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    Predefinito Macché costituente, facciamo un parlamento dei lavoratori

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    COMUNISTI Domani a Roma il Meeting del Pcl di Ferrando. «Noi mai compromessi, ora la sinistra rompa con il Pd»
    Macché costituente, facciamo un parlamento dei lavoratori

    Daniela Preziosi

    ROMA

    A una costituente di sinistra, a un nuovo centrosinistra, a un unitario partiti comunisti Marco Ferrando non pensa affatto. Non solo perché non ha ricevuto l'invito a farlo da chi invece a queste cose pensa sul serio. Ma perché tira dritto nella costruzione del suo partito comunista dei lavoratori, «trozkista senza feticismi, l'unico della sinistra che non si è compromesso, né tutto né in parte, con il centrosinistra e il suo disastro», dice. Nel disastro generale, il risultato del suo Pcl non l'ha scoraggiato, anzi. Se 210mila voti sembrano pochi, Ferrando valuta che il partito è giovane e al suo debutto nazionale, affrontato a forza di braccia, senza parlamentari, con conseguenza di scarsa economia e visibilità. Non perde la misura, e quindi fatte le proporzioni è persino contento della performance elettorale: «Abbiamo superato l'1 per cento dove la cultura operaia si combina con la tradizione comunista, Genova, Livorno, Torino, Brescia. O zone di fabbriche come Pomezia e certi quartieri di Napoli».
    Ma non è moneta che il Pcl spenderà per ottenere uno strapuntino nella costruzione di un luogo comune della sinistra. La proposta unitaria di Ferrando - non rivolta alle superstiti nomenklature antagoniste, che infatti allo stato sono indifferenti, ma alla cosiddetta base - è quella di «un parlamento dei lavoratori, a base operaia e popolare». L'idea, «ispirata al Gramsci dell'Antiparlamento», spiega, e alla tradizione del consigli di fabbrica, sarà lanciata domani al meeting nazionale del Pcl, a Roma (centro congressi Frentani ore 15). Si tratta «di un contropotere istituzionale, un luogo di confronto e organizzazione tra le diverse proposte presenti oggi nel movimento operaio», per sottrarsi al destino di eterna subalternità, ultimamente e ulteriormente verificato a piazza Navona martedì scorso, dove la sinistra presente - fra la quale anche il Pcl - era ridotta sotto l'egemonia dipietrista, «persino reazionaria in certi aspetti». Un destino a cui non non si sottrae, secondo Ferrando, né l'ipotesi di costituente di sinistra, «pateracchio» che piace agli ex dell'arcobaleno, né quella della costituente dei comunisti, «che nasce in un Pdci da sempre alfiere delle logiche del centrosinistra». Logiche da spezzare, cogliendo l'occasione dell'eccezionalità di una sinistra radicale - ma non abbastanza, nell'ottica del Pcl - espulsa dal parlamento e alle prese con la propria disfatta strategica. Come? «Abbandonando l'innamoramento per quello che Lenin chiamava cretinismo parlamentare. Separando per sempre il proprio destino da quello del Pd, il partito delle banche e delle grandi imprese». Sul coté sindacale, aprire la battaglia «per la vertenza generale», con una «grande assemblea di delegati» da «tutti i settori classisti e dell'opposizione antiburocratica nel sindacato», da tenersi nel prossimo autunno. C'è del settarismo nell'idea? Macché: «Contro gli omicidi bianchi, per tutte le legittime rivendicazioni dei lavoratori, è l'unica strada per uscire dalla logica ristretta di ogni organizzazione».

    ilmanifesto.it 11/07/2008

    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
    Salude e libertade, non b'ada
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    sarebbe anche ora!!!!!!!!!!!!!!!

  3. #3
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    Il Pcl continua ad essere l'unico partito di estrema sinistra identitaria che propone cose intelligenti...

