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    Predefinito V CONGRESSO PdCI - Salsomaggiore Terme 18-20 Luglio 2008




    REGOLAMENTO CONGRESSUALE:

    Il calendario congressuale

    1) E' convocato per il 18-19-20 luglio a …… il 5° Congresso Nazionale del
    Partito dei Comunisti Italiani.
    2) Il dibattito congressuale si svolge sul documento politico approvato dal
    Comitato Centrale del 7-8 giugno 2008 e su eventuali documenti alternativi,
    ciascuno sottoscritto da almeno il 5% dei componenti del CC e presentato
    alla Commissione nazionale per le regole congressuali entro il 13 giugno
    2008.
    3) La discussione congressuale si avvia con la pubblicazione dei suddetti
    documenti che hanno tutti pari dignità.
    4) Le assemblee congressuali a ogni livello, dall'assemblea di sezione a
    quella nazionale, devono essere caratterizzate dalla massima apertura,
    invitando e lavorando per la partecipazione dei cittadini, dei lavoratori, dei
    rappresentanti delle forze democratiche, delle organizzazioni di massa, delle
    associazioni.
    5) I comitati federali fissano il calendario dei congressi di sezione e di
    Federazione che dovranno tenersi entro il 13 luglio 2008.
    6) Il calendario dei congressi delle federazioni va stilato in accordo con la
    Commissione nazionale per le regole congressuali.

    Congressi di sezione e di Federazione

    7) I congressi sono aperti ai cittadini interessati. Hanno diritto di
    partecipazione tutti gli iscritti al Partito, con diritto di voto tutti gli iscritti al
    Partito per l’anno 2007. Il numero dei delegati al Congresso Nazionale viene
    determinato in base alle cedole di iscrizione consegnate al dipartimento
    nazionale di organizzazione entro il 31 gennaio 2008.
    8) Ogni istanza congressuale di sezione e/o Federazione procede alla
    preparazione del congresso avvertendo dello stesso e delle modalità del suo
    svolgimento tutti gli iscritti in tempo utile a garantire la massima
    partecipazione.
    9) Ferma restando la previsione statutaria dell'elezione degli organismi
    dirigenti delle sezioni del partito, la platea congressuale delle federazioni con
    meno di 200 iscritti è composta da tutti gli iscritti. Al congresso delle
    federazioni con più di 200 iscritti, partecipano i delegati eletti nei congressi di
    sezione secondo il rapporto delegati/e-iscritti stabilito dal comitato federale
    entro il 20 giugno 2008.
    10) Copia del/i documento/i congressuali dovrà essere fornita a tutti gli iscritti
    unitamente all’invito. Tutti gli iscritti dovranno ricevere un invito, per la
    partecipazione al rispettivo congresso, corredato dal calendario dei lavori e
    con l'indicazione dell’orario delle operazioni di voto.
    11) I congressi di sezione e di Federazione eleggono la presidenza del
    congresso che, alla luce dell'ordine del giorno, propone l'ordine dei lavori, il
    quale deve comunque prevedere:
    a) la discussione e la votazione del documento approvato dal Comitato
    Centrale del 7-8 giugno 2008 e di eventuali documenti alternativi presentati
    nei termini previsti;
    b) l'elezione dei rispettivi organismi dirigenti;
    c) l'elezione dei delegati/e ai congressi federali e nazionale.
    d) Essi eleggono altresì, su proposta della presidenza del congresso, una
    commissione politica ed una elettorale.
    12) I lavori del congresso di Federazione vengono aperti da una relazione del
    segretario di Federazione, a cui deve seguire l’illustrazione degli altri
    documenti da parte di un delegato della medesima federazione, o in sua
    assenza dal segretario di Federazione o dal garante, e conclusi
    dall'intervento del/la compagno/a designato dalla Commissione nazionale per
    le regole congressuali. Le votazioni sul documento approvato dal Comitato
    Centrale e su eventuali documenti alternativi presentati nei termini previsti
    avvengono con scrutinio palese.
    13) Le elezioni degli organismi dirigenti e dei delegati, si svolgono, di norma,
    a voto segreto, salvo diversa deliberazione assunta a maggioranza dei
    votanti. Nei congressi di Sezione e di Federazione ove siano presenti votanti
    di diversi documenti politici, la commissione elettorale nella proposta degli
    organismi di direzione politica e dei delegati/e tiene conto della pluralità di tali
    posizioni.
    14) Il congresso delle Federazioni con meno di 200 iscritti elegge i delegati al
    congresso nazionale, il segretario, il tesoriere, nonché la Direzione federale
    la cui composizione non può essere inferiore a 5 compagni e comunque non
    superiore al 10% degli iscritti della Federazione.
    15) Il congresso delle Federazioni con più di 200 iscritti elegge i delegati al
    congresso nazionale. Elegge, inoltre, il Comitato federale, la cui
    composizione non sarà superiore al 10% degli iscritti e, in ogni caso, non
    dovrà superare il numero di 50 componenti. Il Comitato federale elegge il
    segretario, il tesoriere, la segreteria ed eventualmente il presidente del
    Comitato federale.
    16) Il Congresso di Federazione elegge i delegati al Congresso nazionale
    secondo un rapporto di 1 delegato ogni 50 iscritti o frazione superiore a 25
    iscritti. In ogni caso per le federazioni con un numero inferiore alla frazione di
    25 iscritti viene riconosciuto un delegato.
    17) La Commissione nazionale per le regole congressuali è garante del
    regolare svolgimento congressuale, con la facoltà del controllo sulla
    regolarità del tesseramento quale riferimento per la elezione della platea
    congressuale. Designa altresì i compagni che partecipano ai lavori di ciascun
    congresso di Federazione con funzione di garante. Il garante è membro
    della presidenza del congresso e di ciascuna delle commissioni, può
    partecipare ai congressi di sezione della medesima federazione e può essere
    delegato al Congresso nazionale.

    Congresso nazionale

    18) Tutti i componenti del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di
    Garanzia, se non delegati dai congressi di Federazione, possono partecipare
    senza diritto di voto al Congresso nazionale.
    19) Il Congresso nazionale elegge in apertura dei lavori una Presidenza su
    proposta della Commissione nazionale per le regole.
    20) La Presidenza del Congresso nazionale propone la modalità di
    svolgimento dei lavori e, a conclusione della relazione politica, propone
    l'elezione di 4 commissioni: politica, statuto, elettorale, verifica dei poteri.
    21) Il Congresso nazionale, alla fine dei suoi lavori, vota i documenti politici,
    le eventuali modifiche allo statuto ed elegge gli organismi dirigenti.

    Disposizioni finali

    22) In deroga a quanto previsto dallo Statuto, i congressi regionali nonché le
    conferenze regionali e nazionale della FGCI verranno convocate dai nuovi
    organismi eletti nel 5° congresso.
    23) Questo regolamento vale per lo svolgimento dei lavori di tutte le istanze
    congressuali.
    24) Il presente regolamento congressuale, adottato a norma delle
    disposizioni finali dello Statuto, modifica le eventuali norme statutarie in
    contrasto.




    http://www.comunisti-italiani.it/upl...econgresso.pdf

  2. #2
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    Predefinito

    ELENCO DELLE COMMISSIONI

    COMMISSIONE NAZIONALE PER LE REGOLE CONGRESSUALI

    CUFFARO ANTONINO
    ARZARELLO FLAVIO
    BRUNO EDOARDO
    CALO’ VINCENZO
    CESINI ROSALBA
    DE ANGELIS GIACOMO
    DE SANCTIS FABRIZIO
    GALANTE SEVERINO
    LICANDRO ORAZIO
    MORRONE ANTONIO
    PIGNATIELLO ALESSANDRO
    RIZZO MARCO
    ROBOTTI LUCA
    STRAMBI ALFREDO
    BERTO MASSIMO

    COMMISSIONE STATUTO

    DILIBERTO OLIVIERO
    CRAPOLICCHIO SILVIO
    DE MARIO FRANCO
    D’ANGELI ANTONELLA
    GABELLINI RICCARDO
    GUERRINI PAOLO
    INFANTINO ENZO
    MARINO LUIGI
    MARIOTTI ELISA
    MORONI ROSANNA
    PALUMBO ITALO
    SOFFRITTI ROBERTO
    VACCA ELIAS
    VALENTE GIOVANNI
    VENA DONATO




    http://www.comunisti-italiani.it/upl...ommissione.pdf

  3. #3
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    Predefinito

    RICOSTRUIRE LA SINISTRA

    COMUNISTE E COMUNISTI, COMINCIAMO DA NOI

    Documento approvato dal comitato centrale del PdCI del 7 e 8 giugno 2008

    La svolta reazionaria

    La vittoria della destra alle recenti elezioni politiche apre scenari inquietanti. Berlusconi oggi
    dispone di una larga maggioranza parlamentare, del controllo di gran parte dei mezzi di
    comunicazione e di uno sterminato impero economico. Le peggiori subculture vengono alimentate
    per creare un senso comune reazionario. Oggi ci sono veramente tutte le condizioni perché si
    imponga un nuovo sistema politico istituzionale reazionario, a sanzione e garanzia di equilibri
    sociali fondati sulla stabile emarginazione del mondo del lavoro.
    La disastrosa sconfitta elettorale ha comportato la scomparsa dal Parlamento italiano di tutte le
    forze politiche di sinistra. Per la prima volta dal 1945, nessun comunista siede in Parlamento e
    questo è un fatto veramente epocale.
    La fase è, dunque, inedita e rischiosa. Essa pone al nostro partito, come a tutti i comunisti, problemi
    altrettanto inediti, rischiosi e complessi, cui vanno date risposte all’altezza delle difficoltà, senza
    fughe in avanti né superficialità né autoconsolazione, senza tentazioni autoconservative o
    estremistiche, senza pigrizia intellettuale. Di fronte a una svolta reazionaria, di portata tale da
    rendere “accettati ed accettabili” i pogrom ed i rastrellamenti contro gli zingari, ed ad una tendenza
    consociativa che, sotto l’ingannevole tematica delle “riforme condivise”, apre la strada allo
    scardinamento dei valori, dei principi e degli interessi che la Resistenza antifascista ha posti a
    fondamento della Costituzione, è indispensabile che i comunisti si ristrutturino come perno di una
    mobilitazione popolare e democratica la più vasta e unitaria possibile.

    Il momento internazionale

    Il quadro economico e politico sul piano internazionale è caratterizzato dal declino degli Usa che
    tendono a scaricare sull’intero pianeta la propria crisi strutturale. Nuove potenze regionali mettono
    in discussione l’assoluto dominio Usa sul mercato globale. L’emergere di solide valute (Euro, Yuan,
    Rublo) attorno alle macroaree economiche (Europa, Cina, Russia) minaccia strategicamente lo
    strumento fondamentale della supremazia statunitense e cioè il potere di signoraggio che il dollaro
    conserva in quanto unica moneta di scambio mondiale. Gli Usa però sono pronti a tutto pur di
    difendere il ruolo della loro moneta.
    Tale competizione, prodotta dalla natura contraddittoria dello sviluppo capitalistico, sta trascinando
    l’intera economia mondiale verso un gravissimo squilibrio. L’ipertrofica dimensione del capitalismo
    finanziario e l’inedito manifestarsi contemporaneo di una crisi non solo economica ma anche
    energetica, alimentare ed ambientale apre le porte a scenari inquietanti. Cresce una evidente
    tendenza alla guerra ed al contempo si generano fenomeni inflattivi e recessivi che si scaricano sui
    lavoratori e sulle popolazioni di gran parte del pianeta. La gestione di una fase economica così
    difficile alimenta sul piano politico fenomeni reazionari che portano al restringimento dei margini
    democratici. Al contempo, sul piano globale, la crisi alimenta, per ragioni sia meramente
    economiche che geopolitiche, al corsa riarmo degli Usa e delle nuove potenze mondiali e regionali.
    La vicenda italiana non può essere slegata da questo contesto data la posizione geo-strategica
    dell’Italia e la sua struttura economica che, pur pienamente inserita nella Unione Europea, risulta
    fortemente frammentata, debole e contraddittoria e quindi particolarmente esposta alla competizione globale. La crisi mondiale ed i fenomeni conseguenti alimentano anche nel nostro paese una recrudescenza reazionaria.

    Un lungo ciclo storico

    La scomparsa dei comunisti – tutti – dal Parlamento repubblicano, insieme al profilarsi di accordi
    espliciti, tesi a superare l’attuale sistema parlamentare, tra Veltroni e Berlusconi, segnano
    emblematicamente il concludersi di un lungo ciclo storico. Il progetto di cancellazione della
    anomalia italiana è completato.
    Quello che era il paese con il più forte partito comunista d’occidente, con i più alti tassi di
    sindacalizzazione, con una vasta egemonia culturale della sinistra si ritrova oggi nelle mani di forze
    reazionarie, senza la sinistra in Parlamento e, soprattutto, segnato da un senso comune di destra.
    Le origini di questa deriva vanno certo ricercate nella ristrutturazione capitalistica che alla fine degli
    anni ’70 del secolo scorso ha piegato la forza del movimento operaio. Sino a quel momento
    avevamo assistito ad una fase di progressiva espansione del movimento dei lavoratori e delle
    sinistre, segnatamente del Pci, che aveva contribuito in misura determinante all’attuazione di alcuni
    punti decisivi della Costituzione repubblicana. Tale spinta profondamente e positivamente
    riformatrice fu bloccata sia da crescenti veti internazionali, sia da una conseguente azione interna,
    ad opera di poteri occulti e palesi. Il craxismo prima ed il berlusconismo poi sono riusciti ad
    affermare la loro idea di modernizzazione togliendo alla sinistra l’iniziativa del cambiamento. Il
    ciclo storico è stato segnato da una fase difensiva del movimento operaio che si è aggravata
    ulteriormente dopo la caduta dell’Urss e la dissoluzione del suo “campo” di alleanze. Da quel
    momento in poi il capitalismo europeo non ha avuto più bisogno di quel compromesso di classe che
    ha consentito, in questo continente, la nascita dello stato sociale e quindi la diffusione di diritti
    universali ed un ruolo forte dello stato nell’economia.
    La parcellizzazione del processo produttivo ha prodotto una caduta della coscienza di classe ed
    indebolito strutturalmente la capacità di lotta del movimento operaio e dei lavoratori. La
    precarizzazione del rapporto di lavoro ha diviso il fronte cancellando per milioni di lavoratori il
    riferimento ai contratti collettivi, mentre le riforme pensionistiche spezzavano il nesso di solidarietà
    tra le generazioni aprendo, tra queste, una disperata competizione per le risorse. E’ arretrata nel
    contempo anche la coscienza di genere e cioè la consapevolezza delle donne delle proprie libertà e
    dei propri diritti violati da un doppio sistema di discriminazione e sfruttamento dentro e fuori la
    famiglia.
    Le politiche neoliberiste hanno prodotto un progressivo arretramento e peggioramento delle
    condizioni di vita delle classi lavoratrici e dei ceti deboli, l’aumento dello sfruttamento e la
    spaventosa crescita della povertà e dell’emarginazione dei più deboli.
    Nel quadro di un colossale spreco di risorse pubbliche, da parte di una classe politica incapace e
    spesso corrotta che i comunisti hanno sempre denunciato e combattuto, si è originato un processo di
    deriva sociale, economica e civile, e produttiva del mezzogiorno che ha visto incrementare le
    distanze di quantità e qualità di questa parte del paese dal sistema produttivo ed infrastrutturale del
    nord Italia e dell’Europa. In questo quadro la criminalità organizzata ha fatto un salto di qualità non
    solo sul piano del controllo del territorio ma anche sul piano economico trasformandosi, per molti
    aspetti, in una impresa capitalistica internazionalizzata. Ciò ha alterato profondamente la
    condizione democratica del paese data la accentuata capacità delle mafie di penetrare le sedi della
    politica e delle amministrazioni pubbliche.
    L’Unione Europea ha imposto parametri monetari e politiche di privatizzazione che hanno demolito
    gli strumenti di programmazione impedendo le forme di economia mista che in Italia avevano avuto
    un peso significativo. All’enorme peso del debito pubblico si è risposto con una lunga fase di
    “commissariamento” della politica da parte di “tecnici” che rispondevano direttamente al comando
    delle lobbies finanziarie.
    La globalizzazione, subita da un capitalismo italiano di retroguardia, ha posizionato il Paese ad un
    più basso livello nella divisione internazionale del lavoro e dentro una competizione di prezzo e non di prodotto con la conseguenza di aprire una guerra tra poveri segnata da delocalizzazioni,
    immigrazione, dumping sociale.
    Tutto ciò ha prodotto una estrema polarizzazione della ricchezza, a tutto vantaggio del profitto e
    della rendita, che ha colpito prima il mondo del lavoro salariato e poi anche le classi medie.
    I processi di trasformazione della produzione hanno eroso progressivamente l’insediamento sociale
    dei comunisti e della sinistra. I lavoratori si sono trovati esposti ad una competizione quotidiana sul
    mercato del lavoro interno ed internazionale. La debolezza della loro rappresentanza politica e
    sindacale ha consentito l’affermarsi dell’idea che la competitività andava difesa a discapito dei
    diritti, dei salari e delle garanzie sociali. La perdita progressiva di identità e di efficacia della
    sinistra politica insieme con la perdita di ruolo storico degli stati nazionali sta alla base di una
    ricerca di quella appartenenza legata al territorio su cui fanno presa la Lega al Nord e le spinte
    populiste di destra nel meridione.
    Le forze localistiche, in particolare nel nord, hanno spostato il conflitto sul piano orizzontale nei
    confronti dello stato centrale e della burocrazia costruendo una specie di sindacalismo territoriale
    per il quale i lavoratori ed i ceti più deboli si sentono rappresentati politicamente sulla base di una
    appartenenza comunitaria piuttosto che sulla base delle loro reali condizioni di classe. Mescolando
    rivendicazioni locali ad egoismo sociale, producendo paura e razzismo.
    E’ la sensazione di solitudine di fronte ad un futuro sempre più incerto che ha generato quella paura
    su cui è cresciuta l’egemonia politica della destra.
    L’affermarsi di un mercato nelle mani delle grandi multinazionali monopolistiche ha prodotto una
    idea consumistica di benessere funzionale alle modalità di accumulazione. Il sistema dei media ha
    creato una alienazione di massa con una continua sollecitazione verso falsi bisogni e falsi valori.
    Il sistema formativo ed educativo pubblico è stato oggetto di attacchi pesantissimi e di riduzioni di
    risorse senza precedenti che ne hanno compromesso progressivamente la qualità ed il ruolo.
    L’identità collettiva si è spostata dal lavoratore-(ri)produttore al consumatore compulsivo. Ciò ha
    generato la disponibilità di massa verso politiche distruttive dell’ambiente ed imperialiste sul piano
    globale. La ricchezza, intesa come assoluto ed insensato accesso al consumo di merci e di persone,
    è divenuta l’unico parametro di valore. La guerra e la violenza, come strumenti efficaci di
    sopraffazione e di appropriazione delle risorse altrui, sono tornate ad essere generalmente accettate
    sia pur ancora oggi dietro il paravento ideologico dell’intervento umanitario o dell’autodifesa
    territoriale.

    La “trincea” del centro sinistra

    Dopo che si è interrotta, alla fine degli anni ’70, la fase offensiva che aveva portato i comunisti ad
    un passo dal riconquistare un ruolo di direzione politica nazionale nel quadro dell’unità delle forze
    democratiche, questa lunga fase di arretramento è stata necessariamente affrontata dai comunisti
    con scelte politiche che cercavano di organizzare linee di difesa dietro le quali tentare di
    riorganizzare forze. Dalla scelta dell’alternativa democratica compiuta da Berlinguer nel 1980,
    all’accordo di desistenza del 1996 sino all’ingresso dei due partiti comunisti nell’Unione nel 2006
    c’è un nesso storico che ha tenuto insieme responsabilità nazionale, costituzionalismo e lotta contro
    il nemico principale.
    La fine del PCI ha dato vita a tre formazioni politiche che in modo diverso hanno dato la loro
    risposta a questa lunga fase. Da un lato chi si è arreso ed ha scelto di accompagnare questo processo
    sino al punto da farsene interprete e propagandista; dall’altro chi ha cercato di frenarne le dinamiche
    e tenere aperta una sfida di sistema.
    L’esperienza di Rifondazione, soprattutto dopo il 1998, è segnata dall’investire sul “movimento dei
    movimenti” che doveva tenere assieme i conflitti, le reazioni, le contraddizioni che una società
    sempre più complessa, e corporativizzata, proponeva. Il PdCI ha invece investito principalmente su
    un quadro politico di centro sinistra che, facendo riferimento alla cultura costituzionale italiana,
    potesse fungere da argine democratico ed al contempo tenere aperti spazi di agibilità per il conflitto
    di classe.
    Dopo una lunga fase di conflitto aperto tra PdCI e PRC, la comune opposizione al Governo
    Berlusconi dal 2001 al 2006 ha reso possibile ritrovarci assieme nell’esperienza dell’Unione e nel
    sostegno al Governo Prodi dove abbiamo misurato l’insufficienza di entrambe le risposte che allora
    furono date. Il movimento non ha affatto attraversato il Governo Prodi mentre il PD di Veltroni
    nasceva proprio per far cadere la diga dell’anti-berlusconismo e per espungere dal contesto di ogni
    governo, presente o futuro, le ragioni e gli interessi rappresentati dai comunisti.
    Il centrosinistra come lo abbiamo conosciuto non esiste più.
    Il giudizio su questa lunga fase deve però essere articolato.
    Il centrosinistra è stato il tentativo di far fronte all’avanzare di una destra eversiva con un
    compromesso dinamico, fatto sugli interessi e sui valori nell’ambito di un quadro costituzionale, tra
    un pezzo del mondo democratico, anche di origine conservatrice, e la sinistra. Progressivamente
    però sono cresciuti il peso dei poteri forti e la loro capacità di incidere in maniera trasversale sulla
    destra e sul centro, mentre la sinistra ha perso spazi e capacità di iniziativa. Nonostante noi
    avanzassimo proposte che avrebbero anche consentito al centro sinistra stesso di entrare in sintonia
    con il proprio popolo di riferimento (pensioni, lotta alla precarietà, salari, etc.), l’agenda politica
    veniva viceversa determinata da parte delle forze moderate della coalizione. Le sinistre, allora,
    hanno cercato di aprire le contraddizioni interne al centrosinistra contrapponendo rifiuti netti
    sostenuti, molto spesso, dalle dinamiche di conflitto presenti nella società, nei movimenti e nel
    mondo del lavoro. Dal tentativo di ottenere risultati positivi anche i comunisti sono passati ad una
    posizione quasi esclusivamente difensiva, tentando di frenare politiche che colpivano le sue classi di
    riferimento ed il suo sistema di valori. Progressivamente la politica del “no” ha segnato di sé
    l’identità della sinistra, dei comunisti e delle forze d’alternativa. Ciò, però, ha consunto nel senso
    comune di larghe masse popolari, la credibilità di una prospettiva di trasformazione della società.
    Anche in una fase difensiva una proposta politica che voglia parlare al Paese, a tutto il mondo del
    lavoro, non può essere percepita come mera sommatoria di “no”, ancorché derivanti da giustissime
    rivendicazioni.

