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    Predefinito La madre di una giovane assassinata: «Mi farei giustizia da sola»

    A colpire a morte Nada Cella deve essere stato un energumeno. Lo dicono i riscontri medico legali: quindici colpi alla testa, di cui cinque mortali. Ad aver agito così deve essere stato un folle, una persona con il cervello bruciato dalla droga o, appunto, un soggetto dotato di una violenza inaudita. Non mi pare che le indagini si siano mai occupate di un individuo con un profilo criminale del genere. Del resto, sul fatto che quest’indagine sia nata disgraziata, non c’è dubbio. È stato così dal primo momento».

    Amedeo Ronteruoli è presidente del Centro di ricerca criminalistica ligure, un circolo di addetti ai lavori (avvocati penalisti, psichiatri criminali, medici legali, operatori carcerari), che esamina i casi di cronaca nera nazionali e internazionali, con un’attenzione particolare ai delitti insoluti. E che, dopo aver affrontato altri grandi misteri liguri - uno per tutti: il mostro di Bargagli - ha “riaperto” il caso di Nada Cella, la venticinquenne chiavarese uccisa il 6 maggio 1996 nell’ufficio dove lavorava come segretaria in via Marsala, nel centro di Chiavari.
    «Un caso difficile da risolvere fin dal principio - prosegue Ronteruoli - perché sono state cancellate tutte le prove. La vittima fu trovata ancora viva, benché in un lago di sangue, dal datore di lavoro. Che si trattasse di un delitto, s’è capito solo molte ore dopo in ospedale. Nel frattempo, la scena del crimine era stata più che inquinata: il sangue rimasto nell’appartamento era stato pulito. La vittima, in ospedale, era stata rasata. I vestiti che aveva addosso, tolti e messi da parte senza nessuna cura, perché in quel momento nessuno pensava di dover conservare prove d’indagine o cercare in seguito preziosi frammenti di Dna. Il movente, poi, non è mai emerso».

    Per l’omicidio di Nada Cella, fu indagato anche il datore di lavoro, il commercialista chiavarese Marco Soracco, prosciolto dopo 14 mesi di indagini secretate dalla Procura di Chiavari. Otto anni dopo, emerse l’ipotesi di una vendetta in ambiente albanese. Si era nel cuore del processo Kanun (alla presunta mafia dell’Albania che avrebbe gestito prostituzione e droga nel Tigullio). Ma l’indagine fu aperta e chiusa (dalla Procura di Chiavari) nello spazio di pochi mesi.
    «La verità è che qualunque pista emergesse, non si potrebbe comunque provare facilmente perché non ci sono elementi con cui poter incriminare qualcuno», dice ancora Ronteruoli, progenie di ufficiali dei carabinieri, da una vita operatore nelle carceri liguri. Tuttavia, la pista albanese resta la più fondata secondo gli esperti del Centro di criminalistica. «Aveva un senso eccome - riprende Ronteruoli - per diversi motivi. È possibile che la ragazza, molto religiosa, dalla vita immacolata e dalla condotta irreprensibile, venuta per caso a contatto con il mondo della prostituzione, si sia messa in testa di salvare una ragazza ridotta in schiavitù. Ed è possibile che l’aggressione mortale sia nata semplicemente come una spedizione per darle una lezione, spaventarla e metterla a tacere e solo in seguito degenerata. Di certo non si è trattato di un omicidio premeditato: se fosse stato tale, l’assassino si sarebbe limitato a ucciderla e ad allontanarsi più velocemente dal luogo dal delitto. Invece, il numero e la violenza dei colpi inferti, dimostrano chiaramente che si è trattato di un raptus. Il movente, però, non lo sapremo mai. C’era un dischetto nel computer, ma è sparito, che cosa conteneva?».
    Sul caso Cella, il Centro di criminalistica sta preparando una pubblicazione che - come in altri delitti insoluti - vuole essere un contributo agli inquirenti nel caso emergessero elementi utili per la vicenda. «Non ci stanchiamo di cercare aspetti nuovi che possano chiarire questi misteri, anche se in questo caso, qualunque pista emergesse, sarebbe una pista fredda, quasi impossibile da dimostrare».