  4. #4
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    Ricevo ed inoltro

    Invito a far circolare il testo di Francesco Ricci dedicato alla proposta di M. Ferrando sull'ipotesi di "Antiparlamento". Ricordo che Ferrando fece una proposta pubblica (sottolineo pubblica) su il Manifesto, che Massari (cioè io) prese sul serio rivolgendogli un testo intitolato "Due domande a Ferrando ecc.". Lo stesso fece Michele Basso di Savona. Ma Ferrando ha scelto di non rispondere né all'uno né all'altro, dimostrando in tal modo di essere il primo a non credere seriamente alla propria proposta. In realtà, si potrebbe andare al di là del fatto specifico e dire che Ferrando non se la sente di sostenere una polemica pubblica, ordinata e ragionata, visto che entrambi i testi di Basso e di Massari sollevavano una serie di problematiche oggi essenziali per una discussione sulla prospettiva della rivoluzione. Il metodo di non rispondere alle critiche politiche, comunque, è inciso profondamente nel Dna della ex estrema sinistra italiana e Ferrando non ha mai rappresentato un'eccezione.
    Giunge ora un terzo intervento nella discussione. Chissà se questa volta verrà rotto il silenzio. Ma anche se ciò non avverrà, la discussione sul tema potrà proseguire, vista l'importanza della questione della rappresentanza (antagonistica o collaborazionistica che sia) all'interno di una prospettiva unificatrice del fronte delle lotte sociali.
    Ricordo infine, per chi l'avesse dimenticato, che una delle mie domande era tutt'altro che irrilevante, in quanto chiedeva a Ferrando se la prospettiva dell'antiparlamento fosse compatibile con il fatto che il Pcl ha dichiarato di volersi presentare a tutte le prossime scadenze elettorali del "vecchio" Parlamento. Capisco la difficoltà di rispondere a una simile domanda, ma non si può nemmeno consentire che la questione resti nel vago, in una fase, per giunta, che vede in netta crescita il numero di coloro che esprimono un rifiuto radicale del "vecchio" Parlamento tramite l'astensione, come è accaduto nelle ultime elezioni.
    (r.m.)
    ______________________________________________

    Tratto da www.alternativacomunista.org
    domenica 13 luglio 2008
    QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL'ANTIPARLAMENTO
    La proposta di Ferrando (Pcl) tra riferimenti storici sbagliati e inconsistenza politica


