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    Predefinito Proporzionale, maggioritario....

    ....bipolarismo….riforme.

    Si legge sui giornali: onore a Mario Monti che ha accettato con “signorile noncuranza” la nomina a commissario europeo di Rocco Bottiglione.
    Il quale ha fatto sapere di aver cercato l’incarico “alla luce del sole”, che a quel posto ci teneva ma mica poi tanto.
    Entrambi hanno accettato di buon grado la decisione “presa da altri”.
    Lo stesso concetto esprime “malamente” la Lega quando spara contro i democristiani al governo sempre alla ricerca di posti. Ma i leghisti nel governo hanno le loro ben solide poltrone.
    Ed è “ridicolo” definire “dettagli irrilevanti” gli incarichi di governo, come si legge nelle polemiche attizzate da Follini.
    Forse peggio s’è comportato Fini, vicepresidente del Consiglio, che come tale, influenzato da alcuni dei suoi e forse spinto dallo stesso Follini, vuole il coordinamento della politica economica ma si mostra “timido” quando toccherebbe a lui prendere il posto di Tremonti.
    Queste manifestazioni, molto simili tra loro, hanno radici profonde nel vecchio sistema parlamentare puro, fondato sul
    “proporzionale”. Quindi sul "partito".
    Che significa primato assoluto dei partiti o delle loro correnti.
    Quindi era essenziale al politico "appartenere" al partito e ad una delle sue correnti.
    L’appello di Follini alle “bandiere” messe a difesa dei valori tradizionali del partito è sintomatico della vecchia politica che ritorna, e dei suoi uomini che accettavano l’incarico per “spirito di servizio”.

    Nel maggioritario e nel bipolarismo di coalizione i partiti contano molto meno, e lo dimostra la nomina di Siniscalco, che potrebbe essere tranquillamente ministro di un governo Prodi o Amato, e invece succede a Tremonti, il diavolo. Il quale, intendo Tremonti, potrebbe essere ministro in un governo di riformisti di sinistra.
    Qui abbiamo una “coalizione” che si è formata attorno a un progetto comune, si è presentata all’elettorato con un programma comune chiedendo i cinque anni per portarlo a termine.
    Ecco quindi il politico che siede sulla poltrona di ministro può essere tranquillamente cambiato perché comunque il
    “programma” del suo ministero è già stato chiaramente delineato.
    Il “luogo” della politica cambia, passa dal partito al governo:
    il primo mediava in proprio e scambiava e faceva politica subordinando gli incarichi di governo al progetto particolare, le “bandiere” di Follini.
    Nel secondo caso il luogo eletto della politica è il governo, il “progetto” non è la “prefigurazione di una società basata su valori e ideologia ma un programma annunciato agli elettori e da realizzare nelle condizioni date dentro una coalizione che sarà di nuovo la casa comune degli alleati nel confronto con il polo opposto”.
    E’ evidente che qui l’incarico di governo è tutto, se gli uomini non sono all’altezza delle ambizioni che dovrebbero esprimere questo è un dettaglio che non incrina il funzionamento del sistema.
    E in questo sistema un politico che affermi di considerare trascurabile la quota di “potere operativo” a lui attribuita, o alla sua squadra, in un esecutivo, non è più idealista o disinteressato di un altro, ma solo più immaturo o ipocrita.
    Oppure, e questo pare il caso di Follini e dei suoi, è un
    “reazionario”, uno che intende ripristinare quel sistema di ideologie e di partiti.
    Intendiamoci, un sistema che ha fatto grandi cose per la nostra democrazia, ma che la storia del mondo ha svuotato di senso.
    Ci ha dato molto, e con altri protagonisti, tranne un dettaglio che in una democrazia moderna è vitale: la possibilità di scegliere in alternativa governi diversi, poggianti su programmi e classi dirigenti diverse, che possono gestire il potere ma essere controllati dall’opposizione.
    “Il leader dei democristianoni alleati di Berlusconi fino a ieri non si presentava come un restauratore della democrazia dei partiti, tutto il contrario. Che cosa sia successo nel frattempo, che lo ha spinto ad impugnare una bandiera nostalgica e retrograda, è un mistero.

    liberamente da un articolo di Ferrara sul Foglio di lunedì

    saluti

  2. #2
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    Finanziaria/Nucara: fiducia? Unione tira calcio a Capo dello Stato
    Correggere legge elettorale, si' proporzionale e voto preferenza

    'Se il governo ha deciso di porre la fiducia ha anche deciso di tirare un calcio al capo dello Stato': lo afferma Francesco Nucara segretario del Pri.