    L’ultimo governo

    L’ultimo governo Prodi è stato il paradigma di questo fallimento. Nato sulla spinta delle grandi
    manifestazioni a difesa dei diritti dei lavoratori, della pace, della democrazia ha deluso le speranze
    sino ad umiliare la sinistra con la paradigmatica fiducia posta contro la sua stessa maggioranza sulla
    riforma del welfare. La manifestazione del 20 ottobre 2007 ha rappresentato l’estremo investimento
    di un popolo su una formula politica che non poteva più giustificarsi solo con l’antiberlusconismo.
    La scelta della CGIL di tornare, dopo la feconda stagione di ripresa del conflitto sia pur difensivo,
    ad una politica di concertazione con un governo “amico” non ha affatto rafforzato Prodi ed ha
    privato la sinistra di una sponda indispensabile. Grave è stata la scelta del sindacato che, pur di non
    registrare quelle che venivano considerate indebite intromissioni delle forze politiche nel proprio
    ambito di rappresentanza, non solo non ha sostenuto ma ha persino contrastato l’azione della
    sinistra in Parlamento tesa a raggiungere risultati più avanzati in favore dei lavoratori.
    L’agguato parlamentare che ha abbattuto il Governo Prodi è stato possibile perché prima si era persa
    la connessione sentimentale con il nostro popolo. Questa volta la politica dei due tempi,
    risanamento e poi ridistribuzione, è stata giustamente sentita come un tradimento da parte dei ceti
    popolari che aspettavano un risarcimento sociale.
    Sarebbe però sbagliato non ricordare, anche oggi, quanto abbia pesato, in negativo, sulla azione del
    centro sinistra la mancanza di una chiara maggioranza parlamentare. Nonostante tutte le aspettative
    alle elezioni, quelle del 2006, la destra riuscì a raggiungere un sostanziale pareggio. Nemmeno il
    plateale fallimento del governo Berlusconi produsse infatti una chiara affermazione delle forze
    democratiche e ciò ad ennesima riprova della natura conservatrice della società italiana e delle
    profonde pulsioni reazionarie che ciclicamente la attraversano.
    Inoltre l’ultimo governo Prodi ha avuto nemici potenti : dalla Confindustria, al Vaticano,
    all’amministrazione Usa. Questi poteri hanno chiarito, anche alle forze interne al centrosinistra, che non era più per loro tollerabile la presenza di due partiti comunisti e di una larga sinistra all’interno
    dell’area di governo in un paese che resta tra i più economicamente sviluppati.
    La discontinuità in politica estera e la permanente resistenza della sinistra sulle scelte economiche
    hanno reso Prodi comunque inaffidabile per i poteri forti. Il PD di Veltroni è stato lo strumento con
    cui l’establishment ha fatto saltare l’accordo tra le forze eredi della tradizione costituzionale italiana
    per trovare un compromesso con la destra ed il suo sistema politico-economico.
    L’americanizzazione della politica in salsa italiana ha preso il volto della rottura del PD con la
    sinistra e dell’accordo con Berlusconi sulla nuova Costituzione. Il bipolarismo prodiano si muoveva
    ancora nell’ambito della democrazia rappresentativa e costituzionale. Il bipartitismo veltroniano
    travolge invece la dialettica parlamentare, concedendo al “cesarismo” berlusconiano la sua più
    importante vittoria strategica.
    Grande deve essere l’autocritica della sinistra per come ha interpretato questa occasione di presenza
    nel Governo del paese: ancorché vi siano stati risultati parziali (come ad esempio il ritiro delle
    truppe dall’Iraq, la lotta all’evasione fiscale o la stabilizzazione dei precari nella pubblica
    amministrazione strappata proprio dal PdCI), essi non sono stati percepiti come rappresentativi di
    una utilità reale delle forze della sinistra – e segnatamente di quelle comuniste – al governo.
    La nostra stessa scelta di parteciparvi con degli indipendenti non ha prodotto gli effetti sperati. Da
    un lato, infatti, questa scelta, pur garantendo margini di azione più ampli al partito, ha comunque
    riversato sullo stesso l’intera responsabilità dell’azione del governo senza peraltro poter contare sul
    ruolo che avrebbero potuto svolgere in quelle importantissime postazioni dirigenti del partito.
    Dall’altro la scelta di indipendenti, anche per evidenti limiti soggettivi, non ha raggiunto affatto gli
    obiettivi di efficacia e di rappresentanza della sinistra che ci eravamo posti.
    Gravi sono stati anche i ritardi politici ed i deficit del partito a livello nazionale, locale e delle
    istituzioni. Tardiva la consapevolezza dei reali rapporti di forza, dei limiti oggettivi e del graduale
    esaurimento di una esperienza ed insufficienti gli strumenti individuati per reagire all’iniziativa dei
    poteri forti.
    Alla luce dei fatti è stato un errore perseguire l’idea di un accordo programmatico globale con le
    altre forze della coalizione. Il vincolo di lealtà programmatica, rispettato solo dalla sinistra, ci ha
    impedito di puntare a raggiungere, o a valorizzare, risultati parziali ma strategici ed ha scaricato su
    di noi la responsabilità complessiva del fallimento nella realizzazione degli impegni presi con gli
    elettori. Siamo quindi stati percepiti o come inefficaci a realizzare le auspicate riforme a favore dei
    ceti più deboli o, simmetricamente, come coloro che ostacolavano, sostenendo con forza – anche se
    vanamente – tali richieste, il lavoro del governo.
    Per senso di responsabilità democratico ed istituzionale abbiamo difeso sino alla fine il
    centrosinistra. Nonostante gli esiti elettorali restiamo convinti che questa è stata una scelta obbligata
    ed insieme giusta. Non sono certamente i comunisti a portare, oggi come domani, la responsabilità
    storica di aver aperto la strada al ritorno delle destre.

    Dalla Confederazione all’Arcobaleno

    Per anni noi del PdCI abbiamo insistito sulla proposta di Confederazione delle forze della sinistra.
    Se agita per tempo essa avrebbe consentito di affrontare in modo unitario le sfide del governo. Al
    contrario invece la competizione tra le singole forze ed i personalismi hanno ritardato i processi
    unitari delle forze e successivamente minato l’efficacia dell’azione comune. Le divisioni ed i
    rancori del passato hanno così reso cieca la sinistra di fronte al pericolo mortale che stava sorgendo
    al suo fianco. Mentre il PD ha supplito al deficit di identità accreditandosi come forza della rottura e
    dell’innovazione politica, tra le forze della sinistra si apriva un conflitto sulla natura e sugli esiti del
    processo unitario.
    Non è stato affatto un errore la scelta del PdCI di dare voce alla richiesta, anche questa fortemente
    rappresentata nella manifestazione del 20 ottobre, di fornire, anche nella scelta del simbolo, al
    progetto unitario quel chiaro profilo identitario necessario a renderlo riconoscibile come realmente
    alternativo al PD. Dopo gli stati generali dell’Arcobaleno di dicembre, invece di una strutturazione
    confederale, ha prevalso un asse tra PRC e SD, a cui poi hanno acceduto anche i Verdi, costruito su una ipotesi liquidatoria delle identità e delle organizzazioni. Invece di proporre una alternativa nei
    contenuti, nel profilo identitario e nella prospettiva, la sinistra ha inseguito in modo subalterno una
    idea di innovazione che ricordava, fuori tempo massimo, la scelta di Occhetto alla Bolognina.
    La risposta dell’Arcobaleno è stata infine strumentalizzata e ridotta ad espediente per imporre l’idea
    dell’approdo in un nuovo ed indistinto partito. Una campagna elettorale disastrosa, dove non si è
    contrastata l’idea perversa di voto utile e non si è spiegata la necessità di una forte opposizione
    politica al consociativismo crescente tra PD e PDL, ha completato il disastro.
    Questi errori, tuttavia, facevano comunque leva su una giusta richiesta di unità a sinistra,
    largamente sentita in larghi strati popolari. La nostra partecipazione all’Arcobaleno – che il Pdci ha
    sempre inteso non come embrione di un futuro partito unico – ha evitato quindi che il partito
    apparisse quale ostacolo per l’unità delle forze della sinistra. Con questa scelta necessitata il Pdci ha
    così evitato di uscire annientato, esso stesso, insieme all’Arcobaleno, impedendo la tenaglia del
    “doppio voto utile” verso il PD e verso la medesima lista della Sinistra l’Arcobaleno.
    Il che, come ovvio, non ci esime da una drastica riflessione autocritica, che riguarda l’intero gruppo
    dirigente del partito, e che deve offrire un terreno di confronto interno sul “che fare” successivo al
    disastro elettorale.

    Il rischio reazionario

    L’esito delle elezioni, conseguenza di un ciclo storico e di gravi errori tattici, ci consegna un
    disastro che non ammette reticenze. Di fronte alla destra al potere, all’arrendismo del PD ed alla
    extraparlamentarizzazione della sinistra serve la consapevolezza del cambio di fase. Nessuno può
    infatti sottovalutare il significato storico del ritorno di Berlusconi al governo. Alla vittoria della
    destra, con straordinario margine di vantaggio, si è aggiunto il fatto che per la prima volta la
    capitale d’Italia è governata da un sindaco di notoria e rivendicata estrazione fascista. Siamo di
    fronte ad una società profondamente attraversata dal berlusconismo, dal post fascismo, dal
    leghismo. Si sta affermando una cultura della violenza, della sopraffazione, dell’intolleranza. La
    caccia all’immigrato ne rappresenta il fenomeno più allarmante.
    La destra al governo è tutt’altro che sprovveduta. Siamo di fronte ad una offensiva populista e
    demagogica che risulta persuasiva perché parte, strumentalizzandoli, da bisogni reali delle famiglie.
    Le prime misure del Governo tanto “popolari” in realtà nascondono scelte che colpiscono proprio le
    parti più deboli del paese. Il taglio dell’ICI, che per buona parte andrà a favore di famiglie
    benestanti, è stato ad esempio finanziato con le risorse destinate alla Sicilia ed alla Calabria. Sulla
    tolleranza verso l’evasione fiscale e sul federalismo fiscale si è cementato un patto esplicito tra la
    destra ed i ceti privilegiati. Si sta costituendo un blocco sociale regressivo ed interclassista
    realizzato in nome dell’egoismo individualistico e territoriale che punta alla rottura di ogni
    solidarietà.
    Senza una efficace opposizione politica e sociale la quarta vittoria elettorale di questa destra può
    dare vita ad un inedito “regime reazionario di massa”. Il mutamento del senso comune nella società
    rende infatti egemoni i valori delle destre e, dunque, possibile l’attuazione di provvedimenti che ne
    incarnano l’essenza e al tempo stesso ne rafforzano i paradigmi. La paura, l’individualismo,
    l’edonismo, l’appartenenza territoriale, il rifiuto dell’esercizio della critica sfociano nel pensiero
    unico che implica la messa al bando del conflitto per mezzo della logica del neocorporativismo ed il
    ripudio di ogni forma di alterità.
    La ricostruzione della sinistra a partire dai comunisti non può quindi che muovere da un’inedita e
    difficilissima battaglia delle idee

    Un nuovo inizio

    Le ragioni storiche che giustificarono la nascita del PdCI restano di grande attualità. Queste
    sorgevano dalla consapevolezza della natura difensiva della fase per il movimento dei lavoratori, da
    un giudizio sulla natura reazionaria ed eversiva delle destre italiane che impediva ogni
    equiparazione tra centrosinistra e centrodestra, dal rifiuto del massimalismo e dell’estremismo che aveva preso la forma della teoria delle “due sinistre”, da una idea di partito nazionale dove gli
    interessi del Paese prevalgono su quelli di parte.
    Per queste stesse ragioni però, anche dopo questa esperienza comune al Governo e dopo la sconfitta
    alle ultime elezioni subita insieme ai compagni del PRC, oggi riteniamo necessario ed urgente
    superare la divisione organizzativa e politica tra i comunisti. L’appello alle comuniste ed ai
    comunisti uscito immediatamente dopo il disastro elettorale, a cui il PdCI ha aderito, indica un
    percorso che condividiamo : “Proponiamo invece una prospettiva di unità e autonomia delle forze
    comuniste in Italia, in un processo di aggregazione che, a partire dalle forze maggiori (PRC e
    PdCI), vada oltre coinvolgendo altre soggettività politiche e sociali, senza settarismi o logiche autoreferenziali.”

    L’unità tra i comunisti

    E’ dunque sulla base di questa analisi e di tali considerazioni di fondo, che il PdCI si mette a
    disposizione di questo processo di unificazione. Non stiamo proponendo lo scioglimento del nostro
    partito in una generica fase costituente. L’idea di una palingenesi dove i comunisti come singoli
    possano dare vita, senza tenere conto delle profonde differenze di cultura politica che tra di essi
    permangono, ad un nuovo partito sarebbe la negazione del nostro percorso storico.
    Di fronte alla sconfitta, accanto al rischio di assorbimento nel PD, dobbiamo contrastare infatti sia il
    pericolo di subalterne tendenze “fusioniste” in un’indistinta sinistra, sia ogni deriva minoritaria ed
    estremista. L’identità a cui facciamo appello non è un feticcio meramente – e vanamente –
    identitario (peraltro oggi assai difficilmente configurabile), ma la consapevolezza profonda ed
    orgogliosa di un percorso storico che, da Gramsci a Berlinguer, ha portato i comunisti italiani ad
    agire sempre nella società determinando per il proprio partito una cultura politica di massa. L’unità
    dei comunisti a cui lavoriamo ha, in premessa, precisi connotati politici e programmatici. Non basta
    infatti richiamarsi alla tradizione storico culturale rappresentata anche plasticamente dal simbolo
    della falce e martello, ma l’unità deve corrispondere ad un progetto politico serio e strutturato che
    sappia uscire dai foschi contorni dell’autorappresentatività e del settarismo.
    Seguire l’illusione semplicistica di un arroccamento identitario – magari in perfetta buona fede, ma
    costitutente un rischio sempre presente dopo una così drammatica sconfitta – rappresenterebbe il
    ribaltamento di una lunga lotta a difesa della specifica identità politica dei comunisti italiani e
    risulterebbe oggettivamente funzionale all’obiettivo che si è posto il PD: il nostro definitivo
    annientamento.
    Serve invece un percorso in cui i Comunisti Italiani, con la loro cultura politica, con il loro profilo
    programmatico e con la loro organizzazione possano contribuire a costruire assieme un nuovo e più
    grande partito comunista meglio attrezzato alla sfida che abbiamo di fronte a noi. Potrà essere un
    processo complicato, ma l’urgenza è assoluta. Pensiamo ad un processo di unificazione, prima di
    tutto tra noi ed i compagni del PRC, ma contemporaneamente proposto all’intero arcipelago dei
    comunisti senza partito e della sinistra, percorso con responsabilità, capacità di ascolto, rispetto
    delle diversità, in cui tutte e tutti abbiano pari dignità.
    Il partito comunista di cui abbiamo bisogno non sarà solo il partito dei comunisti ma uno strumento
    in cui si possa riconoscere, come sempre è stato, larga parte della sinistra ed a cui si possa aderire e
    militare prima di tutto sulla base della condivisione degli obiettivi politici e programmatici.
    Nessuna battaglia di retroguardia quindi ma, al contrario, una sfida politica che possa produrre un
    grande slancio di entusiasmo e passione, che sia in grado di coinvolgere lungo il cammino anche
    tantissimi giovani. A loro ci rivolgiamo, attraverso il processo che vivremo, affinché possano essere
    nuova linfa per le nostre arterie, nuove teste, nuove gambe e nuove braccia, attraverso le quali la
    gloriosa tradizione comunista italiana possa esprimersi vividamente e positivamente nelle sfide che
    il nuovo millennio ci pone di fronte.
    Ripartiamo quindi da ciò che è rimasto in piedi dopo il disastro elettorale. La prospettiva
    dell’Arcobaleno è stata cancellata dagli elettori e con essa l’idea di una sinistra che non propone un
    chiaro progetto di trasformazione. Chi si attarda, come sembrano fare una parte del PRC e di SD, a
    vagheggiare una costituente dal basso che porti alla nascita di un partito della sinistra non più comunista indebolisce nell’immediato la capacità di reazione all’offensiva della destra e si muove,
    oggettivamente ma anche soggettivamente, in una prospettiva di accordo subalterno con il PD. I
    comunisti non erano e non sono disponibili ad una tale prospettiva. Una sinistra non può infatti che
    ripartire da una moderna interpretazione di quella fondamentale contraddizione tra capitale e lavoro
    che continua a generare la lotta di classe. Senza la consapevolezza che la lotta tra le classi non è un
    capriccio di qualche invasato o un retaggio arcaico ma il meccanismo fondamentale di
    funzionamento dell’economia capitalistica moderna si perde la bussola fondamentale per
    interpretare la realtà e quindi per provare a cambiarla. Nel rispetto e nella necessaria ricerca di unità
    con ogni progetto che si muove a sinistra noi dichiariamo la nostra indisponibilità ad ogni forma di
    confluenza in soggetti che non rilanciano “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”
    e quindi la prospettiva di superamento del capitalismo.

    Parlare alla sinistra

    Riunificare i due partiti comunisti è oggi la risposta realistica ed immediatamente operativa per
    parlare all’intera sinistra e può sprigionare anche nuove energie, entusiasmo, passione in tanti che
    continuano a sentirsi comunisti, ma non sono (o non sono più) parte dei due partiti comunisti
    organizzati e strutturati. Di fronte allo smarrimento, al disorientamento ed anche alla paura generata
    dal risultato elettorale la sinistra non cerca nuove dissoluzioni o rese dei conti, ma si aspetta dai
    comunisti una risposta immediata, funzionale alla ripresa della iniziativa nella nuova condizione di
    opposizione sociale. Per ricostruire una sinistra in Italia i comunisti hanno il dovere di ripartire da
    loro stessi. Questo il modo del PdCI di declinare, nelle nuova fase, la propria vocazione unitaria e la
    propria cultura politica.
    Ai milioni di italiani che questa volta hanno scelto l’astensione o si sono piegati al voto utile ed
    anche a coloro che hanno perso fiducia nella sinistra al punto da regalare il loro consenso a
    formazioni della destra deve giungere un messaggio chiaro.
    I comunisti hanno capito la lezione, fanno tesoro della consapevolezza degli errori commessi, e si
    preparano a percorrere una strada nuova.
    La proposta di unificazione non è una proposta organizzativa ma politica. L’obiettivo non è solo
    mettere assieme le forze che sono in campo ma dotarle di una nuova dimensione e prospettiva
    politica adeguata alle diverse ed inedite condizioni in cui i comunisti sono chiamati ad operare.
    L’unificazione è quindi prima di tutto funzionale a rilanciare la lotta. Senza la ripresa di un vasto ed
    articolato conflitto nella società italiana la ricostruzione di un vero insediamento politico ed
    elettorale della sinistra italiana è un obiettivo impossibile.
    L’unificazione non è un ritorno al passato, ma un investimento sul futuro.
    Riunificati in un nuovo e più grande partito comunista, Pdci e Prc dovranno poi cercare di lavorare
    per ritessere i necessari rapporti unitari con le altre forze della sinistra e democratiche. Il ritorno in
    campo di un più forte partito comunista è infatti condizione indispensabile per rilanciare le lotte e le
    alleanze necessarie a restituire all’Italia una dimensione pienamente democratica.
    Per superare la divisione occorre avviare immediatamente un patto d’unità d’azione tra i due partiti
    comunisti sul terreno dell’opposizione a Berlusconi. Bisogna realizzare l’unità su un piano di massa
    definendo strumenti che difendano i lavoratori dalla crisi economica e praticando il primo obiettivo
    che i comunisti devono perseguire che è l’unità dei lavoratori.
    Pensiamo inoltre che le prossime elezioni europee potrebbero già rappresentare un primo momento
    di verifica elettorale del percorso unitario che proponiamo ai compagni ed alle compagne del PRC
    attraverso la presentazione di una lista unica. PdCI e PRC potrebbero così dare, agli occhi della
    intera sinistra, un chiaro segnale di speranza ed unità per rilanciare anche sul piano elettorale, in
    Italia ed in Europa, la lotta per i diritti, la pace, le libertà e contro tutte le destre e gli oscurantismi.

