1. SINISTRA ARCOBALENOE’ di noi che siamo chiamati a parlare in questa assemblea e nei congressi che verranno nelle prossime settimane. Non parleremo delle colpe altrui che hanno aggravato la disfatta elettorale ma delle colpe nostre, delle ragioni profonde e antiche che hanno resa quella sconfitta inevitabile.A perderci, più che il richiamo al voto utile del partito democratico, è stata la percezione che il voto a sinistra sarebbe stato un voto inutile...
Oggi il nostro è l’unico paese d’Europa in cui nessuno, in parlamento, si dice di sinistra. Per la signora Marcegaglia è un profitto politico. Per noi, è un vulnus alla politica. Ma di questo vulnus le responsabilità principali le portiamo noi.
Da qui dobbiamo cominciare, con onestà intellettuale, con umiltà di ascolto e rigore di analisi. E’ l’unica via per riportare in alto una sinistra che oggi appare smarrita…
Le quindici mozioni (tante, forse troppe…) in cui si articoleranno in questi giorni i congressi dei nostri partiti non sono solo una conseguenza del voto di aprile. Sono anche il segno di una vecchia contraddizione che ci accompagna da molti anni.
Di questa contraddizione, Sinistra Arcobaleno é stata il rimedio generoso ma infelice. Voleva unire, ha finito per esaltare le differenze e le diffidenze. Finendo per mostrare un deficit di verità politica che i ns. elettori non ci hanno perdonato.
Sono elettori sensibili e attenti, i nostri. Hanno riconosciuto i segni della menzogna nelle nostre parole, nei nostri gesti. Avevamo promesso una sinistra unita e plurale: abbiamo rappresentato un cartello elettorale. Quel tre per cento è un voto politico che boccia, senza appelli, anche il nostro deficit di verità.
Ma faremmo torto a noi stessi se tentassimo di ricondurre questa sconfitta solo ad una campagna elettorale frettolosa e poco sincera. Credo che i segni di un progressivo distacco tra la sinistra e il paese reale si siano definiti in un tempo lungo, stagione dopo stagione.
In una battuta: siamo stati percepiti come una sinistra invecchiata, con infinite risposte e pochissime domande. Come se il mestiere della politica ci avesse lentamente prosciugati dentro sottraendoci la capacità di stupirci, di praticare il dubbio, di tornare a interrogare questo paese e questo tempo, così diversi da come li abbiamo immaginati e rappresentati.
Da questo dobbiamo partire. Da una sinistra ormai crepuscolare. Dobbiamo ripartire da qui e da noi: per non rassegnarci a questo risultato, per non assecondarlo. Peggio d'una sconfitta c'è solo abituarsi ad essa.
2. UNA MUTAZIONE DI SOCIETA’Si è chiusa una transizione. Ma non solo in Italia. E’ in corso una mutazione profonda delle nostre società, un precipitare del senso comune verso il baratro di nuove paure e di nuove ostilità.
Persino l’Europa, fino a ieri forse l’unico internazionalismo capace di funzionare e di irradiare valori nelle politiche nazionali, si è piegata ad assecondare il nuovo senso dei tempi.
A Bruxelles il Consiglio europeo approva l'aumento dell'orario settimanale di lavoro fino a un tetto di 65 ore mentre il parlamento a maggioranza larga accoglie una direttiva sul rimpatrio dei migranti irregolari che nulla ha da invidiare al pacchetto sicurezza del governo Berlusconi.
E in Italia? Fino a ieri l'idea di privare un individuo della sua libertà per mezzo d'un semplice provvedimento amministrativo e di attribuirgli un crimine non per ciò che fa ma per ciò che è, sarebbe stato considerato un vulnus giuridico senza precedenti e senza giustificazioni. Oggi è praticamente norma di legge. La risposta alla paura s’è fatta mercato, convenienza, una moneta utile a creare nuove obbedienze e nuovo consenso.
