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  1. #1
    Pasdar
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    Predefinito «Camerata Mazzini, presente!»

    Belardelli Giovanni

    Pagina 41
    (11 luglio 2008) - Corriere della Sera


    Piacevano al regime il suo patriottismo, la vocazione pedagogica e lo spirito solidaristico
    «Camerata Mazzini, presente!»
    Gentile, Balbo, Rocco, Bottai: tutti i fascisti tentarono di arruolarlo

    È probabile che in nessun altro periodo della storia d' Italia ci si sia tanto richiamati a Mazzini come durante il Ventennio fascista, quando il fondatore della Giovine Italia (morto cinquant' anni esatti prima della marcia su Roma) divenne oggetto di innumerevoli citazioni in libri, articoli, discorsi, fino al punto d' essere considerato una sorta di precursore del regime di Mussolini. A ricordare una vicenda del genere, nota soltanto o quasi agli storici di professione, è ora un bel saggio di Paolo Benedetti sugli Annali della Fondazione Ugo La Malfa, intitolato Mazzini in «camicia nera. Un titolo all' apparenza curioso, ma in realtà per nulla privo di fondamento. Originariamente, come ricorda Benedetti, il primo fascismo era nato grazie all' apporto di ampie frange repubblicane, soprattutto nelle aree dove maggiore era la presenza del Pri, cioè in Romagna e nelle Marche. Se nel 1919 l' allora repubblicano Pietro Nenni, dopo essere stato tra i fondatori del Fascio di combattimento di Bologna, se ne distaccò rapidamente, non così accadde in molti altri casi. Ma mazziniani erano anche quei fascisti che provenivano dal sindacalismo rivoluzionario, i quali ritenevano di trovare in Mazzini una forma di conciliazione tra patriottismo e socialismo analoga alla loro. Studiamo Mazzini: così si intitolava l' articolo che uno di costoro, Sergio Panunzio, aveva pubblicato nel 1917 sul Popolo d' Italia, il quotidiano fondato da Mussolini dopo la svolta interventista, che riprendeva non a caso una vecchia testata mazziniana. Mazziniani erano poi, in un modo o nell' altro, esponenti di spicco del regime come Giuseppe Bottai, Dino Grandi o Italo Balbo, il quale ultimo si era laureato con una tesi su Il pensiero economico e sociale di Mazzini. Alla metà degli anni Venti Delio Cantimori, futuro storico marxista e allora giovane intellettuale fascista, si era iscritto al Pnf - come confesserà poi - «immaginando che questo avrebbe fatto la rivoluzione repubblicana, sindacale, nazionale di Corridoni (il sindacalista rivoluzionario morto sul Carso nel 1915) e di Mazzini». Se un po' tutto il fascismo di sinistra era mazziniano, è anche vero che un esponente del versante più chiaramente autoritario del regime come il guardasigilli Alfredo Rocco non mancava di collocare anche lui Mazzini tra i precursori dell' Italia mussoliniana. Quanto alla interpretazione che del fascismo diede Giovanni Gentile, certamente il più autorevole teorico del regime, in essa il riferimento a Mazzini svolgeva un ruolo fondamentale, come si può verificare già dall' indice dei nomi dei due volumi che raccolgono i suoi scritti e discorsi politici del Ventennio: il nome che vi ricorre più di frequente, dopo Mussolini, è quello di Mazzini. Riguardo allo stesso Duce, non fu casuale che per vent' anni citasse il fondatore della Giovine Italia con molta frequenza: se aveva scoperto Mazzini tardi, durante la prima guerra mondiale, è anche vero che da socialista, come ha osservato Pierre Milza, era «egli stesso il prodotto di una cultura politica che mescolava la tradizione mazziniana e libertaria, fortemente radicata in Romagna, con i principi di un socialismo intransigente». Certo, nelle citazioni di parte fascista venivano espunti aspetti non secondari del pensiero mazziniano, a cominciare dalla sua impronta umanitaria e, almeno in senso lato, liberale; tuttavia, se si trattava di una lettura unilaterale, non può dirsi che si trattasse anche di una lettura del tutto arbitraria. Attraverso il richiamo a Mazzini il fascismo intendeva affermare l' importanza che l'idea di nazione e di patria aveva effettivamente avuto nella nascita del movimento delle camicie nere; o la centralità di una concezione della politica che molto puntava sull' educazione e sulla pedagogia di massa come strumenti per creare un «uomo nuovo». Era sempre attraverso i richiami a Mazzini che il fascismo sosteneva di aver risolto un problema che datava dal Risorgimento, l' estraneità delle masse popolari rispetto allo Stato, un' estraneità - si affermava - cui finalmente Mussolini aveva posto fine. Lo stesso corporativismo, esaltato come originale soluzione ai problemi sociali del mondo contemporaneo, pareva ai fascisti che si collegasse strettamente alla particolare concezione solidaristica di Mazzini, il quale, contro Marx, aveva difeso con decisione la collaborazione tra le classi. Non fu un caso, insomma, se il fascismo nel 1925 dichiarò la casa di Mazzini monumento nazionale o se nella grande esposizione di Roma dell' E42, che la guerra impedì di realizzare, era prevista una sala dedicata a Mazzini. A rendere ancora più presente quest' ultimo nell' Italia tra le due guerre stava poi il fatto che una parte dell'antifascismo, soprattutto quello che faceva capo a Carlo Rosselli e a Giustizia e Libertà, si richiamasse al rivoluzionario genovese. Appunto Rosselli, come ricorda Benedetti, scrisse nel 1931 a uno studioso inglese: «Agiamo nello spirito di Mazzini, e sentiamo profondamente la continuità ideale fra la lotta dei nostri antenati per la libertà e quella di oggi». Nel 1944-45, la situazione si fece in un certo senso ancora più ingarbugliata. Il fascismo repubblicano di Salò intensificò naturalmente i richiami a Mazzini: ad esempio la data del giuramento della Guardia nazionale repubblicana venne fissata il 9 febbraio, giorno della proclamazione, quasi un secolo prima, della Repubblica romana che aveva avuto alla sua testa il «triumviro» Mazzini. Ma ci si richiamò con maggior frequenza a Mazzini anche da parte antifascista, ora che la nuova strategia politica di Togliatti tendeva ad accreditare il Pci - attraverso i continui riferimenti, appunto, a Mazzini, Garibaldi o Mameli - come un partito strettamente legato alla tradizione nazionale. Cosicché, nella fase finale del conflitto, il nome di Mazzini si trovò ad essere richiamato con frequenza su entrambi i fronti della guerra civile italiana. Un esito non poco paradossale per chi era stato il più strenuo propugnatore dell' unità del Paese.


