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  1. #1
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    Predefinito Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Questa generazione non capisce quand'è il momento di crescere

    La tendenza a "vivere aspettando il weekend" non ha niente di nuovo. In realtà, la storia di quella che chiamiamo "cultura giovanile" è semplicemente la storia di ragazzi che non sono in grado di conciliare la vita quotidiana e la vita sociale e che finiscono per trovare conforto nei riti del sabato sera e nelle mattinate passate a casa a non far nulla invece che nella carriera, nei figli e via dicendo. In poche parole, la spasmodica ricerca degli ultimi, brevi anni in cui possiamo comportarci in modo imbarazzante e dire stronzate prima di diventare uguali ai nostri genitori—cosa che accadrà comunque, che ci piaccia o no.

    Ottime notizie: il senso di disillusione che provate non ha niente di speciale. L'unica cosa che lo fa sembrare diverso è l'esistenza di Facebook. L'insoddisfazione costante è un problema vecchio di decenni, una condizione ineludibile della società tardo-capitalista, un sintomo della disarmante inutilità della vita moderna.

    I sentimenti di questo tipo ricorrono in un sacco di prodotti culturali, da La febbre del sabato sera a Quadrophenia, a Bright Lights, Big City. E stranamente, tutto ciò ha fatto sì che essere dei coglioni sia diventato rassicurante.

    Lo stesso concetto di "teenager" ha ormai sessant'anni. Inizia ad essere un po' datato. Mentre un tempo la stupida bramosia del venerdì sera era considerata una fase naturale attraverso cui passavano tutti—una sorta di pubertà esistenziale che si sarebbe conclusa da sola, quando i postumi sarebbero iniziati a durare giorni invece che ore—oggi sembra che la gente si stia dimenticando di uscirne.

    Non si tratta più solo di giovani e studenti che cercano di scappare dalla vita reale, ma anche di ventenni e trentenni che fanno la stessa cosa. Persone che dovrebbero ormai sapere che si può e si deve fare anche altro nella vita, ma che evidentemente non lo sanno così bene. Persone grandi, adulti semi-funzionali, che non hanno però alcuna intenzione di rinunciare a quelle serate infinite passate a fissare il proprio riflesso nella tazza del cesso di un locale, e che non vogliono nemmeno trovare una ragione per rinunciarvi. Persone come me, insomma.

    Questa è la mia generazione: una generazione che non viene in alcun modo incentivata a crescere. Niente figli di cui preoccuparsi, niente mutui da pagare, un'assistenza sanitaria sufficiente per restare vivi, un lavoro che ci dà ​giusto i soldi per nutrirci, lavarci e avere un posto in cui dormire e delle relazioni umane in cui l'unica cosa che ci distoglie dal nobile scopo di andare d'accordo con tutti sono le urla del capo o le telefonate preoccupate dei genitori. Un esercito di fannulloni del primo mondo intrappolati in un labirinto di immaturità.

    Di recente, un mio amico mi ha detto che secondo lui oggi sarebbe impossibile fare un film come Big, proprio perché i trentenni fanno le stesse identiche cose che fanno gli adolescenti. Quindi non sarebbe più divertente né sconvolgente vedere un uomo adulto che compra un tavolo da ping-pong o che si mette i jeans per andare in ufficio. E probabilmente non funzionerebbe neanche se il protagonista avesse 40 anni invece che 30.

    Io non ho ancora 30 anni, ma non sono nemmeno così lontano da quel traguardo, e quando penso alla mia vita di oggi trovo poche differenze con quella che facevo quando avevo 17 anni. Penso alle mie estati: continuo a bighellonare per le strade di Londra in compagnia di tizi appena conosciuti, tracannare lattine di birra, intonare cori da stadio, cercare di imbucarmi alle feste, scrivere a ragazze che puntualmente mi ignorano, ascoltare gli Underworld e indossare i pantaloni della tuta. Mi sembra di far parte del cast di un brutto remake di Goodbye Charlie Bright senza sapere come uscirne.