Nel nostro paese il mutamento di società è stato più profondo. Un mutamento ormai egemonico. La destra lo ha accompagnato lungo il suo piano inclinato, riuscendo ad aderire a questo nuovo, livido senso comune come una seconda pelle. Dentro questo senso comune c’è un nodo irrisolto di pulsioni elementari, c’è la ricerca di nuovi nemici, c’è la povera guerra dei penultimi contro gli ultimi.
E intanto, nel governo, cresce un altro senso comune, un'idea privatissima della politica che in un pomeriggio di qualche settimana fa ha spazzato via ogni fraintendimento, ogni travestimento.
Berlusconi resta Berlusconi, scriveva Ezio Mauro, un personaggio pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale. Non gli "basta vincere largamente le elezioni, avere maggioranze vaste e disciplinate: ancora una volta Berlusconi ha bisogno di qualcosa di illegittimo che trasformi la politica in puro esercizio del potere". Una leadership aggressiva, "di chi abita le istituzioni della repubblica da estraneo".
Gli ultimi provvedimenti dell’esecutivo parlano, tutti, di una concezione disinibita e autoritaria della funzione di governo. Con un Senato della repubblica ridotto a buca delle lettere di Berlusconi, e con un consiglio dei ministri ridotto a buca delle lettere di Tremonti.
Ieri Maroni ci ha comunicato di aver formalmente reintrodotto il concetto di razza nell’ordinamento giuridico italiano, prevedendo il censimento dei bambini Rom attraverso il rilevamento delle loro impronte digitali. A quando, si chiedeva Moni Ovaia, il numero tatuato sull’avambraccio?
Per giustificarsi, la Lega ha resuscitato la parola censimento: la stessa giustificazione che diedero i nazisti nei paesi occupati quando chiesero agli ebrei di farsi identificare e di portare una stella gialla al petto: solo un inoffensivo censimento, spiegarono. Poi è finita diversamente
L’opposizione è tiepida, distratta, incerta. E il paese sa poco di ciò che accade. Mentre il capo del governo manipola e deforma la nostra Costituzione materiale, poche voci si sono alzate per denunciare il tentativo, attraverso la nuova normativa sulle intercettazioni, di imbavagliare la stampa. Tanto più grave quanto più forte, per questo paese frastornato, è il bisogno di sapere e di capire.
I cronisti, dice il governo, saranno obbligati a tacere su qualsiasi notizia relativa a inchieste giudiziarie, provvedimenti, arresti, interrogatori fino alla celebrazione del dibattimento. Se in passato questa norma fosse stata legge, non avremmo saputo nulla sul sequestro di Abu Omar, sulle menzogne del generale Pollari e dei dossier di Pio Pompa, sulla scalata all'Antonveneta, sul crack della Parmalat, sui pizzini di Provenzano, sullo scandalo Unipol, sulle intercettazioni della Telecom, fino ai morti di bisturi della clinica di Santa Rita. La pubblica opinione avrebbe appreso tutto a cose fatte.
Ma forse in questo paese è il concetto stesso di pubblica opinione ad essere di troppo: meglio opinioni private, privatissime, meglio giornalisti obbedienti, devoti, silenziosi. Oppure spioni, come l'agente Betulla, alias Renato Farina, prima spedito dal Sismi a spiare i magistrati di Milano, poi mandato da Berlusconi a fare il parlamentare della repubblica.
3. LA SINISTRAChe accade nel paese di fronte a questo sfacelo democratico? Di fronte a un premier che non si limita a militarizzare le strade e le discariche ma che vuole militarizzare il senso comune degli italiani, convincerli che la sicurezza passa attraverso la ricerca di nuovi ultimi, nuovi nemici, nuovi capri espiatori?
