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DI ANDY WORTHINGTON
Counterpunch
Adel al-Hakeemy spiegava ai suoi avvocati: “Mi trovavo a Camp Delta quando gli italiani sono arrivati. Ho detto loro che venivamo maltrattati. Uno di loro concordava con tutto quello che dicevo sul trattamento riservatomi, e disse che sapeva quello che stava accadendo qui.”
Reprieve, l’organizzazione benefica di assistenza legale con sede a Londra che rappresenta 35 dei 273 prigionieri tuttora a Guantanamo, ha appena pubblicato un resoconto, The Forgotten Italian Residents in Guantanamo Bay, nel tentativo di trovare una soluzione alla grave situazione di sei dei suoi assistiti. I sei uomini sono residenti italiani per i quali, ad eccezione di uno, è stato stabilito il rilascio da Guantanamo dopo molteplici controlli militari, ma che non possono essere rimandati in Tunisia, il loro paese d’origine, perché le convenzioni internazionali impediscono il rimpatrio in quei paesi in cui sussiste il rischio di tortura.
Le storie dei sei uomini rappresentati da Reprieve sono un tipico esempio dei sistemi di cattura random e della mancanza di controlli efficienti che hanno quindi totalmente indebolito le affermazioni dell’amministrazione americana sul fatto che la prigione ospitasse ‘‘il peggio del peggio.’’ Adel al-Hakeemy per esempio, si era recato in Pakistan per sposarsi, e viveva a Jalalabad, in Afghanistan, vicino alla famiglia della moglie, quando l’invasione condotta dagli Stati Uniti ebbe inizio nell’Ottobre del 2001.
Lungi dall’essere un militante, era di fatto un cuoco e aveva vissuto in Italia per otto anni, lavorando come aiuto cuoco in diversi hotel a Bologna. “Ho vissuto con gli italiani nelle loro case,” ha detto a Cori Crider di Reprieve, in visita a Guantanamo il mese scorso. “Ho familiarità con la loro cultura. Gli italiani lavoravano al mio fianco, mi rispettavano, mi trattavano come un fratello.” Hedi Hamamy, trasferitosi in Italia nel 1987, ha anche lui lavorato a Bologna come facchino, e in seguito in un ristorante. Come Adel al-Hakeemy, anche lui si è sposato in Afghanistan, ed è stato catturato dalla faziosa polizia pakistana, lontano dai campi di battaglia afgani.
Il terzo assistito di Reprieve, il tunisino Lotfi bin Ali (noto alle autorità statunitensi come Mohammed Abdul Rahman) ha un pacemaker ed è in pessime condizioni di salute. Dichiarato libero nel 2006, ha spiegato al suo review board a Guantanamo: “Ho raccontato la mia storia cinquecento volte. Ero andato in Pakistan per le medicine. Ero malato e volevo guarire, così sono andato in Pakistan.” Vi si era recato anche, dice, “per sposarmi e riposarmi e uscire dalla situazione in cui mi trovavo.”
Gli ultimi tre uomini, Saleh Sassi, Adel Ben Mabrouk e Hisham Sliti, sono andati in Afghanistan, ma nessuno di loro senz’altro per alzare un dito contro le forze statunitensi. Sassi (noto alle autorità come Sayf bin Abdallah) ha vissuto in Italia dal 1998 al 2001, e ha famiglia a Torino. Convinto a quanto sembra a visitare l’Afghanistan durante una vacanza dal lavoro, rimase gravemente ferito quando spararono contro il mezzo su cui stava viaggiando. Ricoverato in ospedale, prima a Kabul e poi a Khost, venne trasportato al confine pakistano, dove fu catturato dalle autorità pakistane. Ben Mabrouk, che ha vissuto in Italia dal 1999 al 2001, lavorando presso dei ristoranti a Napoli e a Roma, e come barbiere a Milano, decise di andare in Afghanistan perché, come spiegò nel suo processo a Guantanamo, aveva sentito dire che i talebani “accoglievano tutti i musulmani.”