    Quanto alla legge elettorale, Nucara fa sapere che i repubblicani 'sono favorevoli a correggere la legge elettorale, salvaguardando il proporzionale, ma reintroducendo il voto di preferenza'. 'Le ipotesi di ritornare a un sistema maggioritario - sottolinea - non sono percorribili per molte forze parlamentari indipendentemente dagli schieramenti e la soluzione referendaria creerebbe piu' confusione che altro'.

    Roma, 19 ottobre 2006 (ANSA)

    tratto da http://www.pri.it

  3. #3
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    Referendum e democrazia
    Chissà se con due soli partiti si risolveranno i problemi del Paese

    Abbiamo visto che il ministro Parisi è arrivato a ricordare il referendum popolare da cui nacque la Repubblica 61 anni fa, per sostenere la raccolta di firme per il referendum attuale.

    Mario Segni, a sua volta, ritiene che chi critica l'impianto referendario attenti alla Costituzione. Eppure nessuno sostiene che il referendum sia antidemocratico - e come mai potrebbe essere? - ma c'è piuttosto chi si dice convinto che tale referendum non faccia un buon servizio alla democrazia italiana.

    La ragione di questo argomento deriva dal fatto che i partiti sono il principale strumento di partecipazione democratica e, quando si vuole inibire e colpire i partiti, si rischia di mettere in crisi il sistema democratico, non di perfezionarlo. I referendari, che pure sono tutti professori, mostrano a volte poca dimestichezza con la lingua italiana e poca tolleranza nei confronti di chi esprime un'idea diversa dalla loro. Per la verità noi abbiamo l'impressione che con il referendum contro il sistema proporzionale del ‘94, non si comprendesse come una riforma elettorale in senso maggioritario comportasse un vulnus allo stesso assetto costituzionale, tant'è che un equilibrio vero e proprio dal ‘94 in avanti non lo abbiamo più trovato e ad ogni legislatura abbiamo un problema di riscrittura della legge elettorale; ed uno ancora più grave di riforma costituzionale.

    Ciò non significa ovviamente che il referendum fosse antidemocratico, che il problema evidenziato dal referendum non esistesse, allora come oggi, ma che il referendum non era il grado di risolverlo: e ci pare che questo sia dimostrato.

    Con la deriva referendaria, infatti, si scardina un sistema, ma non lo si costruisce: di questo non sembrano apparire affatto consapevoli i componenti del comitato promotore per il referendum che nemmeno hanno tratto esperienza dal primo referendum sulla legge elettorale e dal caos politico che pure ha creato, e a cui ancora bisogna porre rimedio. Tanto che a noi fa un certo effetto, lo diciamo garbatamente al ministro Parisi, vedere paragonato il referendum del 1946 con questi ultimi che non concernono la forma di governo, ma al più una modalità della stessa. Forse sulla modalità delle forme di governo sarebbe opportuno che fosse il Parlamento a decidere attraverso i suoi rappresentanti, perché la maggior parte dei cittadini non ha la sufficiente competenza, visto che è ormai evidente che la competenza in materia non ce l'hanno nemmeno alcuni ministri della Repubblica.

    Nel merito il referendum sarebbe un colpo di pistola, il secondo sul sistema politico del paese, per obbligare a fare una cosa che le forze politiche non vogliono fare. E se la maggioranza dei cittadini ha diritto di ritenere che servano due soli partiti al paese, una minoranza cospicua ha diritto di essere contraria a tale imposizione e, nonostante il referendum, questa minoranza continuerà a restare contraria: per cui resta il problema se la si vuole escludere o se la si vuole in qualche modo ricomprendere.

    Se la si vuole escludere, non ha torto chi ritiene che ci sia un servizio cattivo alla democrazia; se la si vuole ricomprendere, ha ragione Amato che evoca delle camicie di forza in cui ingessare tutti i partiti costretti ad unificarsi in un solo listone.

    La nostra idea è che la politica detta le leggi elettorali, e non le leggi elettorali la politica. Sulla base di questi ultimi 13 anni, questo si sarebbe dovuto vedere con chiarezza. Il referendum contro il proporzionale doveva ridurre i partiti, che sono invece passati da 7 a 22, ed ora si pensa di poter tornare da 22 a 2. E' più facile che all'indomani del referendum ne nascano 44, e che l'unica maniera per impedire la moltiplicazione incessante degli stessi sia il sistema proporzionale, al quale si pensava di accompagnare la nostra vecchia Costituzione e al quale si possono mettere dei correttivi per renderlo più funzionale in termini di stabilità ed efficacia. Ma l'idea che con due soli grandi partiti si risolvano i problemi del paese, sarebbe come credere che se fossero esistiti solo il Pci e la Dc nel secondo dopoguerra, l'Italia sarebbe stata governata meglio.