Forse la domanda va articolata diversamente: Cos'è accaduto in questi anni a sinistra? Cos’è accaduto a noi? Poco, è accaduto poco. Abbiamo continuato a rivolgerci a un paese virtuale mentre il paese reale andava altrove. Abbiamo sfoderato il nostro repertorio di risposte senza ritrovare il dovere delle nostre domande. Abbiamo ragionato per schemi, per riepiloghi, per vecchi dogmi… ma non ci siamo chiesti come stava cambiando, dopo ogni giro di giostra, la vita degli italiani. La nuda vita, diceva Fausto Bertinotti qualche giorno fa: un’immagine che mescola disagio materiale e solitudine, salari umilianti e precarietà interiore, povertà e perdita di senso.
Ci è sfuggita di mano la complessità di un paese in cui il conflitto non contrappone più le due grandi classi che storicamente hanno fatto la storia del secolo scorso. Il conflitto si è riprodotto in infiniti affluenti che hanno pervaso la vita di tutti, prevalendo e mortificando alla fine la loro identità sociale.
Abbiamo ritenuto di rappresentare le ragioni del lavoro ma intanto perdevamo di vista i lavoratori, le loro domande che, certo, sono concrete, legate a salari bassi e a condizioni di lavoro precarie e insicure. Ma ci sono domande, altrettanto concrete, altrettanto urgenti, che riguardano la loro vita, il loro modo di essere genitori, figli, cittadini…
C’è solitudine, in quelle vite, non solo precarietà materiale. Chi se ne farà carico? Cosa rispondiamo oggi a questa perdita di identità? Un’inchiesta del Manifesto racconto che un terzo degli operai dello stabilimento di Melfi fa uso abituale di cocaina. Non a casa, ma nei bagni della fabbrica. Non per adeguarsi ai ritmi di produzione ma per sottrarsi ad una perdita di ritmo nella propria esistenza.
Proviamo a ragionare su quegli operai e sulla loro solitudine: ci renderemo conto che va rivisto il nostro alfabeto. Vanno ripensate le parole a cui abbiamo affidato la nostra identità in questi anni. Parole taumaturgiche, che abbiamo ricominciato a declinare dopo la sconfitta di aprile, per abitudine, per inerzia.
“Torniamo al territorio!”. Ma cos’è il territorio? Esiste? Ha una sua identità? Possiamo immaginare un ritorno al territorio come se fosse un luogo certo e immobile, in attesa d’una nostra epifania? Il territorio su cui si affacciavano le nostre sezioni, in cui si faceva un lavoro sociale concreto e antico che raccoglieva le fondamenta della politica e le organizzava con sapienza… Oggi quel territorio si è frantumato, è solo un perimetro che raccoglie sono isole, condomini, gruppi. Il territorio oggi è il call center in cui le vite si radunano e si perdono a turni regolari di otto ore. Si è ridotto ad una quinta teatrale, un luogo di sopravvivenze, senza una sua geografia, senza nemmeno una sua storia. E’ la somma di piccole patrie tra loro in guerra, non più una nervatura di storie e di vite a cui potersi rivolgere con le medesime parole.
Torniamo a ragionare piuttosto sulla comunità. La nostra comunità. Che è molto più vasta di ciò che dicono i nostri voti. Una comunità sociale e civile che è luogo della sinistra spesso senza sapere di esserlo, che ha contribuito a scrivere la storia di questi anni perché ne è stata spesso intuizione, avanguardia ma anche luogo di civiltà, di presidio, di elaborazione politica.
4. IL RAPPORTO CON IL PDAssieme al nostro alfabeto, va rivisto il campo della nostra politica. E va rivisto il nostro rapporto con il PD. Il nostro sguardo sui destini del PD è contenuto nelle parole con cui Fabio Mussi concluse il suo intervento all’ultimo congresso dei DS: a quel partito - che non è il nostro e mai sarà il nostro - auguriamo ogni fortuna.
Non ci sentiamo antagonisti rispetto al PD. Ci sentiamo lontani dalla presunzione che hanno voluto praticare in questa campagna elettorale: l’autosufficienza. Cioè l’idea che in questo paese e in questo tempo ciascuno basti a se stesso. Il PD ha teorizzato la propria solitudine come estrema virtù, come un orgoglioso contributo alla riforma della politica che in Italia si sarebbe dovuta realizzare attraverso il bipartitismo. Bipartitismo è parola suggestiva ma falsa. Parla di un paese che non esiste, racconta una democrazia ridotta a due partiti, apre le porte alle peggiori pulsioni presidenzialiste.