    http://archiviostorico.corriere.it/2...80711153.shtml
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  2. #2
    TRA PRESENTE E FUTURISMO
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    La quintessenza del fascismo. Un ponte tra patrottismo e socialismo.
    Se non ne fosse stato il precursore, ne sarebbe stato di certo il capo! Ma evidentemente i tempi non erano maturi!

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da TrulloNero Visualizza Messaggio
    La quintessenza del fascismo. Un ponte tra patrottismo e socialismo.
    Se non ne fosse stato il precursore, ne sarebbe stato di certo il capo! Ma evidentemente i tempi non erano maturi!
    Quoto. Buttiamo a mare i borbone, i briganti, il papa re e tutta l'armamentario reazionario e riappropriamoci delle nostre radici!


  4. #4
    SMF
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Belardelli Giovanni

    Pagina 41
    (11 luglio 2008) - Corriere della Sera


    Piacevano al regime il suo patriottismo, la vocazione pedagogica e lo spirito solidaristico
    «Camerata Mazzini, presente!»
    Gentile, Balbo, Rocco, Bottai: tutti i fascisti tentarono di arruolarlo

    È probabile che in nessun altro periodo della storia d' Italia ci si sia tanto richiamati a Mazzini come durante il Ventennio fascista, quando il fondatore della Giovine Italia (morto cinquant' anni esatti prima della marcia su Roma) divenne oggetto di innumerevoli citazioni in libri, articoli, discorsi, fino al punto d' essere considerato una sorta di precursore del regime di Mussolini. A ricordare una vicenda del genere, nota soltanto o quasi agli storici di professione, è ora un bel saggio di Paolo Benedetti sugli Annali della Fondazione Ugo La Malfa, intitolato Mazzini in «camicia nera. Un titolo all' apparenza curioso, ma in realtà per nulla privo di fondamento. Originariamente, come ricorda Benedetti, il primo fascismo era nato grazie all' apporto di ampie frange repubblicane, soprattutto nelle aree dove maggiore era la presenza del Pri, cioè in Romagna e nelle Marche. Se nel 1919 l' allora repubblicano Pietro Nenni, dopo essere stato tra i fondatori del Fascio di combattimento di Bologna, se ne distaccò rapidamente, non così accadde in molti altri casi. Ma mazziniani erano anche quei fascisti che provenivano dal sindacalismo rivoluzionario, i quali ritenevano di trovare in Mazzini una forma di conciliazione tra patriottismo e socialismo analoga alla loro. Studiamo Mazzini: così si intitolava l' articolo che uno di costoro, Sergio Panunzio, aveva pubblicato nel 1917 sul Popolo d' Italia, il quotidiano fondato da Mussolini dopo la svolta interventista, che riprendeva non a caso una vecchia testata mazziniana. Mazziniani erano poi, in un modo o nell' altro, esponenti di spicco del regime come Giuseppe Bottai, Dino Grandi o Italo Balbo, il quale ultimo si era laureato con una tesi su Il pensiero economico e sociale di Mazzini. Alla metà degli anni Venti Delio Cantimori, futuro storico marxista e allora giovane intellettuale fascista, si era iscritto al Pnf - come confesserà poi - «immaginando che questo avrebbe fatto la rivoluzione repubblicana, sindacale, nazionale di Corridoni (il sindacalista rivoluzionario morto sul Carso nel 1915) e di Mazzini». Se un po' tutto il fascismo di sinistra era mazziniano, è anche vero che un esponente del versante più chiaramente autoritario del regime come il guardasigilli Alfredo Rocco non mancava di collocare anche lui Mazzini tra i precursori dell' Italia mussoliniana. Quanto alla interpretazione che del fascismo diede Giovanni Gentile, certamente