    Dal nostro punto di vista, semmai, pensando al frontismo degli anni ‘50, senza forze intermedie capaci di porsi fra due grandi partiti avversari ed ostili l'un l'altro, era più facile scivolare nella guerra civile.

    Roma, 26 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa Visualizza Messaggio
    Referendum e democrazia
    Chissà se con due soli partiti si risolveranno i problemi del Paese

    Abbiamo visto che il ministro Parisi è arrivato a ricordare il referendum popolare da cui nacque la Repubblica 61 anni fa, per sostenere la raccolta di firme per il referendum attuale.

    Mario Segni, a sua volta, ritiene che chi critica l'impianto referendario attenti alla Costituzione. Eppure nessuno sostiene che il referendum sia antidemocratico - e come mai potrebbe essere? - ma c'è piuttosto chi si dice convinto che tale referendum non faccia un buon servizio alla democrazia italiana.

    La ragione di questo argomento deriva dal fatto che i partiti sono il principale strumento di partecipazione democratica e, quando si vuole inibire e colpire i partiti, si rischia di mettere in crisi il sistema democratico, non di perfezionarlo. I referendari, che pure sono tutti professori, mostrano a volte poca dimestichezza con la lingua italiana e poca tolleranza nei confronti di chi esprime un'idea diversa dalla loro. Per la verità noi abbiamo l'impressione che con il referendum contro il sistema proporzionale del ‘94, non si comprendesse come una riforma elettorale in senso maggioritario comportasse un vulnus allo stesso assetto costituzionale, tant'è che un equilibrio vero e proprio dal ‘94 in avanti non lo abbiamo più trovato e ad ogni legislatura abbiamo un problema di riscrittura della legge elettorale; ed uno ancora più grave di riforma costituzionale.

    Ciò non significa ovviamente che il referendum fosse antidemocratico, che il problema evidenziato dal referendum non esistesse, allora come oggi, ma che il referendum non era il grado di risolverlo: e ci pare che questo sia dimostrato.

    Con la deriva referendaria, infatti, si scardina un sistema, ma non lo si costruisce: di questo non sembrano apparire affatto consapevoli i componenti del comitato promotore per il referendum che nemmeno hanno tratto esperienza dal primo referendum sulla legge elettorale e dal caos politico che pure ha creato, e a cui ancora bisogna porre rimedio. Tanto che a noi fa un certo effetto, lo diciamo garbatamente al ministro Parisi, vedere paragonato il referendum del 1946 con questi ultimi che non concernono la forma di governo, ma al più una modalità della stessa. Forse sulla modalità delle forme di governo sarebbe opportuno che fosse il Parlamento a decidere attraverso i suoi rappresentanti, perché la maggior parte dei cittadini non ha la sufficiente competenza, visto che è ormai evidente che la competenza in materia non ce l'hanno nemmeno alcuni ministri della Repubblica.

    Nel merito il referendum sarebbe un colpo di pistola, il secondo sul sistema politico del paese, per obbligare a fare una cosa che le forze politiche non vogliono fare. E se la maggioranza dei cittadini ha diritto di ritenere che servano due soli partiti al paese, una minoranza cospicua ha diritto di essere contraria a tale imposizione e, nonostante il referendum, questa minoranza continuerà a restare contraria: per cui resta il problema se la si vuole escludere o se la si vuole in qualche modo ricomprendere.

    Se la si vuole escludere, non ha torto chi ritiene che ci sia un servizio cattivo alla democrazia; se la si vuole ricomprendere, ha ragione Amato che evoca delle camicie di forza in cui ingessare tutti i partiti costretti ad unificarsi in un solo listone.

    La nostra idea è che la politica detta le leggi elettorali, e non le leggi elettorali la politica. Sulla base di questi ultimi 13 anni, questo si sarebbe dovuto vedere con chiarezza. Il referendum contro il proporzionale doveva ridurre i partiti, che sono invece passati da 7 a 22, ed ora si pensa di poter tornare da 22 a 2. E' più facile che all'indomani del referendum ne nascano 44, e che l'unica maniera per impedire la moltiplicazione incessante degli stessi sia il sistema proporzionale, al quale si pensava di accompagnare la nostra vecchia Costituzione e al quale si possono mettere dei correttivi per renderlo più funzionale in termini di stabilità ed efficacia. Ma l'idea che con due soli grandi partiti si risolvano i problemi del paese, sarebbe come credere che se fossero esistiti solo il Pci e la Dc nel secondo dopoguerra, l'Italia sarebbe stata governata meglio.

