UNA NECESSITA' PER IL PAESE: UNIRE LA SINISTRA
Documento presentato il 13 giugno 2008 da: Bellillo, Guidoni, Pignataro, Robotti, Palumbo, Anastasia, Bacco, Bellisario, Bucero, Bennati, Belletti, Busso, Cenci, Cicchetti, Demurtas, Farina, Ferraris, Limbertucci, G. Longo, R. Nobile, Picone, Porcelli, Rubeo, Serra, Tocco, Tozzi, Vassallo
“Una necessità per il Paese: unire la sinistra”
Premessa.
Il Congresso straordinario del Partito dei Comunisti Italiani si tiene in una situazione pesante per il
Paese, drammatica per la sinistra. E’ necessario un confronto vero: franco, libero, tollerante.
1. Nelle recenti elezioni politiche e amministrative ha vinto nettamente la destra. Dobbiamo dire
con chiarezza al Partito Democratico, ai suoi referenti sociali, ai suoi elettori, che da soli non “si
può fare”, visto che i risultati sperati non si sono ottenuti.
2. La sconfitta della Sinistra Arcobaleno è pesantissima, drammatica. Molte le cause. Certamente il
“voto utile” ha inciso, così come l’astensionismo. Si è pagato per come abbiamo partecipato al
governo Prodi. Ma molto hanno pesato i ritardi e le ambiguità della “lista unitaria”. Notevoli i
ritardi della convocazione degli “Stati generali” del dicembre 2007, che pure avevano dato non
poche speranze. Speranze subito congelate da un vero e proprio impasse durato oltre due mesi, fino
all’indizione dei comizi elettorali. Democrazia e partecipazione sono state messe in mora. Le
candidature sono state paracadutate, seguendo il manuale Cencelli, con il solo scopo di tutelare i
gruppi dirigenti nazionali, senza alcun ruolo dei territori. La campagna elettorale è stata disertata da
parte significativa di dirigenti regionali e nazionali che non credevano al progetto unitario, o lo
contrastavano apertamente.
Ha prevalso nel nostro elettorato la necessità di “fare muro” contro Berlusconi, votando Pd. Il
confronto dei dati in molte realtà , che votavano anche per le amministrative, sono eloquenti.
3. Ci aspetta un lavoro di lunga lena, in primo luogo nella società, per ricostruire la sinistra. E’
questa una necessità oggettiva per il mondo del lavoro, per i giovani, per gli intellettuali. E’ da
questi soggetti che dobbiamo ripartire con slancio e capacità di innovazione.
I rischi di ritorno alla frammentazione, alla involuzione settaria, a logiche meramente identitarie
sono molto reali e significherebbero la condanna alla residualità e alla pura testimonianza.
La sfida è far decollare davvero un forte e partecipato processo per costruire un nuovo soggetto
unitario della sinistra, rilanciando le ragioni della nostra nascita, con i Partiti che decideranno di
esserci, con i movimenti, le Associazioni, le singole persone.
4. Dalle elezioni politiche e amministrative viene un chiaro insegnamento: da soli non si vince.
Condizione necessaria per vincere è l’unità delle forze di centro-sinistra.
“Una necessità per il Paese: unire la sinistra”
In relazione ai prossimi, molto ravvicinati, appuntamenti elettorali è urgente dirimere insieme le
questioni aperte, ad ogni livello di governo, e delineare con chiarezza le prospettive politiche delle
alleanze. Alleanze che si devono qualificare sempre più sulle priorità programmatiche e sulla
necessità di considerare la partecipazione come la forma usuale del governare. Per superare l’attuale
linea dell’autosufficienza del Partito Democratico è necessario rilanciare un “nuovo centro-sinistra”
aperto e inclusivo, basato fondamentalmente su due forze, il PD e la Sinistra, tra le quali dobbiamo
costruire un leale rapporto di competizione, sul terreno delle battaglie ideali, così come nella
definizione delle alleanze di governo e nelle giunte locali.
5. Si apre una nuova fase per tutti: per noi la bussola dovrà essere un forte ancoraggio alla società e
in primo luogo al mondo del lavoro. Le concrete, pesanti condizioni di vita e di lavoro delle masse
popolari devono essere la nostra effettiva priorità. L’attuale situazione dei salari, delle pensioni e del
costo della vita reale, così come le drammatica realtà delle morti sul lavoro e del precariato, sono
del tutto insostenibili: si tratta di grandi questioni sociali, di classe, e insieme di grandi questioni
democratiche.
6. L’unità della sinistra è una esigenza fondamentale per il mondo del lavoro e per tutte le forze che
si richiamano alla sinistra. E’ un’esigenza irrimandabile e irrinunciabile.
Il PdCI è nato con una fortissima vocazione unitaria, come “la sinistra che unisce”.
Il PdCI ha scritto, programmaticamente, sul proprio simbolo “Per la Sinistra”.
Il PdCI deve essere anche oggi, più di ieri, il più convinto propugnatore, nei fatti, di un nuovo
grande soggetto unitario della sinistra, La Sinistra: non riteniamo esistano “modelli”, ma certamente
un riferimento significativo è rappresentato dalla Linke in Germania.
Bisogna superare tutte le posizioni settarie e anacronistiche. La costruzione de “La Sinistra” deve
rappresentare il nostro obbiettivo fondamentale. Un obiettivo di valenza strategica che risulta essere
ancora più urgente in relazione alla svolta a destra in atto nel Paese e alla connotazione neocentrista
che sta assumendo il Partito Democratico.
7. Un forte rinnovamento politico, culturale, di gruppi dirigenti è un’esigenza imprescindibile. Non
ci possono essere uomini e donne per tutte le stagioni.
Una forte sinistra unita è necessaria e possibile in tutto il Paese, una sinistra di lotta e di governo
nell’accezione alta che ne dava Enrico Berlinguer, una sinistra che sappia inverare i suoi ideali di
pace, uguaglianza, solidarietà, libertà.
Il Congresso deve rappresentare un concreto e significativo momento del processo che intendiamo
portare avanti con passione, con lungimiranza, con determinazione, da comunisti.
Un’Italia livida, che arretra.
Principi, ideali, sentimenti, finalità di un popolo che oggi si sente solo e privo di prospettive di
cambiamento, ci impongono di continuare a lottare per un’unità della sinistra, che abbia tra i
proprio compiti il rilancio di un’azione riformatrice, popolare e di progresso, contro una deriva
populista, il cui primo obbiettivo è la mortificazione della Carta Costituzionale.
Noi vogliamo un’Italia in cui siano garantiti i principi fondamentali, quali la certezza del diritto e
l’uguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge, la giustizia sociale, i diritti dei lavoratori e
l’efficienza del processo economico e produttivo, la reale ed efficace progressività del sistema
fiscale e della lotta all’evasione e all’elusione fiscale.
Noi vogliamo un’Italia che riafferma la solidarietà ed il rispetto delle persone, la serenità della
convivenza civile e la pace, che rilanci l’idea di una comunità nazionale evoluta e giusta.
La situazione politica italiana non ha precedenti, l’Italia è governata da una compagine politica di
destra, sostenuta dai poteri forti dell’economia, della finanza, subalterna alle ingerenze secolari
della Chiesa di Roma.
Il 13 e 14 aprile ha vinto quella ideologia che, costretta a nascondersi dal dopoguerra, dall’89 lavora
pubblicamente per capovolgere, snaturandoli, i principi che hanno ispirato la Costituzione
repubblicana. Ha vinto un’idea mercantile dei rapporti sociali, culturali ed umani: il mercato come
istituzione suprema dove saltano le regole della convivenza e si spalanca la retorica delle libertà
propagandate, annunciate, ma prive di contenuti.
Dal Parlamento sono state escluse le forze della sinistra e le opposizioni parlamentari non sembrano
in grado di svolgere il loro ruolo. Il sistema radiotelevisivo ed informativo, sostanzialmente
controllato da un’unica direzione culturale e politica, è quasi interamente orientato a trasformare la
realtà, edulcorandola o aggravandola a seconda delle convenienze dettate dal pensiero unico
dominante. È attraverso un sistema siffatto che prevalgono, nelle reti pubbliche come in quelle
private, programmi di intrattenimento utili soltanto a distrarre le persone dalla realtà. È attraverso
un sistema siffatto che è stata creata nel Paese quella diffusa percezione di insicurezza a cui oggi la
destra tende a rispondere con misure di tipo repressivo, intercettando in tal modo il consenso di
un’opinione pubblica preventivamente “educata” in tal senso. Tutto ciò rende indifferibile una
radicale riforma del sistema informativo nel nostro Paese, mediante una legislazione severa sul
conflitto di interessi e una profonda revisione del servizio pubblico radiotelevisivo.