il più autorevole teorico del regime, in essa il riferimento a Mazzini svolgeva un ruolo fondamentale, come si può verificare già dall' indice dei nomi dei due volumi che raccolgono i suoi scritti e discorsi politici del Ventennio: il nome che vi ricorre più di frequente, dopo Mussolini, è quello di Mazzini. Riguardo allo stesso Duce, non fu casuale che per vent' anni citasse il fondatore della Giovine Italia con molta frequenza: se aveva scoperto Mazzini tardi, durante la prima guerra mondiale, è anche vero che da socialista, come ha osservato Pierre Milza, era «egli stesso il prodotto di una cultura politica che mescolava la tradizione mazziniana e libertaria, fortemente radicata in Romagna, con i principi di un socialismo intransigente». Certo, nelle citazioni di parte fascista venivano espunti aspetti non secondari del pensiero mazziniano, a cominciare dalla sua impronta umanitaria e, almeno in senso lato, liberale; tuttavia, se si trattava di una lettura unilaterale, non può dirsi che si trattasse anche di una lettura del tutto arbitraria. Attraverso il richiamo a Mazzini il fascismo intendeva affermare l' importanza che l'idea di nazione e di patria aveva effettivamente avuto nella nascita del movimento delle camicie nere; o la centralità di una concezione della politica che molto puntava sull' educazione e sulla pedagogia di massa come strumenti per creare un «uomo nuovo». Era sempre attraverso i richiami a Mazzini che il fascismo sosteneva di aver risolto un problema che datava dal Risorgimento, l' estraneità delle masse popolari rispetto allo Stato, un' estraneità - si affermava - cui finalmente Mussolini aveva posto fine. Lo stesso corporativismo, esaltato come originale soluzione ai problemi sociali del mondo contemporaneo, pareva ai fascisti che si collegasse strettamente alla particolare concezione solidaristica di Mazzini, il quale, contro Marx, aveva difeso con decisione la collaborazione tra le classi. Non fu un caso, insomma, se il fascismo nel 1925 dichiarò la casa di Mazzini monumento nazionale o se nella grande esposizione di Roma dell' E42, che la guerra impedì di realizzare, era prevista una sala dedicata a Mazzini. A rendere ancora più presente quest' ultimo nell' Italia tra le due guerre stava poi il fatto che una parte dell'antifascismo, soprattutto quello che faceva capo a Carlo Rosselli e a Giustizia e Libertà, si richiamasse al rivoluzionario genovese. Appunto Rosselli, come ricorda Benedetti, scrisse nel 1931 a uno studioso inglese: «Agiamo nello spirito di Mazzini, e sentiamo profondamente la continuità ideale fra la lotta dei nostri antenati per la libertà e quella di oggi». Nel 1944-45, la situazione si fece in un certo senso ancora più ingarbugliata. Il fascismo repubblicano di Salò intensificò naturalmente i richiami a Mazzini: ad esempio la data del giuramento della Guardia nazionale repubblicana venne fissata il 9 febbraio, giorno della proclamazione, quasi un secolo prima, della Repubblica romana che aveva avuto alla sua testa il «triumviro» Mazzini. Ma ci si richiamò con maggior frequenza a Mazzini anche da parte antifascista, ora che la nuova strategia politica di Togliatti tendeva ad accreditare il Pci - attraverso i continui riferimenti, appunto, a Mazzini, Garibaldi o Mameli - come un partito strettamente legato alla tradizione nazionale. Cosicché, nella fase finale del conflitto, il nome di Mazzini si trovò ad essere richiamato con frequenza su entrambi i fronti della guerra civile italiana. Un esito non poco paradossale per chi era stato il più strenuo propugnatore dell' unità del Paese.


