Bersani: «Rissa mai vista. Rischiamo una fase d'instabilità»di Rinaldo Gianola
Quello che abbiamo visto è sconcertante, anche sconveniente per il nostro paese. La rissa avvenuta nel pdl sarebbe impossibile in qualsiasi altro partito europeo. Non avendo l’abitudine e la possibilità di fare delle discussioni vere, Berlusconi offre al suo partito solo l’alternativa tra il silenzio e lo scontro». Pierluigi Bersani, segretario del pd, è fortemente preoccupato per le conseguenze che la spaccatura interna alla maggioranza, tra Berlusconi e Fini, potrà avere sulle istituzioni, sul paese già paralizzato dall’inerzia del governo e colpito dai tragici effetti della crisi economica e sociale.
Onorevole Bersani, ha visto che spettacolo? «È stata una rissa, un fatto incredibile. E pur in questo clima di rissa sono emerse differenze profondissime perché i temi sollevati da Fini non sono noccioline, riguardano i valori fondamentali della democrazia, l’unità della nazione, le riforme istituzionali. Sono questioni decisive per il paese. Il fatto che il centrodestra non riesca a trovare convergenze su queste questioni apre la strada a una nuova lunga fase di paralisi dell’azione di governo, proprio in un momento in cui tutti gli italiani avrebbero bisogno di una guida sicura e riformatrice. La destra continua a deludere: negli ultimi dieci anni ben otto sono stati governati da Berlusconi e l’Italia non ha visto alcuna riforma, né economica né istituzionale. E continuerà a non vederle».
Nel dibattito del pdl è emersa la concezione proprietaria di Berlusconi verso il partito e le istituzioni: se Fini non è d’accordo deve dimettersi dalla presidenza della Camera.
«Berlusconi è assolutamente sincero quando dice queste cose, è convinto di aver ragione. È impressionato dall’eventualità che si possa fare una discussione vera, democratica nel suo partito. Il confronto trasparente, leale, rispettoso delle posizioni a lui fa l’effetto di un cane in chiesa. Ha una concezione aziendale della democrazia e della politica, il suo impegno è finalizzato solo a far funzionare il meccanismo padronal-plebiscitario che alla fine non funziona. Fa politica non per scegliere e decidere, ma per accumulare consenso, opera con l’orecchio al sondaggio quotidiano, a lui il paese che declina non interessa, il suo interesse è perpetuare il potere. Questo è il vero dramma italiano: il rapporto tra società e democrazia viene sotanzialmente interrotto da una forma di accumulazione del consenso che non prevede decisioni, ma solo di tirare a campare, di fare surf da una promessa all’altra»
Come finisce questa battaglia? «Non so come l’aggiusteranno, ma non la risolveranno perché sui temi di fondo c’è un’incrinatura radicale. Magari ci mettono una pezza diplomatica, ma non sarà una soluzione definitiva. Spingerà il paese verso l’instabilità e l’impotenza».
Perché questa tensione è esplosa dopo il voto regionale? «Non è un caso. L’ho sempre detto: attenti alle analisi del voto. Per noi ci sono stati elementi di delusione ma non significa che è stata una vittoria della destra e di Berlusconi. Per la prima volta il pdl ha subito un forte arretramento, ha perso tanti voti, c’è stata una modificazione strutturale del rapporto tra Lega e pdl. C’è stata la novità del distacco dell’elettorato di destra da Berlusconi e se noi paghiamo perché non offriamo ancora un’alternativa percorribile loro pagano più di noi certe astensioni per l’impotenza dell’azione di governo. Questi elementi sono penetrati nel pdl, ci sono stati incendi e rissa».
Il pd che ruolo gioca in questo momento? «Dobbiamo denunciare la paralisi del pdl, di un governo che non decide. Voglio rivolgere un appello a tutte le forze, ma proprio a tutti anche a Fini e alla Lega, a tutti coloro che non intendono proseguire la strada sulla curvatura plebiscitaria. Propongo un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione. Rivolgo un appello a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra, a lavorare per cambiare l’agenda del paese sulle questioni economiche, sociali, del lavoro».
I prossimi passi del suo partito?
«Lavoriamo sulla strada indicata dal congresso, dobbiamo far emergere la nostra alternativa credibile. Un contributo forte in questa direzione lo daremo con la nostra prossima assemblea, dobbiamo tenere assieme politica, programmi e il paese su punti cruciali come le istituzioni, il fisco, il lavoro cercando di prospettare soluzioni credibili a tutti gli italiani».
Mentre il pdl litiga, Tremonti dice che siamo ancora in crisi.
«La destra ha una faccia tosta sesquipedale. Ho sentito dire dal governo che le nostre ricette avrebbero spinto l’Italia verso la Grecia... Voglio ricordare a Tremonti che per due volte loro hanno avviato il traghetto verso la Grecia e siamo stati noi a farlo tornare indietro. A giorni alterni Tremonti dice che stiamo meglio degli altri o che siamo nei guai, si decidesse a fare qualcosa per la crescita dell’economia, per dare lavoro, respiro alla gente e alle imprese. Il governo si perde in chiacchiere, osserva la sfera di cristallo, propone filosofie insopportabili».
La Fiat di Marchionne, intanto, ha lanciato una sfida al mondo del lavoro e al governo. Come la giudica? «Bisogna riconoscere che la Fiat ha presentato un ambizioso piano industriale, purtroppo è uno dei pochi o pochissimi piani industriali di cui si può discutere. Il piano offre una novità rilevante, cioè l’aumento dei volumi di produzione in Italia fino a 1,4 milioni di auto. Ci sono poi dei problemi da approfondire, in particolare l’ impatto con il mondo del lavoro. Voglio credere che con una discussione seria con il sindacato si possa giungere a un accordo sull’organizzazione e la flessibilità del lavoro. In più rimane oscura la prospettiva di alcuni luoghi di produzione. Per Termini Imerese avrei gradito un cenno di disponibilità per accompagnare la fabbrica a una soluzione industriale credibile. Capisco le esigenze di Marchionne, ma quello non è uno stabilimento qualsiasi in un posto qualsiasi. Non ho capito bene, poi, dove si faranno i motori e cosa sarà del nostro formidabile tessuto di imprese dell’indotto».
Forse ci vorrebbe un piano pubblico di politica industriale.«Questo è un tema che metterei al primo posto. Il governo deve capire quale sarà il destino delle nostre imprese dell’indotto auto, sono un patrimonio di tecnologia, innovazione, di posti di lavoro che rischiamo di perdere di fronte all’internazionalizzazione delle case automobilistiche. Mobilitiamo, se necessario, politiche pubbliche, fondi europei, mettiamoci al tavolo con la Fiat e vediamo cosa possiamo fare insieme. Ma ci vorrebbe una politica industriale che oggi non si vede».
23 aprile 2010




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