Il conflitto sociale per la prima volta non ha rappresentanza parlamentare, si è logorato il tessuto di
solidarietà sociale, milioni di persone, il lavoro salariato, il precariato, chi non riesce ad entrare nel
mercato del lavoro e chi ne è uscito, le nuove povertà, non hanno più riferimenti politici coerenti
con le proprie istanze, sono soli.
L’attacco ai diritti dei lavoratori è già evidente con il tentativo messo in atto da questo governo, con
il consenso espresso di Confindustria e con la risposta ancora debole del mondo sindacale, di
cancellare la contrattazione nazionale, i diritti civili e le libertà personali. Si tenterà, così come è già
avvenuto per il passato di introdurre nuovi elementi di precarietà, di ridurre o annullare serie
politiche di sostegno al reddito, al suo potere di acquisto, e si continuerà sulla strada fallimentare
delle privatizzazioni in ogni campo, anche dei servizi pubblici locali.
Vogliono una società divisa, senza diritti di cittadinanza, dove si acuiscono le divaricazioni sociali,
dove il conflitto viene neutralizzato dalla disperazione e dalla ricerca costante della sopravvivenza e
del mantenimento delle condizioni di vita.
Il Partito Democratico non è stato in grado di attrarre consenso nel centro destra ed ha rappresentato
un elemento di logoramento ulteriore del centro sinistra, aprendo di fatto una sfida solo con la
sinistra, regalando una grande vittoria politica ed elettorale a Berlusconi.
L’etica della coerenza: mantenere la parola data al nostro popolo.
Il fallimento dell’Arcobaleno è evidente. E’ stata un’alleanza che non ha convinto, non ha creato
passioni, non ha coinvolto e suscitato interesse, non ha delineato una propria identità, è stato il
frutto di un accordo di tipo emergenziale, fatto con grave ritardo dai gruppi dirigenti nazionali, utile
solo a garantire ed eleggere ceto politico.
Si è partiti in ritardo a costruire l’alleanza, dopo l’assemblea di Roma del 8 e 9 dicembre 2007 i
gruppi dirigenti dei partiti, compreso il nostro, non hanno raccolto e trasformato in proposta politica
ed organizzativa l’accorato appello ad aprire una fase nuova, di costruzione di una sinistra popolare
e radicata sul territorio, liberata dalle divisioni del passato e pronta ad accettare la sfida per
cambiare il Paese.
E’ fallito il progetto della Sinistra Arcobaleno o della sinistra unita? No, è fallito solo il progetto
dell’Arcobaleno, che ci ha fatto comprendere che il nostro popolo pretende molto di più di un
semplice cartello elettorale, ma soprattutto ci chiede coerenza e l’impegno di mantenere le cose che
si affermano, di passare dalle parole ai fatti. Rimane tutta valida la scelta strategica di unire la
sinistra italiana su un progetto chiaro ed innovativo che possa essere percepito come l’orizzonte
entro il quale i lavoratori e le lavoratrici italiane possano riversare le loro speranze.
Noi non vogliamo tornare indietro, la strada da percorrere è giusta e non c’è sconfitta elettorale che
possa motivare il ritrarsi da questo impegno storico, dobbiamo tenere in campo la nostra proposta di
confederazione e rilanciarla su un nuovo patto, su un nuovo progetto unitario. È sbagliato, quindi,
puntare al superamento del PdCI, per costruire un indistinto partito comunista; quello che occorre,
invece, è il dispiegarsi del partito in chiave unitaria, questa volta senza se e senza ma, restando
nell’alveo della storia del Partito Comunista Italiano.
Una storia, che peraltro va ripresa e studiata facendo un bilancio rigoroso e sereno dei fatti, a partire dall’800 e giungendo ai nostri giorni, evitando il rischio, purtroppo diffuso, di richiamarsi ad essa
per mere considerazioni di carattere propagandistico ed elettoralistico.
Una sinistra senza aggettivi, una sinistra che deve ricomporre vecchie fratture storiche, che deve
essere in grado di riannodare un rapporto proficuo con i movimenti e con le loro passioni civili e di
cambiamento, che deve interrompere, come è accaduto in questi due anni di governo Prodi, una
competizione tra il PdCI ed il PRC, dannosa per i lavoratori.
La rottura che si è prodotta nel PD con la nascita di Sinistra Democratica, che ha visto una grave
banalizzazione da parte del nostro gruppo dirigente, ha rappresentato un evento importante per tutta
la sinistra, per poter ricostruire su basi nuove una rappresentanza unitaria in grado di pesare
profondamente nelle dinamiche del Paese.
Per i comunisti l’azione politica deve essere capace di indirizzare il nostro blocco sociale, le sue
esigenze di rinnovamento generale del Paese verso un pieno esercizio di direzione politica, il
governo.
L’Unione, Prodi: l’occasione mancata per bloccare le destre.
I governi di centro sinistra hanno rappresentato negli anni la soluzione possibile, nei rapporti di
forza dati, per cambiare il Paese. Sono stati la rappresentazione di un quadro di forze, eredi dei
partiti che insieme avevano scritto la Costituzione repubblicana, hanno significato per milioni di
italiani la speranza di poter cambiare, modernizzare e rendere più giusta l’Italia.
Non è veritiera la descrizione di coalizioni, prima l’Ulivo e poi l’Unione, aggregate contro
qualcosa, più che per qualcosa. Non è stato l’antiberlusconismo a legare insieme partiti di tradizione
e aspirazione diverse e spesso molto lontane, le coalizioni sono state il frutto di una visione di unità
nazionale che fondasse le proprie radici nel pensiero di Enrico Berlinguer e nella cultura
dell’interesse nazionale, contro poteri e interessi particolari e criminali, per la costruzione di una
società italiana in cui la cultura laica e quella religiosa convissero in una nuova idea di repubblica,
con al centro le persone, i loro diritti, le loro aspirazioni. Un’idea di Paese in cui prevalesse la
coscienza collettiva sulla deriva edonistica e liberistica.
Non può esserci soluzione alternativa ad un accordo tra le forze riformiste e quelle della sinistra
italiane. Il Paese, i lavoratori, la possibilità stessa di avere come obbiettivo la rinascita democratica,
chiedono di riproporre una strada di confronto e coalizione di centro sinistra.
Il governo Prodi ha rappresentato l’ultimo baluardo per non rimettere nelle mani della destra il
futuro dell’Italia, il tentativo di costruire una alleanza poggiata su un programma comune, costruito
guardando ai contenuti e non ai bilanciamenti. Un programma che aveva coinvolto e fatto
partecipare larghi strati e settori sociali, culturali ed economici del Paese. Questo tentativo, questo
progetto, sono stati vanificati anche dalla fragilità della coalizione. La sinistra ha partecipato al
governo Prodi in modo inadeguato, accettando di essere rinchiusa in alcuni Ministeri dalle competenze ristrette. Il nostro Partito, in particolare, non ha espresso colpevolmente alcuna vera
rappresentanza politica all’interno dell’esecutivo.
Un programma che è stato disatteso, abbandonato per far posto alla mediazione continua con i
poteri forti ed alle compatibilità di carattere finanziario. Un modo di vedere il futuro dell’Italia più
moderno, finalmente laico, e rispondente ai nuovi modelli di organizzazione sociale che ha trovato
l’opposizione frontale di una parte delle gerarchie della Chiesa romana e delle sue organizzazioni.
Un progetto di riappropriazione di spazi pubblici, anche in ambito economico e di liberazione dai
corporativismi, figli del secolo scorso, che è stato vanificato sull’altare delle proposte di
privatizzazione di interi settori pubblici. A questo si aggiunga la mancata apertura di un dibattito
vero sul modello federalista prefigurato dal Titolo V, così come modificato dalla riforma del 2001, e
sulla conseguente organizzazione dello Stato, con cedimenti a culture localiste, non solidali e
svincolate dal principio di sussidiarietà, quando invece un dibattito serio su queste tematiche
avrebbe rappresentato seriamente un elemento di novità vera del modello statuale e solidale.
Una serie di errori gravi, compiuti più per accontentare tutti, finendo per non accontentare nessuno.
Ne è derivato che siamo restati sempre più soli, preda della propaganda berlusconiana e dell’azione
corrosiva della Confindustria e delle categorie, mobilitate per difendere un modello sociale non
solidale e egoistico.
La politica dei due tempi, prima il risanamento e poi la redistribuzione, non ha pagato, anzi è servita
per aumentare la divaricazione con la maggioranza del popolo italiano e per ridurre il consenso
popolare.
Il giudizio sul Governo Prodi, complessivamente negativo, necessità però di una articolazione.
L’Esecutivo di Centro-sinistra non ha segnato in modo netto la discontinuità rispetto al passato e
una robusta politica di cambiamento, pur registrando alcuni risultati importanti, sui quali l’impegno
dei comunisti e della sinistra è stato determinate.