Ma quell’autosufficienza si fonda anche su un equivoco mai confessato: l’idea che il Partito Democratico potesse raccogliere e rappresentare anche il testimone della Sinistra. Noi siamo qui per spiegare ai nostri amici del PD che quel testimone non intendiamo passarlo. Che in questo paese la sinistra è un verbo affaticato ma ancora vivo e necessario. Non più, nei banchi del parlamento ma fuori, nella società, nel paese, nelle sue attese, negli errori da affrontare, nella capacità di guardarci dentro senza lasciare che il nostro sguardo ci scivoli addosso.
Parlo di una sinistra che non voglia più ricamare, anch’essa, i merletti dell’autosufficienza, che non voglia rinchiudersi nella suggestione di taluni prudenti aggettivi: sinistra indisponibile, incompatibile… Ciascuna di queste parole ha un segno arcaico, porta in sé le cifre della fuga. E sinistra non è parola da fuga: è ricerca, trasformazione, rigore d’opposizione e responsabilità di governo: non ad ogni costo, ma certamente, sì, quando ve ne sono le condizioni.
Forse queste condizioni non c’erano nell’Unione, e abbiamo pagato il prezzo d’aver partecipato a una stagione di governo di cui la sinistra ha condiviso poco e ha modificato poco. Se rivediamo il film di questi anni, ci rendiamo conto che nella stagione del governo Prodi ci siamo spesso limitati ad interpretare il ruolo di coscienza critica petulante, relegando la funzione di governo a mero esercizio tecnico delle proprie competenze.
Ci siamo attestati come gli estremi difensori di un programma di 300 pagine che programma non era ma un indice di nomi, come nel romanzo di Saramago, una shopping list che ciascun partito sfogliava come una margherita, mentre la frattura nel paese allagava la vita delle persone, la loro identità, i loro pensieri…
Per dirla tutta: noi pensiamo a una sinistra che non rimpiange l’esperienza dell’Unione ma che vuole misurarsi sulla sfida per un nuovo centrosinistra. A questa parola dobbiamo prima togliere tutti gli echi d’abitudine, le ritualità delle nomenklature, il richiamo del partito degli eletti. Dobbiamo andare oltre la foto di gruppo che ha gestito e governato tutte le stagioni del centrosinistra da quindici anni a questa parte. Quella foto si è logorata, è ormai un’immagina stanca.
Forme di partecipazione, leadership, progetto di paese: il centrosinistra a cui pensiamo è un cantiere da costruire. Ma dev’essere soprattutto un progetto tra pari: che vuol dire pari dignità, reciproca autonomia, confronto sul merito della politica e non sulla geometria delle coalizioni. In questo vedo l’utilità di un nostro confronto con il Partito Democratico.
Non ci serve un diritto di tribuna: la tribuna alla quale ci rivolgiamo è il paese. Ci serve semmai un passaggio di reciproca verità: il PD è disposto a mettere da parte la presunzione della propria autosufficienza? Saremo capaci di archiviare questa presunzione anche noi, a sinistra? Ammetteremo una volta per tutte che in quel comunicato che annunciava quasi con letizia sei mesi fa una separazione consensuale era già contenuta la nostra sconfitta? Nostra, di tutti: PD e sinistra!
5. FARE OPPOSIZIONEAutonomia della sinistra, dunque, E senso di responsabilità. Che sono solo semplici titoli se non li decliniamo con l’agire politico concreto. Con le cose da pensare e con quelle da fare. E su questo che Sinistra Democratica s’impegna e chiama subito all’impegno le altre forze della sinistra che saranno disponibili per un’opposizione che sia immediata, rigorosa, autorevole, concreta.