    La rabbia della mamma di Nada, Silvana Smaniotto

    «Se saltasse fuori l’assassino di mia figlia andrei a farmi giustizia da sola. Non avrei paura di andare in prigione perché tanto la legge è fatta per i criminali: stanno in prigione due giorni e poi escono fuori tutti, tra indulto e altro». Sono passati oltre dodici anni dalla morte di Nada Cella e la madre, Silvana Smaniotto, è rimasta sola con il suo dolore e la sua rabbia, per la perdita atroce della figlia, e per l’indagine che non le è servita a capire perché. E alla notizia che il Centro di ricerca criminalistica ligure sta lavorando al caso, non trattiene lo sfogo: «Chi ha ucciso mia figlia ha due morti sulla coscienza: Nada e mio marito. Chi ha indagato sul caso, probabilmente, ne ha molti di più. Perché non ci hanno ascoltati. Lo so perché quando era ancora vivo mio marito siamo andati a leggere le indagini e quasi niente di quello che avevamo detto è stato preso in considerazione». Silvana Smaniotto, che a chi la chiama presentandosi come un giornalista, per prima cosa chiede speranzosa: «Ci sono novità?». Non vuol sentir parlare dell’ipotesi che sua figlia tentasse di salvare una prostituta dalla strada: «È impossibile». Ma non esclude tout court una pista albanese. «L’abbiamo detto fin da subito che nel nostro palazzo, in via Piacenza, c’erano dei giri brutti giri, ma sono venuti a indagare solo due anni dopo, quando hanno ammazzato la prostituta sui Cavi. Allora, quando, hanno scoperto che alcuni albanesi abitavano nella nostra scala, si sono ricordati che anche noi vivevamo qui».
    «Abbiamo anche parlato di un fuoristrada, multato in centro quella mattina. Sapevamo che una persona venuta in contatto con mia figlia aveva un fuoristrada e abbiamo suggerito di indagare. Non ci risulta che sia stato fatto. Dopo tanto tempo io non credo più a nulla, non spero più nulla. Se anche saltasse fuori un assassino, mi chiedo se lo prenderebbero. Quindici giorni fa sono stata scippata, a Chiavari, davanti a una banca con le telecamere. Gli investigatori mi hanno detto che siccome la banca era privata non potevano andare a guardare i filmati. Come potrebbero risolvere il caso di mia figlia, dopo tanto tempo».
    Dodici anni senza potersi spiegare il perché della tragedia che ha colpito la sua famiglia, non hanno fatto altro che amplificare il dramma vissuto quella mattina del 6 maggio 1996. «Di quel giorno ricordo poco. Ero a scuola, mi hanno chiamata dall’ospedale di Lavagna. Mi ha accompagnata un tecnico dell’istituto ma, quando hanno deciso di trasferire mia figlia al San Martino, non sono potuta andare con lei. La polizia ha voluto che andassi in commissariato e poi a casa nostra, per vedere se c’era qualcosa da trovare. Cosa volete che ci fosse? Mia figlia era una ragazza tranquilla, non era malata, non frequentava prostitute. Nel palazzo alla fine ero io che avevo più rapporti con gli albanesi perché ogni tanto tenevo la figlia di una ragazza, una bimba di due anni che era un amore. Comunque, la pista della prostituta da salvare non è nuova. Di novità, in tutti questi anni, non ne ho mai avute».
    «Oltre al dispiacere – dice ancora Silvana Smaniotto – non mi è rimasto nulla. Non ho più niente, solamente rabbia. Qualcuno studia il caso? Benissimo, se potessero dirmi qualcosa di diverso. Invece ho paura che tutto finisca con una notizia sul giornale che non farà altro che rimestare il mio dolore. Poi, tutto finisce con un nulla di fatto. Magari mi dicessero qualcosa di nuovo, potrei aspirare a una pace che invece sono sicura di non poter mai trovare. E ogni volta che si torna a parlare di mia figlia è peggio della precedente, perché mi sembrano soltanto speculazioni senza senso. Di questo, non ho bisogno».


    http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/l...zia-sola.shtml

  2. #2
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    Predefinito

    povera donna....ma come darle torto,anch'io nel suo caso cercherei di farmi giustizia da solo!la legge,per assurdo,non promette giustizie esemplari e durature,basta la buona condotta e l'indulto,per fare meno anni in carcere!
    Andrea Mancarella cordinatore ML liguria

 

 

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