    di Francesco Ricci




    Sul manifesto e in una assemblea convocata a metà luglio, Marco Ferrando, leader del Pcl, ha avanzato la proposta di costituire un "antiparlamento". Si tratterebbe, stando alla altisonante presentazione del proponente, di "un parlamento delle sinistre, a base operaia e popolare, da contrapporre al governo Berlusconi e al suo parlamento addomesticato".
    IL RAFFRONTO STORICO CON GRAMSCI E' ZEPPO DI ERRORI
    Prima di vedere se questa proposta ha una qualche consistenza politica, sarà utile dare uno sguardo ai riferimenti storici di cui Ferrando fa largo uso.
    Il primo riferimento storico che Ferrando esibisce ai giornalisti, a supporto della sua proposta di Antiparlamento, è il Gramsci e il Pci dei primi anni Venti.
    E' utile allora ricordare che Gramsci avanzò la proposta dell'Antiparlamento durante la "crisi Matteotti" (rapimento e uccisione del parlamentare socialista da parte dei fascisti). Nel giugno del '24 tutti i partiti di opposizione lasciarono l'aula parlamentare, in cui spadroneggiavano i fascisti, e iniziarono a riunirsi separatamente. I partiti borghesi (popolari, liberali, ecc.) attendevano passivamente -con quella che fu detta "opposizione morale" al fascismo- che il re ripristinasse una situazione di legalità. I partiti riformisti (Psi e Psu) si accodavano ai liberali (seppure su posizioni mille miglia più a sinistra della socialdemocrazia attuale). Il Pcd'I partecipò per brevissimo tempo all'Aventino pur denunciandone da subito i limiti intrinseci e in particolare l'accodamento dei riformisti alla "opposizione" della borghesia liberale. Dall'ottobre '24, di fronte all'inasprirsi degli attacchi squadristici ma anche sopravalutando una fase di crisi del fascismo, il Pcd'I avanzò la proposta che le opposizioni lasciassero l'attendismo dell'Aventino e costituissero "il vero parlamento delle opposizioni. Parlamento del popolo in contrasto con il parlamento fascista" (L'Unità, 21 ottobre '24). Le opposizioni -sia quelle liberali che quelle socialiste- respinsero la proposta e il Pcd'i rientrò in parlamento per usarlo come tribuna di denuncia del fascismo. La proposta di Antiparlamento venne poi rilanciata a metà del '25, quando era ormai sotto gli occhi di tutti il fallimento dell'Aventino.
    La proposta era rivolta - nella prima formulazione- a tutte le opposizioni aventiniane, anche se era accompagnata da una piattaforma di classe (che arrivava fino ad avanzare lo slogan della "formazione di milizie per disarmare i fascisti") e da un costante richiamo alla necessità di un "fronte unico di classe" che escludeva, nei fatti, una alleanza con la borghesia "antifascista". Alcuni di questi elementi contraddittori furono superati nella nuova formulazione del 1925. In questo caso, infatti, ci si rivolse più esplicitamente alla sola sinistra aventiniana (Psi e Psu).
    Questo era l'Antiparlamento di Gramsci, a cui Ferrando pretende di riferirsi. Si potrebbe discutere, in sede di dibattito storico, della correttezza di quella posizione. Noi pensiamo, ad esempio, che le critiche ad essa avanzate da Amadeo Bordiga fossero giuste (anche se talvolta sulla base di argomenti non corretti: tendeva infatti a sottovalutare le differenze tra democrazia parlamentare e fascismo, vedendo soltanto la comune matrice di classe; e respingeva la tattica di fronte unico con le organizzazioni riformiste). Ma, a parte questo, anche solo dalla scarna ricostruzione che abbiamo tratteggiato, dovrebbe risultare evidente che il contesto in cui si muoveva Gramsci non ha nessun rapporto con quello odierno. Certo ogni raffronto storico non si basa su identità ma su similitudini (viceversa non sarebbe possibile utilizzare la storia come prezioso strumento di orientamento, visto che nulla si ripete in forma identica): c'è un punto però oltre il quale l'analogia perde ogni significato e crea solo confusione. Come in questo caso. Nelle elezioni dell'aprile 1924 i comizi della sinistra venivano regolarmente interrotti dalle squadre fasciste a colpi di bastone e le sedi del movimento operaio assaltate. In altre parole, gli spazi (sempre limitati per il movimento operaio) della democrazia borghese stavano per essere completamente chiusi (poco dopo sarebbero iniziati gli arresti, tra cui quello di Gramsci). Cosa c'entra tutto questo con le elezioni dell'aprile 2008, dove abbiamo avuto il passaggio di testimone tra due schieramenti liberali nel quadro di un sistema di alternanza? A quanto ne sappiamo, i comizi di Ferrando sono andati deserti per l'assenza di un pubblico, non per l'assalto di squadre mussoliniane. Col che non si vuole dire che il fascismo sia un fenomeno irripetibile: anzi, solo quando avrà chiuso i conti col capitalismo il movimento operaio si sarà liberato una volta per tutte dalla peste bruna. Ma la categoria di "fascismo" (salvo che lo si intenda come un insulto) non c'entra nulla col nuovo governo Berlusconi. Non siamo in presenza di un attacco sistematico e su larga scala alle organizzazioni operaie e alle loro sedi, non siamo alla vigilia di uno scioglimento con la forza dei partiti della sinistra (in qualche caso, al più, siamo di fronte all'autoscioglimento); e la stessa democrazia parlamentare, sempre più corrotta, non pare essere messa in discussione a favore di un regime di dittatura aperta.
    E ancora: il Pcd'i di Gramsci avanzava (almeno nella seconda fase) la proposta di riunire i propri eletti in parlamento (una ventina) insieme con quelli degli altri partiti della sinistra (che si richiamavano tutti, seppure in forma distorta, a una prospettiva rivoluzionaria). Era un partito con un radicamento operaio e ventimila iscritti. Il Pcl di Ferrando non ha eletti (perché ha preso lo 0,5% alle elezioni), non si capisce a quali partiti della sinistra si rivolga (né risulta che qualcuno gli abbia risposto, neppure con una smorfia), è un partito che conta, al più, qualche centinaio di tesserati.
    Insomma, mancano anche elementi minimi per istituire una qualsivoglia forma di raffronto con l'esperienza storica imprudentemente citata.




