Per non dimenticare che mentre facciamo il congresso c'è una realtà fuori dalle stanze di Rifondazione.
Cominciamo dalla telecom: si tratta di una vertenza a livello nazionale.
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Telecom, in arrivo 20mila licenziamenti
Viaggio fra i lavoratori
Ieri sit-in a Palermo. Venerdì sarà sciopero generale di Fabio Sebastiani
Una prima avvisaglia della protesta contro i 5.000 tagli alla Telecom la si è avuta ieri a Palermo, dove i lavoratori hanno fatto un sit-in e preteso un incontro con il prefetto. In Sicilia il downsizing sarà più pesante del solito. Qui le precedenti ristrutturazioni hanno già portato via il 60% degli organici originari. Oggi se ne prevedono diverse centinaia.
Da più parti si teme che a livello nazionale il sacrificio nel 2008 non si limiterà a questo singolo annuncio.
A parlarne apertamente sono gli stessi sindacalisti. Emilio Miceli, segretario nazionale dell’Slc-Cgil, in una intervista a “Rassegna Sindacale” indica in 30-35.000 la cifra di approdo finale degli organici. Questo vuol dire che a dicembre potrebbe prendere corpo un altro intervento tra i 10 e i 15mila posti di lavoro.
«Ci potremmo trovare in una fase di incertezza tale da non avere chiaro cosa rimane di Telecom Italia: magari solo un marchio», aggiunge Miceli. L’azienda all’inizio della privatizzazione contava 120mila dipendenti. L’assalto di Roberto Colaninno, Emilio Gnutti e Marco Tronchetti Provera, l’ha ridotta in pratica al fantasma di se stessa. Quell’assalto generò un debito che viaggia intorno ai 43 miliardi. Se oggi la Telecom deve affrontare la quarta ristrutturazione in poco meno di dieci anni, è a causa di questo grave fardello e della nuova alleanza con la spagnola Telefonica, che prevede la compressione dei settori omologhi. Manca però un piano industriale che lo spieghi in modo chiaro. E’ questo che sindacati chiedono con maggior forza per essere sicuri di non trovarsi l’ennesima sorpresina dietro l’angolo.
Tra i lavoratori c’è tanta indignazione. Al megasito di Parco de’ Medici, a Roma, una delle più grandi sedi d’Italia con più di cinquemila addetti, si può parlare di vera e propria esasperazione.
Molta gente non crede più nemmeno a una parola che arriva dai “piani alti”. «Hanno infarcito l’azienda di dirigenti
- racconta Gabriella - ed ora ci vengono a dire che siamo in esubero. C’è gente qui che arriva da altre ristrutturazioni ed è stata inquadrata per anni a livelli inferiori e a mansioni completamente diverse». Secondo una stima dei Cobas le “grisaglie” pesano oggi per il 25% del costo del lavoro. Da quasi quindici anni Telecom vive dentro un continuo tsunami, che di fatto ha bruciato carriere professionali e demansionato schiere di professionisti in nome di una non meglio identificata “necessità finanziaria”. Se da una parte il “ministero” Telecom, come ormai lo chiamano tutti, si è fatto carico della storia di quasi tutto il settore Tlc in Italia, dall’altra ne è uscito un mostro ingovernabile con un generoso indotto di “esternalizzati” e di consulenti.
In molti casi è almeno il doppio della “casa madre”. Il potere effettivo è di fatto in mano ai dirigenti intermedi. E’
così per quanto riguarda il salario, agganciato per la gran parte a una non meglio identificata, e discrezionale, produttività. Ed è così per il business vero e proprio. E’ per questo che i manager non li toccano mai. Il caso dell’informatica è emblematico. L’azienda poteva vantare fior di tecnici nel settore, almeno fino alla privatizzazione.
Con l’avvento dell’outsourcing un consulente esterno grazie alle conoscenze giuste arriva a prendere 3.400 euro al giorno mentre il dipendente interno si gira i pollici. In qualche caso, poi, si arriva all’assurdo di affidare il lavoro
alla filiera degli appalti con trequattro passaggi ulteriori. Risultato, oggi il rapporto è di un dipendente su tre
addetti in outsourcing. Quando questo straordinario balletto di competenze si verifica in funzioni delicate come la
fatturazione può verificarsi il paradosso di call center inondati da telefonate di reclamo per errori che Telecom non
ha materialmente commesso.
«Dieci anni fa - puntualizza Fulvio - vendevamo informatica agli spagnoli, oggi la compriamo dagli Usa». «Dopo dieci anni continuiamo a sostenere che Telecom pubblica - sottolinea Marina Biggero, portavoce nazionale del settore Tlc dei Cobas - non avrebbe fatto certo questi danni. Innanzitutto verso i lavoratori e poi verso l’utenza. Tutto questo per generare speculazioni finanziarie a vantaggio di una ristrettissima elite. Oggi è inaccettabile che uno solo collega e una sola collega debbano lasciare l’azienda».
Liberazione 01/07/2008





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