Hisham Sliti, che è arrivato in Italia nel 1995, e ha trascorso il tempo lavorando sui pescherecci, sperava di liberarsi dalla dipendenza dall’eroina in cui era caduto in Italia. “Se fossi andato in Afghanistan mi sarei allontanato molto da quei luoghi dove potevo procurarmi la droga,” ha spiegato nel 2007. “Sarebbe stata un’opportunità per ricominciare, per ripulirmi. Pensavo che avrei potuto studiare la mia religione, e speravo che sarei riuscito a sposarmi e a trovare la tranquillità. Non sono assolutamente andato in Afghanistan per combattere per i talebani o per chiunque altro.” Come sottolineato da Reprieve, Sliti rimase particolarmente deluso dalla vita in Afghanistan. “Odiavo la vita sotto il regime talebano, “ ha spiegato, lamentandosi che, come descritto nel rapporto, “trovava la cultura oppressiva come il caldo: non poteva incontrare donne, fumare sigarette, e non essendo sposato, non avrebbe potuto nemmeno affittare una casa.”
Ad eccezione di Hisham Sliti che, come fa notare Reprieve, “non è un estremista, ma è rimasto semplicemente vittima della sua stessa schiettezza nel criticare i maltrattamenti ai detenuti di Guantanamo” (col risultato di essere stato trattato brutalmente), di tutti questi uomini è stato autorizzato il rilascio, che sembra vicino così come la possibilità che l’amministrazione americana post -11 settembre, notoriamente non propensa a chiedere scusa, ammetta di aver commesso degli errori nella sua enormemente malinformata caccia a “sospetti terroristi” nel corso degli ultimi sei anni e mezzo.
Le storie dei residenti italiani sono parte di un annoso e apparentemente insormontabile problema affrontato dalle autorità a Guantanamo: come trovare una casa ai prigionieri scagionati che non possono essere rimpatriati? La necessità di trovare oasi sicure per questi uomini è di enorme significato. Nonostante siano stati scagionati dall’accusa di essere una minaccia per gli Stati Uniti o i suoi alleati (compresa l’Italia), sono tutti vittime di verdetti emessi in absentia nei tribunali tunisini del dittatore Zine El Abidine Ben Ali, prodotti soltanto dopo che altri prigionieri in Tunisia erano stati torturati per fornire false accuse contro di loro.
Se rimpatriassero, questi uomini subirebbero dei processi farsa, come quelli che si sono tradotti in condanne al carcere, rispettivamente per tre e sette anni, per altri due tunisini, Lotfi Lagha e Abdullah bin Omar, fatti rientrare da Guantanamo a giugno dello scorso anno. Ciò che rese i verdetti ancora più scioccanti fu il fatto che il governo statunitense avesse firmato un “memorandum of understanding” con la Tunisia che aveva l’intento di garantire che gli uomini ricevessero un “trattamento umano.” L’inutilità dell’accordo venne fuori lo scorso ottobre, quando il giudice Gladys Kessler del tribunale federale di prima istanza per il District of Columbia, deliberò che: “Lotfi bin Ali non può essere rimandato in Tunisia perché potrebbe subire ‘danni irreparabili’ che i tribunali americani non avrebbero il potere di impedire.”
Secondo le stime degli avvocati, almeno 70 dei restanti prigionieri, provenienti da paesi che violano i diritti umani, fra cui Cina, Uzbekistan, Libia e Algeria, così come la Tunisia, sono in questa grave situazione, ma nonostante il Pentagono si sia attivato per la situazione di 23 di questi uomini, e lo ha fatto per diversi anni, non ha ottenuto alcun risultato. Ad eccezione dell’Albania, che nel 2006 si convinse ad accogliere cinque innocenti cinesi di etnia Uyghur, un religioso egiziano, un insegnante algerino e un rifugiato russo, nessun altro paese si è fatto avanti per aiutare l’amministrazione americana a ripulire il suo stesso casino offrendo asilo a cittadini stranieri catturati per errore e detenuti per anni a Guantanamo.
Tuttavia, i residenti italiani dovrebbero essere un caso a parte. Nonostante le proposte dell’UE di dare asilo politico ad alcuni dei prigionieri liberati procedano a passo di lumaca, tre paesi si sono già mossi con successo in favore dei loro residenti. Questo è di per sé un grande passo avanti, dato che inizialmente non vi era alcun desiderio di occuparsi del dilemma dei residenti europei a Guantanamo dopo il rimpatrio, avvenuto tra il 2004 e il 2005, di 21 uomini, residenti in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Danimarca, Svezia e Spagna.