    SERVE UNA PROPOSTA DI CARATTERE GIORNALISTICO CONTRO BERLUSCONI?
    Più appropriato è invece il secondo parallelo che fa Ferrando: quello con il "parlamento padano" della Lega Nord di Bossi. Si tratta di un raffronto che a noi sembra -a dire il vero- offensivo, ma visto che è Ferrando a ripetere da settimane di voler imitare -pur rovesciandone il segno- le sparate di Bossi, non possiamo esimerci dal notare, in questo caso più che con Gramsci, che qui le somiglianze ci sono. Esattamente come nel caso del "parlamento padano", con annessi "riti padani", elmi, spade e gonnellini celtici, ampolle di acqua del Po, si tratta infatti solo di una rappresentazione teatrale a uso giornalistico. L'unica ma non trascurabile differenza è che la Lega di Bossi ha, purtroppo, un consenso di massa e celebra i suoi riti nei palazzetti dello sport; il Pcl deve accontentarsi di qualche più intima saletta.
    A fronte della socialdemocrazia che sta andando in mille pezzi (basti vedere il congresso di Rifondazione, con le due ali della burocrazia dirigente che si combattono a colpi di pacchi di tessere) e di una assenza di mobilitazione di classe in risposta agli attacchi del governo, ben altre sono allora le esigenze dei lavoratori. Bisogna, da un lato, ripartire dalla paziente costruzione di una mobilitazione a difesa dei salari e delle condizioni di lavoro, contro le politiche di guerra dell'imperialismo, costruendo in un percorso di lotte uno sciopero generale contro il governo. Dall'altro lato, parallelamente, bisogna rilanciare il percorso di una costituente dei comunisti rivoluzionari -come quello avviato in queste settimane da lavoratori in carne ed ossa, a cui anche il Pdac ha aderito- che abbia come punto di partenza l'indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai suoi governi ("Mai più al governo con i padroni!").
    La proposta di Ferrando non serve a nulla di tutto questo. Non si capisce a chi sia indirizzata (chi dovrebbe riunire questo Antiparlamento?). Non è in grado di mobilitare nessuno (provate ad andare davanti a una fabbrica a spiegare che bisogna costruire l'Antiparlamento). Non serve nemmeno per tradurre in termini comunisti il disgusto diffuso che sta producendo la crescente corruzione della democrazia delle casseforti (al contrario, Ferrando strizza l'occhio all'"antipolitica" dei vari Stella o alla demagogia "antipartito" dei Grillo, Travaglio e Di Pietro).
    In definitiva bisogna riconoscere che tutta la proposta dell'Antiparlamento è solo una astrazione intellettuale -e per di più di "intellettuali" che, pur sfoggiando dotte citazioni, hanno scarsa dimestichezza con la teoria e la storia del movimento operaio.