Questo vale per i successi della politica di lotta all’evasione fiscale; gli interventi per la
stabilizzazione del precariato nella pubblica Amministrazione; alcuni colpi a privilegi e rendite di
posizione con gli interventi di liberalizzazione (mutui, banche, assicurazioni, concorrenza, farmaci
ecc.); i successi in politica estera quali il ritiro delle truppe dall’Iraq e il SI dell’ONU alla moratoria
contro la pena di morte; la legge sulla sicurezza; l’emanazione nell’ultima finanziaria di un
importante pacchetto casa; il no al ponte sullo stretto di Messina e il trasferimento dei fondi per le
opere infrastrutturali necessari al Sud (decisione messa in discussione dal Governo Berlusconi
immediatamente). Si potrebbe continuare con altri esempi.
Ma questi dati positivi sono stati vanificati da una scarsa coerenza e dal non rispetto delle azioni di
governo concordate nel programma elettorale: in politica estera il mantenimento del nostro
contingente in Afghanistan; il tradimento del programma sui diritti civili, su quelli del lavoro (basti
pensare alla L.30 e al protocollo sul welfare); una politica economica che non ha puntato in modo chiaro sulla redistribuzione e, quindi, alle categorie più deboli della società italiana.
È stato un errore non rinegoziare il rientro dal debito pubblico con l’UE, come peraltro aveva fatto
la Germania, si è sottovalutata la profondità e la violenza della crisi economica e dell’erosione dei
salari, delle pensioni, del peso dell’indebitamento delle famiglie italiane.
Era necessario avviare una fase che contemporaneamente prevedesse interventi sulla spesa interna e
sul potere di acquisto e aprisse un dibattito vero sulla riduzione dei costi della spesa pubblica e della
pressione fiscale a partire dai salari e dalle pensioni.
L’incertezza con cui il Governo ha affrontato anche il tema del “tesoretto” e della sua destinazione,
ha rappresentato un’ulteriore momento di frizione tra l’Unione e la sua gente.
Aver fatto gestire un tema così delicato solo da un punto di vista ragioneristico è stato grave. Non
dovevamo avere indugi, scegliendo la strada della ridistribuzione in termini di potere d’acquisto e
welfare locale.
La lotta all’evasione ed all’elusione fiscale è stata un punto di onore epocale, nella storia dei
governi della Repubblica. Un’evasione fiscale di più di 100 miliardi di euro all’anno, quella
contributiva di più di 40 miliardi, un mare di denaro pubblico che ogni anno non entra nelle casse
dello Stato e viene sottratto alla spesa pubblica, agli investimenti sociali, alla redistribuzione verso i
redditi più bassi, il governo era riuscito a recuperare parte dell’evasione. Risultati realmente ottenuti
che già, nella prima trimestrale successiva alla caduta del governo Prodi, sono venuti meno, con una
riduzione del 30% delle entrate fiscali da gettito IVA e da imposte sulla produzione.
Anche la politica estera è stata positiva. La presa di distanza dalla politica aggressiva del governo
statunitense, il ritiro del nostro contingente dall’Iraq, l’iniziativa sul Libano, l’apertura verso il
governo palestinese, le regole di ingaggio per i nostri militari, hanno rappresentato una serie di
iniziative innovative, peraltro già messe in discussione dal governo in carica.
La fine del governo Prodi non ha rappresentato un momento poco edificante per la storia italiana;
sappiamo che vivremo in un Italia più ingiusta, meno libera, più egoista e meno solidale. Stiamo
peggio di prima, questo è un fatto chiaro ed ineludibile.
Tutto questo ci fa dire che un’alleanza di centro sinistra è indispensabile; certo una nuova alleanza,
che ponga la necessità di ripartire con un diverso approccio più sociale e popolare, non vincolato ai
poteri forti, con una sinistra più unita ed elettoralmente più forte.
I comunisti, la sinistra non hanno incalzato adeguatamente il PD nel momento in cui esso ha rotto
con la sinistra, presentando tale pesante rottura come una “separazione consensuale, quasi
liberatoria”.
Avremmo dovuto sostenere con forza, fra i lavoratori ed il popolo della sinistra, che si trattava di
una scelta grave, pericolosa, una posizione che andava cambiata, pena la sicura vittoria della destra,
cosa peraltro accaduta.
Ora la strada è in salita. Non possiamo accettare questo stato di cose, vogliamo impegnarci e ripartire non “buttando il bambino con l’acqua sporca”, riaprendo il tema delle alleanze e del
governo, come necessità storica, democratica e sociale.
La sinistra, la democrazia: la nostra natura.
Siamo in presenza, soprattutto dopo la vittoria della destra alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile e
al Comune di Roma, di evidenti ed allarmanti episodi di razzismo, xenofobia, squadrismo fascista.
L’antifascismo, pertanto, non può essere considerato alla stregua di un atteggiamento e di un modo
di fare politica che ormai hanno fatto i conti con la storia, ma va recuperato come carattere fondante
della nostra Repubblica e come attuale terreno di lotta politica.
Noi comuniste e comunisti siamo i figli della Resistenza e i più fervidi sostenitori della
progressività del nostro sistema democratico e costituzionale, siamo per una società libera e plurale.
Lavoriamo per la costruzione di una società di eguali in cui siano garantite le libertà politiche e lo
sviluppo culturale. Vogliamo rilanciare un punto di vista critico e di trasformazione della società: il
capitalismo non è la fine della storia. La resistenza al fascismo, le molte vittime sacrificate per la
Liberazione e la nuova legittimazione del nostro Paese hanno permesso ininterrottamente alle
comuniste ed ai comunisti di partecipare alla costruzione della democrazia italiana come parte
fondamentale, imprescindibile. La scelta democratica e parlamentare è figlia stessa della cultura e
dell’esperienza resistenziale che ha consolidato il convincimento che anche persone con diversa
fede e convinzioni politiche possano lavorare insieme per gli stessi obbiettivi politici. Questa
convinzione appartiene alla natura stessa dei comunisti italiani e si esprime mediante la scelta
costante della ricerca di alleanze democratiche larghe, argine alla natura reazionaria e conservatrice
della borghesia italiana e strumento di accesso al potere delle classi sociali meno abbienti.
I comunisti, la sinistra ancora oggi hanno lo scopo di modificare profondamente le strutture
fondamentali non democratiche del sistema economico sociale capitalistico, di produrre un sistema
di eguaglianze economiche e sociali che rendano sostanziali le libertà politiche, perché ogni persona
abbia il diritto di vivere pienamente la propria esistenza.
La distribuzione del reddito nel nostro Paese è profondamente ingiusta e squilibrata e sancisce il
predominio capitalistico e finanziario.
La nostra idea di socialismo si intende come liberazione, come affermazione del diritto al lavoro,
alla giustizia, alla solidarietà.
L’unità di tutta la sinistra è necessaria ed urgente per il Paese, per i lavoratori. Il nostro partito non
può, non deve sottrarsi a questo impegno, anzi lo deve sostenere con forza e convincimento e
fuggire da semplificazioni consolatorie e rassicuranti che ripropongono semplicemente modelli,
“l’unità dei comunisti”, che continuano a creare lacerazione nella sinistra.
Noi da comunisti vogliamo promuovere e partecipare ad un progetto di riunificazione della sinistra.
Riteniamo che ci siano le condizioni per costruire un grande partito popolare di sinistra. Per questo obbiettivo siamo fortemente impegnati.
Ad un giovane precario, ad un pensionato sociale, ad una donna sola, ad un migrante, ad una
persona omosessuale o trans gender, vittime ancora di un odioso stigma sociale, ad una famiglia che
non riesce più a far studiare i propri figli, che è strozzata dai debiti o dall’incombenza di badare ai
propri congiunti anziani o con problemi, serve una sinistra che dia voce alle attese e che sia in
grado di sviluppare una politica di governo e non di mera testimonianza.
Una sinistra credibile, non massimalista e identitaria, una sinistra di governo, che recuperi la fiducia
della sua gente e che sia in grado di proporre ed affermare “elementi di socialismo” del tutto
compatibili con la nostra avanzata Costituzione. Una sinistra che pratichi la partecipazione come
condizione fondamentale del suo essere, contrastando le oligarchie e le lobby, contribuendo a
trasformare la cultura del nostro Paese e a realizzare una vera e partecipata democrazia, sul piano
politico e su quello economico.
L’impegno dei comunisti in questi sessant’anni di Repubblica è stato quello di assicurare maggiori
diritti ai lavoratori, di estendere i diritti di partecipazione ai cittadini, di potenziare lo stato sociale.
Ora queste conquiste rischiano di essere vanificate, cancellate perché la sinistra ha perso
rappresentanza istituzionale nel Paese ed è divisa, incapace di trovare una strada comune.