Un opposizione non per sottrazione, octroyé, concessa dal sovrano. Siamo al paradosso che le funzioni dell’opposizione vengono ormai demandate, per silenziosa delega, ad altri organi istituzionali. L’opposizione la fa Il CSM che dice, per bocca di Livio Pepino, ciò che non abbiamo sentito dire dall’opposizione parlamentare, e cioè che la legge che sospende i processi è “un’amnistia occulta al di fuori della procedura prevista dall’art.79 della Costituzione”. Giudizio netto e onesto. Ma isolato.
Ma non è solo l’opposizione istituzionale a balbettare. C'è il vuoto di parole di un intero popolo che si specchia nel proprio destino. Di fronte alla persistente violazione di regole e di equilibrio, di fronte al tentativo di introdurre surrettiziamente una nuova Costituzione materiale, si reagisce, scriveva D’Avanzo, come se lo scasso fosse già stato realizzato, come se la violazione fosse irrimediabile. Ci si abbandona al risentimento, allo sdegno, alla delusione. E questi sentimenti, se pur legittimi, finiscono per sostituire ogni iniziativa politica. Ci consegnano ad una immota passività. Quella che il filosofo Giorgio Agamben definisce "una rassicurante frustrazione"...
A questa frustrazione, al suo tepore, occorre sottrarsi. La sinistra deve proporre subito un’opposizione che contenga in sé i semi di un progetto di società, un’idea di paese, le coordinate di un tempo che va ritrovato e ricostruito.
Penso all’urgenza di rifondare una nuova questione morale che sia anche una nuova etica civile, uno strumento per ridefinire il repertorio delle nostre priorità.
La prima urgenza, la prima ferita subita e tollerata riguarda il lavoro. E la questione morale deve tornare ad essere questione sociale. L’Italia è un paese frammentato e diseguale che ha registrato un violento spostamento di ricchezza dal lavoro all’impresa, cioè una redistribuzione verso l’alto della ricchezza prodotta dal paese. Eppure in questo paese nessuno usa più la parola eguaglianza: obsoleta, ideologica. Insomma: superflua.
Il governo invece ce l’ha ben presente, ma la declina nel suo opposto: ineguaglianza. E due giorni fa non a caso ha soppresso per decreto una legge di elementare civiltà che impediva ai datori di lavoro di far firmare dimissioni in bianco ai loro dipendenti.
Il contratto di lavoro torna ad essere il luogo dello scontro perché è su questo terreno che si misura il progetto egemonico del centrodestra. Ovvero, ricondurre il mercato del lavoro a un’idea primitiva di libera contrattazione, da una parte l’azienda, dall’altra il lavoratore. Ciascuno con la propria forza e la propria debolezza. In questi anni il vincolo della contrattazione collettiva non è stato solo una risorsa materiale quanto, soprattutto, un vincolo di solidarietà.
Ma che idea di solidarietà può sopravvivere in un paese che decide, in nome di un mercato senza politica, di precipitare verso le gabbie salariali? L’obiettivo di questo governo, apprezzato dalla confindustria e condiviso da una parte dell’opposizione che sostiene l’equidistanza tra lavoro e impresa, è un federalismo punitivo, un modo per ridurre l’Italia ad un perimetro che tenga insieme i lacerti di un paese spezzato, con un nord e un sud chiamati ciascuno a recitare le proprie solitudini e le proprie povertà.
La questione morale è questione ambientale. E la questione ambientale o è luogo di verità, oppure non è. L’emergenza di Napoli è diventata il pretesto per testare sul corpo vivo e afflitto del paese un’esperienza, come dice Rodotà, di democrazia autoritaria. Il ridimensionamento del diritto al dissenso, la superprocura in deroga all’art.102 della costituzione, l’affermazione di una scorciatoia secondo la quale per smaltire i rifiuti bastano buche e fuochi. Non c’è stata una riflessione sull’insostenibilità a monte di certe pratiche di consumo e non si spendono più idee sulle energie rinnovabili: espunte dalla discussione politica per decreto.