    La politica delle alleanze

    A questo scopo serve un giudizio articolato sulla natura del PD, a partire dalla premessa che anche
    la critica più feroce al disegno politico del PD non può mai comportare un’equiparazione di questo partito con la destra di Berlusconi. Questa destra resta evidentemente il nostro nemico mortale. Il
    PD rappresenta un avversario il cui destino definitivo non è ancora scritto. La sconfitta elettorale
    non ha infatti colpito solo la sinistra, ma prima di tutto il medesimo PD, che si presentava come
    forza “a vocazione maggioritaria”. Nonostante il profilo estremamente moderato – quando non
    apertamente conservatore – con cui questo partito si è presentato alle elezioni, impersonificato nelle
    scelte economiche, istituzionali e nelle stesse candidature, il PD non ha affatto raccolto i voti del
    centro e questo rappresenta un insuccesso strategico del disegno veltroniano. La stessa ansia con cui
    Veltroni ha chiesto a Berlusconi di istituzionalizzare il ruolo del PD, del suo presunto governo
    ombra, a scapito delle altre opposizioni, parlamentari e non, è sintomo di grande fragilità e
    debolezza. La dinamica politica e sociale italiana presenta ancora forti resistenze ad essere rinchiusa
    in un sistema bipartitico-cesaristico. All’interno stesso del PD si manifestano peraltro resistenze ad
    una completa deriva leaderistica ed ad una identità che ha espulso anche formalmente ogni
    riferimento alla sinistra. Non si può sottovalutare che larghi strati dell’opinione pubblica
    progressista e di sinistra guardano oggi al PD, interpretando in modo del tutto travisato la proposta
    politica e il suo atteggiamento rispetto al governo di destra. Gran parte di coloro che nel passato
    hanno costituito il nostro stesso elettorato ha scelto alle ultime elezioni di votare questa formazione.
    Per recuperare questi elettori ad una prospettiva autenticamente di sinistra ed ad un voto comunista
    non serve certo una mera criminalizzazione del PD e l’autoisolamento in un recinto settario. Al
    contrario, per ragioni di consenso e per strategia politica, nostro scopo è sfidare il PD disvelandone
    in questo modo la linea conservatrice. Dobbiamo agire per aprire contraddizioni all’interno di
    questo partito e nel suo insediamento sociale perché un suo definitivo approdo conservatore e
    consociativo rappresenterebbe un ulteriore colpo alla stessa democrazia italiana.
    In questa visione è necessario riaffermare un obiettivo centrale dei comunisti: quello di proporsi
    come motore propulsivo dell’unità della sinistra, dell’unità di azione e dell’alleanza di tutte le forze
    di opposizione democratiche e di sinistra contro una destra che punta a sovvertire le basi
    costituzionali della Repubblica. Ammonendo il PD che ogni collaborazione con la destra in questa
    fase significa esserne oggettivamente complice. Senza tale unità ed alleanza la destra non potrà che
    rafforzarsi sempre più. Una unità ed una alleanza indispensabili e dunque da perseguire.
    Il disastro elettorale dell’Arcobaleno ha tra l’altro reso evidentissima la natura di opinione del voto
    alle forze della sinistra. Abbiamo perso consensi verso l’astensione, verso il cosiddetto voto utile e
    persino verso la falsa protesta interpretata da alcune formazioni della destra come la Lega. Serve
    dunque un lavoro di lunga lena per ricostruire il nostro insediamento profondo. Servono altresì
    scelte immediate che consentano agli elettori di ridarci consenso e fiducia.
    Se il sistema di alleanze come lo abbiamo conosciuto dal 1996 ad oggi è finito, ciò non comporta
    che si debbano escludere a priori momenti di convergenza anche elettorale. E’però chiaro che sia
    chi ci ha puniti con l’astensione, sia chi ha scelto il PD ha bocciato categoricamente il modo in cui
    sino ad ora abbiamo interpretato il nostro ruolo al governo e nelle coalizioni.

    Il ruolo dei comunisti

    Occorre ribaltare la logica della nostra azione politica uscendo dalla tenaglia tra subalternità e
    conflittualità continua.
    Per farlo serve spiegare nuovamente quale sia il ruolo dei comunisti dentro la dimensione politicoistituzionale.
    Dobbiamo urgentemente rielaborare una proposta di società ed offrire una visione tangibile e
    realizzabile della trasformazione nelle condizioni date dall’attuale fase difensiva. In questa visione
    organica prende forma la nostra strategica alternatività al PD che, al contrario di noi, considera il
    mercato capitalista come l’orizzonte insuperabile della politica mondiale pur proponendone una
    versione “compassionevole”.
    Fondamentale nel fare questo è definire obiettivi politico-strategici intermedi verso il socialismo nel
    nuovo millennio che declinino la nostra azione. In questo senso il nostro obiettivo intermedio, che
    traccia un orizzonte programmatico di medio e lungo periodo indicando concretamente una
    transizione verso una trasformazione generale della società, non può che essere l’applicazione integrale della Costituzione nata dalla Resistenza. Questa parola d’ordine disegna un orizzonte
    strategico fatto da un nucleo di proposte forti in base alle quali verificare la possibilità di stringere
    alleanze.
    Per uscire dalla gabbia degli accordi programmatici a tutto tondo, che si è tradotta o nella
    conflittualità continua o nella completa subalternità alle piattaforme dei moderati, i comunisti, a
    tutti i livelli, devono verificare la possibilità di praticare alleanze fondate su specifiche proposte
    fortemente caratterizzanti e funzionali all’obiettivo di riunificare il nostro soggetto sociale di
    riferimento. Il lavoro di individuazione delle priorità politico-programmatiche diviene oggi
    assolutamente vitale per conservare una reale autonomia per i comunisti ed una cultura politica di
    governo.
    Sia dall’opposizione che da eventuali collocazioni di maggioranza l’obiettivo strategico che si
    pongono i comunisti è quello di portare al governo le istanze del lavoro.
    Dobbiamo rendere evidenti le proposte positive capaci di modificare concretamente la realtà a
    beneficio di coloro che intendiamo rappresentare. Obiettivi chiari e molto riconoscibili perseguiti
    con pratiche coerenti rendono possibile una percezione di efficacia della funzione dei comunisti.
    Solo un forte legame di fiducia tra partito e proprio elettorato rende inefficace il richiamo del voto
    utile e consegna al partito la forza di realizzare il necessario compromesso. In questo schema non
    saremo più noi ma il PD a dover decidere se rompere con la sinistra e condannarsi alla sconfitta.
    Di fronte alle spinte localistiche e disgregatrici è necessario riverticalizzare il conflitto ma senza
    trascurare l’importanza che in una società complessa hanno assunto i sentimenti di appartenenza
    territoriale e le dimensioni locali che altrimenti regaleremmo alla egemonia delle destre. Dobbiamo
    ripartire dalla nostra capacità di declinare localmente uno sviluppo sostenibile socialmente ed
    ambientalmente, come parte di un progetto complessivo di alternativa alle logiche liberiste.
    Pensando globalmente e agendo localmente potremo cogliere una grande opportunità di
    radicamento territoriale, di opposizione sociale dentro e fuori dai luoghi di lavoro.
    Decisiva è la difesa della democrazia costituzionale. Rotto l’equilibrio democratico con
    l’introduzione del maggioritario ogni ulteriore scivolamento istituzionale che si allontani dal patto
    costituzionale deve essere letto come sempre una lesione alla democrazia repubblicana. Il
    proporzionale e la centralità del Parlamento come espressioni dell’universalità della richiesta di una
    testa un voto devono essere la barra su cui misurare ogni azione di modifica del quadro
    istituzionale.
    Alle altre forze della sinistra va lanciata la sfida di un fronte unico delle opposizioni contro
    Berlusconi. All’idea deleteria di autosufficienza del PD contenuta nella decisione di dare vita al
    governo ombra, ci si deve contrapporre con la sfida ad individuare temi e terreni di iniziativa dove
    far convergere tutte le forze dell’opposizione parlamentare e non. Alla proposta di una generica
    costituente della sinistra, prodromo della costruzione di un contenitore-partito della sinistra
    arcobaleno, artificiale e liquidazionista, bisogna rispondere con la riaggregazione politica dei partiti
    comunisti, ma contmporaneamente con la disponibilità alla più ampia unità nella mobilitazione con
    tutti i soggetti, politici, partitici, di movimento ed associativi che compongono l’arcipelago della
    sinistra italiana. Essi rappresentano i nostri alleati naturali e contemporaneamente il nostro
    potenziale bacino di voto. E’ con questa sinistra che sono state possibili le grandi manifestazioni per
    la pace, per la difesa dei diritti dei lavoratori e dei diritti civili.


    Il nostro posto nel mondo


    Non partiamo da zero. I comunisti italiani vogliono portare il loro contributo al processo unitario e,
    sino a quando questo non andrà a compimento, intendono continuare a sviluppare la loro azione di
    forza viva ed attiva sul piano interno ed internazionale. Portiamo all’incontro unitario un patrimonio
    di elaborazione e di pratiche di cui andiamo fieri. Tra queste una chiara consapevolezza della
    assoluta necessità di mettere in campo un nuovo internazionalismo. La critica dell’eurocentrismo,
    praticata da un partito europeista, ci ha consentito di entrare in sintonia con tante esperienze che dal
    “sud del mondo” stanno cambiando la storia. La lotta per la pace, contro l’imperialismo ed il
    neocolonialismo, non può più essere un fatto accessorio ma deve pervadere ogni momento della politica di un partito comunista. In questo la rottura nel movimento socialista che si produsse
    durante la prima guerra mondiale ha ancora una grande attualità. La guerra globale scatenata dagli
    Usa in nome della presunta lotta al terrorismo ha natura costituente di un nuovo ordine mondiale
    imperialista. Di fronte a ciò bisogna impedire che anche pezzi importanti delle classi lavoratrici
    possano dare il loro consenso a politiche neocolonialiste. Non è affatto un caso che, proprio nel
    momento in cui, anche il recente drammatico fallimento del vertice della FAO sulla fame, dimostra
    universalmente l’impossibilità, nel quadro delle compatibilità capitaliste, di affrontare i grandi
    drammi che affliggono l’umanità l’imperialismo spinga con ancora più determinazione per acuire la
    crisi infiammando il medio oriente al punto di immaginare, dopo il disastro quotidiano ma ormai
    quasi dimenticato dell’Iraq, una guerra di aggressione all’Iran.
    Pesa ancora su di noi, come una ferita, l’errore compiuto in occasione dei bombardamenti della
    Nato contro la Jugoslavia quando non uscimmo dal governo e non riuscimmo a fermare la guerra.
    Su questo abbiamo già fatto in passato una severa autocritica. La conquista di una piena sovranità
    del nostro Paese potrà realizzarsi solo fuori dalla alleanza militare della Nato e rompendo il
    rapporto subalterno con gli Usa. L’applicazione letterale dell’art.11 della Costituzione non è solo un
    dovere politico e morale ma il solo modo per ridare all’Italia un ruolo positivo nel mondo.
    La lotta per la pace costituisce non solo dovere etico ed obbligo politico ma parte fondamentale di
    una strategia di trasformazione della società.
    E’ quindi oggi tanto più necessario “valicare”, come già tante volte abbiamo fatto dando “scandalo”,
    i presunti confini definiti dallo scontro di civiltà. Compito di una forza comunista ed antimperialista
    è infatti quello di verificare, anche oltre le formali barriere politiche, quali sono oggi i soggetti in
    campo nella resistenza al disegno di dominio capitalista. Per questo noi del PdCI abbiamo
    sviluppato relazioni internazionali a tutto campo che sono anch’esse a disposizione del percorso
    unitario. I nostri interlocutori spaziano dalle forze tradizionalmente comuniste, prima fra tutti il
    Partito Comunista Cubano, ai movimenti di resistenza in Libano ed in Palestina, ai partiti comunisti
    e di ispirazione antiimperialista nel mondo arabo, ad iniziare dalla Siria, da forze socialiste di
    sinistra come il PT del Brasile e il PSUV del Venezuela o i partiti della sinistra scandinava, sino ai
    nostri fecondi rapporti con i partiti comunisti al potere in Stati importantissimi nel mondo quali il
    Viet-Nam e la Cina. Bisogna quindi sviluppare tutte le forme di dialogo, dibattito e coordinamento
    di azioni comuni. Certo è che senza una rete diffusa e solida di relazioni internazionali non è
    possibile pensare a reinsediare strutturalemente nel nostro paese una forza utile alla lotta antiimperialista.
    Particolare attenzione andrà dedicata, ovviamente, al piano europeo dove è in corso un tentativo di
    ristrutturazione politica che renda il quadro istituzionale del tutto impermeabile al conflitto di
    classe. Questo processo ha prodotto l’attuale marginalizzazione della sinistra politica in Francia, in
    Spagna ed ora in Italia. Resistono significativi insediamenti in Grecia, Portogallo e Repubblica
    Ceka, mentre in Germania l’esperienza della Linke, fatta dall’innesto tra un fortissimo insediamento
    territoriale della PDS ad est ed una forza strettamente legata al mondo sindacale della WASG ad
    ovest, risulta difficilmente riproducibile. Spicca positivamente, purtroppo isolato, il “caso Cipro”
    mentre ad est, tranne il caso della Repubblica Ceka e della Federazione Russa, le forze della sinistra
    sono pressoché del tutto marginali, quando non inesistenti. Anche nei paesi scandinavi la sinistra di
    alternativa, fortemente antieuropea, ha subito forti arretramenti. L’esperienza sino ad ora fortemente
    deludente del Partito della Sinistra europea indica che anche a livello continentale le forzature
    organizzativiste ed i “nuovismi” ideologici non portano lontano. Crediamo occorra lavorare per
    ricomporre un fronte unico continentale nel rispetto delle diversità e delle diverse tradizioni
    politiche. A partire dalle prossime elezioni europee è necessario un nuovo patto tra tutte le sinistre
    di alternativa europee che tolga di mezzo ogni tentativo egemonico e ricostruisca le basi di una
    reciproca solidarietà politica. Oggi lo scontro di classe avviene prevalentemente a livello di
    macroaree continentali. E’ quindi indispensabile che la sinistra ed i comunisti si diano una
    dimensione politica europea e che diventino, anche a questo livello, organizzatori e promotori di
    lotte e di rivendicazioni.

    L’opposizione sociale

    L’attuale condizione extraparlamentare non rappresenta affatto un vantaggio od un approdo
    auspicabile ma può assumere una funzione rigeneratrice se i comunisti sapranno essere forza
    motrice e “guida” di una efficace opposizione sociale su di una linea di massa. Dobbiamo avere
    ben presenti i rischi di minoritarismo ed estremismo a cui può indurci un tale contesto.
    La situazione ci impone quindi di accelerare sia sul piano dell’analisi che su quello della prassi.
    L’obiettivo primario non può che essere quello della ricomposizione politica e sociale del mondo
    del lavoro. Senza la ripresa del protagonismo diretto dei lavoratori non può darsi trasformazione
    sociale. Ovviamente sarebbe antistorico riproporre formule e moduli di azione politica che la
    ristrutturazione della produzione capitalistica ha reso obsoleti. Nello stesso tempo l’appello a
    “ritornare davanti alle fabbriche” significa anche non dimenticare, come spesso si è fatto, che esiste
    ancora una larga dimensione del lavoro operaio che deve essere conosciuta, interpretata, organizzata
    e rappresentata dai comunisti.
    Occorre creare le condizioni per costruire il partito nei luoghi di lavoro: parola d’ordine ed obiettivo
    già sancito nei nostri precedenti documenti congressuali, ma largamente disatteso e, comunque,
    drammaticamente al di sotto delle necessità.
    La lotta alla precarietà ed alla frammentazione del mondo del lavoro, dentro e fuori la fabbrica,
    rappresenta oggi uno degli snodi fondamentali da cui ripartire. Non è affatto semplice perchè
    proprio la precarietà rende difficilissima l’organizzazione e la pratica del conflitto. Serve una
    profonda innovazione che combini a concreti strumenti di intervento, anche normativo, volto a
    ripristinare per lo meno il principio “ad uguale lavoro, uguale salario ed uguali diritti”, una battaglia
    delle idee che faccia emergere la dimensione collettiva dello sfruttamento che affligge oggi il
    mondo del lavoro. In una società della comunicazione anche i comunisti devono saper condurre
    campagne di promozione, di propaganda, di diffusione non solo della loro piattaforma di
    rivendicazione immediata ma anche di un radicalmente diverso modo di intendere il ruolo del
    lavoro nel processo produttivo. Ridare dignità al lavoro significa saper affrontare in modo moderno
    il tema dell’alienazione.

    Il sindacato

    Abbiamo individuato da tempo nella contraddizione capitale–lavoro e nella sua centralità il terreno
    fondamentale di battaglia politica dei comunisti in Italia.
    La difficile crisi politica in seguito all’esito elettorale affonda molte delle sue radici nella
    involuzione prodotta dalla rottura della coesione sociale. Quando criticammo duramente la legge 30
    intravedemmo nella nuova legislazione sul lavoro il principale strumento di una strategia eversiva
    tesa a cancellare la rappresentanza collettiva nel mondo del lavoro (eliminando in un sol colpo sia il
    sindacato che il contratto nazionale) per imporre la subalternità del lavoratore all’impresa.
    In questo scenario di grande difficoltà, occorre sviluppare un lavoro politico e sociale verso il
    mondo del lavoro economicamente dipendente.
    La politica deve rientrare nei luoghi di lavoro senza per questo riprodurre schematicamente modelli
    del passato ma cercando un rinnovato radicamento in grado di portare, nel luogo primario dello
    scontro tra capitale e lavoro, la lotta sia per la difesa delle condizioni materiali quotidiane che per
    innestare una dinamica di trasformazione della società.
    Un altro terreno ineludibile per una ripresa del conflitto sociale, pur nel rispetto dei ruoli, è quello
    del rapporto con le organizzazioni sindacali ed in particolare con la CGIL. Per i comunisti, infatti, le
    grandi organizzazioni sindacali di massa rappresentano uno dei luoghi essenziali per la battaglia
    politica. La frantumazione sociale prodotta dalle politiche degli ultimi venti anni, particolarmente
    cruente durante il precedente Governo Berlusconi, rischia di indirizzare il conflitto verso connotati
    neocorporativi con derive localistiche.
    La CGIL rappresenta oggi l’ultimo grande insediamento di massa della sinistra in Italia e dunque
    nessun progetto che abbia l’ambizione di coinvolgere larghi strati di lavoratrici e lavoratori può
    prescindere dal rapporto con essa. Le sue forme di dinamica interna, sia pur criticabili, rappresentano, infatti, una pratica democratica per milioni di lavoratori italiani. E’ in atto una forte
    pressione che mira alla trasformazione del ruolo del sindacato verso una deriva moderata (attraverso
    l’accettazione delle compatibilità imposte dal neoliberismo e la negazione dell’esistenza stessa del
    conflitto di classe) e verso il suo snaturamento in fornitore di servizi. Proprio in questo momento è
    necessario che i comunisti si adoperino contro qualsiasi tentativo di delegittimazione e di
    indebolimento della CGIL teso alla concretizzazione dell’ipotesi di sindacato unico.
    Per queste ragioni è necessario che i comunisti agiscano per stimolare un dibattito vero e profondo,
    con l’obiettivo di aiutare la CGIL a tenere vivi gli anticorpi che le hanno consentito di essere, nel
    corso dei decenni, motore del conflitto sociale e fortemente rappresentativa ed autonoma.
    Ai comunisti spetta anche il compito di favorire un percorso di rafforzamento della sinistra
    sindacale in CGIL, riaggregandola per impedire che si chiuda in Italia l’orizzonte di un forte
    sindacalismo di classe.
    Sempre nell’ottica di mantenere il rapporto con i tutti i soggetti presenti nel mondo del lavoro
    italiano, è opportuno interloquire con il sindacalismo di base guardando con attenzione alla sua lotta
    per la piena democrazia sindacale ed alla sua capacità di incidere concretamente nelle
    rivendicazioni in alcuni settori produttivi.

    Composizione di classe e blocco sociale.