Noi siamo fieri di essere comunisti nel solco della tradizione italiana di un partito che non ha mai
portato la guerra, la repressione, la dittatura al nostro popolo, fieri di aver trasformato milioni di
proletari senza diritti in cittadini consapevoli. La nostra storia è quella delle comuniste e dei
comunisti, le nostre radici affondano nella filosofia umanistica, nell’illuminismo, nella dottrina
marxista della storia, della società e dell’economia, nell’esperienza del movimento operaio.
In questi anni sono state raccolte, assimilate, le idee della liberazione femminile, del movimento dei
diritti civili e dei movimenti ambientalisti. Per giungere a questa maturazione del movimento
operario sono stati necessari più di cento anni, il nostro dovere storico è di non disperdere questo
patrimonio per poterlo consegnare alle generazioni che verranno. Scelte sbagliate potrebbero essere
fatali, irreversibili.
L’unità della sinistra va costruita subito, bisogna farlo in fretta, non ci sono due tempi, bisogna
prendere esempio da ciò che in Europa si è unito e sta ottenendo grandi risultati, la “Linke”,
l’unione tra culture diverse che sta scatenando passioni, interesse, volontà del fare, che sino a
qualche anno fa sembravano impossibili in una situazione politica, simile alla nostra, di pantano
neocentrista. La freschezza del progetto, l’investimento sulle nuove generazioni, il profondo legame
popolare, la capacità di non isolarsi nel contesto politico, la ricerca costante dell’apertura e del
confronto per la costruzione di alleanze politiche ed elettorali con l’SPD, fanno della Linke l’unica
vera novità, alla sinistra del PSE, nel panorama europeo. Un’esperienza su cui lavorare anche in
Italia, lanciando la parola d’ordine de “La Sinistra”.
Vogliamo unire il movimento operaio, senza lacerarlo in sottili, quanto inutili e sterili semplificazioni identitarie.
Questa nostra cultura ci porta ad essere profondamente convinti che l’unica scelta possibile sia oggi
quella di rompere gli indugi e rilanciare la non violenza e il pacifismo, per rispondere ad un nuovo
sentimento di cambiamento del mondo che non può che partire da noi, dai comunisti.
Il dettato costituzionale che, all’art.11, afferma con perentorietà il ripudio della guerra come mezzo
per risolvere le questioni internazionali, deve essere fatto proprio nel nostro agire politico, senza
infingimenti o compromessi, riconoscendo alle sole Nazioni Unite il compito, politico, di agire nei
luoghi di conflitto e condannando ogni azione che, mascherata da “intervento umanitario”, celi
intenti di predominio ed egemonia.
I diritti e le libertà delle persone, priorità politica.
La dignità umana è punto di partenza e di arrivo del nostro operato. Consideriamo l’individuo
essere raziocinante e naturale, essere individuale e sociale allo stesso tempo. Le possibilità delle
persone dipendono dalle condizioni nelle quali essi vivono. Per queste ragioni un nuovo e migliore
ordine impegnato al rispetto della dignità delle persone e all’eguaglianza è al tempo stesso
possibile, ma soprattutto necessario.
La dignità della persona quindi non dipende dal suo rendimento, dalla sua utilità; nella nostra
visione essa è un valore in sé, che prevale su ogni altra considerazione.
Lo Stato e l’economia devono essere al servizio della persona e non il contrario. Sulla base del
principio di uguaglianza vanno garantiti i diritti individuali e collettivi. Soltanto dove quei diritti
fondamentali sono realizzati, accessibili ed universali, i diritti di libertà e di partecipazione politica
possono essere esercitati da tutti: questa è la visione che ci distingue profondamente dalle culture
neoliberiste e delle destre anche del nostro Paese.
Per la sinistra, i diritti di libertà e di partecipazione politica sono lo strumento per far valere il diritto
alla vita, all’alimentazione, all’abitazione, al lavoro, all’istruzione di qualità, alla salute (che va
declinata per includere prevenzione, salvaguardia ambientale oltre all’assistenza sanitaria universale
e gratuita), alla sicurezza e alla giustizia. Questi sono diritti inalienabili dell’uomo e vanno garantiti
contestualmente per permettere una vita dignitosa per tutti. I diritti politici e quelli sociali non sono
collocabili su diversi livelli di importanza, ma in un’unica visione con al centro le persone, il loro
benessere, il loro futuro. Senza democrazia non può esserci socialismo.
Per un’autentica politica di eguaglianza.
La libertà, la giustizia, la solidarietà e la laicità sono valori fondamentali per la sinistra, per le
comuniste ed i comunisti e devono essere il nostro criterio fondamentale per la valutazione della
realtà politica, la misura per un ordine nuovo e migliore della società.
Noi aspiriamo ad una società in cui gli esseri umani possono esprimere la propria personalità, partecipando in modo responsabile alla vita politica, economica e culturale, in cui a contare siano le
cittadine ed i cittadini e non i poteri economici, finanziari o religiosi. Il compito di garantire queste
possibilità è affidato allo Stato, che non ha saputo, spesso non ha voluto in questi anni garantire i
principi di libertà e di laicità, sicché l’Italia di oggi è un Paese più arretrato degli altri partner
europei, spesso sotto il ricatto di potentati che ne indirizzano le scelte.
La libertà significa essere liberi da dipendenze degradanti, dal bisogno, dalla paura, anche per
questo dobbiamo riaffermare la centralità dell’individuo rispetto ai grandi interessi economici o
religiosi.
Chi usa la parola libertà come un vessillo propagandistico, ma poi propone un modello sociale,
economico e culturale di tipo corporativo, fatto di diritti negati, di condizioni di vita precarie, di
mancanza di libertà individuali e collettive certe, di difficoltà ad esprimere la propria personalità, il
proprio orientamento sessuale e l’identità di genere sentita o le proprie convinzioni religiose,
cancella di fatto il senso stesso dell’intero impianto costituzionale e democratico, nato dalle
battaglie della Resistenza e della Liberazione.
Per amore della libertà, quella vera, sostanziale vogliamo uguali possibilità di vita
indipendentemente dalla condizione di partenza di ciascuno. Per questo noi esigiamo una giustizia
fondata su una più equa distribuzione del reddito. Per questo noi vogliamo una scuola pubblica e
laica di qualità, inclusiva, accogliente, in grado di dare più cultura a chi ne ha avuta meno. Per
questo chiediamo l’obbligo scolastico esteso fino al 18° anno di età e insegnanti preparati e non
precari, opponendoci con forza, sulla base del dettato costituzionale, al finanziamento della scuola
privata da parte dello Stato.
La solidarietà, l’unità delle forze della sinistra ha caratterizzato ed incoraggiato il movimento
operaio nella lotta per la libertà e l’uguaglianza; senza solidarietà, senza unità delle forze di sinistra
si ridurrebbero le possibilità di continuare questo percorso di liberazione e crescita sociale. La
solidarietà, a partire dalla creazione delle prime società di mutuo soccorso operaie, è l’arma nella
lotta dei deboli per i loro diritti e nasce dalla convinzione che l’uomo ha bisogno dei suoi simili, che
pertanto deve respingere suggestioni individualistiche ed edonistiche. Soltanto l’agire comune e non
l’individualismo egoista crea e garantisce le premesse dell’autodeterminazione individuale.
Le contraddizioni tra il capitale ed il lavoro e tra il capitale e l’ambiente non sono superate, anzi si
sono acuite. Lo scenario internazionale è caratterizzato dall’aggravarsi del divario tra una
minoranza che vive nell’opulenza, consumando ingenti quantità di beni fondamentali, ed una
maggioranza costituita da miliardi di persone che non hanno il minimo per sopravvivere. Con
l’aggravante che l’occidente, spesso guidato da una cultura conservatrice e di destra, sembra non
voler prendere in nessuna considerazione, al di là dei proclami, politiche reali per abbattere il
divario fra il sud ed il nord del mondo, ridurre il debito dei Paesi poveri e imboccare la strada di una
maggiore equità. L’umanità, oggi, è di fronte al pericolo di non essere in grado di modificare i rapporti di sfruttamento del capitalismo sulle persone. Non solo: incombe il pericolo che si
riproducano su scala planetaria modelli di sviluppo, di consumo energetico, ambientale e alimentare
devastanti, caratteristici delle società a capitalismo avanzato. Le energie del pianeta non sono
infinite, non sono inesauribili, ma sono soprattutto vulnerabili. Il dibattito che si è aperto nel Paese
su un possibile ritorno al nucleare ci vede contrari. I costi proibitivi per la costruzione e la gestione
degli impianti, l’assoluta incertezza sulla affidabilità ambientale ci spingono ancora ad opporci.
D’altra parte, riteniamo che una forza di sinistra come la nostra debba aprire un fronte politico
ampio perché si formuli un vero piano energetico, legato alle fonti pulite, rinnovabili, alternative,
vera potenzialità inespressa di un Paese mediterraneo come l’Italia.