    Dal nostro punto di vista, semmai, pensando al frontismo degli anni ‘50, senza forze intermedie capaci di porsi fra due grandi partiti avversari ed ostili l'un l'altro, era più facile scivolare nella guerra civile.

    Roma, 26 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it
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    D'accordo sull'importanza dei partiti in democrazia, ma, rimanendo sui fatti nostri, attuali, subiamo un governo guidato da un signor Prodi, senza partito, che a fatica guida una coalizione fra partiti che non gli piacciono e ai quali lui non piace e dunque governa con grande fatica e spesso diversamente dalle promesse pre-elettorali.
    Ora, se ci togliamo dalle palle quei sei o sette partitini con la percentuale dei voti inferiore al 5%, obbligandoli a mettersi insieme tra loro o a allearsi a quelli più grandi, ecco che molte "spinte ricattatorie" verrebbero buttate nel secchione dell'immondizia.
    E il tutto a vantaggio di chi vota, di quel "popolo" che tutti citano, adorano,
    "servono" prima della chiamata alle urne ma che poi considerano una grossa rottura di coglioni.
    Vedi la terza carica dello Stato, il sig. Bertinotti, che chiede e si chiede perchè serva questo inutile referendum. Probabilmente ispirato dai frati da lui visitati nei giorni scorsi.

    Mi fà ridere Bossi che si dice soddisfatto dell'incontro avuto con Prodi sul problema.
    Qual'è il "terrore" dei leghisti? Non raggiungere l'eventuale quorum previsto dalla legge elettorale uscita dal referendum se approvato.
    E quale risposta avrà avuto Maroni, in questo caso servo fedele di Bossi?
    Prodi, che ha già scelto e detto che questa sarà il suo ultimo "servizio al popolo" come leader del Governo, ma che adesso ha grossi problemi di governo e di immagine, avrà dato alla Lega le più ampie assicurazioni di "non luogo a procedere".

    saluti

  5. #5
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    Predefinito La minoranza di blocco

    Umberto Bossi, dopo un incontro a sorpresa con Romano Prodi, annuncia, con un po’ di ottimismo, che si farà la riforma elettorale e così si eviterà il referendum.
    Naturalmente è lecito dubitare: può darsi che Prodi si sia effettivamente impegnato, ma un premier che non riesce a controllare neppure i suoi più antichi scudieri, come i ministri Parisi e Santagata, non si sa bene a nome di chi parli.
    Inoltre non è affatto chiaro su che tipo di legge elettorale si sarebbe trovato l’accordo.
    Tuttavia una base politica perché da questo incontro nascano conseguenze concrete esiste.
    Lo dimostra, se non altro, il parapiglia che ha provocato nel centrodestra.
    La forza di Bossi in questa trattativa è fornita dalla tacita intesa che lo lega a Clemente Mastella, e viceversa.
    Si tratta dei leader di due partiti di frontiera, con un forte radicamento in specifiche aree territoriali, che intendono difendere soprattutto i loro insediamenti e, insieme, potrebbero essere in grado di farlo.
    Mastella puo minacciare la stabilità dell’esecutivo, che non reggerebbe a un suo abbandono, preannunciato in caso di approvazione dei Dico o di celebrazione del referendum elettorale.
    Bossi può frustrare il disegno prevalente nell’opposizione di lasciar andare avanti i referendari senza considerazione per le forze minori della coalizione. C’è da sperare che i due alleati utilizzino la posizione di forza che detengono per proporre una legge elettorale sensata ed efficace. Questa, peraltro, è la condizione perché il loro “ricatto” nei confronti delle forze politiche maggiori possa funzionare.
    Il diritto alla rappresentanza, soprattutto di forze che, nel loro territorio, hanno una presenza reale e avvertibile, non può essere contrapposto a quello, altrettanto fondamentale, dei cittadini a scegliere in modo limpido da chi vogliono essere governati, che è il pregio fondamentale del bipolarismo. Per far questo una selezione ci vuole, se poi essa debba agire attraverso una soglia di sbarramento regionale anziché nazionale è argomento che si può discutere seriamente.

