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Discussione: Lavoratori in lotta

  1. #1
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    Predefinito Lavoratori in lotta

    Per non dimenticare che mentre facciamo il congresso c'è una realtà fuori dalle stanze di Rifondazione.

    Cominciamo dalla telecom: si tratta di una vertenza a livello nazionale.

    http://home.rifondazione.it/xisttest...view/2732/314/
    Telecom, in arrivo 20mila licenziamenti
    Viaggio fra i lavorato
    ri

    Ieri sit-in a Palermo. Venerdì sarà sciopero generale di Fabio Sebastiani
    Una prima avvisaglia della protesta contro i 5.000 tagli alla Telecom la si è avuta ieri a Palermo, dove i lavoratori hanno fatto un sit-in e preteso un incontro con il prefetto. In Sicilia il downsizing sarà più pesante del solito. Qui le precedenti ristrutturazioni hanno già portato via il 60% degli organici originari. Oggi se ne prevedono diverse centinaia.
    Da più parti si teme che a livello nazionale il sacrificio nel 2008 non si limiterà a questo singolo annuncio.
    A parlarne apertamente sono gli stessi sindacalisti. Emilio Miceli, segretario nazionale dell’Slc-Cgil, in una intervista a “Rassegna Sindacale” indica in 30-35.000 la cifra di approdo finale degli organici. Questo vuol dire che a dicembre potrebbe prendere corpo un altro intervento tra i 10 e i 15mila posti di lavoro.
    «Ci potremmo trovare in una fase di incertezza tale da non avere chiaro cosa rimane di Telecom Italia: magari solo un marchio», aggiunge Miceli. L’azienda all’inizio della privatizzazione contava 120mila dipendenti. L’assalto di Roberto Colaninno, Emilio Gnutti e Marco Tronchetti Provera, l’ha ridotta in pratica al fantasma di se stessa. Quell’assalto generò un debito che viaggia intorno ai 43 miliardi. Se oggi la Telecom deve affrontare la quarta ristrutturazione in poco meno di dieci anni, è a causa di questo grave fardello e della nuova alleanza con la spagnola Telefonica, che prevede la compressione dei settori omologhi. Manca però un piano industriale che lo spieghi in modo chiaro. E’ questo che sindacati chiedono con maggior forza per essere sicuri di non trovarsi l’ennesima sorpresina dietro l’angolo.
    Tra i lavoratori c’è tanta indignazione. Al megasito di Parco de’ Medici, a Roma, una delle più grandi sedi d’Italia con più di cinquemila addetti, si può parlare di vera e propria esasperazione.
    Molta gente non crede più nemmeno a una parola che arriva dai “piani alti”. «Hanno infarcito l’azienda di dirigenti
    - racconta Gabriella - ed ora ci vengono a dire che siamo in esubero. C’è gente qui che arriva da altre ristrutturazioni ed è stata inquadrata per anni a livelli inferiori e a mansioni completamente diverse». Secondo una stima dei Cobas le “grisaglie” pesano oggi per il 25% del costo del lavoro. Da quasi quindici anni Telecom vive dentro un continuo tsunami, che di fatto ha bruciato carriere professionali e demansionato schiere di professionisti in nome di una non meglio identificata “necessità finanziaria”. Se da una parte il “ministero” Telecom, come ormai lo chiamano tutti, si è fatto carico della storia di quasi tutto il settore Tlc in Italia, dall’altra ne è uscito un mostro ingovernabile con un generoso indotto di “esternalizzati” e di consulenti.
    In molti casi è almeno il doppio della “casa madre”. Il potere effettivo è di fatto in mano ai dirigenti intermedi. E’
    così per quanto riguarda il salario, agganciato per la gran parte a una non meglio identificata, e discrezionale, produttività. Ed è così per il business vero e proprio. E’ per questo che i manager non li toccano mai. Il caso dell’informatica è emblematico. L’azienda poteva vantare fior di tecnici nel settore, almeno fino alla privatizzazione.
    Con l’avvento dell’outsourcing un consulente esterno grazie alle conoscenze giuste arriva a prendere 3.400 euro al giorno mentre il dipendente interno si gira i pollici. In qualche caso, poi, si arriva all’assurdo di affidare il lavoro
    alla filiera degli appalti con trequattro passaggi ulteriori. Risultato, oggi il rapporto è di un dipendente su tre
    addetti in outsourcing. Quando questo straordinario balletto di competenze si verifica in funzioni delicate come la
    fatturazione può verificarsi il paradosso di call center inondati da telefonate di reclamo per errori che Telecom non
    ha materialmente commesso.
    «Dieci anni fa - puntualizza Fulvio - vendevamo informatica agli spagnoli, oggi la compriamo dagli Usa». «Dopo dieci anni continuiamo a sostenere che Telecom pubblica - sottolinea Marina Biggero, portavoce nazionale del settore Tlc dei Cobas - non avrebbe fatto certo questi danni. Innanzitutto verso i lavoratori e poi verso l’utenza. Tutto questo per generare speculazioni finanziarie a vantaggio di una ristrettissima elite. Oggi è inaccettabile che uno solo collega e una sola collega debbano lasciare l’azienda».