L’altra faccia del problema energetico è quello legato ai rischi indotti dai cambiamenti climatici. Per
la prima volta, al di là delle dottrine economiche, viene messo in discussione il punto centrale del
modello di produzione capitalista: la crescita continua come unico motore della società. Il tema
della decrescita, di come intraprendere modelli virtuosi, che permettano elementi perequativi su
scala internazionale e contestualmente garantiscano, nelle nostre società, risposte ai nuovi bisogni
sociali, deve diventare oggetto di confronto in tutta la sinistra, a partire dai comunisti.
Senza una capacità di governare i processi messi in moto dall’esaurirsi delle risorse e dagli
sconvolgimenti ambientali, c’è il rischio, come stiamo già sperimentando, di un devastante conflitto
tra poveri. Lo sviluppo deve essere sostenibile, spostato su investimenti e consumi collettivi,
orientato sulle nuove frontiere scientifiche e tecnologiche, vogliamo ribaltare la logica corrente che
vuole lo sviluppo legato esclusivamente a parametri economico-produttivi e rifiutare la prassi
consolidata che ne valuta la positività solo in termini statistici e di incremento del PIL.
Per noi la ricchezza di un Paese si può, si deve calcolare con altri parametri, legati ai bisogni ed alle
esigenze dei cittadini, dei lavoratori, quale fonte di ricchezza e di opportunità inedite.
Non potrà esserci un serio confronto sull’identità dei comunisti e della sinistra senza un approccio
ambientalista che sappia definire un punto di vista di sinistra su queste tematiche, senza però
fondamentalismi ed affrontando i nodi di uno sviluppo equilibrato. Temi a cui la sinistra non può
sfuggire ma, anzi, deve rilanciare come elementi di azione politica.
Deregolamentare i mercati, dismettere le politiche di programmazione, privatizzare elementi di
economia pubblica o parapubblica altamente redditizi per lo Stato e tali da garantire i servizi
fondamentali per tutti, non hanno portato ad una maggiore equità ed a un abbassamento della soglia
di accesso a tali servizi, ma, spesso, ad una messa in discussione dei beni comuni, come le grandi
rete di comunicazione, l’acqua, l’energia. Tale deriva ha avuto pesanti ricadute, colpendo i
lavoratori con politiche di disservizio ed aumenti delle tariffe. Una sinistra unita, più forte ha il
dovere di porre il tema della ripubblicizzazione di alcuni settori strategici per l’interesse generale
dell’economia del Paese. I comunisti, in quest’ottica, devono avere un ruolo determinante per
imboccare decisamente la strada nuova sui beni comuni e sul ruolo del pubblico.
Concretamente occorre incentivare le politiche di ripubblicizzazione della gestione dell’acqua, non
come mero obiettivo ideologico, ma come una necessità di salvaguardare un bene fondamentale per
l’umanità. Coerentemente con questa impostazione i comunisti, insieme alle altre forze della
sinistra, si adopereranno in tutti i luoghi istituzionali per raggiungere questo importante e
significativo risultato, anche ricercando le necessarie sinergie con il Forum nazionale dei movimenti
per l’acqua che su questa tema è impegnato non solo con analisi e elaborazioni, ma anche con
iniziative di movimento.
Occorre avere coraggio ed essere più forti come sinistra, come referenti dei lavoratori, per aprire nel
Paese un dialogo più ampio con tutti quei settori della società, anche della piccola e media
imprenditoria e dei lavoratori autonomi, soprattutto con gli artigiani ed i piccoli commercianti, che
soffrono l’invadenza delle grandi multinazionali e della prepotente condotta del sistema bancario e
creditizio: con tutte quelle persone forze sociali che vogliono scegliere con noi un cambiamento di
rotta e rilanciare la programmazione democratica.
In questo orizzonte, il sindacato confederale e soprattutto la CGIL ha rappresentato e rappresenta il
luogo essenziale per la difesa dei diritti, delle retribuzioni e delle pensioni
La CGIL per la sinistra, pur nella distinzione dei ruoli, è il soggetto di riferimento fondamentale con
cui, seppur in ambiti diversi, agire per rafforzare e valorizzare il lavoro e nel contempo contrastare
gli elementi neocorporativi e individualistici che la Confindustria e le forze del Governo
Berlusconi cercano di iniettare nella sfera del mondo del lavoro dipendente e del precariato, allo
scopo di ridimensionare, se non di eliminare, la forza e la rappresentatività del sindacato
confederale come soggetto collettivo .
Oggi siamo chiamati tutti ad una azione robusta di rivendicazioni salariali per invertire la tendenza
degli ultimi 15 anni in cui su una crescita complessiva di 16,7 punti percentuali, in termini reali,
solamente 2,2 punti sono andati al lavoro.
L’emergenza salariale deve essere una delle prerogative delle forze della sinistra come asse
caratterizzante della loro azione politica.
La sinistra riparta dal fare.
Siamo decisamente contrari al principio secondo cui lo Stato sia organizzato e strutturato in
relazione ai bisogni dell’economia e della finanza, siamo per la prevalenza del bene pubblico su
quello privato.
Scegliamo il governo come strumento necessario per cambiare l’ordine sociale e l’ordine
economico per un riequilibro delle fondamentali condizioni di vita dei cittadini. A tal fine sono
necessarie nuove alleanze di centro sinistra che perseguano la possibilità del cambiamento nel
nostro Paese.
La politica non è più il campo di azione dei soli partiti: da tempo essi non sono più sufficienti a rappresentare la complessità degli interessi culturali, sociali e valoriali della società italiana. Nella
società, nel mondo del volontariato, delle ricerca, dell’associazionismo sono presenti grandi forze
vive che attivano giornalmente percorsi di promozione e di innovazione che coinvolgono milioni di
cittadini e che creano consenso convinto alle loro attività, che danno un contributo considerevole
alla crescita culturale, politica e sociale del nostro Paese. Dobbiamo essere in grado di dialogare con
questa parte della società e cogliere la profondità di quelle esperienze che spesso coincidono con la
nostra visione politica. Di fronte alle offensive sulla riduzione del costo del lavoro e sull’aumento
della produttività dei lavoratori, ossessivamente perseguita in nome della competitività, occorre
puntare sui nuovi saperi, sul triangolo formazione-ricerca-innovazione, elemento chiave per
realizzare “la società della conoscenza”.
Ridare dignità al lavoro, ripensare il Mezzogiorno come risorsa per il Paese.
Il lavoro, giustamente retribuito, ha un’importanza centrale per la coscienza delle persone, perché
esse siano soggetti sociali attivi. Esso attribuisce autonomia e riconoscimento sociale, determina le
condizioni di vita e le possibilità di realizzazione, facilita l’impegno sociale e politico, assicura
l’indipendenza materiale. Oggi il lavoro è sottopagato, insicuro, precario, invisibile, socialmente
irrilevante, i contratti flessibili e precari sono diventati la normalità. Una sinistra più forte deve
mettere al primo posto delle proprie rivendicazioni il primato del lavoro a tempo indeterminato
come modello organizzativo delle imprese e come un impegno prioritario dello Stato. L’obbiettivo
che i comunisti e la sinistra si devono dare è quello di ridare valore e dignità alle lavoratrici ed ai
lavoratori. Un nuovo progetto che rilanci il ruolo della sinistra al governo del Paese deve
ripristinare alcuni punti cardine su cui riannodare un rapporto di classe duraturo con la nostra gente,
al di là degli obbiettivi politici immediati come l’abolizione delle leggi sulla precarietà del lavoro e
transitoriamente la costruzione di nuovi sistemi di welfare che rispondano ai nuovi modelli
occupazionali e di insicurezza sociale. Occorre riprendere il dialogo con le persone in carne ed ossa,
rimettendo al centro dell’attenzione benessere generale e sicurezza sociale, potenziamento delle
infrastrutture sociali, garanzia del lavoro femminile, istruzione e formazione permanente per tutti,
garanzie certe per avere più tempo per la vita familiare e privata, per il tempo libero e per il lavoro a
favore della collettività, per l’accesso alla vita culturale e alle attività ricreative, per un
miglioramento della qualità e della sicurezza del lavoro e per la democratizzazione sindacale e dei
luoghi di lavoro.
In una società sempre più complessa e tendente alla competizione fra individui, gruppi e comunità
assume sempre di più un ruolo fondamentale lo Stato con i suoi livelli di rappresentanza e di
organizzazione da quello centrale a quello periferico. La garanzia dei diritti, della loro esigibilità,
della possibilità di accesso viene garantita dallo Stato attraverso il lavoro pubblico e l’impegno
disinteressato di lavoratrici e lavoratori che, non avendo l’interesse del profitto e del valore aggiunto, erogano servizi ai cittadini senza distinzione di censo, di razza, di colore della pelle, di
sesso e/o di altra differenza sociale e/o culturale.