Il primo rimpatriato, Lahcen Ikassrien, non fu accolto per benevolenza. Residente in Spagna, di origini marocchine, venne estradato da Guantanamo nel luglio 2005 per affrontare il processo relativo alle accuse che lo avevano collegato allo spagnolo di origini siriane Imad Yarkas, che stava scontando 12 anni di prigione per appartenenza ad al-Qaeda, ma al suo rientro, quando finalmente approdò in un’aula, invece che nelle celle prive di legalità di Guantanamo, le accuse contro di lui crollarono. Quando finalmente venne liberato nell’ottobre 2006, la Associated Press riferì le conclusioni della corte: “Non è stato provato che l’accusato, Lahcen Ikassrien, facesse parte di un’organizzazione terroristica di fondamentalisti islamici, e più precisamente, della rete di al-Qaeda creata da Bin Laden.”
Gli altri residenti, Murat Kurnaz proveniente dalla Germania (rilasciato nell’agosto 2005), Bisher al-Rawi dall’Inghilterra (rilasciato nel marzo 2007), e Jamil El-Banna, Omar Deghayes e Abdulnour Sameur, sempre dal Regno Unito (rilasciati nel dicembre 2007), sono i casi più rappresentativi di come i residenti europei assolti a Guantanamo possano essere rimpatriati con sicurezza senza costituire una minaccia per i loro paesi d’adozione. Il problema di Murat Kurnaz stava nel fatto che, pur essendo nato in Germania, i suoi genitori erano dei guest workers turchi, e quindi non gli era stata data la cittadinanza. Anche se il suo caso è stato vergognosamente ignorato dal governo tedesco per molti anni (nonostante fosse evidente sin dal momento della cattura che non era un terrorista), il suo rientro è stato negoziato quando Angela Merkel è diventata Cancelliere. Da allora ha scritto un libro, Five Years of My Life, e viaggia molto per promuoverlo.
Per i residenti britannici ci sono volute le minacce di un’azione legale per spingere il governo ad agire, in particolare per i casi di Bisher al-Rawi e Jamil El-Banna, che erano stati catturati durante un viaggio di lavoro in Gambia dopo che i servizi di intelligence britannici avevano fornito informazioni palesemente false ai loro equivalenti americani, ma anche loro, come Murat Kurnaz, sono stati liberati una volta appurato che non costituivano alcuna minaccia per lo stato britannico.
Resta da vedere se il governo italiano farà lo stesso per i suoi residenti dimenticati, ma come fa notare Reprieve nel rapporto, il fatto che chi si è recato a Guantanamo dall’Italia per gli interrogatori, nel 2002 e nel 2003, abbia condiviso le informazioni con le autorità statunitensi, rende il governo italiano complice dei maltrattamenti inflitti a questi uomini a Guantanamo, e rafforza il suo “dovere morale” di agire nel loro interesse. In uno dei passaggi più significativi del rapporto, Adel al-Hakeemy spiegava ai suoi avvocati: “Mi trovavo a Camp Delta quando gli italiani sono arrivati. Ho detto loro che venivamo maltrattati. Uno di loro concordava con tutto quello che dicevo sul trattamento riservatomi, e disse che sapeva quello che stava accadendo qui.”
Con Berlusconi al potere, e il razzismo tristemente alla ribalta, il rientro di questi uomini in Italia sembrerebbe improbabile, ma è stato incoraggiante che, dopo la diffusione del resoconto di Reprieve e la pubblicazione sullo stimato giornale La Repubblica di un articolo su queste persone, scritto da Carlo Bonini, 41 senatori italiani abbiano chiesto un’indagine sul ruolo dell’Italia negli interrogatori agli uomini, il che indica che vi è quantomeno una certa volontà politica di trattare la grave situazione dei residenti italiani dimenticati a Guantanamo.
I senatori, da parte loro, hanno puntualizzato che il ruolo dei servizi segreti italiani “sarebbe una seria violazione della Convenzione contro la tortura e la Convenzione europea sui diritti umani,” e hanno aggiunto di essere costernati che “tra il 2002 e il 2003, abbiano avuto luogo delle ‘carcerazioni fuori dalla norma’ a discapito di sei cittadini tunisini che vivevano legalmente in Italia da anni.” Hanno inoltre preso atto di un altro segnale del coinvolgimento del governo italiano in azioni fortemente dubbie da parte degli Stati Uniti, sottolineando che, come risulta anche dal rapporto, gli uomini sono stati tradotti a Guantanamo “su voli che attraversavano lo spazio aereo italiano, con la complicità, o per lo meno il tacito consenso, delle autorità italiane.





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