    I lavoratori salariati in Italia sono oltre 17 milioni a cui si affiancano circa 5 milioni di lavoratori
    autonomi di cui dovremmo essere in grado di leggere il grado di subordinazione per avere una stima
    esatta dei lavoratori economicamente dipendenti nel nostro Paese. L’aumento occupazionale di
    201000 unità di lavoratori immigrati, solo tra il 2006 e il 2007, dà il segno del peso che questi
    hanno tra le fila della classe lavoratrice. Vastissima resta l’area del lavoro nero mentre la precarietà
    è divenuta norma e generazioni intere di lavoratori sono espunte dalle garanzie contrattuali. Gli
    indicatori economici e le dinamiche del mercato del lavoro indicano che la crisi colpisce
    pesantemente sia i lavoratori salariati che quei lavoratori autonomi che un tempo si consideravano
    parte del ceto medio.
    L’approfondimento della condizione operaia e del lavoro dipendente in generale è essenziale per
    lavorare all’obiettivo di ricomposizione politica e di unità che è premessa necessaria per affrontare
    la sfida del cambiamento.
    Accanto a questo è necessario prestare attenzione ad una peculiarità italiana e cioè l’ampia
    presenza di settori di piccola e media borghesia che, in una situazione di polarizzazione sociale
    quale quella a cui stiamo assistendo, rischia di essere definitivamente saldata ad un blocco sociale
    reazionario. Le liberalizzazioni di Bersani, in parte, hanno alimentato tale spinta ampliando il
    consenso di Berlusconi e della destra.
    Riconsiderare la questione delle alleanze sociali e del blocco sociale quale un elemento decisivo per
    la costruzione di un alternativa è fondamentale. La lettura della società italiana in questi termini può
    ridare ai lavoratori e ai comunisti quella funzione generale di cui sono potenzialmente espressione.

    Immigrazione questione globale e di classe

    Nella condizione dell’immigrato vivono due delle grandi contraddizioni del presente: quella tra
    capitale e lavoro e quella tra nord e sud del mondo. Non è quindi possibile alcuna concessione
    all’uso ideologico della questione sicurezza. Tale tema ha visto grandi balbettii anche a sinistra che
    hanno oscillato dal giustificazionismo verso l’ondata xenofoba e reazionaria ad una visione più
    vicina al solidarismo cattolico. E’ necessario, viceversa, lavorare per offrire un lettura alternativa
    del problema che è tradotto nel senso comune nella paura dei migranti. E’ fondamentale
    determinare obiettivi di lotta che possano far riconoscere nei lavoratori immigrati una parte sempre
    più rilevante della classe lavoratrice. Quanti più immigrati usciranno dalla condizione di
    sottoproletari o di proletari iper sfruttati tanta più forza avranno i lavoratori in Italia e nei paesi di
    emigrazione.
    Solo una reale politica d’integrazione può dare risposte reali ai problemi, altrettanto reali, che i
    fenomeni migratori comportano. Per politica d’integrazione s’intende casa, scuola e lavoro ma
    anche diritti e doveri legati ad una cittadinanza che deve essere riconosciuta a tutti coloro che
    vivono nel nostro paese. La sicurezza viene dai diritti e quindi dalla fine della clandestinità. La
    mancata cancellazione della legge Bossi-Fini è stato un errore strategico data la natura criminogena
    delle politiche sicuritarie della destra. Le politiche repressive dello stato di clandestinità sono
    funzionali al perpeturarsi dello sfruttamento ed al dominio sugli immigrati da parte dei padroni
    autoctoni e delle organizzazioni criminali che organizzano il traffico degli esseri umani. Bisogna
    avere il coraggio politico di ribaltare la logica della destra assicurando la possibilità ai migranti di
    poter entrare alla luce del sole - con il proprio nome e quindi con i propri diritti e doveri - nel nostro
    paese per cercare un lavoro ed un futuro. La sicurezza viene dalla fine della guerra tra poveri e dal
    riconoscersi compagni e compagne nella comune lotta per l’emancipazione.

    La differenza di genere

    Partire dal conflitto di classe per rilanciare l’opposizione sociale non significa in alcun modo
    arretrare dall’analisi che ci ha portato a maturare la consapevolezza che di questa dimensione fa
    parte integrante la questione di genere. Negli stessi scritti di Marx ed Engels si trovano le basi della
    lotta contro il maschilismo patriarcale. La lotta per la laicità dello stato e per la piena libertà nella
    sfera sessuale è connessa con la nascita stessa del movimento socialista.
    Anche in questo caso l’urgenza non è solo quella di far emergere le forme, nuove ed antichissime,
    di discriminazione che colpiscono le donne ma, altresì, la consapevolezza che la differenza di
    genere, per quanto attiene a quella femminile, essendo sostanziata dalla peculiare capacità
    procreativa, necessita di uno statuto di diritti socio-economici non meramente identici a quelli del
    genere maschile.
    Il lavoro teorico che si è sviluppato nel movimento femminista a partire dagli anni ’70 va ripreso,
    aggiornato e tradotto in concrete proposte per farne base di lotta culturale e politica. Lotta che i
    comunisti e le comuniste devono costruire, al fianco dei movimenti esistenti, affinché alla
    differenza dei generi corrisponda una eguaglianza “sostanziale” tra uomini e donne nella
    ripartizione del lavoro di cura e del lavoro in generale, nel godimento dei diritti di cittadinanza,
    nella signoria sul proprio corpo e sulla propria sessualità, a prescindere dal suo orientamento.
    La violenza contro le donne non accenna a diminuire. Anzi l’aggressività maschile è la prima causa
    di morte e di invalidità delle giovani donne in tutto il mondo ed anche in Europa e nel nostro Paese.
    Questa violenza coinvolge, purtroppo, ogni cultura ed ogni classe. L’accanimento contro i corpi
    delle donne, contro la sessualità e la libera scelta appartengono ai fondamenti stessi dell’economia,
    della politica, dei poteri e dei saperi istituzionali su cui sono costruite le società umane sotto
    qualunque cielo.

    Nuove domande

    Alla corporativizzazione della società la sinistra deve rispondere con la capacità di una proposta
    politica che renda universali i diritti e connetta i diritti sociali e quelli civili. Ai comunisti il compito
    di far emergere il dato di sfida sistemica che emerge da ognuna di queste contraddizioni. Non esiste
    alcuna possibile classifica di priorità tra le domande di libertà ed uguaglianza. Tutte attraversano
    contemporaneamente le persone in carne ed ossa.
    Per noi non esiste distinzione né contraddizione tra i diritti sociali e quelli civili perché questi si
    possono e si devono leggere nell’ottica delle differenze di classe. I diritti civili devono essere
    garantiti a tutte le donne e gli uomini e non solo a chi può permetterseli grazie al proprio status
    economico o sociale privilegiato.
    L’idea che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano questioni pertinenti solamente alla
    sfera privata o, peggio, afferenti alla libertà individuale, è retaggio patriarcale. Così si nega la
    relazione con le condizioni socio-economiche delle persone ed a maggior ragione si nega il
    riconoscimento dei diritti.
    Lo sfruttamento di una classe sull’altra, dell’uomo sulla donna e della specie umana sul pianeta
    pongono una domanda radicale di trasformazione, di rivoluzione dell’economia, dei rapporti sociali,
    delle relazioni umane e delle sovrastrutture ideologiche. Tutte devono essere parte integrante del
    nostro corpo teorico ed integrarsi tra loro nella nostra pratica politica pena la sconfitta.

    Cambiamenti climatici e beni comuni

    La recessione economica sta consumando i salari già alle prese con l’enorme aumento dei prezzi dei
    generi alimentari. Le produzioni locali sono state distrutte dalla frenesia del mercato globale. I
    capitali in fuga dai mutui “subprime” si sono riversati in maniera speculativa sui “future” di riso,
    grano, mais e soja, esattamente come per il petrolio; gli stessi capitali hanno letteralmente fatto
    lievitare i prezzi ben prima dell’azzardo dei biocombustibili. Le tematiche ambientali esigono una
    lettura prettamente anticapitalistica: dall’ambiente/salute sui luoghi di lavoro alle guerre per le
    materie prime, per l’acqua e, ora, per il cibo. Su tutto campeggia il riscaldamento globale e la
    conseguente gestione del territorio, delle sue risorse, del loro uso, del loro commercio e della loro
    proprietà.
    Le tematiche ecologiste devono improrogabilmente e indiscutibilmente essere riprese saldamente in
    mano dalla sinistra, liberandole sia da regressioni puramente conservatrici che da forzature
    sviluppiste. Dobbiamo diventare interlocutori del fare e del fare bene, accettando la sfida dei
    cambiamenti climatici che potrebbe diventare una grande opportunità di riqualificazione della
    politica, di ridiscussione del modello di sviluppo oltre ad una grande sfida per l’innovazione
    tecnologica.
    L’acqua in primis (su cui il mercato vuole mettere le mani trasformandola in un servizio a domanda
    individuale) è un bene comune ed un diritto umano che deve essere del tutto sottratto a logiche
    speculative e di profitto e quindi saldamente mantenuto in mano pubblica . L’accesso all’acqua è un
    diritto universale ed inalienabile per l’intera umanità. La democrazia stessa presuppone l’esistenza
    di beni comuni senza i quali esiste solo la contrattazione privata dei consumi. Tra i beni comuni
    includiamo i beni culturali, grande ricchezza ideale e materiale di ogni nostra città e paese come la
    conoscenza e gli strumenti di divulgazione della stessa.
    Dobbiamo puntare ad uno sviluppo sostenibile che ponga l’attenzione sull’eguaglianza tra le
    persone. Devono essere garantite a tutti le stesse opportunità e risorse. L’ecologismo deve prevedere
    la razionalizzazione e la redistribuzione delle ricchezze esistenti che si basi, inoltre, sui limiti delle
    risorse planetarie, mettendo così in discussione anche standard di vita quotidiani incomprensibili
    come aveva anticipato lucidamente Enrico Berlinguer nel suo discorso sull’austerità.
    Ci troviamo di fronte ad un nuovo colonialismo connotato dall’esportazione di un modello di
    sviluppo esausto, dal riarmo e dall’uso dissennato delle risorse del pianeta. Dobbiamo quindi
    ripensare il modello di sviluppo, con il confronto più ampio possibile, verso una nuova politica
    della sobrietà etica ed energetica contro il mito bugiardo e guerrafondaio della crescita infinita.

    Laicità

    L’ingerenza crescente delle gerarchie eclesiastiche negli affari interni e nella politica italiana ha
    ormai rotto ogni argine. Questa tendenza all’invadenza del sacro sul politico ha carattere globale è
    corrisponde ad una regressione della dimensione laica e pubblica. In Italia la stessa fragilità delle
    forze politiche che fanno riferimento diretto alla chiesa cattolica rendono la gran parte della politica
    disponibile a farsi direttamente condizionare dal Vaticano. Se la chiesa diventa attore politico però
    ne deve accettare tutte le conseguenze a partire dalla fine dei patti reciproci stabiliti nel Concordato.
    La società italiana, anche quella cattolica, ha sempre dimostrato di essere più avanti delle gerarchie
    cattoliche nel voler riconoscere diritti e libertà. La lotta per la difesa e l’ampliamento dei diritti
    civili, a partire dalla fine di ogni discriminazione connessa agli orientamenti sessuali e dalla difesa
    dell’autodeterminazione delle donne nella procreazione, sono assi portanti di una idea di libertà ed
    emancipazione dove, tra la dimensione economica, sociale e privata, non esiste un prima ed un
    dopo.

    Stato sociale

    Sulla difesa dello stato sociale, delle conquiste del lavoro, dell’intero sistema di garanzie sociali a
    difesa della dignità, libertà e uguaglianza dei cittadini, lo scontro che si prepara è quanto mai duro e
    complesso. Con due problemi fondamentali.
    Il primo, più semplice, riguarda la tendenza, in atto da anni, alla privatizzazione dei servizi pubblici,
    favorita dal modo in cui la destra alimenta una deriva sociale e culturale dove la famiglia,
    abbandonata nel ruolo di unica fonte di “protezione sociale”, sostituisce uno stato che abdica, man
    mano, ai suoi compiti fondamentali, cioè la tutela universale dei diritti dei cittadini.
    Privilegi per pochi, carità per tutti gli altri.
    L’attacco al lavoro pubblico, i cardini del cosiddetto federalismo egoistico, l’affermarsi di pratiche e
    di modelli privatistici nelle strutture sanitarie, assistenziali e formative, rappresentano le leve con le
    quali la destra intende aggredire le conquiste di civiltà della società italiana, per deviare dalla spesa
    sociale ingenti risorse pubbliche da destinare a quei processi di ristrutturazione economica e
    finanziaria richiesti dalla Confindustria.
    Il secondo, più complesso, riguarda la tendenza, evidente soprattutto nella sanità in alcuni settori
    più lucrosi dell’assistenza e degli appalti pubblici ad utilizzare il denaro pubblico per la costruzione
    di imperi economici e di vere e proprie carriere politiche: su modelli che sono, in un numero
    crescente di regioni, quelli proposti dalla criminalità organizzata. Con conseguenze drammatiche
    sulla qualità di troppi amministratori e di troppe iniziative pubbliche. Ma con la conseguenza,
    soprattutto, di una deviazione sempre più consistente della spesa pubblica verso settori parassitari o
    francamente corrotti
    Fondamentale risulta quindi la necessità di battersi a tutti i livelli a difesa di uno stato sociale forte,
    in grado di attuare politiche sociali complessive, di mantenere ed stendere su tutto il territorio
    nazionale la rete pubblica di servizi alle persone. Servono nuove risposte adeguate e rispondenti alle
    crescenti domande di fasce sempre più ampie di popolazione che sono, di volta in volta, i minori,
    gli anziani, le persone con disabilità, le donne, gli espulsi dalla nuova scuola di classe, gli
    extracomunitari, i pensionati, le vecchie e nuove povertà.
    Serve una sinistra che operi per garantire a tutti pari opportunità di realizzazione, crescita, sviluppo,
    in una società solidale, accogliente, capace di farsi carico dei problemi del vivere quotidiano e che
    si occupi concretamente di quanti vivono situazioni di disagio e di chi è a rischio di disagio, con
    politiche capaci, non solo di affrontare le emergenze ma di sostenere i cittadini anche nelle
    quotidiane esigenze legate alle fasi della vita, alla malattia, alle condizioni economiche e sociali.
    I comunisti italiani, nel corso dell’intera storia repubblicana, hanno lottato per l’attuazione di questi
    principi di universalità dei diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla casa, ad un salario
    dignitoso, a partire dalla loro lotta coerente ed ininterrotta per l’attuazione dei principi e degli
    impegni programmatici di emancipazione sociale e di uguaglianza sostanziale, sanciti nella nostra
    Costituzione, a partire dall’articolo 3.
    Per questo la nostra scelta di fondo per la difesa e l’attuazione piena della nostra Costituzione è
    battaglia per la difesa e la tenuta dello stato sociale e del suo carattere pubblico, a sostegno delle
    condizioni di vita dei cittadini e dei loro diritti inalienabili.
    I diritti non possono essere negoziati, vanno riconosciuti e praticati nella loro estrema radicalità.
    Occorre ricostruire un nuovo patto sociale che, a partire da chi vive fuori o ai margini della società,
    ricomponga reti, costruisca relazioni di aiuto, ridefinisca ambiti di solidarietà. E’ da qui che bisogna
    ripartire per una redistribuzione delle risorse che risponda ad una idea di giustizia sociale praticata.

    Diritto al sapere

    L’altra grande tematica prioritaria per i comunisti è quella del diritto al sapere. A maggior ragione
    oggi, in presenza dell’attuale quadro politico e nel contesto di quella che viene definita la società
    della conoscenza dove l’accesso per tutti al sapere diviene condizione fondante della democrazia, in diritto al sapere è presupposto necessario per ogni processo di trasformazione, di emancipazione e
    progresso della società.
    Ben ha capito la nuova destra la centralità del sapere. Proprio attraverso l’incontrastato monopolio
    dell’informazione ed a politiche finalizzate ad escludere dall’accesso all’istruzione e al sapere strati
    vastissimi di popolazione, la destra è riuscita a far avanzare, nell’ultimo quindicennio, processi di
    egemonia e di consenso che hanno generato anche i suoi ripetuti successi elettorali.
    Oggi come ieri, l’obiettivo di queste forze è la destrutturazione del sistema pubblico dell’istruzione.
    Per esse è infatti strategico arrivare al più presto alla privatizzazione del sapere ed alla
    trasformazione della scuola e dell’università da luoghi della crescita collettiva e dello sviluppo del
    pensiero critico in strumenti di pre-selezione nella corsa individualistica verso il “successo”.
    Sull’affermazione o meno del sapere come diritto universale si gioca dunque il futuro della società
    dell’uguaglianza, di una società democratica dei cittadini o di una società ademocratica dei sudditi.
    La prima battaglia necessaria è quella per il recupero dei grandi mezzi di comunicazione di massa al
    loro ruolo democratico, di informazione e formazione dei cittadini. Il presupposto è quello di
    sottrarli al monopolio incontrastato che li controlla finalizzandoli alle logiche del massimo profitto,
    della creazione del consenso, per determinare modelli di vita, l’incultura della subalternità, la
    distruzione del pensiero critico e della consapevolezza dei diritti, per condizionare le tendenze
    politiche.
    La seconda grande battaglia è quella per la scuola e l’università pubbliche quali luoghi fondamentali
    della formazione del pensiero critico, della trasmissione del sapere, delle conoscenze e delle
    competenze, per consentire ad ognuno di vivere consapevolmente la propria cittadinanza sociale.
    Un progetto di scuola della Costituzione che dovrà realizzarsi in una scuola pubblica e laica che
    sola può ambire a garantire pari opportunità per tutti, democrazia e pluralismo del sapere. Bisogna
    quindi investire ingenti risorse sulla scuola pubblica, escludendo invece ogni finanziamento a quella
    privata, e garantire realmente il diritto allo studio rendendo l’istruzione realmente gratuita.
    Vogliamo che il sapere sia considerato un bene comune e non una merce; che la libertà di ricerca e
    di insegnamento costituiscano la premessa irrinunciabile per la trasmissione dei nuovi saperi
    attraverso uno studio critico che sappia mettere il giovane in grado di “sapere” e “saper fare”; che le
    risorse per il diritto allo studio tornino ad essere un investimento prioritario a garanzia della
    possibilità per tutti di accedere e permanere nell’università.
    Su queste basi si potrà iniziare a realizzare la società della conoscenza, il sapere come diritto
    universale.

    La battaglia delle idee

    Nel momento in cui, mai così da secoli, le idee dominanti rischiano di essere solo quelle delle classi
    dominanti, è vitale concentrarsi nella battaglia culturale ed ideale.
    L’esperienza stessa dei neo-conservatori Usa dimostra che la destra ha capito meglio di noi cosa
    intendeva Marx quando diceva “ben scavato vecchia talpa”. Sono state le straordinarie capacità di
    analisi ed interpretazione della società italiana di Gramsci e di Togliatti a dare ai comunisti gli
    strumenti nella lotta per l’egemonia e per fondare quel partito nuovo che ha plasmato l’Italia intera.
    Non possiamo ritrarci dal compito di ricerca, anche teorica. Uno dei segni più forti di degrado, del
    PCI prima e della sinistra tutta poi, è stata la progressiva sparizione di ogni discussione teorica, di
    ogni analisi strutturale, di ogni disegno di medio e lungo periodo. La politica schiacciata solo su un
    terreno tattico rischia di mutarsi in politicismo. Tra deriva politicista ed astratto ideologismo c’è lo
    spazio in cui ricostruire un partito che tenga insieme, in modo moderno, utopia e prassi.
    Lanciamo l’idea di costituire una fondazione di ricerca dove intellettuali e militanti possano insieme
    dibattere e formarsi. Non un corpo separato ma una struttura direttamente politica che fornisca al
    partito ed alla sinistra tutta idee, analisi, memoria. Essere un intellettuale collettivo significa
    alimentare e tenere assieme, anche all’interno dell’organizzazione, spirito critico e disciplina, teoria
    e prassi.
    Il lavoro politico e culturale del partito nella scuola, nelle università, nei centri di ricerca, presso le
    case editrici, nelle riviste, assume oggi una connotazione essenziale della battaglia dei comunisti,
    anche e soprattutto in vista dell’auspicata unità delle forze comuniste in Italia.

    La nostra diversità

    Così, noi comunisti italiani, intendiamo rilanciare una idea alta della politica.
    Per farlo però dobbiamo cambiare noi stessi. Per chi opera nella società non è data l’immunità dalle
    sue degenerazioni. Il più grande dei pericoli viene dall’omologazione ad un sistema che ha fatto
    della politica l’arte dell’arrangiarsi, della clientela, del privilegio immotivato ed odioso. Nella
    separazione che queste pratiche comuni provocano tra il popolo e la politica si inseriscono il
    qualunquismo, la destra, la reazione. Senza una radicale diversità nelle forme e nei comportamenti i
    comunisti non potranno mai riconquistare la fiducia profonda di chi vive del proprio duro lavoro.
    La questione morale, come insegna Berlinguer, non è moralismo ma questione politica. Per dare
    sostanza alla democrazia questa deve essere sentita dal popolo come lo strumento attraverso cui
    portare le proprie istanze, i propri interessi, le proprie lotte dentro il quadro istituzionale. Per
    cambiare in questo campo servono esempi, comportanti conseguenti, modi di essere e di praticare la
    politica, regole ferree che nessuno possa transigere ed una diversa pratica del ruolo dei comunisti
    nelle istituzioni.
    La politica come militanza ha la sua premessa nella scelta di una appartenenza ad un progetto
    collettivo di trasformazione che prende la forma del partito. Si può, si deve, è necessario fare
    politica prima di tutto fuori dalle istituzioni. Nella società vive quel partito a cui deve essere
    restituita la supremazia sugli eletti, sui propri rappresentanti. Diversità nei comportamenti, verifica
    negli obiettivi, rotazione degli incarichi sono essenziali per combattere il leaderismo e
    l’autoconservazione dei gruppi dirigenti.
    Una profonda riforma del partito e del suo modo di operare è quindi parte dell’essenza stessa della
    nostra lotta alla destra ed al suo dominio.