E’ per questi motivi che il lavoro pubblico all’interno di una pubblica amministrazione autonoma,
efficiente può di per sé rappresentare un elemento di crescita e di emancipazione sociale che libera i
cittadini da condizionamenti politico-culturali di grande rilevanza. Il lavoro pubblico è fattore
determinante, che va difeso dalla strumentalità degli attacchi del governo delle destre, e di garanzia
democratica per tutti i cittadini, soprattutto in una società nella quale i condizionamenti di vario
genere spesso penalizzano i più deboli ed i lavoratori in particolare. In alcune aree del Paese, il Sud
in particolare, che hanno una struttura socio-economica più debole e penetrabile, il lavoro pubblico
garantisce i diritti fondamentali delle persone ed è frontiera e presidio di legalità; rappresenta una
grande opportunità perché esso stesso produce sviluppo sociale ed economico.
Per riguadagnare la fiducia e tornare ad essere protagonisti tra le lavoratrici ed i lavoratori
dobbiamo far tornare centrale, all’interno del dibattito politico, culturale e sociale del Paese, il tema
delle loro condizioni. I lavoratori ci chiedono l’unità tra le forze della sinistra e di queste con il
cartello delle forze democratiche, ci chiedono pragmatismo nell’operare per un miglioramento delle
loro condizioni di vita materiali, di difendere il loro sistema industriale e la loro possibilità di
operare anche nella brutale competizione globale.
Il voto operaio nel nord Italia, spostatosi pesantemente verso la Lega Nord, non è consolidato alla
destra, è la temporanea sfiducia nei confronti della sinistra; noi lo possiamo riconquistare uscendo
da forme di demagogia nella proposta politica e recuperando credibilità, anche dal punto di vista
della nostra capacità di stare insieme e di stare dentro il dibattito che si è aperto nel Paese sulle
questioni del lavoro guardando al futuro e non al passato.
La disoccupazione nel sud del Paese, la precarizzazione di tanta parte di lavoratori ormai in ogni
campo e settore sono oggi il vero nodo che la sinistra ha di fronte per dimostrare credibilità e
capacità di affrontare le questioni risolvendole. Quello che si sta profilando sempre di più è
un’intollerabile polarizzazione delle condizioni di vita e di una divisione del nostro Paese
caratterizzata da regioni del benessere e da regioni povere.
L’Italia non diventerà competitiva e socialmente coesa senza la rinascita del Mezzogiorno e senza la
valorizzazione delle sue risorse umane e materiali. Senza un Mezzogiorno risanato è impossibile
assicurare al Paese tassi di crescita e competitività adeguati allo scenario economico internazionale.
Le logiche dell’intervento straordinario, che hanno caratterizzato la politica per il Mezzogiorno dal
dopoguerra agli anni ’80, non sono più proponibili. Occorrono, invece, politiche ordinarie da
applicare con la necessaria determinazione. La nuova funzione da assegnare al Mezzogiorno non
può che essere connessa alla centralità che il nostro mare è destinato ad assumere nelle nuove
relazioni di scambio tra i continenti. In questa prospettiva, mai come oggi il Mezzogiorno appare
una risorsa decisiva per il futuro dell’intero Paese.
I presupposti necessari perché il Mezzogiorno sia messo in grado di svolgere questa funzione
storica sono: formazione, innovazione, occupazione non precaria, rafforzamento dei sistemi di
piccola e media impresa, rafforzamento delle infrastrutture e della logistica, cogliendo le
opportunità che a questo territorio derivano dall’essere un’area di transito e favorendo in tal modo il
riposizionamento strategico dell’intero tessuto imprenditoriale meridionale.
Tali linee di intervento non cambiano, anzi rivestono maggiore importanza nella prospettiva di un
riassetto istituzionale di tipo federale. Rinunciare, infatti, alla risorsa rappresentata dal Mezzogiorno
significherebbe rassegnarsi alla diminuzione delle potenzialità dell’intero Paese. Anche per questo il
federalismo, se vorrà essere responsabile, dovrà essere solidale.
La concorrenza tra lavoratrici e lavoratori si acuisce, la solidarietà è resa sempre più difficile. Le
nuove forme di disuguaglianza sono il frutto anche di politiche che hanno reso meno importante la
qualificazione e la preparazione al lavoro, dequalificando complessivamente la funzione del lavoro
stesso. La ricchezza, che è aumentata in questi anni, non solo non è stata redistribuita ma ha
prodotto un fenomeno socio-culturale nuovo, per cui l’identificazione di classe e la consapevolezza
della propria funzione storica hanno finito con l’indebolirsi anche nel mondo del lavoro. Nella
nostra società il tema del lavoro e delle condizioni in cui viene svolto è marginale. Ci si preoccupa
solo in via emergenziale della piaga degli incidenti e delle morti sul lavoro, si sottovaluta che il
tema della sicurezza è strettamente legato agli aspetti della precarietà, del produttivismo esasperato
e dei mancati controlli.
In quest’ottica la difesa del contratto collettivo nazionale del lavoro diventa l’ultimo ed il più
importante elemento di lotta per evitare che questa trasformazione culturale diventi strutturale, muti
completamente la natura stessa della classe lavoratrice italiana, che non si è mai espressa, come è
accaduto in altri Paesi, in forme individualistiche o corporative, ma si è sempre posta come
elemento centrale nella definizione stessa del modello di società. Il contratto nazionale deve restare
centrale rispetto a tutte le possibili politiche salariali previste, continuiamo a ritenere che la
contrattazione di secondo livello abbia funzioni redistributive sui profitti e non sostitutive di una
visione nazionale. Dobbiamo prevedere, inoltre, una nuova forma di indicizzazione automatica dei
salari, agganciata anche a serissime politiche sul controllo dei prezzi al consumo e delle energie.
Negli ultimi quindici anni i lavoratori hanno pagato una perdita secca di 8 punti di PIL a favore dei
profitti, 120 miliardi di euro (pari a 8 finanziarie odierne) sono stati trasferiti dalle tasche dei
lavoratori a quelle dei padroni: occorrono, quindi, politiche salariali che invertano questa tendenza,
con lo scopo di giungere all’adeguamento dei salari italiani alla media europea.
Una sinistra che riafferma che il diritto al lavoro è un diritto delle persone e un dovere dello Stato,
come è sancito dalla Costituzione, garantirlo e renderlo sicuro; la precarietà, la disoccupazione sono
un problema dello Stato, che deve risolverlo politicamente.
Ridistribuire le risorse, iniziare dal welfare.
L’attacco al sistema di welfare messo in campo dalla destra politica e da quella economica è senza
precedenti, la frammentazione a sinistra, le divisioni della sinistra hanno favorito settori dello stesso
Partito Democratico che hanno, in questi anni, delineato un ulteriore attacco ai sistemi delle reti
pubbliche, prefigurando un nuovo modello sociale non più basato sulla solidarietà, ma sui livelli
minimi da garantire agli strati di popolazione più poveri. Il modello sociale italiano non è mai stato
uno dei più avanzati d’Europa, l’impegno deve essere oggi quello non solo di difenderlo, ma di
provare ad immaginarne nuove forme ed articolazioni di carattere sociale. Il movimento operaio ha
combattuto per generazioni per lo stato sociale, noi dobbiamo lottare per conservarlo e potenziarlo,
innovandolo. La lotta oggi è contro un’idea di privatizzazione dei rischi elementari della vita, una
politica sociale che si limita ad eliminare il danno verificatosi, è disumano ed inoltre sottopone
rapidamente ad eccessivi oneri finanziari. La tutela più efficace era, è e sarà sempre la politica della
prevenzione.
Tematiche come il sostegno al pagamento dei mutui per la casa, il sostegno dei redditi da cassa
integrazione o mobilità, il sostegno al diritto allo studio sino ai massimi livelli di istruzione per tutti,
compresi i lavoratori precari, in mobilità o cassa integrazione, l’estensione del tempo pieno
scolastico, l’accesso al credito per i lavoratori precari, devono diventare oggetto di un nuovo
modello di welfare nazionale che permetta di estendere a tutti politiche che ormai si attuano
localmente, su base regionale, ma che devono diventare parte di un nuovo modello sociale italiano,
che tenga conto delle mutazioni che sono avvenute nella società e nel lavoro. Noi dobbiamo
rilanciare il diritto alla sicurezza sociale come caposaldo della convivenza civile nazionale. Ogni
scelta di carattere economico o di investimento strutturale deve prevedere adeguate politiche sociali
che ne compensino le ricadute sul mondo del lavoro e sui settori più poveri della società. Le
imprese devono accettare un modello di responsabilità sociale, per fare questo occorre uno Stato più
forte ma soprattutto un nuovo patto fra le forze democratiche e quelle della sinistra per mettere al
centro le persone rispetto alla finanza e all’economia. Occorre anche una profonda trasformazione
della stessa organizzazione dello Stato, della sua burocrazia; dobbiamo chiedere efficacia e qualità,
prima ancora che quantità del sistema di sicurezza sociale e della sua rete nazionale e locale.
