime fascista ha imposto a
    quelle terre, perpetrando violenze fisiche e psicologiche di estrema
    gravitа !

    “Io sono dell'opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia
    mai parlato prima (cosa che non и vera, visto che di libri - non
    solo di propaganda disinformativa, ma anche seri come il primo studio di
    Roberto Spazzali, "Foibe un dibattito ancora aperto", uscito nel 1992 - ne
    sono usciti molti), questo fatto non puт giustificare in alcun modo
    che adesso se ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le
    vecchie notizie della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso
    critico. Quanto ai crimini commessi dall'Italia fascista, coloniale e
    imperialista, in Africa come nei Balcani, fino in Grecia ed Albania
    durante la guerra, su di essi sм и calato un pesante silenzio,
    una censura totale, al punto che il buon documentario di Michael Palumbo,
    "Fascist legacy" sui crimini di guerra italiani (e su come i criminali se
    la sono cavata senza problemi) и stato "infoibato" dalla RAI che non
    ha la minima intenzione di mandarlo in onda, dopo averlo acquisito.
    Perт la RAI finanzia sceneggiati televisivi di disinformazione sulle
    foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo, non tanto che
    Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un paio di anni
    fa.”

    Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona
    d'alloro anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque
    sloveni fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato
    lo sdegno di Roberto Menia il quale ha affermato che "mentre non vi e'
    nulla da dire per ciт che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba
    di Basovizza e alla Risiera, anche se fatte con qualche decennio di
    ritardo, e' evidente che non possono essere eletti a martiri di una
    italianitа cattiva nel 1930, coloro che erano dei terroristi
    macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi non possono essere
    contrabbandati per martiri ed e' evidente che Veltroni sbaglia ed e'
    sbagliata questa ricostruzione che e' la ricostruzione che vuol fare la
    sinistra". Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo detto fin'ora ?

    “И un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati
    dopo una sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico.
    Quindi prima di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale
    che li definiva "terroristi", io quantomeno pretenderei, in democrazia, un
    nuovo processo, per determinare quali fossero effettivamente le loro
    responsabilitа concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto
    che la loro lotta era contro un regime dittatoriale che, spero, nessun
    democratico di oggi intende avallare come legittimo. Quindi che loro
    fossero o no "terroristi", secondo me non ha la minima importanza da un
    punto di vista storico. Erano degli antifascisti che lottavano contro la
    dittatura: tutto qui. In Germania nessuno avrebbe il coraggio di chiamare
    "terroristi" gli attivisti della Rosa bianca o Canaris che attentт,
    senza successo a Hitler. In altri tempi, il tirannicidio era cosa
    considerata corretta, in fin dei conti.”

    Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole
    che i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda
    antipartigiana che continua con toni sempre piщ violenti, anche da
    parte di alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle
    tematiche della Resistenza. L'auspicio и tuttavia che serva
    acciocchй si affrontino tali tematiche con il dovuto rispetto
    storiografico, tenendo conto della documentazione presentata . E' in fondo
    questo il valore civile della Storia, non le pare?



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    In merito al film “Il cuore nel pozzo” prodotto da Angelo Rizzoli per RAI Fiction

    di Claudia Cernigoi

    Fonte: Resistenze.org

    I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva argomenti specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente. Ed a questo scopo, un “buon” sceneggiato (adesso lo chiamano “fiction”, che fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente.

    Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.

    Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria? Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra…) uno sceneggiato sulle “foibe”. Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista… sarà vero?

    Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli Colli che dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a febbraio prossimo venturo?

    “Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione…”, scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica (…) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un massacro…”.

    Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane, leggiamo la trama del film.

    “La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (…) sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all’orfanotrofio”.

    L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo… In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”.

    Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”.

    “Ho cercato di capire, di saperne di più (…) dar voce a una tragedia dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”.

    Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.

    Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei “partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né “venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8 settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie nei confronti di esponenti del regime fascista, alla fine del conflitto, quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio, non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.

    Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo) l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed “infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio, e banalizzazione storica allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va bene anche per una sui cattivi comunisti?

    La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un certo Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico con questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da quanto siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici. Ma se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che dovrebbe essergli impedito di proseguire con questo mestiere.

    Ci chiediamo se sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo film, che può produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su alcunché.

    Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di fonte “slavocomunisti”, come vedremo nelle note) e si riesce a saperne di più inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe istriane.

    Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria. Dai giornali dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI, iniziarono a creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani.

    In realtà dalle “foibe” istriane furono riesumati, stando al cosiddetto “rapporto” del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su incarico dei nazifascisti nell’inverno 1943/44 [2], poco più di 200 corpi di persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a causa dei bombardamenti nazisti). Però basta dare un’occhiata ai giornali dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di come l’entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata per suscitare orrore e terrore nella popolazione in modo da renderla ostile al movimento partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti.

    I contenuti ed i toni di tale mistificazione sono gli stessi che per sessant’anni abbiamo visto propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia di infoibati solo perché italiani, vecchi, donne e bambini e persino sacerdoti”; “infoibati ancora vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è poi visto che le sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in realtà criminali di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano fatto ad altri) e così via. Del resto dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di Harzarich.

    Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò a persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di Trieste < alcuni documenti che costituiscono una pagina di sanguinosa storia italiana in questa Provincia (…) trattasi di circa 500 pratiche per l’ottenimento della pensione alle famiglie dei Caduti delle foibe (…) corredate di tutti i documenti e contengono gli atti notori che illustrano lo svolgimento dei fatti > [3].

    Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre:

    < Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto antitaliano ma un atto prettamente antifascista. Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero voluto uccidere chi era semplicemente “italiano”, in quel mese avrebbero potuto massacrare decine di migliaia di persone > [4].

    Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una < dichiarazione rilasciata alla fine di gennaio 1944 dal segretario del Partito fascista repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell’epoca >, senza però dare ulteriori indicazioni, nella quale < l’alto gerarca >, di cui non fa il nome, avrebbe affermato che < in Istria finirono infoibate dagli insorti 349 persone, in gran parte fascisti >.

    Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic, datata 28/11/44 e redatta per conto dei < servizi d’informazione del Ministero degli Esteri dello stato croato > (cioè il governo fantoccio dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni passi.

    < All’inizio a nessun Italiano è stato fatto nulla di male. I partigiani avevano diramato l’ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno. Ma qualche giorno dopo la scoppio della rivolta popolare [5] alcuni corrieri a bordo di motociclette sidecar hanno portato la notizia che i fascisti di Albona avevano chiamato e fatto venire da Pola i tedeschi in loro aiuto e questi avevano aperto il fuoco contro i partigiani. Poco dopo si è saputo che i tedeschi erano stati chiamati in aiuto anche dai fascisti di Canfanaro, Sanvincenti e Parenzo, fornendogli informazioni sui partigiani. Rispondendo alla chiamata è subito arrivata a Sanvincenti una colonna tedesca (…) Pertanto partigiani e contadini hanno cominciato ad arrestare ed imprigionare i fascisti, ma senza alcuna intenzione di ucciderli. I partigiani decisero di fucilarne soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti fra questi sono stati salvati grazie all’intervento dei contadini croati e ancora più dei sacerdoti. (…) Purtroppo quando, alcuni giorni più tardi, cominciarono ad avanzare i reparti germanici, i partigiani vennero a trovarsi nell’impaccio, non sapendo dove trasferire i prigionieri fascisti per non farli cadere nelle mani dei tedeschi. In questo imbarazzo hanno deciso di ammazzarli. Ne hanno uccisi circa 200 gettandone i corpi nelle foibe > [6].