    Il Partito

    E’ necessario rilanciare l’idea di partito e quindi lavorare alla riorganizzazione della parte più
    combattiva dei lavoratori, degli studenti, degli intellettuali per riproporre in maniera organizzata un
    opzione strategica di trasformazione della società. Bisogna ricostruire radici profonde nella società
    superando l’oggettiva attuale condizione di partito di opinione e restituendo un ruolo centrale al
    lavoro di massa.
    Occorre rinnovare profondamente il partito, la sua struttura, il suo modo di operare.
    Occorre un partito nuovo.
    Un partito unito, coeso, coerente ma al tempo stesso aperto ed inclusivo risulta di per sé una
    questione di battaglia politica. Di fronte ai partiti personali, alla degenerazione leaderistica, al
    frazionismo, al personalismo, serve la presenza di un partito comunista che nelle sue pratiche, oltre
    che nelle sue idee, dimostri la propria intrinseca diversità. Per questo motivo ribadiamo la scelta del
    metodo del centralismo democratico come sfida ad una vera e piena partecipazione, ascolto e
    rispetto reciproco, ricerca di una sintesi ed anche disciplina e solidarietà reciproca.
    L’organizzazione del partito non può che partire dalla presenza diffusa nei territori, nei luoghi di
    lavoro e di studio. Bisogna insieme rilanciare ed innovare le forme del nostro insediamento e, in
    primo luogo nelle grandi metropoli, è necessario dare alle strutture territoriali quella capacità di
    apertura in grado di cogliere e rispondere alle esigenze che emergono nelle grandi periferie urbane e
    proletarie del Paese.
    Un largo decentramento di strumenti e risorse ed un ruolo pieno di direzione e responsabilità
    politica dei territori, deve combinarsi con organi centrali che siano funzionali a mettere in pratica la
    natura nazionale ed unitaria della linea politica.
    E’ dai territori, dalla pratica politica che in essi si sviluppa, dal radicamento di massa, che si
    costruiscono il partito ed i suoi gruppi dirigenti.
    Bisogna sperimentare nuove ed inedite forme di iniziativa e di lotta che restituiscano al partito la
    sua funzione di mobilitazione tra le masse. Dobbiamo portare avanti un progetto politico che possa
    essere interpretato e vissuto come presente ed utile alle battaglie per il cambiamento, la difesa dei
    diritti, lo stato sociale, il lavoro e la lotta alla precarietà ed a tutte le forme di insicurezza sociale. Il
    partito deve riuscire a rafforzare gli elementi attraverso cui possa ritrovare un efficace e saldo
    radicamento tra la gente in carne ed ossa, uscendo dai labirinti tattici e rincontrando più
    direttamente e concretamente il suo popolo.
    E’ necessario rilanciare il ruolo formativo del partito che per questo deve dotarsi di strutture adatte
    alla crescita ed alla selezione di quadri intermedi e di massa. Altresì risulta fondamentale il lavoro
    verso le nuove generazioni a partire dal rafforzamento della FGCI. La strutturazione organizzativa
    dei gruppi dirigenti deve pienamente riflettere gli obiettivi strategici, tattici e programmatici che il
    partito si dà.
    Il rilancio di questa idea di partito deve essere aperta alla riflessione che si darà nel processo di
    riunificazione e si dovrà misurare dialetticamente nel rapporto con la realtà concreta.

    ‘900

    Vogliamo agire per l’affermazione dei principi universali posti a fondamento del pensiero moderno,
    di quella grande cultura della ragione che, dall’illuminismo al socialismo, nella peculiarità della
    storia europea, ha realizzato alcune tra le più alte acquisizioni dell’intera civiltà umana: la tensione
    costante nella lotta contro lo sfruttamento ed allo sviluppo della democrazia, i principi di libertà e di
    eguaglianza, il principio di laicità, lo stato di diritto.
    Perfino dai momenti più bui del nostro recente passato, nella catastrofe della guerra e dello
    sterminio generate dal fascismo e dal nazismo, tali acquisizioni, negate e spesso stravolte, sempre
    sono riemerse per essere riaffermate, contro ogni forma di oscurantismo e contro ogni aberrante
    pretesa superiorità di razza e di casta.
    La novità storica che ha segnato tutta la seconda metà del ‘900 - e che oggi la destra al servizio del
    neoliberismo vorrebbe cancellare - è che in difesa dei grandi principi di libertà e di uguaglianza,
    contro la barbarie si levassero, non già vecchie e ristrette avanguardie, o le classi liberali decadute
    perché responsabili della disfatta democratica dell’Italia e dell’Europa, ma le grandi masse popolari
    e dei lavoratori, gli spiriti più alti dell’intellettualità - che nella sua maggioranza tacque o si rese
    connivente - e quanto, sopravvissuto alla morte ed alle persecuzioni, restava dei partiti antifascisti
    europei: partiti comunisti, partiti socialisti, partiti cattolici democratici.
    E’ questa la cifra del ‘900, secolo che noi ci rifiutiamo di assegnare alla sola categoria dei crimini e
    dei misfatti, perché esso resta il secolo in cui, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre, irrompe nella
    storia la lotta per l’emancipazione delle classi subalterne, e poi la lotta dei popoli contro il dominio
    coloniale ed, infine, la lotta delle donne per la loro liberazione. Ognuno di questi grandi soggetti,
    nel corso del ‘900, ha usato, interpretato, arricchito, trasformato quelle parole: libertà e uguaglianza,
    per inventare la democrazia e per darle sostanza, per liberarsi dall’oppressione patriarcale, per dare
    strumenti allo stato di diritto, per conquistare garanzie sociali ai più deboli.
    Per tutto questo noi rivendichiamo il dovere storico di continuare, nel nuovo secolo, la lotta per
    l’affermazione dei principi e delle idealità che stanno alla base dell’intera storia delle forze
    progressiste, democratiche, e del movimento operaio italiano ed europeo.

    Un appello al paese

    I comunisti non possono, tuttavia, parlare solo a sé stessi o alla sinistra. In questo momento così
    drammatico per il paese sarebbe grave ed irresponsabile rinunciare alla vocazione nazionale e di
    massa della nostra proposta politica. Noi dobbiamo lanciare un appello a tutto il Paese, a tutti i
    cittadini, all’intera società. La destra non può farlo perché, per sua natura, tende a separare, a
    rompere i legami sociali, politici e culturali che tengono insieme l’Italia. La destra vive nella
    contrapposizione tra false ideologie: nazionalismo contro localismo, razzismo contro globalismo,
    protezionismo contro liberismo. La destra parla di patria e famiglia ma pratica la sudditanza agli Usa e l’individualismo. La destra invoca legalità contro i poveri ma è collusa con la criminalità
    mafiosa e debole verso i reati finanziari E’ in atto una dinamica disgregatrice che rischia di
    travolgere persino la formale unità della nazione.
    Per reagire, per fare appello con fiducia a tutto il nostro popolo, serve un nuova idea di Italia come
    paese moderno, laico, positivo. Ciò che vogliamo non è affatto rilanciare la retorica dell’inno o
    della bandiera a cui si è accodato Veltroni alla ricerca dell’unica simbologia disponibile a buon
    mercato.
    La sinistra ed i comunisti però devono avere una propria autonoma visione del Paese contro l’idea
    di una Italia come “società liquida”, composta da corporazioni ed egoismi contrapposti, da individui
    soli e da culture aggressive e per questo deboli. L’Italia non è affatto un paese allo sbando e la
    sinistra, da Garibaldi alla Resistenza, ha sempre avuto ed ha tutt’ora le carte in regola per parlare al
    cuore del paese.
    Abbiamo una idea dell’unità nazionale non come feticcio ma come strumento per dare al nostro
    popolo una prospettiva storica. Per questo mettiamo al centro la questione meridionale. Il meridione
    non è un pezzo sfortunato della nazione ma il paradigma del fallimento di una classe dirigente.
    Assistenzialismo, clientelismo e mafie strangolano l’Italia intera, controllano territori e città, si
    affiancano come parassiti allo Stato minando la sua stessa legittimità. La questione meridionale è
    questione nazionale ed europea. Combattere le mafie, ricostruire un vincolo di solidarietà tra le
    diverse risorse territoriali, valorizzare le esperienze di emancipazione e di riscatto presenti nel
    meridione è un compito storico a cui chiamare tutti i democratici. Senza una idea coerente di
    sviluppo dell’intero paese, senza una chiara collocazione mediterranea della nostra politica e senza
    una piena affermazione di legalità, l’Italia si sbriciola.
    Il nostro è dunque un “patriottismo” antinazionalista che si declina, in modo moderno e nel contesto
    europeo, in una idea di sovranità senza la quale prevale la subalternità della destra e del PD ai diktat
    degli Usa. Anche per questo abbiamo sfilato a Vicenza portando assieme la bandiere rosse e quelle
    italiane. Riconquistare sovranità significa anche riacquisire responsabilità e ruolo nel mondo.
    Consapevoli che l’Unione Europea è nata dalla centralizzazione del capitale europeo e
    dall’obiettivo dei poteri forti del vecchio continente di sostituirsi all’imperialismo Usa nel mondo o
    raggiungere con esso compromessi nella spartizione delle aree d’influenza, dobbiamo oggi
    rilanciare l’idea di una Europa dei popoli e dei lavoratori.
    Per respingere le tentazioni di subalternità agli Usa, tanto care alla destra italiana ed alle forze
    economiche più reazionarie espressione di settori economici in difficoltà, bisogna riprendere nelle
    nostre mani la responsabilità del futuro. Vogliamo quella piena indipendenza e sovranità che ci
    viene negata dall’influenza politica e dalla tutela militare che gli Usa esercitano sui paesi europei.
    Dobbiamo liberarci delle basi militari Usa e Nato ed impedire progetti guerrafondai come quello
    dello scudo stellare. Nessun paese però può raggiungere questo obiettivo da solo. Per questo è per
    noi fondamentale rilanciare l’unità politica, economica e sociale dell’Europa, obiettivo che, da
    Spinelli in poi, ha sempre caratterizzato i comunisti e la sinistra italiana.
    Nel solco dell’idea berlingueriana di governo del mondo, sosteniamo un nuovo equilibrio mondiale
    basato sul multipolarismo, dove le Nazioni Unite siano strumento di pace e non paravento delle
    guerre.
    Rilanciamo l’idea della piena applicazione della Costituzione, come missione dell’intera nazione.
    La Costituzione va vissuta come patto civile che unisce la nazione, come strumento politico di
    affermazione dei diritti universali ed universalmente esigibili, come patto di cittadinanza e di
    solidarietà esteso a tutti coloro che vivono nel territorio della Repubblica. La Costituzione come
    strumento a garanzia della natura democratica delle istituzioni, del loro carattere aperto alle istanze
    popolari, della missione di pace e di progresso che alla Repubblica ed alle sue articolazione è stata
    affidata dal popolo italiano.
    Siamo antifascisti perché l’Italia e risorta nella Resistenza contro quel regime che aveva aperto le
    porte alla dominazione nazista. Perché l’antifascismo torni ad essere la religione civile di tutti gli
    italiani dobbiamo farlo vivere in forme nuove. L’antifascismo moderno vive in una memoria
    nazionale non amputata degli immensi crimini commessi dal nazionalismo e dal razzismo
    colonialista italiano. L’antifascismo significa non rimuovere la tragica scia di sangue e la strategia della tensione con cui si è contrastato l’ingresso delle sinistra nell’area di governo. L’antifascismo è
    militanza attiva contro i gruppi neofascisti e xenofobi che, spesso anche con la complicità delle
    istituzioni, praticano la violenza e l’intimidazione contro tutto ciò che considerano “diverso”.
    Antifascismo è non piegare la testa di fronte al dilagare delle idee della destra e non rassegnarsi ad
    una deriva autoritaria delle nostre istituzioni.
    Libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale, diritti, differenza di genere, ambiente, pace: i
    grandi valori per i quali i comunisti si sono sempre battuti in Italia rischiano di essere espunti
    completamente dal Parlamento nazionale nel corso di questa legislatura. Un più grande e forte
    partito comunista li potrà far vivere con le lotte nella società, riconquistando, con un rinnovato
    consenso popolare lo spazio che spetta alla sinistra nelle istituzioni della Repubblica democratica nata dalla Resistenza antifascista.



    http://www.comunisti-italiani.it/upl..._mozionecc.pdf

  4. #4
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    Predefinito

    UNA NECESSITA' PER IL PAESE: UNIRE LA SINISTRA



    Documento presentato il 13 giugno 2008 da: Bellillo, Guidoni, Pignataro, Robotti, Palumbo, Anastasia, Bacco, Bellisario, Bucero, Bennati, Belletti, Busso, Cenci, Cicchetti, Demurtas, Farina, Ferraris, Limbertucci, G. Longo, R. Nobile, Picone, Porcelli, Rubeo, Serra, Tocco, Tozzi, Vassallo


    “Una necessità per il Paese: unire la sinistra”

    Premessa.


    Il Congresso straordinario del Partito dei Comunisti Italiani si tiene in una situazione pesante per il
    Paese, drammatica per la sinistra. E’ necessario un confronto vero: franco, libero, tollerante.
    1. Nelle recenti elezioni politiche e amministrative ha vinto nettamente la destra. Dobbiamo dire
    con chiarezza al Partito Democratico, ai suoi referenti sociali, ai suoi elettori, che da soli non “si
    può fare”, visto che i risultati sperati non si sono ottenuti.
    2. La sconfitta della Sinistra Arcobaleno è pesantissima, drammatica. Molte le cause. Certamente il
    “voto utile” ha inciso, così come l’astensionismo. Si è pagato per come abbiamo partecipato al
    governo Prodi. Ma molto hanno pesato i ritardi e le ambiguità della “lista unitaria”. Notevoli i
    ritardi della convocazione degli “Stati generali” del dicembre 2007, che pure avevano dato non
    poche speranze. Speranze subito congelate da un vero e proprio impasse durato oltre due mesi, fino
    all’indizione dei comizi elettorali. Democrazia e partecipazione sono state messe in mora. Le
    candidature sono state paracadutate, seguendo il manuale Cencelli, con il solo scopo di tutelare i
    gruppi dirigenti nazionali, senza alcun ruolo dei territori. La campagna elettorale è stata disertata da
    parte significativa di dirigenti regionali e nazionali che non credevano al progetto unitario, o lo
    contrastavano apertamente.
    Ha prevalso nel nostro elettorato la necessità di “fare muro” contro Berlusconi, votando Pd. Il
    confronto dei dati in molte realtà , che votavano anche per le amministrative, sono eloquenti.
    3. Ci aspetta un lavoro di lunga lena, in primo luogo nella società, per ricostruire la sinistra. E’
    questa una necessità oggettiva per il mondo del lavoro, per i giovani, per gli intellettuali. E’ da
    questi soggetti che dobbiamo ripartire con slancio e capacità di innovazione.
    I rischi di ritorno alla frammentazione, alla involuzione settaria, a logiche meramente identitarie
    sono molto reali e significherebbero la condanna alla residualità e alla pura testimonianza.
    La sfida è far decollare davvero un forte e partecipato processo per costruire un nuovo soggetto
    unitario della sinistra, rilanciando le ragioni della nostra nascita, con i Partiti che decideranno di
    esserci, con i movimenti, le Associazioni, le singole persone.
    4. Dalle elezioni politiche e amministrative viene un chiaro insegnamento: da soli non si vince.
    Condizione necessaria per vincere è l’unità delle forze di centro-sinistra.

    “Una necessità per il Paese: unire la sinistra”


    In relazione ai prossimi, molto ravvicinati, appuntamenti elettorali è urgente dirimere insieme le
    questioni aperte, ad ogni livello di governo, e delineare con chiarezza le prospettive politiche delle
    alleanze. Alleanze che si devono qualificare sempre più sulle priorità programmatiche e sulla
    necessità di considerare la partecipazione come la forma usuale del governare. Per superare l’attuale
    linea dell’autosufficienza del Partito Democratico è necessario rilanciare un “nuovo centro-sinistra”
    aperto e inclusivo, basato fondamentalmente su due forze, il PD e la Sinistra, tra le quali dobbiamo
    costruire un leale rapporto di competizione, sul terreno delle battaglie ideali, così come nella
    definizione delle alleanze di governo e nelle giunte locali.
    5. Si apre una nuova fase per tutti: per noi la bussola dovrà essere un forte ancoraggio alla società e
    in primo luogo al mondo del lavoro. Le concrete, pesanti condizioni di vita e di lavoro delle masse
    popolari devono essere la nostra effettiva priorità. L’attuale situazione dei salari, delle pensioni e del
    costo della vita reale, così come le drammatica realtà delle morti sul lavoro e del precariato, sono
    del tutto insostenibili: si tratta di grandi questioni sociali, di classe, e insieme di grandi questioni
    democratiche.
    6. L’unità della sinistra è una esigenza fondamentale per il mondo del lavoro e per tutte le forze che
    si richiamano alla sinistra. E’ un’esigenza irrimandabile e irrinunciabile.
    Il PdCI è nato con una fortissima vocazione unitaria, come “la sinistra che unisce”.
    Il PdCI ha scritto, programmaticamente, sul proprio simbolo “Per la Sinistra”.
    Il PdCI deve essere anche oggi, più di ieri, il più convinto propugnatore, nei fatti, di un nuovo
    grande soggetto unitario della sinistra, La Sinistra: non riteniamo esistano “modelli”, ma certamente
    un riferimento significativo è rappresentato dalla Linke in Germania.
    Bisogna superare tutte le posizioni settarie e anacronistiche. La costruzione de “La Sinistra” deve
    rappresentare il nostro obbiettivo fondamentale. Un obiettivo di valenza strategica che risulta essere
    ancora più urgente in relazione alla svolta a destra in atto nel Paese e alla connotazione neocentrista
    che sta assumendo il Partito Democratico.
    7. Un forte rinnovamento politico, culturale, di gruppi dirigenti è un’esigenza imprescindibile. Non
    ci possono essere uomini e donne per tutte le stagioni.
    Una forte sinistra unita è necessaria e possibile in tutto il Paese, una sinistra di lotta e di governo
    nell’accezione alta che ne dava Enrico Berlinguer, una sinistra che sappia inverare i suoi ideali di
    pace, uguaglianza, solidarietà, libertà.
    Il Congresso deve rappresentare un concreto e significativo momento del processo che intendiamo
    portare avanti con passione, con lungimiranza, con determinazione, da comunisti.

    Un’Italia livida, che arretra.


    Principi, ideali, sentimenti, finalità di un popolo che oggi si sente solo e privo di prospettive di
    cambiamento, ci impongono di continuare a lottare per un’unità della sinistra, che abbia tra i
    proprio compiti il rilancio di un’azione riformatrice, popolare e di progresso, contro una deriva
    populista, il cui primo obbiettivo è la mortificazione della Carta Costituzionale.
    Noi vogliamo un’Italia in cui siano garantiti i principi fondamentali, quali la certezza del diritto e
    l’uguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge, la giustizia sociale, i diritti dei lavoratori e
    l’efficienza del processo economico e produttivo, la reale ed efficace progressività del sistema
    fiscale e della lotta all’evasione e all’elusione fiscale.
    Noi vogliamo un’Italia che riafferma la solidarietà ed il rispetto delle persone, la serenità della
    convivenza civile e la pace, che rilanci l’idea di una comunità nazionale evoluta e giusta.
    La situazione politica italiana non ha precedenti, l’Italia è governata da una compagine politica di
    destra, sostenuta dai poteri forti dell’economia, della finanza, subalterna alle ingerenze secolari
    della Chiesa di Roma.
    Il 13 e 14 aprile ha vinto quella ideologia che, costretta a nascondersi dal dopoguerra, dall’89 lavora
    pubblicamente per capovolgere, snaturandoli, i principi che hanno ispirato la Costituzione
    repubblicana. Ha vinto un’idea mercantile dei rapporti sociali, culturali ed umani: il mercato come
    istituzione suprema dove saltano le regole della convivenza e si spalanca la retorica delle libertà
    propagandate, annunciate, ma prive di contenuti.
    Dal Parlamento sono state escluse le forze della sinistra e le opposizioni parlamentari non sembrano
    in grado di svolgere il loro ruolo. Il sistema radiotelevisivo ed informativo, sostanzialmente
    controllato da un’unica direzione culturale e politica, è quasi interamente orientato a trasformare la
    realtà, edulcorandola o aggravandola a seconda delle convenienze dettate dal pensiero unico
    dominante. È attraverso un sistema siffatto che prevalgono, nelle reti pubbliche come in quelle
    private, programmi di intrattenimento utili soltanto a distrarre le persone dalla realtà. È attraverso
    un sistema siffatto che è stata creata nel Paese quella diffusa percezione di insicurezza a cui oggi la
    destra tende a rispondere con misure di tipo repressivo, intercettando in tal modo il consenso di
    un’opinione pubblica preventivamente “educata” in tal senso. Tutto ciò rende indifferibile una
    radicale riforma del sistema informativo nel nostro Paese, mediante una legislazione severa sul
    conflitto di interessi e una profonda revisione del servizio pubblico radiotelevisivo.
    Il conflitto sociale per la prima volta non ha rappresentanza parlamentare, si è logorato il tessuto di
    solidarietà sociale, milioni di persone, il lavoro salariato, il precariato, chi non riesce ad entrare nel
    mercato del lavoro e chi ne è uscito, le nuove povertà, non hanno più riferimenti politici coerenti
    con le proprie istanze, sono soli.
    L’attacco ai diritti dei lavoratori è già evidente con il tentativo messo in atto da questo governo, con
    il consenso espresso di Confindustria e con la risposta ancora debole del mondo sindacale, di
    cancellare la contrattazione nazionale, i diritti civili e le libertà personali. Si tenterà, così come è già
    avvenuto per il passato di introdurre nuovi elementi di precarietà, di ridurre o annullare serie
    politiche di sostegno al reddito, al suo potere di acquisto, e si continuerà sulla strada fallimentare
    delle privatizzazioni in ogni campo, anche dei servizi pubblici locali.
    Vogliono una società divisa, senza diritti di cittadinanza, dove si acuiscono le divaricazioni sociali,
    dove il conflitto viene neutralizzato dalla disperazione e dalla ricerca costante della sopravvivenza e
    del mantenimento delle condizioni di vita.
    Il Partito Democratico non è stato in grado di attrarre consenso nel centro destra ed ha rappresentato
    un elemento di logoramento ulteriore del centro sinistra, aprendo di fatto una sfida solo con la
    sinistra, regalando una grande vittoria politica ed elettorale a Berlusconi.