Dobbiamo ancora lottare per mettere la politica sociale sullo stesso piano della politica economica,
attraverso strumenti di democrazia economica. Questi compiti si possono svolgere solo se saremo
più forti, organizzati e coesi, anche per obbligare il PD a fare i conti con una sinistra radicata e in
sintonia con il Paese reale.
Un Paese onesto, giusto, sicuro.
La questione morale è per i comunisti, la sinistra, questione fondamentale. Enrico Berlinguer aveva
intuito un’involuzione morale nella vita pubblica del Paese e delle sue classi dirigenti ed aveva lanciato il suo allarme perché il problema fosse affrontato e non sottovalutato. Egli affermava: “Per
noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in
casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti d’oggi sono soprattutto
macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della
società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero.
Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza
alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire
il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e
non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e
l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sottoboss".
Sembra scritto oggi.
Una vera e propria battaglia delle idee che abbia nel rilancio del tema dell’onestà, della trasparenza,
della moralità il proprio elemento di diversità rispetto al panorama politico italiano, nel nome di un
differente approccio nell’affrontare le questioni, partendo dall’utilità principale per il bene pubblico
generale e mettendo in secondo piano l’interesse delle nostre organizzazioni e del nostro partito,
riaffermando che un cosa è giusta quando è utile, quando serve a tutti, quando non ha costi
eccessivi, quando è conciliabile con un principio di eguaglianza e di compatibilità sociale ed
ambientale. A tutti i livelli noi dovremo essere chiamati ad esporci in prima persona per riaccendere
quel senso civico, quella moralità alta, quei sentimenti di indignazione che si sono spenti nel popolo
italiano. Non potremo più accettare che ci si giri dall’altra parte vedendo un’ingiustizia o un
comportamento disonesto, un favoritismo o un aggiramento delle leggi; la convivenza civile va
ricostruita su un principio di nuova moralità collettiva perché, per quanto ci riguarda, la giustizia
sociale passa anche attraverso la necessità che tutti sentano come proprio il Paese ed i suoi interessi.
E’ assolutamente necessario che i partiti, in primo luogo la sinistra, si pongano il problema
rilanciando la questione morale come grande questione nazionale, selezionando validi e specchiati
gruppi dirigenti, con particolare riferimento alle rappresentanze istituzionali.
Dobbiamo ricostruire in Italia un terreno di confronto politico sulla questione morale, per ridare
credibilità ad istituzioni che rischiano di trasmettere ai cittadini un’idea distorta della vita politica e
dell’impegno sociale. La difesa delle istituzioni e del tessuto democratico sono l’ultimo baluardo
per impedire un’involuzione neoautoritaria dell’Italia. Per questo la lotta alla criminalità e il
sostegno a coloro che si espongono diventano per le comuniste ed i comunisti, per la sinistra,
obbiettivo prioritario al pari della lotta per la giustizia sociale; in particolare il sostegno a chi pensa
ad una nuova politica per il Mezzogiorno, per un suo riscatto civile e morale, che ha bisogno del
sostegno di tutti, in particolare dello Stato.
Ogni anno vi sono centinaia di morti per mafia, camorra e ‘ndrangheta, in quella che è una vera
guerra tra bande per il controllo del territorio. La vita nelle città del mezzogiorno, e non solo, è diventata più insicura per la presenza dilagante delle mafie, della macro e micro criminalità.
La criminalità organizzata, che opera prevalentemente nei settori della prostituzione, del traffico di
droga, del racket, dell’usura, del traffico di armi, intercetta flussi consistenti di spesa pubblica,
come per la questione rifiuti o i grandi appalti (pensiamo a cosa potrà accadere con la costruzione
del Ponte sullo Stretto di Messina). Si può dire che ad oggi essa sia diventata un attore terribilmente
significativo dell’economia nazionale ed internazionale, anche perché gode da tempo di importanti
complicità ed infiltrazioni nella politica nazionale.
Significative sono, soprattutto nei territori maggiormente colpiti dalle mafie, quelle esperienze di
associazioni che coraggiosamente provano, giorno dopo giorno, a riappropriarsi di un territorio per
troppo tempo “rubato” ai cittadini dai mafiosi dando speranza ai giovani attraverso pratiche di
quotidiana legalità.
Nel Paese, spesso a ridosso dei grandi centri urbani, si sono sviluppate aree in cui il fenomeno della
microcriminalità ha raggiunto da tempo livelli di guardia. Questo è in larga parte dovuto ad un
disagio sociale a cui lo Stato e le Amministrazioni non hanno dato una risposta adeguata limitandosi
ad intervenire sporadicamente in modo repressivo e non risolvendo così il problema e lasciando che
si diffondesse nella popolazione un forte senso di insicurezza, anche alimentato da media che non
perdono occasione per enfatizzare i crimini violenti anche a fronte di statistiche ufficiali che
segnano una sostanziale contrazione di tali fenomeni. Dobbiamo stare dalla parte dell’anziano che
ha paura quando va a prendere la pensione e della mamma che ha paura di mandare suo figlio a
giocare in strada. Essere dalla loro parte non significa, tuttavia, creare e colpire dei capri espiatori,
ma costruire contesti sociali ed economici in cui tutte le persone che ne fanno parte siano
protagonisti, partecipino, coltivino relazioni positive, abbiano una buona qualità della vita, vedano i
propri diritti fondamentali garantiti. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale che richiede a sua
volta una nuova politica locale fatta di partecipazione diffusa e dell’integrazione delle politiche
economiche, urbanistiche, ambientali, sociali, sanitarie, del lavoro e dell'istruzione. Attenzione va
rivolta agli istituti di rieducazione affinché essi possano assolvere alla loro funzione di recupero e
non siano, come tranne rare eccezioni oggi accade, brodo di coltura della criminalità e delle mafie e
luoghi che sommano emarginazione a emarginazione.
Va combattuto, infine, quel grande male che affligge l’Italia, quel diffuso senso di impunità e che
può trovare soluzione solo attraverso una giustizia finalmente efficiente e celere.
Mentre la macrocriminalità occupa parte del Paese, la nuova destra fomenta l’intolleranza contro gli
stranieri ed i diversi. Culture razziste, xenofobe e sessiste dilagano e la destra di governo alimenta
le culture della discriminazione fra le persone, e incita allo scontro di civiltà e di culture illudendosi
di sconfiggere in questo modo un’ondata migratoria che coinvolge tutta l’Europa e che deve essere
governata, gestita e non criminalizzata.
Europa, la sfida per la democrazia sociale.
La sinistra è in crisi ovunque, in tutta Europa prevalgono culture liberiste, conservatrici, populiste.
Bisogna ripartire da una ricerca critica vera delle ragioni della sconfitta: l’erosione del
compromesso democratico a base nazionale, tra Stato, movimento operaio, borghesia nazionale, la
scomposizione del blocco sociale, che aveva il suo asse nella classe operaia, la depubblicizzazione
delle economie europee, la competizione mondiale, i nuovi fenomeni di globalizzazione
neoliberista. La sinistra o si definirà in ambito europeo e saprà dare all’Europa una nuova identità o
non sarà. Qualsiasi processo di riorganizzazione della sinistra deve, dovrà tenere conto di un quadro
di relazioni e di esigenze di carattere europeo.
La crisi economica che si sta profilando ha aspetti gravi e in prospettiva gravissimi, che colpiranno
soprattutto la stabilità e la sicurezza della classe lavoratrice europea. Una crisi simile a quella,
tragica, del ’29, anche se con antidoti fortunatamente molto superiori rispetto ad allora; da questa
crisi potrebbero nascere nuove opportunità per avviare una vera unità politica e sociale d’Europa e
per il superamento della sua natura liberista e monetaria. La sinistra deve giocare per intero il suo
ruolo, senza attardarsi nella difesa di particolaristi nazionali. Un’Europa più unita, politicamente più
forte garantirà un ruolo del movimento operaio più incisivo e in grado di guidarne i processi di
evoluzione.
Proprio nell’ottica di rilanciare un ruolo pubblico contro la deriva liberista ed economicista con cui
il capitale internazionale sta mutando la natura dei nostri Paesi, riteniamo importante il
rafforzamento del processo di costruzione dell’Unione Europea come un primo passo verso una
società mondiale articolata regionalmente. Un’Europa della pace e della democrazia sociale, che
fondi la propria costituzione, il proprio ordinamento sulla centralità dello stato sociale europeo.