    http://archiviostorico.corriere.it/2...80711153.shtml
    Un articolo, finalmente, un po' obiettivo sulla questione.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da EternoOccidente Visualizza Messaggio
    Quoto. Buttiamo a mare i borbone, i briganti, il papa re e tutta l'armamentario reazionario e riappropriamoci delle nostre radici!

    "armamentario reazionario"....detto da te poi

  6. #6
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    L'articolo è interessante, il problema è che il fascismo ha utilizzato solo una parte del messaggio di Mazzini (evidentemente quella che gli era più utile).

    Mazzini non era socialista, quindi non può essere considerato un collegamento tra socialismo e patriottismo.
    E il suo patriottismo è solo funzionale a un progetto più grande, ovvero "il progresso dell'umanità" tutta, che una volta raggiunto renderà inutili le distinzioni tra i vari stati.
    Egli invece era prima di tutto un democratico.

    Insomma in Mazzini troviamo sicuramente qualcosa del fascismo, come patriottismo e coorporativismo, ma se ci fermiamo a queste due cose diamo una sbagliata interpretazione del personaggio e del suo pensiero.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    L'articolo è interessante, il problema è che il fascismo ha utilizzato solo una parte del messaggio di Mazzini (evidentemente quella che gli era più utile).

    Mazzini non era socialista, quindi non può essere considerato un collegamento tra socialismo e patriottismo.
    E il suo patriottismo è solo funzionale a un progetto più grande, ovvero "il progresso dell'umanità" tutta, che una volta raggiunto renderà inutili le distinzioni tra i vari stati.
    Egli invece era prima di tutto un democratico.

    Insomma in Mazzini troviamo sicuramente qualcosa del fascismo, come patriottismo e coorporativismo, ma se ci fermiamo a queste due cose diamo una sbagliata interpretazione del personaggio e del suo pensiero.
    Di sicuro chi non c'entra niente con il pensiero mazziniano sono laicisti e liberisti

  8. #8
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    Estratti da "Doveri dell'uomo" - Giuseppe Mazzini 23 aprile 1860

    Certo, esistono diritti; ma dove i diritti di un individuo vengano a contrasto con quelli d'un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia, senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti ? E dove i diritti d'un individuo, di molti individui, vengano a contrasto con i diritti del paese, a che tribunale ricorrere? Se il diritto al benessere, al più gran benessere possibile, spetta a tutti i viventi, chi scioglierà la questione tra l'operaio e il capo-produttore?

    Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l'armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo

    La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio

    Ciò che la Patria è per l' Umanità, la Famiglia deve esserlo per la Patria. Com' io v' ho detto che la parte della Patria è quella d'educare uomini, così la parte della Famiglia è quella d'educare cittadini, Famiglia e Patria sono i due punti estremi d'una sola linea

    L'accrescimento delle facilità dei traffici, i progressi nei modi di comunicazione non giovano a emancipare il lavoro dalla tirannide del capitale, non danno i mezzi del lavoro a chi non li ha. E per difetto di un'equa distribuzione della ricchezza, d' un più giusto riparto dei prodotti, d'un aumento progressivo della cifra dei consumatori, il capitale stesso si svia dal suo vero scopo economico, s'immobilizza in parte nelle mani dei pochi invece di spandersi tutto nella circolazione, si dirige verso la produzione d'oggetti superflui, di lusso, di bisogni fittizi, invece di concentrarsi sulla produzione degli oggetti di prima necessità per la vita, o si avventura in pericolose e spesso immorali speculazioni