    L’etica della coerenza: mantenere la parola data al nostro popolo.


    Il fallimento dell’Arcobaleno è evidente. E’ stata un’alleanza che non ha convinto, non ha creato
    passioni, non ha coinvolto e suscitato interesse, non ha delineato una propria identità, è stato il
    frutto di un accordo di tipo emergenziale, fatto con grave ritardo dai gruppi dirigenti nazionali, utile
    solo a garantire ed eleggere ceto politico.
    Si è partiti in ritardo a costruire l’alleanza, dopo l’assemblea di Roma del 8 e 9 dicembre 2007 i
    gruppi dirigenti dei partiti, compreso il nostro, non hanno raccolto e trasformato in proposta politica
    ed organizzativa l’accorato appello ad aprire una fase nuova, di costruzione di una sinistra popolare
    e radicata sul territorio, liberata dalle divisioni del passato e pronta ad accettare la sfida per
    cambiare il Paese.
    E’ fallito il progetto della Sinistra Arcobaleno o della sinistra unita? No, è fallito solo il progetto
    dell’Arcobaleno, che ci ha fatto comprendere che il nostro popolo pretende molto di più di un
    semplice cartello elettorale, ma soprattutto ci chiede coerenza e l’impegno di mantenere le cose che
    si affermano, di passare dalle parole ai fatti. Rimane tutta valida la scelta strategica di unire la
    sinistra italiana su un progetto chiaro ed innovativo che possa essere percepito come l’orizzonte
    entro il quale i lavoratori e le lavoratrici italiane possano riversare le loro speranze.
    Noi non vogliamo tornare indietro, la strada da percorrere è giusta e non c’è sconfitta elettorale che
    possa motivare il ritrarsi da questo impegno storico, dobbiamo tenere in campo la nostra proposta di
    confederazione e rilanciarla su un nuovo patto, su un nuovo progetto unitario. È sbagliato, quindi,
    puntare al superamento del PdCI, per costruire un indistinto partito comunista; quello che occorre,
    invece, è il dispiegarsi del partito in chiave unitaria, questa volta senza se e senza ma, restando
    nell’alveo della storia del Partito Comunista Italiano.
    Una storia, che peraltro va ripresa e studiata facendo un bilancio rigoroso e sereno dei fatti, a partire dall’800 e giungendo ai nostri giorni, evitando il rischio, purtroppo diffuso, di richiamarsi ad essa
    per mere considerazioni di carattere propagandistico ed elettoralistico.
    Una sinistra senza aggettivi, una sinistra che deve ricomporre vecchie fratture storiche, che deve
    essere in grado di riannodare un rapporto proficuo con i movimenti e con le loro passioni civili e di
    cambiamento, che deve interrompere, come è accaduto in questi due anni di governo Prodi, una
    competizione tra il PdCI ed il PRC, dannosa per i lavoratori.
    La rottura che si è prodotta nel PD con la nascita di Sinistra Democratica, che ha visto una grave
    banalizzazione da parte del nostro gruppo dirigente, ha rappresentato un evento importante per tutta
    la sinistra, per poter ricostruire su basi nuove una rappresentanza unitaria in grado di pesare
    profondamente nelle dinamiche del Paese.
    Per i comunisti l’azione politica deve essere capace di indirizzare il nostro blocco sociale, le sue
    esigenze di rinnovamento generale del Paese verso un pieno esercizio di direzione politica, il
    governo.

    L’Unione, Prodi: l’occasione mancata per bloccare le destre.

    I governi di centro sinistra hanno rappresentato negli anni la soluzione possibile, nei rapporti di
    forza dati, per cambiare il Paese. Sono stati la rappresentazione di un quadro di forze, eredi dei
    partiti che insieme avevano scritto la Costituzione repubblicana, hanno significato per milioni di
    italiani la speranza di poter cambiare, modernizzare e rendere più giusta l’Italia.
    Non è veritiera la descrizione di coalizioni, prima l’Ulivo e poi l’Unione, aggregate contro
    qualcosa, più che per qualcosa. Non è stato l’antiberlusconismo a legare insieme partiti di tradizione
    e aspirazione diverse e spesso molto lontane, le coalizioni sono state il frutto di una visione di unità
    nazionale che fondasse le proprie radici nel pensiero di Enrico Berlinguer e nella cultura
    dell’interesse nazionale, contro poteri e interessi particolari e criminali, per la costruzione di una
    società italiana in cui la cultura laica e quella religiosa convissero in una nuova idea di repubblica,
    con al centro le persone, i loro diritti, le loro aspirazioni. Un’idea di Paese in cui prevalesse la
    coscienza collettiva sulla deriva edonistica e liberistica.
    Non può esserci soluzione alternativa ad un accordo tra le forze riformiste e quelle della sinistra
    italiane. Il Paese, i lavoratori, la possibilità stessa di avere come obbiettivo la rinascita democratica,
    chiedono di riproporre una strada di confronto e coalizione di centro sinistra.
    Il governo Prodi ha rappresentato l’ultimo baluardo per non rimettere nelle mani della destra il
    futuro dell’Italia, il tentativo di costruire una alleanza poggiata su un programma comune, costruito
    guardando ai contenuti e non ai bilanciamenti. Un programma che aveva coinvolto e fatto
    partecipare larghi strati e settori sociali, culturali ed economici del Paese. Questo tentativo, questo
    progetto, sono stati vanificati anche dalla fragilità della coalizione. La sinistra ha partecipato al
    governo Prodi in modo inadeguato, accettando di essere rinchiusa in alcuni Ministeri dalle competenze ristrette. Il nostro Partito, in particolare, non ha espresso colpevolmente alcuna vera
    rappresentanza politica all’interno dell’esecutivo.
    Un programma che è stato disatteso, abbandonato per far posto alla mediazione continua con i
    poteri forti ed alle compatibilità di carattere finanziario. Un modo di vedere il futuro dell’Italia più
    moderno, finalmente laico, e rispondente ai nuovi modelli di organizzazione sociale che ha trovato
    l’opposizione frontale di una parte delle gerarchie della Chiesa romana e delle sue organizzazioni.
    Un progetto di riappropriazione di spazi pubblici, anche in ambito economico e di liberazione dai
    corporativismi, figli del secolo scorso, che è stato vanificato sull’altare delle proposte di
    privatizzazione di interi settori pubblici. A questo si aggiunga la mancata apertura di un dibattito
    vero sul modello federalista prefigurato dal Titolo V, così come modificato dalla riforma del 2001, e
    sulla conseguente organizzazione dello Stato, con cedimenti a culture localiste, non solidali e
    svincolate dal principio di sussidiarietà, quando invece un dibattito serio su queste tematiche
    avrebbe rappresentato seriamente un elemento di novità vera del modello statuale e solidale.
    Una serie di errori gravi, compiuti più per accontentare tutti, finendo per non accontentare nessuno.
    Ne è derivato che siamo restati sempre più soli, preda della propaganda berlusconiana e dell’azione
    corrosiva della Confindustria e delle categorie, mobilitate per difendere un modello sociale non
    solidale e egoistico.
    La politica dei due tempi, prima il risanamento e poi la redistribuzione, non ha pagato, anzi è servita
    per aumentare la divaricazione con la maggioranza del popolo italiano e per ridurre il consenso
    popolare.
    Il giudizio sul Governo Prodi, complessivamente negativo, necessità però di una articolazione.
    L’Esecutivo di Centro-sinistra non ha segnato in modo netto la discontinuità rispetto al passato e
    una robusta politica di cambiamento, pur registrando alcuni risultati importanti, sui quali l’impegno
    dei comunisti e della sinistra è stato determinate.
    Questo vale per i successi della politica di lotta all’evasione fiscale; gli interventi per la
    stabilizzazione del precariato nella pubblica Amministrazione; alcuni colpi a privilegi e rendite di
    posizione con gli interventi di liberalizzazione (mutui, banche, assicurazioni, concorrenza, farmaci
    ecc.); i successi in politica estera quali il ritiro delle truppe dall’Iraq e il SI dell’ONU alla moratoria
    contro la pena di morte; la legge sulla sicurezza; l’emanazione nell’ultima finanziaria di un
    importante pacchetto casa; il no al ponte sullo stretto di Messina e il trasferimento dei fondi per le
    opere infrastrutturali necessari al Sud (decisione messa in discussione dal Governo Berlusconi
    immediatamente). Si potrebbe continuare con altri esempi.
    Ma questi dati positivi sono stati vanificati da una scarsa coerenza e dal non rispetto delle azioni di
    governo concordate nel programma elettorale: in politica estera il mantenimento del nostro
    contingente in Afghanistan; il tradimento del programma sui diritti civili, su quelli del lavoro (basti
    pensare alla L.30 e al protocollo sul welfare); una politica economica che non ha puntato in modo chiaro sulla redistribuzione e, quindi, alle categorie più deboli della società italiana.
    È stato un errore non rinegoziare il rientro dal debito pubblico con l’UE, come peraltro aveva fatto
    la Germania, si è sottovalutata la profondità e la violenza della crisi economica e dell’erosione dei
    salari, delle pensioni, del peso dell’indebitamento delle famiglie italiane.
    Era necessario avviare una fase che contemporaneamente prevedesse interventi sulla spesa interna e
    sul potere di acquisto e aprisse un dibattito vero sulla riduzione dei costi della spesa pubblica e della
    pressione fiscale a partire dai salari e dalle pensioni.
    L’incertezza con cui il Governo ha affrontato anche il tema del “tesoretto” e della sua destinazione,
    ha rappresentato un’ulteriore momento di frizione tra l’Unione e la sua gente.
    Aver fatto gestire un tema così delicato solo da un punto di vista ragioneristico è stato grave. Non
    dovevamo avere indugi, scegliendo la strada della ridistribuzione in termini di potere d’acquisto e
    welfare locale.
    La lotta all’evasione ed all’elusione fiscale è stata un punto di onore epocale, nella storia dei
    governi della Repubblica. Un’evasione fiscale di più di 100 miliardi di euro all’anno, quella
    contributiva di più di 40 miliardi, un mare di denaro pubblico che ogni anno non entra nelle casse
    dello Stato e viene sottratto alla spesa pubblica, agli investimenti sociali, alla redistribuzione verso i
    redditi più bassi, il governo era riuscito a recuperare parte dell’evasione. Risultati realmente ottenuti
    che già, nella prima trimestrale successiva alla caduta del governo Prodi, sono venuti meno, con una
    riduzione del 30% delle entrate fiscali da gettito IVA e da imposte sulla produzione.
    Anche la politica estera è stata positiva. La presa di distanza dalla politica aggressiva del governo
    statunitense, il ritiro del nostro contingente dall’Iraq, l’iniziativa sul Libano, l’apertura verso il
    governo palestinese, le regole di ingaggio per i nostri militari, hanno rappresentato una serie di
    iniziative innovative, peraltro già messe in discussione dal governo in carica.
    La fine del governo Prodi non ha rappresentato un momento poco edificante per la storia italiana;
    sappiamo che vivremo in un Italia più ingiusta, meno libera, più egoista e meno solidale. Stiamo
    peggio di prima, questo è un fatto chiaro ed ineludibile.
    Tutto questo ci fa dire che un’alleanza di centro sinistra è indispensabile; certo una nuova alleanza,
    che ponga la necessità di ripartire con un diverso approccio più sociale e popolare, non vincolato ai
    poteri forti, con una sinistra più unita ed elettoralmente più forte.
    I comunisti, la sinistra non hanno incalzato adeguatamente il PD nel momento in cui esso ha rotto
    con la sinistra, presentando tale pesante rottura come una “separazione consensuale, quasi
    liberatoria”.
    Avremmo dovuto sostenere con forza, fra i lavoratori ed il popolo della sinistra, che si trattava di
    una scelta grave, pericolosa, una posizione che andava cambiata, pena la sicura vittoria della destra,
    cosa peraltro accaduta.
    Ora la strada è in salita. Non possiamo accettare questo stato di cose, vogliamo impegnarci e ripartire non “buttando il bambino con l’acqua sporca”, riaprendo il tema delle alleanze e del
    governo, come necessità storica, democratica e sociale.

    La sinistra, la democrazia: la nostra natura.


    Siamo in presenza, soprattutto dopo la vittoria della destra alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile e
    al Comune di Roma, di evidenti ed allarmanti episodi di razzismo, xenofobia, squadrismo fascista.
    L’antifascismo, pertanto, non può essere considerato alla stregua di un atteggiamento e di un modo
    di fare politica che ormai hanno fatto i conti con la storia, ma va recuperato come carattere fondante
    della nostra Repubblica e come attuale terreno di lotta politica.
    Noi comuniste e comunisti siamo i figli della Resistenza e i più fervidi sostenitori della
    progressività del nostro sistema democratico e costituzionale, siamo per una società libera e plurale.
    Lavoriamo per la costruzione di una società di eguali in cui siano garantite le libertà politiche e lo
    sviluppo culturale. Vogliamo rilanciare un punto di vista critico e di trasformazione della società: il
    capitalismo non è la fine della storia. La resistenza al fascismo, le molte vittime sacrificate per la
    Liberazione e la nuova legittimazione del nostro Paese hanno permesso ininterrottamente alle
    comuniste ed ai comunisti di partecipare alla costruzione della democrazia italiana come parte
    fondamentale, imprescindibile. La scelta democratica e parlamentare è figlia stessa della cultura e
    dell’esperienza resistenziale che ha consolidato il convincimento che anche persone con diversa
    fede e convinzioni politiche possano lavorare insieme per gli stessi obbiettivi politici. Questa
    convinzione appartiene alla natura stessa dei comunisti italiani e si esprime mediante la scelta
    costante della ricerca di alleanze democratiche larghe, argine alla natura reazionaria e conservatrice
    della borghesia italiana e strumento di accesso al potere delle classi sociali meno abbienti.
    I comunisti, la sinistra ancora oggi hanno lo scopo di modificare profondamente le strutture
    fondamentali non democratiche del sistema economico sociale capitalistico, di produrre un sistema
    di eguaglianze economiche e sociali che rendano sostanziali le libertà politiche, perché ogni persona
    abbia il diritto di vivere pienamente la propria esistenza.
    La distribuzione del reddito nel nostro Paese è profondamente ingiusta e squilibrata e sancisce il
    predominio capitalistico e finanziario.
    La nostra idea di socialismo si intende come liberazione, come affermazione del diritto al lavoro,
    alla giustizia, alla solidarietà.
    L’unità di tutta la sinistra è necessaria ed urgente per il Paese, per i lavoratori. Il nostro partito non
    può, non deve sottrarsi a questo impegno, anzi lo deve sostenere con forza e convincimento e
    fuggire da semplificazioni consolatorie e rassicuranti che ripropongono semplicemente modelli,
    “l’unità dei comunisti”, che continuano a creare lacerazione nella sinistra.
    Noi da comunisti vogliamo promuovere e partecipare ad un progetto di riunificazione della sinistra.
    Riteniamo che ci siano le condizioni per costruire un grande partito popolare di sinistra. Per questo obbiettivo siamo fortemente impegnati.
    Ad un giovane precario, ad un pensionato sociale, ad una donna sola, ad un migrante, ad una
    persona omosessuale o trans gender, vittime ancora di un odioso stigma sociale, ad una famiglia che
    non riesce più a far studiare i propri figli, che è strozzata dai debiti o dall’incombenza di badare ai
    propri congiunti anziani o con problemi, serve una sinistra che dia voce alle attese e che sia in
    grado di sviluppare una politica di governo e non di mera testimonianza.
    Una sinistra credibile, non massimalista e identitaria, una sinistra di governo, che recuperi la fiducia
    della sua gente e che sia in grado di proporre ed affermare “elementi di socialismo” del tutto
    compatibili con la nostra avanzata Costituzione. Una sinistra che pratichi la partecipazione come
    condizione fondamentale del suo essere, contrastando le oligarchie e le lobby, contribuendo a
    trasformare la cultura del nostro Paese e a realizzare una vera e partecipata democrazia, sul piano
    politico e su quello economico.
    L’impegno dei comunisti in questi sessant’anni di Repubblica è stato quello di assicurare maggiori
    diritti ai lavoratori, di estendere i diritti di partecipazione ai cittadini, di potenziare lo stato sociale.
    Ora queste conquiste rischiano di essere vanificate, cancellate perché la sinistra ha perso
    rappresentanza istituzionale nel Paese ed è divisa, incapace di trovare una strada comune.
    Noi siamo fieri di essere comunisti nel solco della tradizione italiana di un partito che non ha mai
    portato la guerra, la repressione, la dittatura al nostro popolo, fieri di aver trasformato milioni di
    proletari senza diritti in cittadini consapevoli. La nostra storia è quella delle comuniste e dei
    comunisti, le nostre radici affondano nella filosofia umanistica, nell’illuminismo, nella dottrina
    marxista della storia, della società e dell’economia, nell’esperienza del movimento operaio.
    In questi anni sono state raccolte, assimilate, le idee della liberazione femminile, del movimento dei
    diritti civili e dei movimenti ambientalisti. Per giungere a questa maturazione del movimento
    operario sono stati necessari più di cento anni, il nostro dovere storico è di non disperdere questo
    patrimonio per poterlo consegnare alle generazioni che verranno. Scelte sbagliate potrebbero essere
    fatali, irreversibili.
    L’unità della sinistra va costruita subito, bisogna farlo in fretta, non ci sono due tempi, bisogna
    prendere esempio da ciò che in Europa si è unito e sta ottenendo grandi risultati, la “Linke”,
    l’unione tra culture diverse che sta scatenando passioni, interesse, volontà del fare, che sino a
    qualche anno fa sembravano impossibili in una situazione politica, simile alla nostra, di pantano
    neocentrista. La freschezza del progetto, l’investimento sulle nuove generazioni, il profondo legame
    popolare, la capacità di non isolarsi nel contesto politico, la ricerca costante dell’apertura e del
    confronto per la costruzione di alleanze politiche ed elettorali con l’SPD, fanno della Linke l’unica
    vera novità, alla sinistra del PSE, nel panorama europeo. Un’esperienza su cui lavorare anche in
    Italia, lanciando la parola d’ordine de “La Sinistra”.
    Vogliamo unire il movimento operaio, senza lacerarlo in sottili, quanto inutili e sterili semplificazioni identitarie.
    Questa nostra cultura ci porta ad essere profondamente convinti che l’unica scelta possibile sia oggi
    quella di rompere gli indugi e rilanciare la non violenza e il pacifismo, per rispondere ad un nuovo
    sentimento di cambiamento del mondo che non può che partire da noi, dai comunisti.
    Il dettato costituzionale che, all’art.11, afferma con perentorietà il ripudio della guerra come mezzo
    per risolvere le questioni internazionali, deve essere fatto proprio nel nostro agire politico, senza
    infingimenti o compromessi, riconoscendo alle sole Nazioni Unite il compito, politico, di agire nei
    luoghi di conflitto e condannando ogni azione che, mascherata da “intervento umanitario”, celi
    intenti di predominio ed egemonia.

    I diritti e le libertà delle persone, priorità politica.

    La dignità umana è punto di partenza e di arrivo del nostro operato. Consideriamo l’individuo
    essere raziocinante e naturale, essere individuale e sociale allo stesso tempo. Le possibilità delle
    persone dipendono dalle condizioni nelle quali essi vivono. Per queste ragioni un nuovo e migliore
    ordine impegnato al rispetto della dignità delle persone e all’eguaglianza è al tempo stesso
    possibile, ma soprattutto necessario.
    La dignità della persona quindi non dipende dal suo rendimento, dalla sua utilità; nella nostra
    visione essa è un valore in sé, che prevale su ogni altra considerazione.
    Lo Stato e l’economia devono essere al servizio della persona e non il contrario. Sulla base del
    principio di uguaglianza vanno garantiti i diritti individuali e collettivi. Soltanto dove quei diritti
    fondamentali sono realizzati, accessibili ed universali, i diritti di libertà e di partecipazione politica
    possono essere esercitati da tutti: questa è la visione che ci distingue profondamente dalle culture
    neoliberiste e delle destre anche del nostro Paese.
    Per la sinistra, i diritti di libertà e di partecipazione politica sono lo strumento per far valere il diritto
    alla vita, all’alimentazione, all’abitazione, al lavoro, all’istruzione di qualità, alla salute (che va
    declinata per includere prevenzione, salvaguardia ambientale oltre all’assistenza sanitaria universale
    e gratuita), alla sicurezza e alla giustizia. Questi sono diritti inalienabili dell’uomo e vanno garantiti
    contestualmente per permettere una vita dignitosa per tutti. I diritti politici e quelli sociali non sono
    collocabili su diversi livelli di importanza, ma in un’unica visione con al centro le persone, il loro
    benessere, il loro futuro. Senza democrazia non può esserci socialismo.