    Anche se queste abitudini sono innegabilmente catartiche oltre che divertenti, devo ammettere che non è proprio il genere di vita che mi sarei aspettato di condurre alla mia età. Da adolescente pensavo che a quest'ora sarei stato un personaggio di Manhattan, con una florida vita sociale ravvivata dall'occasionale frequentazione dell'alta società francese e dalla visione delle retrospettive di Bergman. Non mi immaginavo sposato con dei figli, ma sicuramente non pensavo nemmeno che mi avrebbero buttato fuori dai locali perché porto i pantaloni corti.

    Ora, potete starvene lì a piagnucolare per la "crisi della mascolinità," per la "paura dei legami," o solo perché siete degli idioti. Ma penso che facendo così non riuscirete a capire come stanno davvero le cose. Potreste sostenere che questo malessere riguardi solo le grandi città come Londra e che i Peter Pan della periferia si siano trasferiti qui con il preciso scopo di prolungare la loro adolescenza il più possibile. Ma la verità è che anche se avete la stessa età delle persone di cui sto scrivendo e siete molto più responsabili di loro, sapete benissimo che questo grande allontanamento generazionale dall'età della maturità è un problema che esiste ovunque, e che sarà ciò che si racconterà di noi quando, un domani, qualcuno inizierà a scrivere la nostra storia. Si racconterà di come i percorsi che un tempo conducevano fuori dall'adolescenza—fatti di figli, case, lavori per cui valga la pena spaccarsi la schiena—si siano improvvisamente interrotti, lasciandoci intrappolati in un limbo di perenne immaturità.

    Come molte persone che conosco, sono già più vecchio di quanto non fossero i miei genitori quando hanno avuto me. All'epoca era diverso; giunto a metà dei tuoi vent'anni arrivava quel momento in cui iniziavi ad avere delle responsabilità, in cui dovevi mettere in pausa la tua giovinezza per far nascere una piccola versione urlante di te stesso, per poi tornare a viverla anni dopo tramite una vespa, un'Audi TT, l'amante, una massaggiatrice thailandese e i documenti del divorzio.

    Oggi la mia generazione è già arrivata a un terzo della sua aspettativa di vita, e molti di noi stanno scoprendo che i vent'anni sono solo un'altra fase di un prolungato periodo alcolico che non abbiamo alcun motivo di interrompere e da cui non abbiamo modo di fuggire.

    Ai tempi dei miei genitori, crescere era più facile. Non riuscirci era quasi impossibile; la società ti ci costringeva, che tu lo volessi o no. Adottare uno stile di vita che andasse oltre il giocare a FIFA e il distruggersi non era impossibile. Parliamo di un periodo in cui persino chi era povero, persino chi non era andato all'università riusciva a trovare un lavoro ben pagato, comprarsi una casa, sposarsi, fare figli e assumere tutti gli stereotipi che rendono le periferie il posto insieme migliore e peggiore in cui vivere. Certo, ci riuscivano un po' più tardi rispetto ai loro genitori e probabilmente nel frattempo si divertivano molto più di loro, eppure non solo c'era una grande pressione sociale che spingeva a conformarsi al modo di vivere tradizionale, ma quel modo di vivere risultava anche appetibile, tanto che spesso capitava che molti di loro ci finissero dentro per errore, dando vita a una generazione di primogeniti non voluti come quella di cui io stesso faccio parte.

    Oggi, sono poche le persone che fanno quest'errore. Un articolo dell'Economist intitolato "The End Of The Baby Boom?" faceva notare il grande e improvviso calo delle nascite avvenuto nel Regno Unito. È stato il primo calo del tasso di natalità dal 2011, e il più grande dagli anni Settanta.

    Secondo le testimonianze riportate nell'articolo, questo fenomeno sarebbe influenzato da vari fattori, ma i più importanti sono due: il mercato immobiliare folle e l'economia in crisi, che di recente sono diventati sempre più collegati l'uno all'altra. La disoccupazione è alta, gli stipendi sono bassi e le case costano tantissimo. Un altro recente articolo stimava che, per comprare casa a Londra, bisogna guadagnare almeno ​120.000 euro all'anno. Va bene, stiamo parlando di Londra, ma Londra è anche la città ​dove vive un giovane inglese su dieci, e il posto in cui i salari sono i più alti del paese. Certo, altri posti costano meno, ma il fenomeno interessa comunque tutta la nazione. I salari sono diminuiti talmente tanto che oggi guadagnare 50.000 euro all'anno vuol dire far parte del ​10 percento più ricco della popolazione. Insomma, va tutto di merda.