    Perchè tra l'opera vostra e l'opera della Società che ha doveri sacri verso i suoi membri, non si compirebbe pacificamente la più grande, la più bella rivoluzione che possa idearsi, quella che, dando come base economica al consorzio umano, il lavoro, come base alla proprietà i frutti del lavoro, raccoglierebbe, sotto una sola legge d'equilibrio tra la produzione e il consumo, senza distinzione di classi, senza predominio tirannico d'uno degli elementi del lavoro sull'altro, tutti i figli della stessa madre, la PATRIA?

    La proprietà è mal costituita, perché le basi del riparto dei frutti d'un lavoro compiuto dal proprietario e dall'operaio, non sono fondate sopra una giusta eguaglianza proporzionata al lavoro stesso. Ma se, invece di correggere vizi e modificare lentamente la costituzione della Proprietà, voi voleste abolirla, sopprimereste una sorgente di ricchezza, di emulazione, di attività, e somigliereste al selvaggio che per cogliere il frutto troncava l'albero.
    Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di “pochi”; bisogna aprire la via perché i “molti” possano acquistarla


    L' idea di chi vorrebbe, in nome della libertà, fondare l'anarchia e cancellare la società per non lasciare che l’individuo con i suoi diritti, non ha bisogno, con voi, di confutazioni da me; tutto il mio lavoro combatte quel sogno colpevole che rinnega progresso, doveri, fratellanza umana, solidarietà di nazioni, ogni cosa che voi ed io veneriamo. Ma il disegno di quei che, limitandosi alla questione economica, chiedono l'abolizione della proprietà individuale e l'ordinamento del comunismo, tocca l'estremo opposto, nega l’individuo, nega la libertà, chiude la via al progresso e “impietra”, per così dire, la società

    Ovunque voi trovate il capitale e il lavoro riuniti nelle stesse mani - ovunque i frutti del lavoro sono, non fosse altro, ripartiti fra quanti lavorano, in ragione del loro aumento, in ragione dei loro benefizi dell'opera collettiva - voi trovate diminuzione di miseria e a un tempo aumento di moralità

    L' incameramento o appropriazione dei possedimenti ecclesiastici - atto che ora non giova discutere ma che è inevitabile ogni qualvolta la Nazione si assuma una missione d'educazione e di progresso collettivo - porrà nelle mani dello Stato una somma di ricchezza più vasta che altri non pensa

    Quei che vi parlano in nome del benessere della felicità materiale, vi tradiranno. Cercano essi pure il loro benessere: s'affratelleranno con voi, come con un elemento di forza, finché avranno ostacoli da superare per conquistarlo; appena, mercé vostra, l'avranno, vi abbandoneranno per godere tranquillamente della loro conquista. È la storia dell'ultimo secolo. E il nome di questo mezzo secolo è materialismo.
    Storia di dolore e di sangue. Io li ho veduti gli uomini che negavano Dio, religione, virtù di dovere e di sacrificio, e parlavano in nome del diritto alla felicità, al godimento, lottare audaci, con le parole di popolo e libertà sulle labbra, e frammischiarsi a noi uomini della nuova fede, che imprudenti li accoglievamo nelle nostre file. Quando si aprì ad essi, con una vittoria o con una transazione codarda, la via di godere, disertarono e ci furono nemici acerbi il dì dopo

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Javara Visualizza Messaggio
    Di sicuro chi non c'entra niente con il pensiero mazziniano sono laicisti e liberisti
    Il Mazzini amico dei preti me lo sono perso. Ovviamente parliamo di laicità, non di ateismo.

    Per quanto riguarda il liberismo, è vero, Mazzini criticava i liberali, ma non perchè fosse contro il libero mercato o i diritti, ma perchè per lui sono soltanto un mezzo verso un obiettivo più grande che è il Progresso.
    Quando parla agli operai vuole che si emancipino attraverso le coorporazioni, ma sempre in un mercato libero.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    "armamentario reazionario"....detto da te poi
    Qualcuno si rifà a De Maistre ed agli spettri ambulanti della reazione, qualun altro al romanticismo renano che parlava di comunità di popolo e di anima della nazione, qualcuno al papa re ed ai borboni, qualcun altro al Mazzini della Terza Roma e dell'idea sociale.

 

 
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