    G.F. su il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Umberto Bossi, dopo un incontro a sorpresa con Romano Prodi, annuncia, con un po’ di ottimismo, che si farà la riforma elettorale e così si eviterà il referendum.
    Naturalmente è lecito dubitare: può darsi che Prodi si sia effettivamente impegnato, ma un premier che non riesce a controllare neppure i suoi più antichi scudieri, come i ministri Parisi e Santagata, non si sa bene a nome di chi parli.
    Inoltre non è affatto chiaro su che tipo di legge elettorale si sarebbe trovato l’accordo.
    Tuttavia una base politica perché da questo incontro nascano conseguenze concrete esiste.
    Lo dimostra, se non altro, il parapiglia che ha provocato nel centrodestra.
    La forza di Bossi in questa trattativa è fornita dalla tacita intesa che lo lega a Clemente Mastella, e viceversa.
    Si tratta dei leader di due partiti di frontiera, con un forte radicamento in specifiche aree territoriali, che intendono difendere soprattutto i loro insediamenti e, insieme, potrebbero essere in grado di farlo.
    Mastella puo minacciare la stabilità dell’esecutivo, che non reggerebbe a un suo abbandono, preannunciato in caso di approvazione dei Dico o di celebrazione del referendum elettorale.
    Bossi può frustrare il disegno prevalente nell’opposizione di lasciar andare avanti i referendari senza considerazione per le forze minori della coalizione. C’è da sperare che i due alleati utilizzino la posizione di forza che detengono per proporre una legge elettorale sensata ed efficace. Questa, peraltro, è la condizione perché il loro “ricatto” nei confronti delle forze politiche maggiori possa funzionare.
    Il diritto alla rappresentanza, soprattutto di forze che, nel loro territorio, hanno una presenza reale e avvertibile, non può essere contrapposto a quello, altrettanto fondamentale, dei cittadini a scegliere in modo limpido da chi vogliono essere governati, che è il pregio fondamentale del bipolarismo. Per far questo una selezione ci vuole, se poi essa debba agire attraverso una soglia di sbarramento regionale anziché nazionale è argomento che si può discutere seriamente.

    G.F. su il Foglio

    saluti
    Il fatto é che l Legge elettorale è uno dei tanti paradigmi sociali che bisognerà affrontare riferendosi al giusto metodo e non a dei tentativi o a convinzioni personali prive di un chiaro riscontro logico come è stato fatto fino ad oggi.
    Con questo concetto, fra l’altro, era concorde la famosa economista inglese Joan Robinson, morta a 80 anni nel 1983, (è stata definita il più grande Nobel per l’economia, mancato) la quale si esprimeva dicendo che il paradigma della sostenibilità, come ogni paradigma sociale, nasce su una base retorica o addirittura da pura metafisica, e, per diventare patrimonio politico, ossia della società, deve attrezzarsi in modo scientifico.
    Senza questo salto il paradigma rimane puro esercizio mentale di una ristretta élite come di fatto sono state le Leggi elettorali che abbiamo avuto fino ad oggi.
    Infatti sono stati sistemi elettorali nati da modelli o da convinzioni astratte di pochi politici i quali non hanno mai dato spiegazioni chiare e fino in fondo convincenti non avendo mai avuto i riferimenti scientifici per poterle dare.
    Continuando così il rischio, quindi, è quello di fare una nuova legge elettorale o addirittura un nuovo “pastrocchio” che come al solito costerà moltissimo, risolverà troppo poco e fra non molto dovremo mettere di nuovo in discussione

    Cordiali saluti
    Osvaldo Poli

  7. #7
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    Predefinito A chi deve piacere....

    ....la legge elettorale?

    C'è che dice, sicuro e deciso, ai partiti.
    Io chiedo a costoro: a tutti i partiti?
    Anche se sono, in Italia, oltre trenta?
    E, sentendo un pizzico di perplessità sentendo questa verità, chiedo ancora?
    Ma perchè son così tanti, questi benedetti partiti? E' colpa degli elettori che hanno tutti idee confuse? E' colpa delle campagne elettorali, di come sono fatte e regolate? E' colpa delle leggi elettorali?
    O forse la colpa è dei politici, di quelli già eletti....o di quelli che che ancora non lo sono?
    O la colpa la dobbiamo cercare dentro ai partiti, fra gli eletti con incarichi dirigenziali o fra coloro che dirigenti non sono ancora?

    Dopo essersi chiariti ben benino le idee, chiedo: ora, a chi "conviene" far chiedere una nuova legge elettorale? A chi siede già dove si legifera o a chi elegge dovrà eleggere chi legifera?

    saluti

  8. #8
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    Il bipolarismo viziato/In Italia nascono coalizioni eterogenee incapaci di reale governabilità
    La legge elettorale non garantisce maturità politica

    Intervento in Commissione Affari Costituzionali del Senato, 24 luglio 2007.

    di Antonio Del Pennino

    Mi dispiace non unirmi al coro pressoché unanime dei colleghi che hanno esaltato il valore del bipolarismo e del sistema maggioritario come strumento per realizzare il bipolarismo. Si afferma che nella cosiddetta seconda Repubblica, quella che stiamo vivendo, si è realizzato l'obiettivo della alternanza come effetto della legge elettorale maggioritaria. Obiettivo che nella vituperata prima Repubblica non era stato possibile raggiungere per via del sistema proporzionale. Mi sembra una assoluta banalità.