    Liberazione 01/07/2008

  2. #2
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    Predefinito

    http://home.rifondazione.it/xisttest...view/2746/314/

    Proposta di un trasferimento assurdo da Bergamo a Battipaglia per 31 lavoratori della Bonduelle.


    Bonduelle, resistenza e solidarietà sostengono la lotta


    Con il passaparola, i volantini e le mailing list, è scattata la campagna di solidarietà a favore dei lavoratori in lotta alla Bonduelle.
    Una lotta dura che sta coinvolgendo il territorio, e che contrappone da mesi una potente multinazionale a centoquaranta salariati, tra cui molte donne e numerosi extracomunitari.


    di Roberto Porta, responsabile Ufficio stampa Prc Lombardia


    Non acquistare prodotti Bonduelle fino a che la multinazionale non ritirerà le lettere di trasferimento dal sito produttivo di San Paolo D’Argon in provincia di Bergamo, a Battipaglia (Sa), distante quasi mille chilometri, per 31 dei suoi dipendenti.

    E’ il clamoroso appello promosso dalla locale lista civica L’Alternativa a sostegno dei lavoratori in lotta dello stabilimento, già Ortobell, specializzato nella conservazione e confezione di verdure.

    Con il passaparola, i volantini e le mailing list, la campagna fa parlare di una vicenda difficile, di una lotta dura con importanti ricadute sulla comunità del territorio, che contrappone da mesi una potente multinazionale a centoquaranta salariati, tra cui molte donne e numerosi extracomunitari.


    Tutto ha inizio
    con il colossale incendio che distrugge lo stabilimento nella notte del 28 febbraio scorso.


    Diversi operai si salvano a stento
    . Spiegazione ufficiale, il malfunzionamento di una macchina impacchettatrice. I lavoratori vanno in cassa integrazione fino al 30 maggio. Poi, l’azienda mette tutti in ferie forzate, neanche si sogna di chiedere la cassa straordinaria, di ricostruire lo stabilimento. Nel frattempo, proteste, affollati cortei, pressioni di ogni genere non servono a ottenere chiarezza di impegni e di prospettive. Quando è ormai giugno avanzato, Bonduelle dichiara l’intenzione di trasferire una novantina di dipendenti a una quindicina di chilometri, nel nuovo sito produttivo di Lallio. Altri quindici resterebbero “temporaneamente a carico dell’azienda”, mentre per trentuno lavoratori si ordina il trasferimento definitivo nello stabilimento di Battipaglia, in provincia di Salerno. Hanno tre settimane di tempo per fare i bagagli e trovarsi una sistemazione in loco, non importa se sessantenni alla vigilia della pensione, o persone con familiari disabili a carico.


    Uno smembramento
    forse difficile da capire ragionando con stretta logica industriale, ma l’operazione ha nel mirino la forza sindacale dei lavoratori di San Paolo D’Argon, che vantano un contratto aziendale tra i migliori della categoria.


    Insomma
    , è l’occasione per delocalizzare verso Sud – anziché, come capita in altri settori, a Est -, e per rifarsi di tanta conflittualità indigesta, certo non una bella pubblicità per la società multinazionale, soprattutto negli ultimi mesi.


    Il delegato di fabbrica
    Moustapha El Touaf la scorsa settimana si è rivolto al Cae - il comitato sindacale europeo di Bonduelle con sede a Renescure, in Francia – per chiedere la solidarietà e l’intervento dei colleghi. Anche gli Enti locali e la regione Lombardia sono stati investiti della questione, soprattutto per iniziativa di Rifondazione comunista, che ha presentato un’interrogazione in Consiglio provinciale e un’interpellanza in Regione Lombardia, chiedendo interventi urgenti per il ritiro dei trasferimenti e la salvaguardia dei posti di lavoro.