Ancora una volta è il governo Berlusconi che detta i titoli della propria agenda, annunciando il ritorno al nucleare e aprendo brecce anche nel dibattito interno al PD.
Tornare al nucleare in Italia con centrali di vecchia generazione è un falso storico che non tiene conto non solo delle questioni legate alla sicurezza e allo stoccaggio delle scorie. Come si può tacere che negli Stati Uniti non si costruiscono più centrali da trent’anni, e cioè ben prima di Chernobyl; come si può prescindere dal fatto che la Germania ha confermato che chiuderà le proprie centrali entro il 2020? Abbiamo un decimo dell’eolico della Germania, metà del solare termico dell’Austria, in Spagna l’energia rinnovabile ha superato quella dell’atomo ma l’unico annuncio che questo governo ha saputo proporci è il ritorno sic et simpliciter al nucleare.
E il referendum? Dice il ministro Scajola: il nucleare era nel nostro programma, la gente ci ha votati dunque siamo autorizzati ad andare avanti. Una concezione proprietaria della politica e della democrazia. Alla quale dobbiamo rispondere che, in Italia, il referendum sul nucleare lo abbiamo già vinto. E non permetteremo che venga aggirato da questo governo di apprendisti stregoni.
La questione morale è questione globale. Che non si riduce alla nostra linea del nostro orizzonte. Ma che deve fare in conti con processi di mondializzazione privi di qualsiasi governo politico. Due mesi fa, in una sola notte, i prezzi dei prodotti alimentari di base sono saliti dell’85%. Cento milioni di nuovi poveri in poche ore. Le cause siamo noi! Le nostre speculazioni, le misure protezionistiche della vecchia Europa, gli aiuti generosi del governo americano ai suoi produttori. Nei mesi scorsi, il prezzo dei terreni agricoli dello Iowa è aumentato a ritmi più rapidi delle quotazioni immobiliari di Belgravia o Manhattan…
C’eravamo impegnati a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015: quel numero è cresciuto e la linea della fame, come quella delle palme, risale il nostro paese e l’Europa. Che risposta ha dato il summit della Fao un mese fa? Un documento gravido di virgole. Che contributo ha offerto il governo italiano a quel dibattito? Il taglio dei fondi alla cooperazione internazionale per rimediare i 300 milioni del prestito all’Alitalia. E un pacchetto sicurezza che reintroduce il concetto di razza nel nostro ordinamento giuridico.
E’ vero, quel pacchetto sicurezza ha trovato un utile legittimazione dal voto delle istituzioni europee. Diciamolo pure: l’Europa è cambiata. Ansie identitarie e insicurezza hanno diffuso ovunque localismi e indifferenza. E tutto ciò che appare straniero, remoto e povero oggi non gode i favori di questa Europa. Non abbiamo più nelle nostre vele la profezia di Spinelli, si è assopito anche l’europeismo orgoglioso di Delors che per alcuni anni sembrò dare a questa Europa slancio, prospettiva, proiezione nel mondo. Forse non è più tempo di statisti in Europa, né di pensieri lunghi. Nei parlamenti non prevale la conoscenza del mondo ma la cura di sé, dei propri collegi, dei propri condomini…
Eppure esiste ancora un’idea di Europa attenta alle libertà e ai diritti, consapevole che se decadono questi geni, nel sangue delle nostre democrazie resta ben poco. L’europeismo è l’unico autentico internazionalismo che ci rimane. E l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, pur nei suoi limiti, rappresenta un passo in avanti rispetto alle tentazioni di un mondo di merci e di mercati senza politica. Ecco perché per noi l’Europa e il socialismo europeo rappresentano punti di riferimento ideale imprescindibili.
Infine la questione morale è guerra alle mafie, a tutte le mafie, alla loro egemonia economica e criminale che ha sottratto un terzo del nostro territorio alle leggi della repubblica, che rappresentano l’8 per cento del Pil nazionale, che passano al setaccio l’economia del paese per fabbricare i loro profitti illeciti, che fanno mercato quotidiani dei diritti. E che adesso, come dimostra ciò che è accaduto a Ponticelli, svolgono anche funzioni di ordine pubblico.