    Se nella prima Repubblica non è stato possibile realizzare una piena democrazia dell'alternanza e siamo stati costretti ad un bipartitismo imperfetto, per usare l'espressione di Giorgio Galli, questo non è stato frutto della legge elettorale, ma della condizione internazionale, della divisione del mondo in due blocchi e dell' egemonia che un PCI legato all'URSS, aveva sulla sinistra italiana.

    E non è un caso che solo dopo l'89, la caduta del muro di Berlino, la fine della contrapposizione tra Est e Ovest, sia diventata realistica l'ipotesi di un alternanza perché, anche grazie alla trasformazione del PCI in PDS, si rendeva possibile un ruolo di governo della sinistra. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario non fu determinante. La valutazione quindi sul sistema elettorale non può rapportarsi al fatto che esso sia in grado o meno di realizzare una democrazia dell'alternanza, quanto piuttosto alla sua capacità di garantire sia una reale governabilità, sia una possibilità di espressione delle diverse realtà culturali e ideali presenti nel paese.

    Da questo punto di vista il nostro sistema elettorale ha realizzato un bipolarismo che, per dirla con il prof. Sartori, "non è immaturo né maturo, è semplicemente sbagliato". Perché è un bipolarismo viziato che costringe all'inseguimento del voto marginale, e quindi a coalizioni eterogenee che poi non sono in grado di assicurare una reale governabilità ma dànno vita a maggioranze contraddittorie, rissose, incapaci di una effettiva guida dei processi economici e sociali.

    Nei paesi europei in cui si è realizzato un reale sistema bipolare, questo è avvenuto indipendentemente dalla legge elettorale, perché storicamente sono cresciute forze politiche omogenee con vocazione maggioritaria che hanno saputo rendersi interpreti delle esigenze prevalenti nella società e dare ad esse una organica risposta.

    Ma questo è stato frutto di un processo culturale e politico che la legge elettorale ha accompagnato, non imposto. Le leggi elettorali condizionano, ma sono anche condizionate dai processi politici. Se si pensa che la legge elettorale di per sé possa condizionare processi politici che non sono ancora maturati, si commette un errore di prospettiva.

    Per questo giudico illusoria l'ipotesi referendaria perché essa costringerebbe, per vincere le elezioni, ad un'aggregazione forzata di soggetti non omogenei, tra i quali, all'indomani del voto, si riaprirebbe un conflitto che renderebbe difficile ogni azione di governo. Ma per gli stessi motivi, proprio perché non esistono in Italia, per usare l'espressione di Sartori, le condizioni di "un bipolarismo rigido", ma piuttosto vi è l'esigenza di un "bipolarismo flessibile" (e quanto Sarkozy sta realizzando in Francia dovrebbe insegnarci qualcosa) l'ipotesi che ci ha presentato il Presidente Bianco non mi convince.

    Credo piuttosto che per la realizzazione di un "bipolarismo flessibile" sia meglio una legge elettorale che riprenda il cosiddetto modello tedesco. E lo dico sapendo che questa soluzione inevitabilmente comporterebbe un'alta soglia di sbarramento che penalizzerebbe la forza politica che rappresento. Ma lo affermo perché guardo non a interessi di bottega, ma ad un'esigenza generale di governabilità del paese.

    Ma se contro queste mie considerazioni si formerà, come temo, una convergenza sull'ipotesi di una soluzione che preveda un premio di maggioranza per la coalizione vincente, allora è necessario adottare la soluzione proposta nel DDL del Sen. Cutrufo. Cioè una soluzione che, proprio perché prevede il premio di maggioranza non stabilisce alcuna forma ,neppure minima, di sbarramento. E questo non solo per consentire un diritto di tribuna alle diverse espressioni politiche e culturali presenti nel paese, ma anche perché, una volta garantita la cosiddetta governabilità col premio di maggioranza, assegnato anche alle coalizioni che non raggiungono il 51%, non ha senso imporre a chi del premio di maggioranza non vuole usufruire, ma vuole mantenere una propria individualità, lo scotto dell'esclusione dalla rappresentanza parlamentare.

    Mi sembra a questo proposito assai pertinente l'osservazione di Giuseppe De Rita che proprio la scorsa settimana ha sottolineato come "non si sia in grado di far uscire la politica italiana e la sua classe dirigente dall'attuale stato di confusione se non si prende coscienza che siamo di fronte al tramonto di un ciclo di cultura e impostazione politica. Il declino del ciclo che ha privilegiato il decisionismo, la concentrazione e la verticalizzazione del potere sacrificando ogni meccanismo e sede di rappresentanza".