    Certo, forse parlare di avere dei figli e una casa vuol dire avere un'idea molto tradizionale di "maturità". Ma in un sistema economico basato quasi totalmente sui prezzi delle case, investire in un immobile è probabilmente la cosa migliore che si possa fare invece che bruciare tutto in affitti sempre più cari. E i figli rimangono una delle poche cose al mondo che ti fanno capire che la festa è finita.

    Queste cose, caratteristiche dell'età adulta, non fanno per tutti. Ma il fatto che un sacco di gente non sia capace di crescere e uscire da quel periodo della vita in cui non si fa altro che svagarsela è un problema grave, molto più di quanto non lo siano un paio di idioti ubriachi che rievocano con nostalgia la loro giovinezza.

    Le testimonianze di cosa accade quando si nega a una generazione la possibilità di crescere sono tutt'intorno a noi. Sono le schiere di giovani uomini e donne buttati fuori dai locali con i vestiti sporchi di vomito e i cuori pieni di rabbia, i pezzi di denti incastrati tra i sampietrini nelle zone pedonali e i ​3,3 milioni di giovani inglesi che vivono ancora con i loro genitori. In pratica, sono i simboli di questa generazione incapace di crescere.

    Invece di andare avanti con le nostre vite, rimaniamo ancorati a quello che conosciamo, perché trovare qualcos'altro è troppo difficile. Spendiamo la maggior parte dei nostri soldi in affitto per appartamenti che non ci piacciono, mangiamo pizza surgelata, guardiamo senza piacere qualche episodio di una nuova sit-com americana prima di affondare la faccia nel cuscino pensando a nuove scuse per non andare a lavorare. Nei fine settimana ci sfondiamo, come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, cercando di ignorare il fatto che questo comportamento ci fa precipitare in una profonda depressione. E lo facciamo perché è l'unica cosa che sappiamo fare. Viviamo la nostra versione personale de ​La grande bellezza; siamo la generazione che non sa che sarà di lei ora che è stata costretta a scegliere la realtà invece dei modelli che hanno indicato ai nostri genitori la strada per una vita tranquilla e rispettabile. Quando non hai più alcun modello da seguire, a cosa ti aggrappi per tornare alla normalità quando ti passa l'ennesima sbronza?

    Se vogliamo trovare delle alternative oltre al classico "emigra o rassegnati," dobbiamo inventarci modi alternativi per adattarci al mondo in cui siamo costretti a vivere. Sono tempi cupi, le cose vanno di merda per tutti, ma forse è il momento di cercare di fare qualcos'altro oltre a stordirci di feste fino alla mezza età.

    Trovare un ​modo alternativo di vivere non vuol dire per forza imparare l'hawaiano e trasferirsi in una fattoria biologica. Dobbiamo cercare delle scappatoie allo stile di vita che ci hanno venduto. Diciamo di odiare il sistema che ci ha ridotti così, eppure tentiamo disperatamente di farne parte. Forse è meglio essere giovani in un mondo nuovo invece che vecchi in uno che conosciamo fino troppo bene. Mentre noi rimaniamo fermi qui, sta nascendo la prima generazione di nipoti dell'acid house. Forse è giunto il momento di trovare un nuovo modo di crescere.


    Questa generazione non capisce quand'è il momento di crescere | VICE | Italia
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #2
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Questa generazione non capisce quand'è il momento di crescere

    La tendenza a "vivere aspettando il weekend" non ha niente di nuovo. In realtà, la storia di quella che chiamiamo "cultura giovanile" è semplicemente la storia di ragazzi che non sono in grado di conciliare la vita quotidiana e la vita sociale e che finiscono per trovare conforto nei riti del sabato sera e nelle mattinate passate a casa a non far nulla invece che nella carriera, nei figli e via dicendo. In poche parole, la spasmodica ricerca degli ultimi, brevi anni in cui possiamo comportarci in modo imbarazzante e dire stronzate prima di diventare uguali ai nostri genitori—cosa che accadrà comunque, che ci piaccia o no.