    Per un’autentica politica di eguaglianza.


    La libertà, la giustizia, la solidarietà e la laicità sono valori fondamentali per la sinistra, per le
    comuniste ed i comunisti e devono essere il nostro criterio fondamentale per la valutazione della
    realtà politica, la misura per un ordine nuovo e migliore della società.
    Noi aspiriamo ad una società in cui gli esseri umani possono esprimere la propria personalità, partecipando in modo responsabile alla vita politica, economica e culturale, in cui a contare siano le
    cittadine ed i cittadini e non i poteri economici, finanziari o religiosi. Il compito di garantire queste
    possibilità è affidato allo Stato, che non ha saputo, spesso non ha voluto in questi anni garantire i
    principi di libertà e di laicità, sicché l’Italia di oggi è un Paese più arretrato degli altri partner
    europei, spesso sotto il ricatto di potentati che ne indirizzano le scelte.
    La libertà significa essere liberi da dipendenze degradanti, dal bisogno, dalla paura, anche per
    questo dobbiamo riaffermare la centralità dell’individuo rispetto ai grandi interessi economici o
    religiosi.
    Chi usa la parola libertà come un vessillo propagandistico, ma poi propone un modello sociale,
    economico e culturale di tipo corporativo, fatto di diritti negati, di condizioni di vita precarie, di
    mancanza di libertà individuali e collettive certe, di difficoltà ad esprimere la propria personalità, il
    proprio orientamento sessuale e l’identità di genere sentita o le proprie convinzioni religiose,
    cancella di fatto il senso stesso dell’intero impianto costituzionale e democratico, nato dalle
    battaglie della Resistenza e della Liberazione.
    Per amore della libertà, quella vera, sostanziale vogliamo uguali possibilità di vita
    indipendentemente dalla condizione di partenza di ciascuno. Per questo noi esigiamo una giustizia
    fondata su una più equa distribuzione del reddito. Per questo noi vogliamo una scuola pubblica e
    laica di qualità, inclusiva, accogliente, in grado di dare più cultura a chi ne ha avuta meno. Per
    questo chiediamo l’obbligo scolastico esteso fino al 18° anno di età e insegnanti preparati e non
    precari, opponendoci con forza, sulla base del dettato costituzionale, al finanziamento della scuola
    privata da parte dello Stato.
    La solidarietà, l’unità delle forze della sinistra ha caratterizzato ed incoraggiato il movimento
    operaio nella lotta per la libertà e l’uguaglianza; senza solidarietà, senza unità delle forze di sinistra
    si ridurrebbero le possibilità di continuare questo percorso di liberazione e crescita sociale. La
    solidarietà, a partire dalla creazione delle prime società di mutuo soccorso operaie, è l’arma nella
    lotta dei deboli per i loro diritti e nasce dalla convinzione che l’uomo ha bisogno dei suoi simili, che
    pertanto deve respingere suggestioni individualistiche ed edonistiche. Soltanto l’agire comune e non
    l’individualismo egoista crea e garantisce le premesse dell’autodeterminazione individuale.
    Le contraddizioni tra il capitale ed il lavoro e tra il capitale e l’ambiente non sono superate, anzi si
    sono acuite. Lo scenario internazionale è caratterizzato dall’aggravarsi del divario tra una
    minoranza che vive nell’opulenza, consumando ingenti quantità di beni fondamentali, ed una
    maggioranza costituita da miliardi di persone che non hanno il minimo per sopravvivere. Con
    l’aggravante che l’occidente, spesso guidato da una cultura conservatrice e di destra, sembra non
    voler prendere in nessuna considerazione, al di là dei proclami, politiche reali per abbattere il
    divario fra il sud ed il nord del mondo, ridurre il debito dei Paesi poveri e imboccare la strada di una
    maggiore equità. L’umanità, oggi, è di fronte al pericolo di non essere in grado di modificare i rapporti di sfruttamento del capitalismo sulle persone. Non solo: incombe il pericolo che si
    riproducano su scala planetaria modelli di sviluppo, di consumo energetico, ambientale e alimentare
    devastanti, caratteristici delle società a capitalismo avanzato. Le energie del pianeta non sono
    infinite, non sono inesauribili, ma sono soprattutto vulnerabili. Il dibattito che si è aperto nel Paese
    su un possibile ritorno al nucleare ci vede contrari. I costi proibitivi per la costruzione e la gestione
    degli impianti, l’assoluta incertezza sulla affidabilità ambientale ci spingono ancora ad opporci.
    D’altra parte, riteniamo che una forza di sinistra come la nostra debba aprire un fronte politico
    ampio perché si formuli un vero piano energetico, legato alle fonti pulite, rinnovabili, alternative,
    vera potenzialità inespressa di un Paese mediterraneo come l’Italia.
    L’altra faccia del problema energetico è quello legato ai rischi indotti dai cambiamenti climatici. Per
    la prima volta, al di là delle dottrine economiche, viene messo in discussione il punto centrale del
    modello di produzione capitalista: la crescita continua come unico motore della società. Il tema
    della decrescita, di come intraprendere modelli virtuosi, che permettano elementi perequativi su
    scala internazionale e contestualmente garantiscano, nelle nostre società, risposte ai nuovi bisogni
    sociali, deve diventare oggetto di confronto in tutta la sinistra, a partire dai comunisti.
    Senza una capacità di governare i processi messi in moto dall’esaurirsi delle risorse e dagli
    sconvolgimenti ambientali, c’è il rischio, come stiamo già sperimentando, di un devastante conflitto
    tra poveri. Lo sviluppo deve essere sostenibile, spostato su investimenti e consumi collettivi,
    orientato sulle nuove frontiere scientifiche e tecnologiche, vogliamo ribaltare la logica corrente che
    vuole lo sviluppo legato esclusivamente a parametri economico-produttivi e rifiutare la prassi
    consolidata che ne valuta la positività solo in termini statistici e di incremento del PIL.
    Per noi la ricchezza di un Paese si può, si deve calcolare con altri parametri, legati ai bisogni ed alle
    esigenze dei cittadini, dei lavoratori, quale fonte di ricchezza e di opportunità inedite.
    Non potrà esserci un serio confronto sull’identità dei comunisti e della sinistra senza un approccio
    ambientalista che sappia definire un punto di vista di sinistra su queste tematiche, senza però
    fondamentalismi ed affrontando i nodi di uno sviluppo equilibrato. Temi a cui la sinistra non può
    sfuggire ma, anzi, deve rilanciare come elementi di azione politica.
    Deregolamentare i mercati, dismettere le politiche di programmazione, privatizzare elementi di
    economia pubblica o parapubblica altamente redditizi per lo Stato e tali da garantire i servizi
    fondamentali per tutti, non hanno portato ad una maggiore equità ed a un abbassamento della soglia
    di accesso a tali servizi, ma, spesso, ad una messa in discussione dei beni comuni, come le grandi
    rete di comunicazione, l’acqua, l’energia. Tale deriva ha avuto pesanti ricadute, colpendo i
    lavoratori con politiche di disservizio ed aumenti delle tariffe. Una sinistra unita, più forte ha il
    dovere di porre il tema della ripubblicizzazione di alcuni settori strategici per l’interesse generale
    dell’economia del Paese. I comunisti, in quest’ottica, devono avere un ruolo determinante per
    imboccare decisamente la strada nuova sui beni comuni e sul ruolo del pubblico.
    Concretamente occorre incentivare le politiche di ripubblicizzazione della gestione dell’acqua, non
    come mero obiettivo ideologico, ma come una necessità di salvaguardare un bene fondamentale per
    l’umanità. Coerentemente con questa impostazione i comunisti, insieme alle altre forze della
    sinistra, si adopereranno in tutti i luoghi istituzionali per raggiungere questo importante e
    significativo risultato, anche ricercando le necessarie sinergie con il Forum nazionale dei movimenti
    per l’acqua che su questa tema è impegnato non solo con analisi e elaborazioni, ma anche con
    iniziative di movimento.
    Occorre avere coraggio ed essere più forti come sinistra, come referenti dei lavoratori, per aprire nel
    Paese un dialogo più ampio con tutti quei settori della società, anche della piccola e media
    imprenditoria e dei lavoratori autonomi, soprattutto con gli artigiani ed i piccoli commercianti, che
    soffrono l’invadenza delle grandi multinazionali e della prepotente condotta del sistema bancario e
    creditizio: con tutte quelle persone forze sociali che vogliono scegliere con noi un cambiamento di
    rotta e rilanciare la programmazione democratica.
    In questo orizzonte, il sindacato confederale e soprattutto la CGIL ha rappresentato e rappresenta il
    luogo essenziale per la difesa dei diritti, delle retribuzioni e delle pensioni
    La CGIL per la sinistra, pur nella distinzione dei ruoli, è il soggetto di riferimento fondamentale con
    cui, seppur in ambiti diversi, agire per rafforzare e valorizzare il lavoro e nel contempo contrastare
    gli elementi neocorporativi e individualistici che la Confindustria e le forze del Governo
    Berlusconi cercano di iniettare nella sfera del mondo del lavoro dipendente e del precariato, allo
    scopo di ridimensionare, se non di eliminare, la forza e la rappresentatività del sindacato
    confederale come soggetto collettivo .
    Oggi siamo chiamati tutti ad una azione robusta di rivendicazioni salariali per invertire la tendenza
    degli ultimi 15 anni in cui su una crescita complessiva di 16,7 punti percentuali, in termini reali,
    solamente 2,2 punti sono andati al lavoro.
    L’emergenza salariale deve essere una delle prerogative delle forze della sinistra come asse
    caratterizzante della loro azione politica.

    La sinistra riparta dal fare.

    Siamo decisamente contrari al principio secondo cui lo Stato sia organizzato e strutturato in
    relazione ai bisogni dell’economia e della finanza, siamo per la prevalenza del bene pubblico su
    quello privato.
    Scegliamo il governo come strumento necessario per cambiare l’ordine sociale e l’ordine
    economico per un riequilibro delle fondamentali condizioni di vita dei cittadini. A tal fine sono
    necessarie nuove alleanze di centro sinistra che perseguano la possibilità del cambiamento nel
    nostro Paese.
    La politica non è più il campo di azione dei soli partiti: da tempo essi non sono più sufficienti a rappresentare la complessità degli interessi culturali, sociali e valoriali della società italiana. Nella
    società, nel mondo del volontariato, delle ricerca, dell’associazionismo sono presenti grandi forze
    vive che attivano giornalmente percorsi di promozione e di innovazione che coinvolgono milioni di
    cittadini e che creano consenso convinto alle loro attività, che danno un contributo considerevole
    alla crescita culturale, politica e sociale del nostro Paese. Dobbiamo essere in grado di dialogare con
    questa parte della società e cogliere la profondità di quelle esperienze che spesso coincidono con la
    nostra visione politica. Di fronte alle offensive sulla riduzione del costo del lavoro e sull’aumento
    della produttività dei lavoratori, ossessivamente perseguita in nome della competitività, occorre
    puntare sui nuovi saperi, sul triangolo formazione-ricerca-innovazione, elemento chiave per
    realizzare “la società della conoscenza”.

    Ridare dignità al lavoro, ripensare il Mezzogiorno come risorsa per il Paese.

    Il lavoro, giustamente retribuito, ha un’importanza centrale per la coscienza delle persone, perché
    esse siano soggetti sociali attivi. Esso attribuisce autonomia e riconoscimento sociale, determina le
    condizioni di vita e le possibilità di realizzazione, facilita l’impegno sociale e politico, assicura
    l’indipendenza materiale. Oggi il lavoro è sottopagato, insicuro, precario, invisibile, socialmente
    irrilevante, i contratti flessibili e precari sono diventati la normalità. Una sinistra più forte deve
    mettere al primo posto delle proprie rivendicazioni il primato del lavoro a tempo indeterminato
    come modello organizzativo delle imprese e come un impegno prioritario dello Stato. L’obbiettivo
    che i comunisti e la sinistra si devono dare è quello di ridare valore e dignità alle lavoratrici ed ai
    lavoratori. Un nuovo progetto che rilanci il ruolo della sinistra al governo del Paese deve
    ripristinare alcuni punti cardine su cui riannodare un rapporto di classe duraturo con la nostra gente,
    al di là degli obbiettivi politici immediati come l’abolizione delle leggi sulla precarietà del lavoro e
    transitoriamente la costruzione di nuovi sistemi di welfare che rispondano ai nuovi modelli
    occupazionali e di insicurezza sociale. Occorre riprendere il dialogo con le persone in carne ed ossa,
    rimettendo al centro dell’attenzione benessere generale e sicurezza sociale, potenziamento delle
    infrastrutture sociali, garanzia del lavoro femminile, istruzione e formazione permanente per tutti,
    garanzie certe per avere più tempo per la vita familiare e privata, per il tempo libero e per il lavoro a
    favore della collettività, per l’accesso alla vita culturale e alle attività ricreative, per un
    miglioramento della qualità e della sicurezza del lavoro e per la democratizzazione sindacale e dei
    luoghi di lavoro.
    In una società sempre più complessa e tendente alla competizione fra individui, gruppi e comunità
    assume sempre di più un ruolo fondamentale lo Stato con i suoi livelli di rappresentanza e di
    organizzazione da quello centrale a quello periferico. La garanzia dei diritti, della loro esigibilità,
    della possibilità di accesso viene garantita dallo Stato attraverso il lavoro pubblico e l’impegno
    disinteressato di lavoratrici e lavoratori che, non avendo l’interesse del profitto e del valore aggiunto, erogano servizi ai cittadini senza distinzione di censo, di razza, di colore della pelle, di
    sesso e/o di altra differenza sociale e/o culturale.
    E’ per questi motivi che il lavoro pubblico all’interno di una pubblica amministrazione autonoma,
    efficiente può di per sé rappresentare un elemento di crescita e di emancipazione sociale che libera i
    cittadini da condizionamenti politico-culturali di grande rilevanza. Il lavoro pubblico è fattore
    determinante, che va difeso dalla strumentalità degli attacchi del governo delle destre, e di garanzia
    democratica per tutti i cittadini, soprattutto in una società nella quale i condizionamenti di vario
    genere spesso penalizzano i più deboli ed i lavoratori in particolare. In alcune aree del Paese, il Sud
    in particolare, che hanno una struttura socio-economica più debole e penetrabile, il lavoro pubblico
    garantisce i diritti fondamentali delle persone ed è frontiera e presidio di legalità; rappresenta una
    grande opportunità perché esso stesso produce sviluppo sociale ed economico.
    Per riguadagnare la fiducia e tornare ad essere protagonisti tra le lavoratrici ed i lavoratori
    dobbiamo far tornare centrale, all’interno del dibattito politico, culturale e sociale del Paese, il tema
    delle loro condizioni. I lavoratori ci chiedono l’unità tra le forze della sinistra e di queste con il
    cartello delle forze democratiche, ci chiedono pragmatismo nell’operare per un miglioramento delle
    loro condizioni di vita materiali, di difendere il loro sistema industriale e la loro possibilità di
    operare anche nella brutale competizione globale.
    Il voto operaio nel nord Italia, spostatosi pesantemente verso la Lega Nord, non è consolidato alla
    destra, è la temporanea sfiducia nei confronti della sinistra; noi lo possiamo riconquistare uscendo
    da forme di demagogia nella proposta politica e recuperando credibilità, anche dal punto di vista
    della nostra capacità di stare insieme e di stare dentro il dibattito che si è aperto nel Paese sulle
    questioni del lavoro guardando al futuro e non al passato.
    La disoccupazione nel sud del Paese, la precarizzazione di tanta parte di lavoratori ormai in ogni
    campo e settore sono oggi il vero nodo che la sinistra ha di fronte per dimostrare credibilità e
    capacità di affrontare le questioni risolvendole. Quello che si sta profilando sempre di più è
    un’intollerabile polarizzazione delle condizioni di vita e di una divisione del nostro Paese
    caratterizzata da regioni del benessere e da regioni povere.
    L’Italia non diventerà competitiva e socialmente coesa senza la rinascita del Mezzogiorno e senza la
    valorizzazione delle sue risorse umane e materiali. Senza un Mezzogiorno risanato è impossibile
    assicurare al Paese tassi di crescita e competitività adeguati allo scenario economico internazionale.
    Le logiche dell’intervento straordinario, che hanno caratterizzato la politica per il Mezzogiorno dal
    dopoguerra agli anni ’80, non sono più proponibili. Occorrono, invece, politiche ordinarie da
    applicare con la necessaria determinazione. La nuova funzione da assegnare al Mezzogiorno non
    può che essere connessa alla centralità che il nostro mare è destinato ad assumere nelle nuove
    relazioni di scambio tra i continenti. In questa prospettiva, mai come oggi il Mezzogiorno appare
    una risorsa decisiva per il futuro dell’intero Paese.
    I presupposti necessari perché il Mezzogiorno sia messo in grado di svolgere questa funzione
    storica sono: formazione, innovazione, occupazione non precaria, rafforzamento dei sistemi di
    piccola e media impresa, rafforzamento delle infrastrutture e della logistica, cogliendo le
    opportunità che a questo territorio derivano dall’essere un’area di transito e favorendo in tal modo il
    riposizionamento strategico dell’intero tessuto imprenditoriale meridionale.
    Tali linee di intervento non cambiano, anzi rivestono maggiore importanza nella prospettiva di un
    riassetto istituzionale di tipo federale. Rinunciare, infatti, alla risorsa rappresentata dal Mezzogiorno
    significherebbe rassegnarsi alla diminuzione delle potenzialità dell’intero Paese. Anche per questo il
    federalismo, se vorrà essere responsabile, dovrà essere solidale.
    La concorrenza tra lavoratrici e lavoratori si acuisce, la solidarietà è resa sempre più difficile. Le
    nuove forme di disuguaglianza sono il frutto anche di politiche che hanno reso meno importante la
    qualificazione e la preparazione al lavoro, dequalificando complessivamente la funzione del lavoro
    stesso. La ricchezza, che è aumentata in questi anni, non solo non è stata redistribuita ma ha
    prodotto un fenomeno socio-culturale nuovo, per cui l’identificazione di classe e la consapevolezza
    della propria funzione storica hanno finito con l’indebolirsi anche nel mondo del lavoro. Nella
    nostra società il tema del lavoro e delle condizioni in cui viene svolto è marginale. Ci si preoccupa
    solo in via emergenziale della piaga degli incidenti e delle morti sul lavoro, si sottovaluta che il
    tema della sicurezza è strettamente legato agli aspetti della precarietà, del produttivismo esasperato
    e dei mancati controlli.
    In quest’ottica la difesa del contratto collettivo nazionale del lavoro diventa l’ultimo ed il più
    importante elemento di lotta per evitare che questa trasformazione culturale diventi strutturale, muti
    completamente la natura stessa della classe lavoratrice italiana, che non si è mai espressa, come è
    accaduto in altri Paesi, in forme individualistiche o corporative, ma si è sempre posta come
    elemento centrale nella definizione stessa del modello di società. Il contratto nazionale deve restare
    centrale rispetto a tutte le possibili politiche salariali previste, continuiamo a ritenere che la
    contrattazione di secondo livello abbia funzioni redistributive sui profitti e non sostitutive di una
    visione nazionale. Dobbiamo prevedere, inoltre, una nuova forma di indicizzazione automatica dei
    salari, agganciata anche a serissime politiche sul controllo dei prezzi al consumo e delle energie.
    Negli ultimi quindici anni i lavoratori hanno pagato una perdita secca di 8 punti di PIL a favore dei
    profitti, 120 miliardi di euro (pari a 8 finanziarie odierne) sono stati trasferiti dalle tasche dei
    lavoratori a quelle dei padroni: occorrono, quindi, politiche salariali che invertano questa tendenza,
    con lo scopo di giungere all’adeguamento dei salari italiani alla media europea.
    Una sinistra che riafferma che il diritto al lavoro è un diritto delle persone e un dovere dello Stato,
    come è sancito dalla Costituzione, garantirlo e renderlo sicuro; la precarietà, la disoccupazione sono
    un problema dello Stato, che deve risolverlo politicamente.

    Ridistribuire le risorse, iniziare dal welfare.