    D'altro canto è stato proprio il Presidente della Repubblica a ricordarci che non esiste in nessun altro paese una legislazione elettorale che preveda contemporaneamente premio di maggioranza e soglia di sbarramento.

    Detto questo sulla legge elettorale, desidero aggiungere una considerazione relativa al rapporto tra elettori ed eletti, riprendendo un'indicazione già data dal collega Nania.

    E' evidente a tutti il distacco tra elettori ed eletti che l'attuale normativa determina, prevedendo forme di designazione dei parlamentari da parte dei vertici dei partiti senza il correttivo delle preferenze. Non ripropongo il ritorno al sistema delle preferenze, ma ritengo che per superare l'attuale condizione sia necessaria una regolamentazione giuridica dei partiti che ne garantisca la democrazia interna e, come proponeva appunto Nania, un sistema di primarie vere, regolamentate per legge (non quelle dei gazebo) per la selezione dei candidati.

    Ma questo presuppone, Signor Presidente, che la Commissione parallelamente alla discussione sulla legge elettorale affronti anche i disegni di legge sull'attuazione dell'art. 49 della Costituzione che avevamo iniziato e poi inopinatamente abbandonato.

    Se le due cose non andranno avanti di pari passo, anche con sedute straordinarie della Commissione, non credo che saremo in grado di dare risposta ai problemi di un corretto assetto del nostro sistema istituzionale.

    tratto da http://www.pri.it

  9. #9
    guidulli
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    Il bipolarismo viziato/In Italia nascono coalizioni eterogenee incapaci di reale governabilità
    La legge elettorale non garantisce maturità politica

    Intervento in Commissione Affari Costituzionali del Senato, 24 luglio 2007.

    di Antonio Del Pennino

    Mi dispiace non unirmi al coro pressoché unanime dei colleghi che hanno esaltato il valore del bipolarismo e del sistema maggioritario come strumento per realizzare il bipolarismo. Si afferma che nella cosiddetta seconda Repubblica, quella che stiamo vivendo, si è realizzato l'obiettivo della alternanza come effetto della legge elettorale maggioritaria. Obiettivo che nella vituperata prima Repubblica non era stato possibile raggiungere per via del sistema proporzionale. Mi sembra una assoluta banalità.

    Se nella prima Repubblica non è stato possibile realizzare una piena democrazia dell'alternanza e siamo stati costretti ad un bipartitismo imperfetto, per usare l'espressione di Giorgio Galli, questo non è stato frutto della legge elettorale, ma della condizione internazionale, della divisione del mondo in due blocchi e dell' egemonia che un PCI legato all'URSS, aveva sulla sinistra italiana.

    E non è un caso che solo dopo l'89, la caduta del muro di Berlino, la fine della contrapposizione tra Est e Ovest, sia diventata realistica l'ipotesi di un alternanza perché, anche grazie alla trasformazione del PCI in PDS, si rendeva possibile un ruolo di governo della sinistra. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario non fu determinante. La valutazione quindi sul sistema elettorale non può rapportarsi al fatto che esso sia in grado o meno di realizzare una democrazia dell'alternanza, quanto piuttosto alla sua capacità di garantire sia una reale governabilità, sia una possibilità di espressione delle diverse realtà culturali e ideali presenti nel paese.

    Da questo punto di vista il nostro sistema elettorale ha realizzato un bipolarismo che, per dirla con il prof. Sartori, "non è immaturo né maturo, è semplicemente sbagliato". Perché è un bipolarismo viziato che costringe all'inseguimento del voto marginale, e quindi a coalizioni eterogenee che poi non sono in grado di assicurare una reale governabilità ma dànno vita a maggioranze contraddittorie, rissose, incapaci di una effettiva guida dei processi economici e sociali.

    Nei paesi europei in cui si è realizzato un reale sistema bipolare, questo è avvenuto indipendentemente dalla legge elettorale, perché storicamente sono cresciute forze politiche omogenee con vocazione maggioritaria che hanno saputo rendersi interpreti delle esigenze prevalenti nella società e dare ad esse una organica risposta.

    Ma questo è stato frutto di un processo culturale e politico che la legge elettorale ha accompagnato, non imposto. Le leggi elettorali condizionano, ma sono anche condizionate dai processi politici. Se si pensa che la legge elettorale di per sé possa condizionare processi politici che non sono ancora maturati, si commette un errore di prospettiva.