    Va da sé poi che quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò la “pacificazione” operata dai nazifascisti nei territori da loro “liberati” dai partigiani. Scrive ad esempio Galliano Fogar [7]:

    < Il 7 ottobre (1943, n.d.a.) Berlino annuncia la conclusione dei rastrellamenti “nella regione di Trieste da parte delle truppe tedesche e di reparti fascisti: sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi. Altri 4.900 sono stati catturati fra cui gruppi di ufficiali e soldati badogliani”. Un comunicato del 13 afferma che la “pace” è stata raggiunta grazie a più di 13mila banditi uccisi o fatti prigionieri... A parte la gonfiatura propagandistica delle cifre, il numero delle vittime è stato altissimo e fra esse buona parte è di inermi civili (...) “L’impeto dei tedeschi è meraviglioso” commenta il quotidiano triestino “Il Piccolo”. Raccontando l’odissea di un gruppo di prigionieri liberati dall’intervento germanico, il cronista rileva che gli scampati, mentre si dirigono verso Trieste, possono constatare che “ogni casa ha uno straccetto bianco di resa e tutti i rimasti salutano romanamente chiedendo pietà” (questo si riferisce alla zona di Pinguente, in Istria, n.d.a.). Dopo il passaggio delle truppe tedesche, il giornale riferisce che è tornata la tranquillità e giustifica lo strazio della cittadina di Pisino, osservando che “dure misure sono state provocate” dalla resistenza dei partigiani. Infatti è stato ucciso anche il Podestà italiano e di sentimenti fascisti >.

    Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottor Cordovado, intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive < Pisino, la capitale provvisoria del movimento insurrezionale croato, benché abitata da italiani, è bombardata senza pietà da “Stukas” e cannoni. Molti cittadini sono mitragliati dai rastrellatori, irritati per un debole tentativo di resistenza dei partigiani. Vi si insedia temporaneamente il capo della Polizia ed SS Globocnik che decide sulla vita dei prigionieri, quando ne venivano fatti, ordinando brutali esecuzioni >. Inoltre, prosegue Fogar, < Canfanaro è in parte incendiata ed il parroco è impiccato. A Gimino i tedeschi penetrano in molte case uccidendo vecchi, donne e bambini, incendiando fienili e cantine dove numerosi abitanti hanno cercato scampo e lanciano granate nei cespugli, nei fossi, nei campi, ovunque scorgano dei superstiti >.

    Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che, citando nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che nelle < voragini, vecchie cave ed altre fosse comuni accomunate col nome di foibe (…) furono gettati anche cadaveri di soldati tedeschi rimasti uccisi negli sconti del 13 settembre e, alcune settimane dopo, numerosi cadaveri di partigiani e civili uccisi dai tedeschi e da essi abbandonati per le campagne >.

    Scrive Zic: < Nell’intero comune di Gimino che contava 4.580 anime, hanno ucciso 15 bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i bombardamenti, in totale 241 persone. (…) Alcuni uomini al di sopra dei 50 anni, che sono stati costretti a trasportare le munizioni dei tedeschi, hanno raccontato che nell’Istria settentrionale i soldati hanno violentato ragazze e donne. A Pisino (…) hanno ucciso anche alcuni italiani, fra questi il podestà e il direttore del Convitto del Ginnasio locale [9] >. Scotti prosegue citando una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic ed elenca alcuni nomi < indicati nella relazione Zic nella grafia croata (…) quasi tutti questi nomi, nella loro variante italianizzata, li ritroviamo in vari elenchi di persone che sarebbero state massacrate e infoibate dai partigiani >. Ed ancora: < Il fatto che i tedeschi procedettero a fucilazioni di “ribelli” nelle cave di bauxite, come fecero nei medesimi giorni i partigiani per eliminare i loro prigionieri, è stato “provvidenziale” per la storiografia fascista. Successivamente (…) furono attribuite ai partigiani pure una parte delle vittime della repressione tedesca > [10]. Scotti prosegue citando vari episodi specifici di feroci rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione Zic, e conclude:

    < All’epoca alcuni degli “studiosi” fascisti che oggi blaterano di “italiani trucidati dagli slavi”, collaboravano con i tedeschi nel massacro di loro conterranei, italiani e slavi >.

    Commento: adesso aspetto l'intervento di altri forumisti.

 

 

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