    Ottime notizie: il senso di disillusione che provate non ha niente di speciale. L'unica cosa che lo fa sembrare diverso è l'esistenza di Facebook. L'insoddisfazione costante è un problema vecchio di decenni, una condizione ineludibile della società tardo-capitalista, un sintomo della disarmante inutilità della vita moderna.

    I sentimenti di questo tipo ricorrono in un sacco di prodotti culturali, da La febbre del sabato sera a Quadrophenia, a Bright Lights, Big City. E stranamente, tutto ciò ha fatto sì che essere dei coglioni sia diventato rassicurante.

    Lo stesso concetto di "teenager" ha ormai sessant'anni. Inizia ad essere un po' datato. Mentre un tempo la stupida bramosia del venerdì sera era considerata una fase naturale attraverso cui passavano tutti—una sorta di pubertà esistenziale che si sarebbe conclusa da sola, quando i postumi sarebbero iniziati a durare giorni invece che ore—oggi sembra che la gente si stia dimenticando di uscirne.

    Non si tratta più solo di giovani e studenti che cercano di scappare dalla vita reale, ma anche di ventenni e trentenni che fanno la stessa cosa. Persone che dovrebbero ormai sapere che si può e si deve fare anche altro nella vita, ma che evidentemente non lo sanno così bene. Persone grandi, adulti semi-funzionali, che non hanno però alcuna intenzione di rinunciare a quelle serate infinite passate a fissare il proprio riflesso nella tazza del cesso di un locale, e che non vogliono nemmeno trovare una ragione per rinunciarvi. Persone come me, insomma.

    Questa è la mia generazione: una generazione che non viene in alcun modo incentivata a crescere. Niente figli di cui preoccuparsi, niente mutui da pagare, un'assistenza sanitaria sufficiente per restare vivi, un lavoro che ci dà ​giusto i soldi per nutrirci, lavarci e avere un posto in cui dormire e delle relazioni umane in cui l'unica cosa che ci distoglie dal nobile scopo di andare d'accordo con tutti sono le urla del capo o le telefonate preoccupate dei genitori. Un esercito di fannulloni del primo mondo intrappolati in un labirinto di immaturità.

    Di recente, un mio amico mi ha detto che secondo lui oggi sarebbe impossibile fare un film come Big, proprio perché i trentenni fanno le stesse identiche cose che fanno gli adolescenti. Quindi non sarebbe più divertente né sconvolgente vedere un uomo adulto che compra un tavolo da ping-pong o che si mette i jeans per andare in ufficio. E probabilmente non funzionerebbe neanche se il protagonista avesse 40 anni invece che 30.

    Io non ho ancora 30 anni, ma non sono nemmeno così lontano da quel traguardo, e quando penso alla mia vita di oggi trovo poche differenze con quella che facevo quando avevo 17 anni. Penso alle mie estati: continuo a bighellonare per le strade di Londra in compagnia di tizi appena conosciuti, tracannare lattine di birra, intonare cori da stadio, cercare di imbucarmi alle feste, scrivere a ragazze che puntualmente mi ignorano, ascoltare gli Underworld e indossare i pantaloni della tuta. Mi sembra di far parte del cast di un brutto remake di Goodbye Charlie Bright senza sapere come uscirne.

    Anche se queste abitudini sono innegabilmente catartiche oltre che divertenti, devo ammettere che non è proprio il genere di vita che mi sarei aspettato di condurre alla mia età. Da adolescente pensavo che a quest'ora sarei stato un personaggio di Manhattan, con una florida vita sociale ravvivata dall'occasionale frequentazione dell'alta società francese e dalla visione delle retrospettive di Bergman. Non mi immaginavo sposato con dei figli, ma sicuramente non pensavo nemmeno che mi avrebbero buttato fuori dai locali perché porto i pantaloni corti.