    TROTSKY SOTTO L'OMBRELLONE (SUGGERIMENTI PER LE LETTURE ESTIVE)
    Ovviamente ognuno è padrone di fare le proposte che vuole. L'unica cosa che converrebbe evitare è associare le proprie bislacche trovate con importanti stagioni della storia del movimento operaio. Non ci riferiamo qui solo al grottesco parallelo con la proposta avanzata da Gramsci sotto il fascismo. Parliamo anche di Trotsky. Nell'intervista al manifesto (11 luglio), Ferrando, che aveva rimosso per tutta la campagna elettorale ogni riferimento al trotskismo (nella vana speranza di raccogliere un po' di voti di nostalgici del Pci), si riscopre "trotskista". Anche in questo caso, ahinoi, non è una cosa seria.
    Primo, non è una cosa seria perché il trotskismo è un programma marxista su cui costruire un partito di militanti e una internazionale rivoluzionaria. Il Pcl ha presentato alle elezioni un pasticcio riformista su cui sta costruendo un partito di tesserati (secondo lo stesso modello di Vendola, anche se su scala infinitamente minore) che non è parte di nessuna organizzazione internazionale -a meno di non voler considerare tale quel Crqi diretto dall'argentino Altamira che negli ultimi mesi si è dedicato a bersagliare pubblicamente il Pcl ripetendo che i suoi dirigenti non hanno capito nulla del marxismo (cosa su cui, in tutta onestà, è difficile dargli torto).
    Secondo, non è una cosa seria perché citare Trotsky a proposito dell'Antiparlamento significa dimostrare di conoscerlo solo per sentito dire. Fu infatti proprio Trotsky (all'insaputa di Ferrando) il più severo critico di quella proposta gramsciana -che pure aveva ben altra dignità da quella ferrandiana. Fu Trotsky a spiegare che la proposta dell'Antiparlamento faceva confusione tra rivendicazioni democratiche e rivendicazioni di tipo socialista: mischiava cioè il concetto di una assemblea repubblicana, di tipo parlamentare, e dunque nel quadro del capitalismo, con i "comitati di operai e contadini", di tipo sovietico (consiliare) che avrebbero dovuto reggerla, per di più in una situazione in cui di questi comitati non c'era più traccia in Italia (essendo il "bienno rosso" passato da un pezzo e fallito a causa del tradimento riformista e dell'assenza di un partito comunista).
    Il bolscevismo, ricorda Trotsky, aveva insegnato a utilizzare, quando necessario, lo slogan di Assemblee (repubblicane, costituenti, ecc.) come strumento possibile (anche se non inevitabile) di rivendicazione e mobilitazione di massa in determinate fasi: ma sempre tenendo il concetto ben distinto dagli organismi di lotta (in prospettiva di tipo sovietico) dei lavoratori.
    Due sono i testi dove Trosky critica l'Antiparlamento. In una lettera del 14 maggio 1930 a Pietro Tresso (si trova in italiano negli Scritti sull'Italia editi da Massari [curati da Antonella Marazzi (n.d.r.)]) scrive: "(...) ho criticato a suo tempo la formula 'Assemblea repubblicana sulla base dei Comitati operai e contadini' formula lanciata a suo tempo dal Pcd'I." [cioè l'Antiparlamento di Gramsci, ndr]." E prosegue spiegando che l'Assemblea è un organismo dello Stato borghese; i "comitati" a cui si allude sono invece un equivalente dei Soviet ("in quanto organismi di classe delle masse operaie e contadine -sia che voi li chiamiate Soviet o Comitati- costituiscono sempre delle organizzazioni di lotta contro lo Stato borghese (...).". Metterli insieme porta a un gran pasticcio. Quella formula, afferma, "mi pare una variante di una tendenza piccolo-borghese" e si presta a "pericolosi equivoci". Trotsky spiega che i comunisti lottano anche per le rivendicazioni democratiche: ma lo fanno da rivoluzionari, battendosi "senza tregua contro tutte le forme di ciarlatanismo democratico". Conclude: "mi sono opposto e mi oppongo ancora alla formula della "Assemblea nazionale sulla base dei comitati operai e contadini'" perché "questa formula (...) può nuocerci moltissimo nella nostra lotta contro la socialdemocrazia."
    Non è un passaggio in un testo di secondaria importanza: la lettera che abbiamo citato segna, nei fatti, l'avvio della costruzione del trotskismo in Italia. Possibile che il "trotskista" Ferrando non ne abbia mai sentito parlare? Ma c'è un altro testo, non meno importante, La Terza Internazionale dopo Lenin, dove Trotsky definisce tutta la proposta dell'Antiparlamento "uno slogan mostruoso".
    "Una variante di una tendenza piccolo-borghese", "pericolosi equivoci", "ciarlatanismo democratico", "slogan mostruoso". Questo è il giudizio di Trotsky sulla proposta di Ferrando. E si tenga conto che, per sua fortuna, Trotsky nemmeno ha letto l'intervista al manifesto o gli articoli con cui Ferrando definisce ripetutamente il suo pasticciaccio immaginario (l'Antiparlamento) come un "contropotere istituzionale" (sic).


    Non sappiamo fino a quando durerà il rinnovato afflato "trotskista" di Ferrando, né ci pare sia condiviso dalle Sezioni del Pcl che, a giudicare da un rapido giro sui siti web, preferiscono ispirarsi a Castro, Chavez, Grillo e Travaglio. Abbiamo l'impressione che Ferrando cerchi di creare, tardivamente, un argine "identitario" contro l'attrazione irresistibile che la "costituente dei comunisti" di Diliberto e Rizzo sta esercitando sugli iscritti in fuga dal Pcl. Ma laddove questo revival "trotskista" durasse perlomeno qualche settimana, suggeriamo a Ferrando e a Grisolia di portarsi sotto l'ombrellone qualche libro di Trotsky. Almeno i fondamentali (e possibilmente non fermandosi alle quarte di copertina).

 

 

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