    Lunedì pomeriggio
    , presso l’Unione Industriali di Bergamo, davanti a Rsu e sindacati Bonduelle si è offerta di verificare la disponibilità dei 31 dipendenti a trasferirsi a Battipaglia, ipotizzando anche un meccanismo di dimissioni volontarie incentivate, per questi e per i 15 temporaneamente in carico all’azienda.


    In serata, l’assemblea
    dei lavoratori ha accolto con scetticismo i risultati dell’incontro. Se l’azienda sembra magnanimamente recedere dai propositi più bellicosi, molti lavoratori temono l’avvio di una politica del carciofo destinata a sgretolare il fronte della lotta finora compatto.


    Intanto, sul territorio provinciale di Bergamo si diffonde il tam-tam della solidarietà. Con l’invito al boicottaggio dei prodotti Bonduelle, la lista civica di San Paolo D’Argon L’Alternativa ha lanciato una raccolta di fondi per la cassa di resistenza a favore dei lavoratori in lotta: “Bonduelle deve rispettare gli impegni, ricostruire lo stabilimento bruciato a San Paolo d'Argon e qui restituire il posto di lavoro a tutti i dipendenti. Aiutaci a diffondere questo appello”.

    Milano, 2 luglio 2008

  3. #3
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    Predefinito Gruisti a Brescia

    Tute blu in sciopero da due settimane contro l'esternalizzazione forzata. Forse si va a oltranza.


    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=24460
    Brescia, l'ultima lotta della Ferrosider: salvare i gruisti, gli ultimi anelli della catena
    di Fabrizio Salvatori
    su Liberazione del 08/07/2008



    Centodieci dipendenti in lotta contro l'outsourcing di un pezzo di produzione. L'intera fabbrica che non vuole farsi scippare il "senso" del proprio lavoro. Alla Ferrosider di Ospitaletto ormai sono in "mobilitazione" da quasi due settimane, dal 27 giugno per la precisione. L'azienda vuole affidare ad una ditta esterna la movimentazione dei "pezzi" finali. I lavoratori, che già si sono visti "portar via" il magazzino, non ci stanno. Tempo fa conclusero un accordo aziendale in cui veniva definito tutto il percorso della produzione, dall'ingresso del metallo così come arriva dalla siderurgica all'imballo dei prodotti finiti. L'azienda per un po' ha rispettato quell'accordo poi ha cominciato a dar segni di "stanchezza" fino alla decisione di dichiarare come esuberi tutto il gruppo dei gruisti, circa nove persone. E anche ieri, al tavolo delle trattative, l'ha detto con una certa intransigenza.
    Particolare non secondario, alcuni dei gruisti sono stati proprio invitati dalla direzione a scendere dal mezzo perché il loro posto sarebbe stato preso da altre persone, non dipendenti della Ferrosider ovviamente. «Questa volta non ci stiamo - sottolineano i lavoratori, che sono in presidio permanente - innanzitutto perché la Ferrosider ha stracciato l'accordo precedente, e poi perché se la ditta in appalto per qualsiasi ragione salta il turno l'intera produzione si ferma. Questo non dovrebbe succedere se quella mansione rimane interna perché la sostituzione si trova sempre». La paura più forte da parte dei lavoratori è che quel pezzo di produzione esternalizzata potrebbe mettere seriamente in discussione la sicurezza sul lavoro. «Il nostro è già un settore in cui non si sta molto tranquilli, se poi ci mettiamo pure a renderlo più precario allora il rischio aumenta», dicono i lavoratori. «I lavoratori degli appalti -sottolineano i rappresentanti sindacali sono di fatto sotto ricatto e quindi non ci si può aspettare da loro lo stesso scrupolo e la stessa attenzione che ci mettiamo noi».
    Dopo il fallimento del confronto i lavoratori decideranno oggi su come continuare la loro lotta. Fare uno sciopero ad oltranza è dura, ma loro hanno chiesto la solidarietà di tutti i colleghi del settore ed attivato la cassa di resistenza a livello nazionale.
    Il caso della Ferrosider non è il primo e non sarà l'ultimo. Ma questa volta le tute blu intendono fare sul serio perché sentono fortemente che cedere su questo punto vuol dire mandare l'azienda al "ferrovecchio".
    «Anche se il gruista è solo l'ultimo anello di una lunga catena - spiega Franzoni, della Fiom di Brescia - questo non vuol dire che debba essere amputato perché a quel punto ci sarà un altro "ultimo anello" e così via».

  4. #4
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    Predefinito Fiat

    Posto un articolo sulla questione della FIAT, ma comunque rimando al thread della compagna Catartica: http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=446814


    Cassa integrazione nelle fabbriche. Problema congiunturale? La Fiom non ci crede
    .