    Ora, potete starvene lì a piagnucolare per la "crisi della mascolinità," per la "paura dei legami," o solo perché siete degli idioti. Ma penso che facendo così non riuscirete a capire come stanno davvero le cose. Potreste sostenere che questo malessere riguardi solo le grandi città come Londra e che i Peter Pan della periferia si siano trasferiti qui con il preciso scopo di prolungare la loro adolescenza il più possibile. Ma la verità è che anche se avete la stessa età delle persone di cui sto scrivendo e siete molto più responsabili di loro, sapete benissimo che questo grande allontanamento generazionale dall'età della maturità è un problema che esiste ovunque, e che sarà ciò che si racconterà di noi quando, un domani, qualcuno inizierà a scrivere la nostra storia. Si racconterà di come i percorsi che un tempo conducevano fuori dall'adolescenza—fatti di figli, case, lavori per cui valga la pena spaccarsi la schiena—si siano improvvisamente interrotti, lasciandoci intrappolati in un limbo di perenne immaturità.

    Come molte persone che conosco, sono già più vecchio di quanto non fossero i miei genitori quando hanno avuto me. All'epoca era diverso; giunto a metà dei tuoi vent'anni arrivava quel momento in cui iniziavi ad avere delle responsabilità, in cui dovevi mettere in pausa la tua giovinezza per far nascere una piccola versione urlante di te stesso, per poi tornare a viverla anni dopo tramite una vespa, un'Audi TT, l'amante, una massaggiatrice thailandese e i documenti del divorzio.

    Oggi la mia generazione è già arrivata a un terzo della sua aspettativa di vita, e molti di noi stanno scoprendo che i vent'anni sono solo un'altra fase di un prolungato periodo alcolico che non abbiamo alcun motivo di interrompere e da cui non abbiamo modo di fuggire.

    Ai tempi dei miei genitori, crescere era più facile. Non riuscirci era quasi impossibile; la società ti ci costringeva, che tu lo volessi o no. Adottare uno stile di vita che andasse oltre il giocare a FIFA e il distruggersi non era impossibile. Parliamo di un periodo in cui persino chi era povero, persino chi non era andato all'università riusciva a trovare un lavoro ben pagato, comprarsi una casa, sposarsi, fare figli e assumere tutti gli stereotipi che rendono le periferie il posto insieme migliore e peggiore in cui vivere. Certo, ci riuscivano un po' più tardi rispetto ai loro genitori e probabilmente nel frattempo si divertivano molto più di loro, eppure non solo c'era una grande pressione sociale che spingeva a conformarsi al modo di vivere tradizionale, ma quel modo di vivere risultava anche appetibile, tanto che spesso capitava che molti di loro ci finissero dentro per errore, dando vita a una generazione di primogeniti non voluti come quella di cui io stesso faccio parte.

    Oggi, sono poche le persone che fanno quest'errore. Un articolo dell'Economist intitolato "The End Of The Baby Boom?" faceva notare il grande e improvviso calo delle nascite avvenuto nel Regno Unito. È stato il primo calo del tasso di natalità dal 2011, e il più grande dagli anni Settanta.

    Secondo le testimonianze riportate nell'articolo, questo fenomeno sarebbe influenzato da vari fattori, ma i più importanti sono due: il mercato immobiliare folle e l'economia in crisi, che di recente sono diventati sempre più collegati l'uno all'altra. La disoccupazione è alta, gli stipendi sono bassi e le case costano tantissimo. Un altro recente articolo stimava che, per comprare casa a Londra, bisogna guadagnare almeno ​120.000 euro all'anno. Va bene, stiamo parlando di Londra, ma Londra è anche la città ​dove vive un giovane inglese su dieci, e il posto in cui i salari sono i più alti del paese. Certo, altri posti costano meno, ma il fenomeno interessa comunque tutta la nazione. I salari sono diminuiti talmente tanto che oggi guadagnare 50.000 euro all'anno vuol dire far parte del ​10 percento più ricco della popolazione. Insomma, va tutto di merda.

    Certo, forse parlare di avere dei figli e una casa vuol dire avere un'idea molto tradizionale di "maturità". Ma in un sistema economico basato quasi totalmente sui prezzi delle case, investire in un immobile è probabilmente la cosa migliore che si possa fare invece che bruciare tutto in affitti sempre più cari. E i figli rimangono una delle poche cose al mondo che ti fanno capire che la festa è finita.