La nostra sicurezza non è messa a repentaglio dal portafogli rubato al Pigneto, ma dai 250 morti ammazzati dalla ndrangheta in Calabria. E la risposta all’insicurezza non sono le pistole ai vigili urbani e i soldati nelle strade di Napoli, ma ridare centralità alla lotta alle mafie nelle scelte politiche, nel presidio del territorio, in una nuova militanza civile.
Questo vale anche per noi, per una sinistra che in questi anni ha derubricato il tema della lotta alla mafia alle cose dovute e implicite, alle quali non occorre dedicare molti pensieri. Vale la pena ricordare che tra i dieci punti di priorità che la Sinistra Arcobaleno indicava nei propri volantini, la lotta alla mafia non c’era!
Su questi punti va ricostruita oggi un’idea concreta di opposizione nel paese. Che è cosa diversa dall’opposizione di sua maestà, lenta, impacciata, preoccupata. La rappresentanza, diceva Bertinotti qualche settimana fa, si è ormai ridotta a un governo allargato: quello vero e quello ombra.
Certo, una settimana fa il PD ha scoperto che il dialogo con Berlusconi era decisamente asimmetrico e dunque fine della festa. Eppure fino a qualche giorno fa l’onorevole Massimo Calearo spiegava al Corriere che non bisogna valutare i proclami di Berlusconi ma i fatti. E al cronista che gli chiedeva se il lodo Schifani e l’attacco alla magistratura non fossero fatti, l’industriale de PD rispondeva che “queste cose interessano poco al cittadino, che il paese ha bisogno di riforme e il governo Berlusconi ha ottimi ministri per farle…”
Noi la pensiamo diversamente.
Noi pensiamo che non occorreva attendere l’ennesimo colpo di spugna del premier sui suoi processi per sapere che a quel colpo di spugna, alla propria impunità penale e politica, il presidente del consiglio non avrebbe mai rinunciato. La sua è una vocazione monarchica, da monarca indispettito, insofferente, indisponibile alle regole.
Ma non basta dire che il suo è un regno inesistente. Non basta riproporre le parole d’ordine dell’antiberlusconismo, perché dietro Berlusconi, dietro le sue scorciatoie politiche, che ci piaccia o no, c’è un pezzo del sentire comune di questo paese. E non basta nemmeno darsi genericamente appuntamento per l’autunno. Tra noi e l’autunno ci sono troppi mesi che questo governo continuerà a riempire con parole e atti politici devastanti.
Una mobilitazione così non la convoca il Partito Democratico. E nemmeno Sinistra Democratica. Si costruisce insieme, dal basso, condividendone lo spirito, coinvolgendo tutti i protagonisti delle battaglie civili di questi anni, senza fabbricare palcoscenici su cui far sfilare i nostri gruppi dirigenti. Se il cantiere per un nuovo centrosinistra fa davvero parte del nostro orizzonte, ci sono liturgie che dobbiamo imparare a mettere da parte. Altrimenti sarà la storia a mettere da parte noi.
Ed è per questo che chiedo adesso, subito, l’impegno del Partito Democratico a non permettere che questa legislazione diventi una legislazione costituente. Con questo Governo non ci sono le condizioni politiche per nessuna riforma costituzionale!
6. LA COSTITUENTE DI SINISTRAMa è alle forze della sinistra che anzitutto ci rivolgiamo.
Ai nostri compagni chiediamo di tornare a immergersi nell’urgenza del fare politica e di impegnarsi con noi nel progetto di una Costituente. E’ questa la nostra urgenza. Costruire politica, assumere l’iniziativa, riorganizzare i segni di una sinistra frantumata, dare ad essi non una piccola patria ma una rappresentanza reale.