    Per questo giudico illusoria l'ipotesi referendaria perché essa costringerebbe, per vincere le elezioni, ad un'aggregazione forzata di soggetti non omogenei, tra i quali, all'indomani del voto, si riaprirebbe un conflitto che renderebbe difficile ogni azione di governo. Ma per gli stessi motivi, proprio perché non esistono in Italia, per usare l'espressione di Sartori, le condizioni di "un bipolarismo rigido", ma piuttosto vi è l'esigenza di un "bipolarismo flessibile" (e quanto Sarkozy sta realizzando in Francia dovrebbe insegnarci qualcosa) l'ipotesi che ci ha presentato il Presidente Bianco non mi convince.

    Credo piuttosto che per la realizzazione di un "bipolarismo flessibile" sia meglio una legge elettorale che riprenda il cosiddetto modello tedesco. E lo dico sapendo che questa soluzione inevitabilmente comporterebbe un'alta soglia di sbarramento che penalizzerebbe la forza politica che rappresento. Ma lo affermo perché guardo non a interessi di bottega, ma ad un'esigenza generale di governabilità del paese.

    Ma se contro queste mie considerazioni si formerà, come temo, una convergenza sull'ipotesi di una soluzione che preveda un premio di maggioranza per la coalizione vincente, allora è necessario adottare la soluzione proposta nel DDL del Sen. Cutrufo. Cioè una soluzione che, proprio perché prevede il premio di maggioranza non stabilisce alcuna forma ,neppure minima, di sbarramento. E questo non solo per consentire un diritto di tribuna alle diverse espressioni politiche e culturali presenti nel paese, ma anche perché, una volta garantita la cosiddetta governabilità col premio di maggioranza, assegnato anche alle coalizioni che non raggiungono il 51%, non ha senso imporre a chi del premio di maggioranza non vuole usufruire, ma vuole mantenere una propria individualità, lo scotto dell'esclusione dalla rappresentanza parlamentare.

    Mi sembra a questo proposito assai pertinente l'osservazione di Giuseppe De Rita che proprio la scorsa settimana ha sottolineato come "non si sia in grado di far uscire la politica italiana e la sua classe dirigente dall'attuale stato di confusione se non si prende coscienza che siamo di fronte al tramonto di un ciclo di cultura e impostazione politica. Il declino del ciclo che ha privilegiato il decisionismo, la concentrazione e la verticalizzazione del potere sacrificando ogni meccanismo e sede di rappresentanza".

    D'altro canto è stato proprio il Presidente della Repubblica a ricordarci che non esiste in nessun altro paese una legislazione elettorale che preveda contemporaneamente premio di maggioranza e soglia di sbarramento.

    Detto questo sulla legge elettorale, desidero aggiungere una considerazione relativa al rapporto tra elettori ed eletti, riprendendo un'indicazione già data dal collega Nania.

    E' evidente a tutti il distacco tra elettori ed eletti che l'attuale normativa determina, prevedendo forme di designazione dei parlamentari da parte dei vertici dei partiti senza il correttivo delle preferenze. Non ripropongo il ritorno al sistema delle preferenze, ma ritengo che per superare l'attuale condizione sia necessaria una regolamentazione giuridica dei partiti che ne garantisca la democrazia interna e, come proponeva appunto Nania, un sistema di primarie vere, regolamentate per legge (non quelle dei gazebo) per la selezione dei candidati.

    Ma questo presuppone, Signor Presidente, che la Commissione parallelamente alla discussione sulla legge elettorale affronti anche i disegni di legge sull'attuazione dell'art. 49 della Costituzione che avevamo iniziato e poi inopinatamente abbandonato.

    Se le due cose non andranno avanti di pari passo, anche con sedute straordinarie della Commissione, non credo che saremo in grado di dare risposta ai problemi di un corretto assetto del nostro sistema istituzionale.

    tratto da http://www.pri.it
    Il problema della governabilità non c'entra niente con la legge elettorale: il punto qui è di aumentare MOLTO i poteri del Premier, dove oggi è un semplice mediatore domani dovrà DETERMINARE la linea di governo e se qualcuno lo vuole buttare giù allora si torna alle urne.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da guidulli Visualizza Messaggio
    Il problema della governabilità non c'entra niente con la legge elettorale: il punto qui è di aumentare MOLTO i poteri del Premier, dove oggi è un semplice mediatore domani dovrà DETERMINARE la linea di governo e se qualcuno lo vuole buttare giù allora si torna alle urne.
    L'uomo forte al potere lo si e' gia' visto oltre 60 anni fa' ... ed e' finito a testa in giu' ...

 

 
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