    Queste cose, caratteristiche dell'età adulta, non fanno per tutti. Ma il fatto che un sacco di gente non sia capace di crescere e uscire da quel periodo della vita in cui non si fa altro che svagarsela è un problema grave, molto più di quanto non lo siano un paio di idioti ubriachi che rievocano con nostalgia la loro giovinezza.

    Le testimonianze di cosa accade quando si nega a una generazione la possibilità di crescere sono tutt'intorno a noi. Sono le schiere di giovani uomini e donne buttati fuori dai locali con i vestiti sporchi di vomito e i cuori pieni di rabbia, i pezzi di denti incastrati tra i sampietrini nelle zone pedonali e i ​3,3 milioni di giovani inglesi che vivono ancora con i loro genitori. In pratica, sono i simboli di questa generazione incapace di crescere.

    Invece di andare avanti con le nostre vite, rimaniamo ancorati a quello che conosciamo, perché trovare qualcos'altro è troppo difficile. Spendiamo la maggior parte dei nostri soldi in affitto per appartamenti che non ci piacciono, mangiamo pizza surgelata, guardiamo senza piacere qualche episodio di una nuova sit-com americana prima di affondare la faccia nel cuscino pensando a nuove scuse per non andare a lavorare. Nei fine settimana ci sfondiamo, come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, cercando di ignorare il fatto che questo comportamento ci fa precipitare in una profonda depressione. E lo facciamo perché è l'unica cosa che sappiamo fare. Viviamo la nostra versione personale de ​La grande bellezza; siamo la generazione che non sa che sarà di lei ora che è stata costretta a scegliere la realtà invece dei modelli che hanno indicato ai nostri genitori la strada per una vita tranquilla e rispettabile. Quando non hai più alcun modello da seguire, a cosa ti aggrappi per tornare alla normalità quando ti passa l'ennesima sbronza?

    Se vogliamo trovare delle alternative oltre al classico "emigra o rassegnati," dobbiamo inventarci modi alternativi per adattarci al mondo in cui siamo costretti a vivere. Sono tempi cupi, le cose vanno di merda per tutti, ma forse è il momento di cercare di fare qualcos'altro oltre a stordirci di feste fino alla mezza età.

    Trovare un ​modo alternativo di vivere non vuol dire per forza imparare l'hawaiano e trasferirsi in una fattoria biologica. Dobbiamo cercare delle scappatoie allo stile di vita che ci hanno venduto. Diciamo di odiare il sistema che ci ha ridotti così, eppure tentiamo disperatamente di farne parte. Forse è meglio essere giovani in un mondo nuovo invece che vecchi in uno che conosciamo fino troppo bene. Mentre noi rimaniamo fermi qui, sta nascendo la prima generazione di nipoti dell'acid house. Forse è giunto il momento di trovare un nuovo modo di crescere.


    Questa generazione non capisce quand'è il momento di crescere | VICE | Italia
    Anch'io sono anche se sono esistenzialmente fuori da quella dimensione un cazzone del sabato sera, ma il punto è che a 14-24 anni hai necessariamente bisogno di un'Etica, per diventare adulto. Chi rifiuta di assumersi responsabilità chi ritarda questa presa di responsabilità è perchè non ha una ragione per farlo, si chiede a che scopo? A che scopo "partecipare alla società" (infondo assumersi delle responsabilità significa questo) se la società è spinta dal nulla consumistico? C'è chi come me se ne rende conto, chi invece lo fa come riflesso incondizionato. Ma pretendere che qualcuno cresca e si dia da fare (in nome di cosa?) invece di perder tempo con le stronzate catartiche (ubriacarti in discoteca o farti di qualcosa ti fa un attimino dimenticare la tua vita senza senso, ti libera la psiche del vuoto esistenziale facendotene perdere coscienza). Come si pretende da dei nichilisti l'aderenza ad un concetto come Dovere (nei confronti di chi? Di cosa? La Patria? Di continuo negata? La Famiglia che neghiamo ed irridiamo sempre di più? I valori Eroici? Questi ridicolizzati fino al parossismo, di continuo?), non si sorprendano lor signori se i giovani sono dei nichilisti che irridano ogni valore (a loro negato del resto) dopo che da quando son bambini ogni Ideale ogni Etica gli son stati irrisi ogni volta che venivano nominati, noi abbiamo la fortuna di essere nati in pieno nichilismo, ma chi l'ha generato è proprio chi ci critica, chi è venuto prima di noi. Siamo figli del nostro tempo, ma non siamo certo noi i padri del nostro tempo.