    Fiat, crisi annunciata
    di Loris Campetti
    su Il Manifesto del 08/07/2008


    La cassa integrazione in tutti gli stabilimenti italiani dell'auto Fiat non è che la cronaca di una crisi annunciata. Se il mercato europeo delle quattro ruote è in rosso per la crisi internazionale e per il prezzo del petrolio volato alle stelle, quello italiano è messo ancora peggio: agli elementi globali si sommano quelli interni, primo tra tutti il forte calo dei consumi legato alla progressiva e brutale perdita di potere d'acquisto dei salari (e delle pensioni), mentre i prezzi vanno su. Dunque, ecco la cassa integrazione per alcune settimane ad agosto, settembre, ottobre e dicembre. Si salva soltanto lo stabilimento di Cassino in cui si costruiscono le vetture del segmento C. Un'altra fabbrica che non risente della crisi delle vendite è quella della Sevel in Val di Sangro a cui è assegnata la produzione dei veicoli commerciali, settore in cui la Fiat continua a crescere in un mercato che resiste ai morsi della crisi, sia in Italia (dal 41,8 al 44,4%) che in Europa (dall'11,7 al 12,4%). Il buon andamento del Ducato è confermato dalle decisione del Lingotto di trasferire 160 lavoratori di Melfi alla Sevel, comunicata dai torinesi la scorsa settimana quando sono stati annunciati i primi 4 giorni di cassa nello stabilimento lucano, attaccati alle ferie estive.
    A Mirafiori si fermeranno a rotazione per una settimana a settembre, ottobre e novembre tutte le linee di montaggio con l'esclusione di quella della Mito, l'ultima nata di casa Alfa. La Fiom torinese fa notare che la cassa integrazione, pur attesa, non è meno grave per le migliaia di lavoratori che per una settimana di fermo si vedono decurtato del 35% uno stipendio già debolissimo. Al taglio salariale si aggiunge quello occupazionale: i dipendenti nel perimetro dello stabilimento, quasi 16 mila, sono già diminuiti di alcune centinaia con il blocco del turnover e, in seguito alla crisi, le nuove assunzioni annunciate da Marchionne non si sono viste. E' vero che la più grande fabbrica Fiat è stata messa a valore - con la ristrutturazione di aree, il Motor Village, il Centro sperimentale all'officina 83, l'acquisizione dell'Abarth e della direzione Cnh - ma ciò non ha sortito effetti consistenti sul versante occupazionale.
    Una linea della Grande Punto si fermerà a Melfi per una settimana al mese da agosto a novembre, la linea della Lancia Ypsilon si fermerà a Termini Imerese per una settimana a ottobre e due a novembre e a Pomigliano, dove si costruiscono la 147, la 159 e la Gt Alfa, le settimane di cassa saranno due a settembre, una a ottobre e una a novembre. Anche gli stabilimenti Cnh a San Mauro e Imola subiranno alcune settimane di fermo produttivo.
    La domanda preoccupata che si pone la Fiom è se davvero si tratti di cassa integrazione «straordinaria», e cioè se la crisi dei mercati che la determina sia di natura congiunturale, come affermano al Lingotto, o non sia invece strutturale.
    Chi è in grado di garantire, tanto per intederci, che il prezzo del petrolio non continuerà a crescere, magari verso i 200 dollari al barile come non pochi analisti prevedono? Se fosse così, difficilmente i mercati potrebbero riprendere la corsa. La Fiat potrebbe comunque cavarsela, grazie ai risultati positivi in Brasile e in alcuni altri punti della sua globalizzazione e grazie ad altri settori non toccati dalla crisi, ma ciò non avrebbe effetti significativi sull'occupazione negli stabilimenti automobilistici italiani. Non saranno le componenti della vecchia Punto prodotte a Mirafiori e spedite per l'assemblaggio a Kragujevac, alla Zastava serba, a togliere dai guai gli operai torinesi. Né la conferma delle previsioni degli utili da parte di Marchionne.
    Ieri è arrivata la conferma dell'avvio dell'assemblaggio in autunnio in Iran, nello stabilimento di Saveh, della Siena, uno dei modelli della world-car Fiat. Le componenti arriveranno dallo stabilimento turco di Bursa. A regime, la fabbrica iraniana dovrebbe sfornare 250 mila vetture l'anno dei modelli Siena, Palio, Palio weekend e del pick-up Strada. In futuro potrebbe aggiungersi anche l'Idea.
    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=24444

 

 

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