Per queste ragioni riteniamo importante rilanciare il dibattito sulla Costituzione europea, e sulla
possibilità che questa divenga lo strumento con cui attuare un nuovo modello di stato sociale
europeo, che metta, tra i primi posti della propria agenda, la coesione sociale, la lotta alla
precarizzazione del lavoro e la riaffermazione del lavoro a tempo indeterminato come normalità nel
rapporto tra capitale e lavoro salariato.
Oggi questo non accade perché la sinistra è divisa e poco incline a discutere e confrontarsi sui temi
europei, quasi questi fossero poco importanti. La sfida per garantire stabilità e diritti a tutte le
persone passa dal consolidamento del modello sociale europeo e dalla capacità dell’Europa di
promuovere, su scala planetaria, la costruzione di un ordine economico nuovo e giusto che consenta
uno sviluppo duraturo a tutti i paesi. Ciò vale ancor di più se vogliamo intraprendere una strada
inversa a quella della deriva monetaria a cui oggi è ispirata la politica europea, per ridurre il ruolo
del FMI, della Banca Mondiale e del G8. Esempio eclatante di questa deriva è il tema dei cosiddetti
“fondi sovrani”, lo strumento con cui i surplus economici di alcuni Paesi diventano lo strumento per
destabilizzare e colpire le economie interne, e quindi il potere di acquisto e la stabilità, di milioni di lavoratori nel mondo.
Di grande importanza è il ruolo dell’Europa nelle politiche energetiche ed ambientali, dove la sfida
planetaria non può essere adeguatamente affrontata dai singoli stati nazionali. Avvertiamo con forza
la necessità di definire un impianto programmatico serio: questo è il compito essenziale di un
processo costituente, di una sinistra capace di analisi concrete delle situazioni, che non smarrisca
una prospettiva strategica e che la sappia collocare nella situazione storicamente data.
Ripartiamo da noi, per una prassi che cambi il partito.
Il partito vive una lacerazione profonda, ormai in ogni parte d’Italia e perfino nelle federazioni
estere. Compagne e compagni che decidono di abbandonare la militanza, che spesso decidono di
abbandonare anche il partito, in alcuni casi governato da gruppi dirigenti incapaci di ascoltare, meri
esecutori di una linea nazionale non discussa, replicata pedissequamente nei territori. Spesso il
ruolo del centro è stato quello di occuparsi burocraticamente delle questioni aperte sui territori,
scegliendo di stare con la maggioranza, prescindendo dal merito delle questioni, usando in qualche
caso la Commissione Nazionale di Garanzia come uno strumento lacerante per tagliare i ponti con i
compagni che proponevano punti di vista critici nei riguardi dei gruppi dirigenti territoriali.
Si è cercato negli ultimi anni di esorcizzare il dibattito, di allontanare il confronto, quasi questo
potesse amplificare la fragilità della nostra organizzazione e del nostro progetto. Si è avvertita una
prassi organizzativa e politica tendente più alla lotta interna, intesa come consolidamento del
controllo del partito ed appropriazione fideistica dei gruppi dirigenti territoriali, invece di
privilegiare l’azione politica esterna che, nei fatti, è stata limitata, resa meno credibile proprio da
questi fenomeni.
Si sono selezionati i gruppi dirigenti più sulla base di un principio di fedeltà che di effettiva e reale
capacità, si è scelto l’elemento auto-conservativo per garantire un’applicazione acritica di una linea,
che come dimostrano le ultime scelte, era più evocata che concretamente praticata.
Coloro che ritenevano centrale il tema delle relazioni a sinistra e della costruzione territoriale delle
condizioni per unire la sinistra sono stati spesso marginalizzati, indicati come coloro che volevano
sciogliere il partito, come i nemici del partito. I veri nemici del partito sono coloro che vogliono
tenerlo recluso nell’isola deserta, pensando che si possa continuare una guerra che è conclusa ormai
da anni.
Il nostro partito deve essere aperto, deve investire sulle nuove generazioni, deve educarle alla storia
dei comunisti italiani, del loro senso pratico, della loro alta concezione delle istituzioni
democratiche, di quel profondo rispetto per il pluralismo ed il confronto democratico, per quel
senso di appartenenza alla comunità nazionale, che ha permesso, con un’opera attenta anche di
educazione e di apertura a tutte le culture del mondo, di trasformare militanti in classe dirigente per
il Paese. È triste vedere la rappresentazione in sedicesimi di modelli culturali e di pratiche organizzative politiche, che il Partito Comunista Italiano aveva abbandonato dalla fine degli anni
’50.
Il Partito Comunista Italiano non è mai stato né corsaro né giacobino, ha sempre valutato le proprie
azioni e le proprie scelte politiche con un unico metro: se queste erano o no utili alla classe
lavoratrice di questo Paese e se ne avrebbero o meno portato un beneficio.
Noi vogliamo un partito che rispetti le compagne ed i compagni, che li faccia sentire a casa propria,
che consenta loro di poter fare ciò che ritengono più giusto per il raggiungimento degli obiettivi che
insieme ci si dà. Vogliamo un partito che sul piano territoriale apra una fase di collaborazione e di
lavoro comune con le altre forze della sinistra, che partecipi alla costruzione delle case della
sinistra, che ne stimoli la creazione, invece di mandare circolari che prescrivono l’esatto contrario.
Vogliamo un partito che pratichi ciò che afferma, una qualità fondamentale nel metro di giudizio
delle donne e degli uomini della sinistra italiana nei confronti dei loro partiti. Noi, in quest’ultima
torsione identitaria, non siamo stati diversi dagli altri, abbiamo per anni proposto un progetto per
poi pensarne e praticarne uno opposto, usando la giustificazione della sconfitta elettorale e non
vedendo la sconfitta del gruppo dirigente.
Vogliamo un partito che sia comunità, che stimoli le persone ad aderire sulla base di un progetto
politico che favorisce l’elaborazione politica teorica e pratica, che esce dai tatticismi e produce
cultura, cultura popolare, che sta nei quartieri, nelle periferie, nei paesi, non per fare azione di agitprop,
ma per aiutare le persone a risolvere i problemi concreti, quelli quotidiani, un partito che cerca
di colmare i vuoti e le solitudini di questa nostra società parcellizzata.
Questo nostro Congresso deve essere chiaro, senza infingimenti ed evitare che la nostra discussione,
legittima, che espone finalmente le nostre diversità all’interno del nostro partito, di tutti e non di
qualcuno, possa essere causa di ulteriori lacerazioni o ancora peggio motivo scatenante di
strumentali accuse di frazionismo. Il Congresso deve poter garantire una discussione franca tra le
compagne e i compagni senza che nessuno ne strozzi il dibattito, che dovrà essere serio e
costruttivo, rinsaldando l’unità di azione delle comuniste e dei comunisti, in un quadro finalizzato
all’azione per la costruzione di una sinistra più larga e plurale.
Il futuro gruppo dirigente deve essere scelto per capacità e non per fedeltà, a tutti i livelli, a partire
da quello centrale. Dovrà essere un gruppo dirigente che raccolga gli appelli che da ogni parte
d’Italia sono arrivati, spesso inascoltati, al centro perché si affrontino le questioni non tagliando i
ponti verso le compagne ed i compagni, includendo e legittimando il dissenso, le diversità.
Un gruppo dirigente che pratichi il principio dell’incompatibilità etica e politica tra incarichi politici
ed istituzionali, dividendo nettamente il ruolo del controllato dal controllore, spezzando le logiche
fideistiche che spesso si creano sul piano territoriale.
In quest’ottica, in quella di un partito che cambia le proprie modalità di convivenza civile e politica,
pensiamo vada superato il centralismo democratico perché portatore di logiche che mortificano la partecipazione dei compagni alle fondamentali decisioni che devono accompagnare un processo
politico ed organizzativo, oltre che alla formulazione di una proposta programmatica per il nostro
Paese. Riteniamo che l’opinione delle compagne e dei compagni non debba essere oggetto di
delibere di partito, di torsioni organizzative del dibattito.
Quello che noi proponiamo è un partito che vuole evitare l’ulteriore errore di mitizzare i leader,
anche perché non c’è più nulla da mitizzare. Vogliamo un partito comunità, di tutte e di tutti.
Ci auspichiamo che questo sia il congresso della riappropriazione: perché è di questo che abbiamo
bisogno, perché la sinistra deve riappropriarsi del suo ruolo in questa società, a difesa del lavoro e
degli ultimi ritornando ad una presenza di massa nei territori.
Perché i comunisti devono anch'essi riappropriarsi del loro ruolo fondamentale nella costruzione di
una nuova Sinistra unita e di governo e non unita per il governo
Perché noi dobbiamo riappropriarci del nostro partito che ha perso nel tempo la sua caratteristica di
essere luogo della discussione libera e a volte aspra, ma sempre vera.
Perché una volta la politica coltivava grandi progetti di cambiamento sociale e oggi si fa dettare
l’agenda dalla pancia della società.
http://www.comunisti-italiani.it/upl...lasinistra.pdf