    "Da adolescente pensavo che a quest'ora sarei stato un personaggio di Manhattan, con una florida vita sociale ravvivata dall'occasionale frequentazione dell'alta società francese e dalla visione delle retrospettive di Bergman."

    Questa poi, ridicola come frase, pensare alla soddisfazione del proprio Ego come unico obiettivo (cosa che fanno magari in modo più volgare tutti i giovinotti come me occupati a "farsi i fighi") fa capire che anche se critica il modello giovanile moderno ne è comunque pienamente dentro, una vera vita da adulto (e non la pagliacciata che sognava il tizio che scrive) significa assumersi un fardello, fare un sacrificio, ma in nome di cosa? Ed ecco che si profila il Nulla. Magari molti di quei giovani scenderanno nel pragmatismo, si accorgeranno che devono lavorare per vivere e la smetteranno di perder tempo con le cazzate (come se lavorare soltanto per sopravvivere non fosse una perdita di tempo, una vita senza senso è di per se una perdita di tempo), ciò non toglie che non avranno legami stabili (a che pro? Dare figli alla Patria? ahahah) e se li avranno sarà solo per emulazione abitudine o curiosità, finiranno per divorziare ed abbandonare i figli non appena il nuovo giocattolo "famiglia" gli sarà noioso. Siamo incapaci di fermarci su qualcosa, passando da una stronzata all'altra, freneticamente solo perchè siamo perseguitati dalla Noia, la mancanza di Etica e di Ideale, genera la ridicola e spaventosa Noia.

    "You should be aware, Fräulein, that there are some people in this world, some irredeemable louts, for whom the means do not require an end. I speak, of course, of myself."

  3. #3
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    "Anch'io sono anche se sono esistenzialmente fuori da quella dimensione un cazzone del sabato sera" Mi correggo, io sono un cazzone del sabato sera, e sono in quella dimensione esistenziale nichilista fino al collo, ma lo sono coscientemente, ho coscienza della mia/nostra situazione, ma uscirne fuori è il dilemma.

    "You should be aware, Fräulein, that there are some people in this world, some irredeemable louts, for whom the means do not require an end. I speak, of course, of myself."

  4. #4
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Invece di andare avanti con le nostre vite, rimaniamo ancorati a quello che conosciamo, perché trovare qualcos'altro è troppo difficile. Spendiamo la maggior parte dei nostri soldi in affitto per appartamenti che non ci piacciono, mangiamo pizza surgelata, guardiamo senza piacere qualche episodio di una nuova sit-com americana prima di affondare la faccia nel cuscino pensando a nuove scuse per non andare a lavorare. Nei fine settimana ci sfondiamo, come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, cercando di ignorare il fatto che questo comportamento ci fa precipitare in una profonda depressione. E lo facciamo perché è l'unica cosa che sappiamo fare. Viviamo la nostra versione personale de ​La grande bellezza; siamo la generazione che non sa che sarà di lei ora che è stata costretta a scegliere la realtà invece dei modelli che hanno indicato ai nostri genitori la strada per una vita tranquilla e rispettabile. Quando non hai più alcun modello da seguire, a cosa ti aggrappi per tornare alla normalità quando ti passa l'ennesima sbronza?
    Questo pezzo mi ricorda paurosamente le parole di Tyler Durden in Fight Club:
    Vedo nel Fight Club gli uomini più forti e intelligenti mai esistiti. Vedo tutto questo potenziale. E lo vedo sprecato. Porca puttana, un'intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli, o schiavi coi colletti bianchi. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra Grande Guerra è quella spirituale, la nostra Grande Depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene! (Tyler)

    Ed ecco altre perle particolarmente descrittive rispetto alle nostre misere esistenze (o abbozzi di esistenze):
    Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie. (Tyler)

    Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo! (Tyler)

    Siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne. Mi chiedo se un'altra donna è veramente quello che ci serve! (Tyler)

    (questa quanto ti dicono "sposati")

    "You should be aware, Fräulein, that there are some people in this world, some irredeemable louts, for whom the means do not require an end. I speak, of course, of myself."