    L’attacco al sistema di welfare messo in campo dalla destra politica e da quella economica è senza
    precedenti, la frammentazione a sinistra, le divisioni della sinistra hanno favorito settori dello stesso
    Partito Democratico che hanno, in questi anni, delineato un ulteriore attacco ai sistemi delle reti
    pubbliche, prefigurando un nuovo modello sociale non più basato sulla solidarietà, ma sui livelli
    minimi da garantire agli strati di popolazione più poveri. Il modello sociale italiano non è mai stato
    uno dei più avanzati d’Europa, l’impegno deve essere oggi quello non solo di difenderlo, ma di
    provare ad immaginarne nuove forme ed articolazioni di carattere sociale. Il movimento operaio ha
    combattuto per generazioni per lo stato sociale, noi dobbiamo lottare per conservarlo e potenziarlo,
    innovandolo. La lotta oggi è contro un’idea di privatizzazione dei rischi elementari della vita, una
    politica sociale che si limita ad eliminare il danno verificatosi, è disumano ed inoltre sottopone
    rapidamente ad eccessivi oneri finanziari. La tutela più efficace era, è e sarà sempre la politica della
    prevenzione.
    Tematiche come il sostegno al pagamento dei mutui per la casa, il sostegno dei redditi da cassa
    integrazione o mobilità, il sostegno al diritto allo studio sino ai massimi livelli di istruzione per tutti,
    compresi i lavoratori precari, in mobilità o cassa integrazione, l’estensione del tempo pieno
    scolastico, l’accesso al credito per i lavoratori precari, devono diventare oggetto di un nuovo
    modello di welfare nazionale che permetta di estendere a tutti politiche che ormai si attuano
    localmente, su base regionale, ma che devono diventare parte di un nuovo modello sociale italiano,
    che tenga conto delle mutazioni che sono avvenute nella società e nel lavoro. Noi dobbiamo
    rilanciare il diritto alla sicurezza sociale come caposaldo della convivenza civile nazionale. Ogni
    scelta di carattere economico o di investimento strutturale deve prevedere adeguate politiche sociali
    che ne compensino le ricadute sul mondo del lavoro e sui settori più poveri della società. Le
    imprese devono accettare un modello di responsabilità sociale, per fare questo occorre uno Stato più
    forte ma soprattutto un nuovo patto fra le forze democratiche e quelle della sinistra per mettere al
    centro le persone rispetto alla finanza e all’economia. Occorre anche una profonda trasformazione
    della stessa organizzazione dello Stato, della sua burocrazia; dobbiamo chiedere efficacia e qualità,
    prima ancora che quantità del sistema di sicurezza sociale e della sua rete nazionale e locale.
    Dobbiamo ancora lottare per mettere la politica sociale sullo stesso piano della politica economica,
    attraverso strumenti di democrazia economica. Questi compiti si possono svolgere solo se saremo
    più forti, organizzati e coesi, anche per obbligare il PD a fare i conti con una sinistra radicata e in
    sintonia con il Paese reale.

    Un Paese onesto, giusto, sicuro.

    La questione morale è per i comunisti, la sinistra, questione fondamentale. Enrico Berlinguer aveva
    intuito un’involuzione morale nella vita pubblica del Paese e delle sue classi dirigenti ed aveva lanciato il suo allarme perché il problema fosse affrontato e non sottovalutato. Egli affermava: “Per
    noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in
    casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti d’oggi sono soprattutto
    macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della
    società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero.
    Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza
    alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire
    il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e
    non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e
    l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sottoboss".
    Sembra scritto oggi.
    Una vera e propria battaglia delle idee che abbia nel rilancio del tema dell’onestà, della trasparenza,
    della moralità il proprio elemento di diversità rispetto al panorama politico italiano, nel nome di un
    differente approccio nell’affrontare le questioni, partendo dall’utilità principale per il bene pubblico
    generale e mettendo in secondo piano l’interesse delle nostre organizzazioni e del nostro partito,
    riaffermando che un cosa è giusta quando è utile, quando serve a tutti, quando non ha costi
    eccessivi, quando è conciliabile con un principio di eguaglianza e di compatibilità sociale ed
    ambientale. A tutti i livelli noi dovremo essere chiamati ad esporci in prima persona per riaccendere
    quel senso civico, quella moralità alta, quei sentimenti di indignazione che si sono spenti nel popolo
    italiano. Non potremo più accettare che ci si giri dall’altra parte vedendo un’ingiustizia o un
    comportamento disonesto, un favoritismo o un aggiramento delle leggi; la convivenza civile va
    ricostruita su un principio di nuova moralità collettiva perché, per quanto ci riguarda, la giustizia
    sociale passa anche attraverso la necessità che tutti sentano come proprio il Paese ed i suoi interessi.
    E’ assolutamente necessario che i partiti, in primo luogo la sinistra, si pongano il problema
    rilanciando la questione morale come grande questione nazionale, selezionando validi e specchiati
    gruppi dirigenti, con particolare riferimento alle rappresentanze istituzionali.
    Dobbiamo ricostruire in Italia un terreno di confronto politico sulla questione morale, per ridare
    credibilità ad istituzioni che rischiano di trasmettere ai cittadini un’idea distorta della vita politica e
    dell’impegno sociale. La difesa delle istituzioni e del tessuto democratico sono l’ultimo baluardo
    per impedire un’involuzione neoautoritaria dell’Italia. Per questo la lotta alla criminalità e il
    sostegno a coloro che si espongono diventano per le comuniste ed i comunisti, per la sinistra,
    obbiettivo prioritario al pari della lotta per la giustizia sociale; in particolare il sostegno a chi pensa
    ad una nuova politica per il Mezzogiorno, per un suo riscatto civile e morale, che ha bisogno del
    sostegno di tutti, in particolare dello Stato.
    Ogni anno vi sono centinaia di morti per mafia, camorra e ‘ndrangheta, in quella che è una vera
    guerra tra bande per il controllo del territorio. La vita nelle città del mezzogiorno, e non solo, è diventata più insicura per la presenza dilagante delle mafie, della macro e micro criminalità.
    La criminalità organizzata, che opera prevalentemente nei settori della prostituzione, del traffico di
    droga, del racket, dell’usura, del traffico di armi, intercetta flussi consistenti di spesa pubblica,
    come per la questione rifiuti o i grandi appalti (pensiamo a cosa potrà accadere con la costruzione
    del Ponte sullo Stretto di Messina). Si può dire che ad oggi essa sia diventata un attore terribilmente
    significativo dell’economia nazionale ed internazionale, anche perché gode da tempo di importanti
    complicità ed infiltrazioni nella politica nazionale.
    Significative sono, soprattutto nei territori maggiormente colpiti dalle mafie, quelle esperienze di
    associazioni che coraggiosamente provano, giorno dopo giorno, a riappropriarsi di un territorio per
    troppo tempo “rubato” ai cittadini dai mafiosi dando speranza ai giovani attraverso pratiche di
    quotidiana legalità.
    Nel Paese, spesso a ridosso dei grandi centri urbani, si sono sviluppate aree in cui il fenomeno della
    microcriminalità ha raggiunto da tempo livelli di guardia. Questo è in larga parte dovuto ad un
    disagio sociale a cui lo Stato e le Amministrazioni non hanno dato una risposta adeguata limitandosi
    ad intervenire sporadicamente in modo repressivo e non risolvendo così il problema e lasciando che
    si diffondesse nella popolazione un forte senso di insicurezza, anche alimentato da media che non
    perdono occasione per enfatizzare i crimini violenti anche a fronte di statistiche ufficiali che
    segnano una sostanziale contrazione di tali fenomeni. Dobbiamo stare dalla parte dell’anziano che
    ha paura quando va a prendere la pensione e della mamma che ha paura di mandare suo figlio a
    giocare in strada. Essere dalla loro parte non significa, tuttavia, creare e colpire dei capri espiatori,
    ma costruire contesti sociali ed economici in cui tutte le persone che ne fanno parte siano
    protagonisti, partecipino, coltivino relazioni positive, abbiano una buona qualità della vita, vedano i
    propri diritti fondamentali garantiti. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale che richiede a sua
    volta una nuova politica locale fatta di partecipazione diffusa e dell’integrazione delle politiche
    economiche, urbanistiche, ambientali, sociali, sanitarie, del lavoro e dell'istruzione. Attenzione va
    rivolta agli istituti di rieducazione affinché essi possano assolvere alla loro funzione di recupero e
    non siano, come tranne rare eccezioni oggi accade, brodo di coltura della criminalità e delle mafie e
    luoghi che sommano emarginazione a emarginazione.
    Va combattuto, infine, quel grande male che affligge l’Italia, quel diffuso senso di impunità e che
    può trovare soluzione solo attraverso una giustizia finalmente efficiente e celere.
    Mentre la macrocriminalità occupa parte del Paese, la nuova destra fomenta l’intolleranza contro gli
    stranieri ed i diversi. Culture razziste, xenofobe e sessiste dilagano e la destra di governo alimenta
    le culture della discriminazione fra le persone, e incita allo scontro di civiltà e di culture illudendosi
    di sconfiggere in questo modo un’ondata migratoria che coinvolge tutta l’Europa e che deve essere
    governata, gestita e non criminalizzata.


    Europa, la sfida per la democrazia sociale.

    La sinistra è in crisi ovunque, in tutta Europa prevalgono culture liberiste, conservatrici, populiste.
    Bisogna ripartire da una ricerca critica vera delle ragioni della sconfitta: l’erosione del
    compromesso democratico a base nazionale, tra Stato, movimento operaio, borghesia nazionale, la
    scomposizione del blocco sociale, che aveva il suo asse nella classe operaia, la depubblicizzazione
    delle economie europee, la competizione mondiale, i nuovi fenomeni di globalizzazione
    neoliberista. La sinistra o si definirà in ambito europeo e saprà dare all’Europa una nuova identità o
    non sarà. Qualsiasi processo di riorganizzazione della sinistra deve, dovrà tenere conto di un quadro
    di relazioni e di esigenze di carattere europeo.
    La crisi economica che si sta profilando ha aspetti gravi e in prospettiva gravissimi, che colpiranno
    soprattutto la stabilità e la sicurezza della classe lavoratrice europea. Una crisi simile a quella,
    tragica, del ’29, anche se con antidoti fortunatamente molto superiori rispetto ad allora; da questa
    crisi potrebbero nascere nuove opportunità per avviare una vera unità politica e sociale d’Europa e
    per il superamento della sua natura liberista e monetaria. La sinistra deve giocare per intero il suo
    ruolo, senza attardarsi nella difesa di particolaristi nazionali. Un’Europa più unita, politicamente più
    forte garantirà un ruolo del movimento operaio più incisivo e in grado di guidarne i processi di
    evoluzione.
    Proprio nell’ottica di rilanciare un ruolo pubblico contro la deriva liberista ed economicista con cui
    il capitale internazionale sta mutando la natura dei nostri Paesi, riteniamo importante il
    rafforzamento del processo di costruzione dell’Unione Europea come un primo passo verso una
    società mondiale articolata regionalmente. Un’Europa della pace e della democrazia sociale, che
    fondi la propria costituzione, il proprio ordinamento sulla centralità dello stato sociale europeo.
    Per queste ragioni riteniamo importante rilanciare il dibattito sulla Costituzione europea, e sulla
    possibilità che questa divenga lo strumento con cui attuare un nuovo modello di stato sociale
    europeo, che metta, tra i primi posti della propria agenda, la coesione sociale, la lotta alla
    precarizzazione del lavoro e la riaffermazione del lavoro a tempo indeterminato come normalità nel
    rapporto tra capitale e lavoro salariato.
    Oggi questo non accade perché la sinistra è divisa e poco incline a discutere e confrontarsi sui temi
    europei, quasi questi fossero poco importanti. La sfida per garantire stabilità e diritti a tutte le
    persone passa dal consolidamento del modello sociale europeo e dalla capacità dell’Europa di
    promuovere, su scala planetaria, la costruzione di un ordine economico nuovo e giusto che consenta
    uno sviluppo duraturo a tutti i paesi. Ciò vale ancor di più se vogliamo intraprendere una strada
    inversa a quella della deriva monetaria a cui oggi è ispirata la politica europea, per ridurre il ruolo
    del FMI, della Banca Mondiale e del G8. Esempio eclatante di questa deriva è il tema dei cosiddetti
    “fondi sovrani”, lo strumento con cui i surplus economici di alcuni Paesi diventano lo strumento per
    destabilizzare e colpire le economie interne, e quindi il potere di acquisto e la stabilità, di milioni di lavoratori nel mondo.
    Di grande importanza è il ruolo dell’Europa nelle politiche energetiche ed ambientali, dove la sfida
    planetaria non può essere adeguatamente affrontata dai singoli stati nazionali. Avvertiamo con forza
    la necessità di definire un impianto programmatico serio: questo è il compito essenziale di un
    processo costituente, di una sinistra capace di analisi concrete delle situazioni, che non smarrisca
    una prospettiva strategica e che la sappia collocare nella situazione storicamente data.

    Ripartiamo da noi, per una prassi che cambi il partito.


    Il partito vive una lacerazione profonda, ormai in ogni parte d’Italia e perfino nelle federazioni
    estere. Compagne e compagni che decidono di abbandonare la militanza, che spesso decidono di
    abbandonare anche il partito, in alcuni casi governato da gruppi dirigenti incapaci di ascoltare, meri
    esecutori di una linea nazionale non discussa, replicata pedissequamente nei territori. Spesso il
    ruolo del centro è stato quello di occuparsi burocraticamente delle questioni aperte sui territori,
    scegliendo di stare con la maggioranza, prescindendo dal merito delle questioni, usando in qualche
    caso la Commissione Nazionale di Garanzia come uno strumento lacerante per tagliare i ponti con i
    compagni che proponevano punti di vista critici nei riguardi dei gruppi dirigenti territoriali.
    Si è cercato negli ultimi anni di esorcizzare il dibattito, di allontanare il confronto, quasi questo
    potesse amplificare la fragilità della nostra organizzazione e del nostro progetto. Si è avvertita una
    prassi organizzativa e politica tendente più alla lotta interna, intesa come consolidamento del
    controllo del partito ed appropriazione fideistica dei gruppi dirigenti territoriali, invece di
    privilegiare l’azione politica esterna che, nei fatti, è stata limitata, resa meno credibile proprio da
    questi fenomeni.
    Si sono selezionati i gruppi dirigenti più sulla base di un principio di fedeltà che di effettiva e reale
    capacità, si è scelto l’elemento auto-conservativo per garantire un’applicazione acritica di una linea,
    che come dimostrano le ultime scelte, era più evocata che concretamente praticata.
    Coloro che ritenevano centrale il tema delle relazioni a sinistra e della costruzione territoriale delle
    condizioni per unire la sinistra sono stati spesso marginalizzati, indicati come coloro che volevano
    sciogliere il partito, come i nemici del partito. I veri nemici del partito sono coloro che vogliono
    tenerlo recluso nell’isola deserta, pensando che si possa continuare una guerra che è conclusa ormai
    da anni.
    Il nostro partito deve essere aperto, deve investire sulle nuove generazioni, deve educarle alla storia
    dei comunisti italiani, del loro senso pratico, della loro alta concezione delle istituzioni
    democratiche, di quel profondo rispetto per il pluralismo ed il confronto democratico, per quel
    senso di appartenenza alla comunità nazionale, che ha permesso, con un’opera attenta anche di
    educazione e di apertura a tutte le culture del mondo, di trasformare militanti in classe dirigente per
    il Paese. È triste vedere la rappresentazione in sedicesimi di modelli culturali e di pratiche organizzative politiche, che il Partito Comunista Italiano aveva abbandonato dalla fine degli anni
    ’50.
    Il Partito Comunista Italiano non è mai stato né corsaro né giacobino, ha sempre valutato le proprie
    azioni e le proprie scelte politiche con un unico metro: se queste erano o no utili alla classe
    lavoratrice di questo Paese e se ne avrebbero o meno portato un beneficio.
    Noi vogliamo un partito che rispetti le compagne ed i compagni, che li faccia sentire a casa propria,
    che consenta loro di poter fare ciò che ritengono più giusto per il raggiungimento degli obiettivi che
    insieme ci si dà. Vogliamo un partito che sul piano territoriale apra una fase di collaborazione e di
    lavoro comune con le altre forze della sinistra, che partecipi alla costruzione delle case della
    sinistra, che ne stimoli la creazione, invece di mandare circolari che prescrivono l’esatto contrario.
    Vogliamo un partito che pratichi ciò che afferma, una qualità fondamentale nel metro di giudizio
    delle donne e degli uomini della sinistra italiana nei confronti dei loro partiti. Noi, in quest’ultima
    torsione identitaria, non siamo stati diversi dagli altri, abbiamo per anni proposto un progetto per
    poi pensarne e praticarne uno opposto, usando la giustificazione della sconfitta elettorale e non
    vedendo la sconfitta del gruppo dirigente.
    Vogliamo un partito che sia comunità, che stimoli le persone ad aderire sulla base di un progetto
    politico che favorisce l’elaborazione politica teorica e pratica, che esce dai tatticismi e produce
    cultura, cultura popolare, che sta nei quartieri, nelle periferie, nei paesi, non per fare azione di agitprop,
    ma per aiutare le persone a risolvere i problemi concreti, quelli quotidiani, un partito che cerca
    di colmare i vuoti e le solitudini di questa nostra società parcellizzata.
    Questo nostro Congresso deve essere chiaro, senza infingimenti ed evitare che la nostra discussione,
    legittima, che espone finalmente le nostre diversità all’interno del nostro partito, di tutti e non di
    qualcuno, possa essere causa di ulteriori lacerazioni o ancora peggio motivo scatenante di
    strumentali accuse di frazionismo. Il Congresso deve poter garantire una discussione franca tra le
    compagne e i compagni senza che nessuno ne strozzi il dibattito, che dovrà essere serio e
    costruttivo, rinsaldando l’unità di azione delle comuniste e dei comunisti, in un quadro finalizzato
    all’azione per la costruzione di una sinistra più larga e plurale.
    Il futuro gruppo dirigente deve essere scelto per capacità e non per fedeltà, a tutti i livelli, a partire
    da quello centrale. Dovrà essere un gruppo dirigente che raccolga gli appelli che da ogni parte
    d’Italia sono arrivati, spesso inascoltati, al centro perché si affrontino le questioni non tagliando i
    ponti verso le compagne ed i compagni, includendo e legittimando il dissenso, le diversità.
    Un gruppo dirigente che pratichi il principio dell’incompatibilità etica e politica tra incarichi politici
    ed istituzionali, dividendo nettamente il ruolo del controllato dal controllore, spezzando le logiche
    fideistiche che spesso si creano sul piano territoriale.
    In quest’ottica, in quella di un partito che cambia le proprie modalità di convivenza civile e politica,
    pensiamo vada superato il centralismo democratico perché portatore di logiche che mortificano la partecipazione dei compagni alle fondamentali decisioni che devono accompagnare un processo
    politico ed organizzativo, oltre che alla formulazione di una proposta programmatica per il nostro
    Paese. Riteniamo che l’opinione delle compagne e dei compagni non debba essere oggetto di
    delibere di partito, di torsioni organizzative del dibattito.
    Quello che noi proponiamo è un partito che vuole evitare l’ulteriore errore di mitizzare i leader,
    anche perché non c’è più nulla da mitizzare. Vogliamo un partito comunità, di tutte e di tutti.
    Ci auspichiamo che questo sia il congresso della riappropriazione: perché è di questo che abbiamo
    bisogno, perché la sinistra deve riappropriarsi del suo ruolo in questa società, a difesa del lavoro e
    degli ultimi ritornando ad una presenza di massa nei territori.
    Perché i comunisti devono anch'essi riappropriarsi del loro ruolo fondamentale nella costruzione di
    una nuova Sinistra unita e di governo e non unita per il governo
    Perché noi dobbiamo riappropriarci del nostro partito che ha perso nel tempo la sua caratteristica di
    essere luogo della discussione libera e a volte aspra, ma sempre vera.
    Perché una volta la politica coltivava grandi progetti di cambiamento sociale e oggi si fa dettare
    l’agenda dalla pancia della società.



    http://www.comunisti-italiani.it/upl...lasinistra.pdf

  5. #5
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    Nei giorni a seguire, saranno aggiunti i documenti congressuali e ogni altra informazione relativa alla partecipazione e alla logistica del congresso nazionale.

    http://www.comunisti-italiani.it/mod...ticle&sid=4609

    http://www.comunisti-italiani.it





  6. #6
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    Se iniziano le maling list regionali, iniziamo a bombardare l'Italia di news...Speriamo si attivino e il partito rimanga a difendere il suo segretario Diliberto, dagli attacchi degli opportunisti e revisionisti, mi auguro che il congresso sia un momento di riflessione e non motivo per scissioni, come già si sente dire, come farebbe piacere ai notri nemici.
    Lotteremo fino alla fine per mantenere il partito comunista in piedi. Su questo non ci piove, come non cambio il mio "eskimo addosso".
    Hasta siempre el hoz y el martillo!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Eskimo63 Visualizza Messaggio
    Se iniziano le maling list regionali, iniziamo a bombardare l'Italia di news...Speriamo si attivino e il partito rimanga a difendere il suo segretario Diliberto, dagli attacchi degli opportunisti e revisionisti, mi auguro che il congresso sia un momento di riflessione e non motivo per scissioni, come già si sente dire, come farebbe piacere ai notri nemici.
    Lotteremo fino alla fine per mantenere il partito comunista in piedi. Su questo non ci piove, come non cambio il mio "eskimo addosso".
    Hasta siempre el hoz y el martillo!
    Ciao Compagno,
    non so nella tua Regione, ma qui in Piemonte le mailing sono iniziate proprio ieri, ho gia' ricevuto diverse mail, se puo' interessare posso anke aprire un post postando i primi interventi (ovviamente riferiti al territorio in cui abito).....è bello vedere la volontà di tanti Compagni di andare avanti e soprattutto farcela, ed avere finalmente un buon e coeso Partito Comunista (Italiano).

    Hasta!

    Andrea

  8. #8
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    2 info:

    si sanno dei dati, anche parziali, sull'andamento dei congressi di sezione??

    sbaglio o l'atmosfera pre-congressuale nel pdci è molto più tranquilla rispetto al prc e all'orizzonte non si vedono scissioni?

    grazie

 

 

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