Per fare questo non basta tornare ad essere, con disciplina, ciò che eravamo. Se a questo paese la sinistra offrirà solo i percorsi di abitudine, i comunisti con i comunisti, i socialisti con i socialisti, se non riusciremo a gettare cuore e sguardo oltre il muro, resteremo orfani di noi stessi. Non proponiamo scorciatoie ma nemmeno ambiguità: la Costituente di sinistra a cui pensiamo non è valore in sé se non rappresenta il primo indispensabile passo verso la costruzione di un nuovo soggetto politico.
Lo dico sapendo che Sinistra Democratica sta con convinzione nella famiglia del socialismo europeo. Ma anche il socialismo europeo non è più una chiesa: è piuttosto un campo di ricerca, una risorsa di valori e di principi, un laboratorio nel quale aggiornare continuamente il nostro sguardo e le nostre parole su un mondo profondamente mutato.
In questa ricerca vedo la cifra profonda della costituente di sinistra. Che immagino come una sinistra autonoma, forte, rigorosa, plurale. Una sinistra che non si organizzi per quote millesimali, che non sia sintesi delle storie di ciascuno di noi ma che sappia conservare la cifra di quelle storie per essere altro e per essere di più.
Io non so se tra dieci o cinquant’anni in Europa esisteranno ancora partiti cosiddetti comunisti o socialisti. Ma non mi preoccupa. Perché so che vi sarà comunque, sia pure in altre forme, una sinistra che a quelle tradizioni guarderà per raccoglierle in sé e per riorganizzarne i segni, una sinistra che abbia un impianto di valori certi e non trattabili, che assuma fino in fondo la rappresentanza dei diritti, che si batta per trasformare e non per conservare. E che faccia della profonda ingenerosità di questa epoca, della sua disuguaglianza consolidata, il terreno della propria sfida.
Quali saranno forme e contenitori per la Costituente di sinistra? Non lo so. Ed è un discorso che mi appassiona poco. Non sono un cultore della forma partito ma non credo nemmeno ai cartelli elettorali, all’essenzialità politica delle federazioni. Credo che occorra generosità, che vuol dire cedere quote robuste di sovranità.
Come fare? Ne discuteremo insieme, e la Costituente di Sinistra sarà quel che vorremo. Ma solo a patto di non considerare la nostra storia il terreno su cui vogliamo che siano gli altri a venirci a trovare. Lo chiedo a tutti. Ai compagni comunisti, ai compagni socialisti, ai verdi, lo chiedo alla vigilia di una stagione di congressi che pone intanto l’urgenza di ridefinire le nostre identità. Ma se a questo si fermassero, congressi e assemblee, a cesellare di nuovo identità e diversità, sarebbe un’occasione sprecata. L’identità di ciascuno di noi e il patrimonio di senso politico che si portano dentro dev’essere il contributo per fare altro, per andare oltre, per costruire un campo più vasto in cui la sinistra italiana ritrovi se stessa e la propria comunità. Una comunità ben più vasta di ciò che siamo oggi. Ben più vasta delle nostre quindici mozioni…
E’ con questo spirito che chiedo alla sinistra di ritrovarsi non in un tempo astratto e lontano ma alla fine dell’estate, sabato 20 settembre, per una giornata di confronto e di proposte che serva a mettere insieme l’agenda serrata e urgente di una mobilitazione politica e civile.
Essere senza smettere di diventare, diventare senza smettere di essere. Calvino la suggeriva come suggestione intellettuale. Adesso è arrivato il tempo di assumerla come la rotta necessaria.
Sinistra Democratica è qui per questo. Non per restare ma per andare. In alto a sinistra è una premonizione, un viaggio dovuto. Perché questa, compagne e compagni, è la ragione prima e profonda del nostro movimento: mettersi alla ricerca, tracciare una rotta, restituire alla politica e alla sinistra il senso della sfida.
Per cui non vi dico: auguri, compagni. Dico a me stesso, dico a tutti voi: buon viaggio, compagni.
http://www.sinistra-democratica.it/alto-sinistra-0




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