  5. #5
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    "Esiste una sconfitta, pari al venire corroso, che non ho scelto io, ma è dell'epoca in cui vivo".

  6. #6
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Comunque queste seghe mentali sono state possibili grazie ad un benessere diffuso che andrà a farsi fottere, almeno per gran parte degli italiani, nel giro di poco, giusto il tempo che finiscano i risparmi privati dei nonni e dei genitori. Se e quando questi ricchi clochard londinesi raggiungeranno il mondo reale rimpiangeranno le loro tarde crisi adolescenziali (di più non la definirei dato che parliamo del tipico demente in eterno erasmus).

    PS: i cinesi ti pagano gli studi all'estero se sei all'altezza e tieni alta la media duramente, ma poi ti 'costringono' a rientrare!

  7. #7
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Tommaso vi vedrebbe l'alienazione!
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  8. #8
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Citazione Originariamente Scritto da Orco Bisorco Visualizza Messaggio
    Comunque queste seghe mentali sono state possibili grazie ad un benessere diffuso che andrà a farsi fottere, almeno per gran parte degli italiani, nel giro di poco, giusto il tempo che finiscano i risparmi privati dei nonni e dei genitori. Se e quando questi ricchi clochard londinesi raggiungeranno il mondo reale rimpiangeranno le loro tarde crisi adolescenziali (di più non la definirei dato che parliamo del tipico demente in eterno erasmus).

    PS: i cinesi ti pagano gli studi all'estero se sei all'altezza e tieni alta la media duramente, ma poi ti 'costringono' a rientrare!
    Il dato interessante credo che sia che alla fin fine il benessere annoia e di questo se ne rendono conto pure coloro che in teoria ne hanno principalmente beneficiato (certo: se ne rendono conto proprio nel momento in cui questo benessere rischia seriamente di non ripetersi più).
    Ultima modifica di Giò; 02-12-14 alle 20:27
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  9. #9
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    L'ozio è cosa per pochi, lo donino a me e li libererò dalla loro noia!

  10. #10
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    Predefinito Re: Lamenti e insoddisfazioni dal "Kali Yuga"

    Citazione Originariamente Scritto da Orco Bisorco Visualizza Messaggio
    Comunque queste seghe mentali sono state possibili grazie ad un benessere diffuso che andrà a farsi fottere, almeno per gran parte degli italiani, nel giro di poco, giusto il tempo che finiscano i risparmi privati dei nonni e dei genitori. Se e quando questi ricchi clochard londinesi raggiungeranno il mondo reale rimpiangeranno le loro tarde crisi adolescenziali (di più non la definirei dato che parliamo del tipico demente in eterno erasmus).

    PS: i cinesi ti pagano gli studi all'estero se sei all'altezza e tieni alta la media duramente, ma poi ti 'costringono' a rientrare!
    Certo ma quel demente li tutto il suo problema si ridurrà a questo, come vedi tutto quel che sognava nella vita era essere un ricco professionista borghese, insomma il suo problema è che non è ricco quanto vuole, io trovo ipocrita chi si lamenta dei nostri tempi solo perchè gli mancano i soldi (un conto sono quelli a cui mancano davvero un conto gli stronzi che si ritrovano per una volta a contatto col mondo reale), ma il problema del nostro tempo è un altro orco, qua mancano le ragioni per vivere, e secondo me anche i "poveri" casomai diventassero ricchi, prima generazione ne sarebbe soddisfatta, i figli? Si ritroverebbero come il demente in erasmus, e non è un caso che nella nostra era si neghi ogni etica ed ogni identità, il coglione in erasmus è una bestiolina docile, magari pure il classico studente "anti-fascista" che pensa di lottare contro chissà quale fascismo, e io che non sono fascista ma neanche anti-fascista, penso che un pò di fascismo aiuterebbe tutti.

    "You should be aware, Fräulein, that there are some people in this world, some irredeemable louts, for whom the means do not require an end. I speak, of course, of myself."

 

 
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