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    Predefinito ancora sull'appello per la Costituente comunista

    (non è recentissimo, ma è sempre attuale!)


    Scritto da Andrea Catone venerdì 25 aprile 2008


    La débacle elettorale della “Sinistra L’Arcobaleno” (SA) non è un incidente di percorso, anche se alcune circostanze – il “voto utile” in un sistema trasformato di fatto in un bipartitismo all’americana - hanno contribuito a un risultato ben peggiore delle più nere aspettative, eliminando la rappresentanza parlamentare di partiti comunisti.
    È l’epilogo di un ormai lungo percorso fallimentare contrassegnato da pochezza politica, eclettismo ideologico, assenza di analisi di classe, abbandono della teoria marxista, pratiche politiche fondate sull’interesse del ceto politico, distacco dalle masse, leaderismo mediatico in luogo del duro e costante lavoro politico di radicamento sociale.


    Queste pratiche e questa pochezza strategica hanno portato al fiasco elettorale. La principale responsabilità della scomparsa di una rappresentanza parlamentare comunista e della scomparsa di rappresentanti che si richiamassero almeno nominalmente al comunismo è, certo in misura diversa, dei gruppi dirigenti di PRC e PdCI.

    La proposta fallimentare della SA è stata promossa da essi. La SA non si caratterizzava come un autonomo “fronte popolare” per contrastare le forze più oltranziste del capitale, ma come un cartello piovuto dall’alto da “ceti politici” che si univano al solo scopo di sopravvivere nelle condizioni della legge elettorale.

    Nella campagna elettorale della SA è sempre stata presente un’ambiguità di fondo: da un lato qualcuno la proponeva come soggetto autonomo e alternativo ai due schieramenti di PD e PDL, di cui si denunciava la quasi identità di programmi (e la comune volontà di distruggere la costituzione del 1948 in un sistema bipartitico e maggioritario); ma dall’altro i maggiori dirigenti della SA (cfr. i comizi di Giordano) chiedevano voti “per spostare a sinistra l’asse del PD” e, nella totalità dei dirigenti provenienti da Sinistra democratica (Mussi, Salvi), la SA si proponeva come “gamba sinistra” del PD, come sua ruota di scorta.

    Tutta la strategia parlamentare della SA era pensata in funzione del ritorno ad un’alleanza col PD, contro le “destre”.

    E ciò è stato messo in pratica nell’alleanza elettorale per le amministrative non in qualche piccolo paese di provincia, ma nella capitale d’Italia. Così SA non era una sinistra alternativa, non si proponeva come fronte unito di lotte popolari e democratiche, ma confermava un ruolo ancillare e subalterno al principale partito borghese, il PD.

    Per questo ha perso quasi 3/4 del suo elettorato, quasi tre milioni di voti rispetto alle elezioni del 9 aprile 2006: una parte le ha negato il voto con l’astensionismo o, votando le formazioni di sinistra e comuniste staccatesi dal Prc e dal Pdci (Pcl, Sinistra critica, Per il bene comune, PdAC: poco più di 500.000 voti alla Camera).

    Un’altra parte ha preferito votare direttamente il PD, come “voto utile” tutto sommato a sinistra.

    Le ambiguità dei gruppi dirigenti di SA sul PD – la totale mancanza di analisi di classe sulla sua natura sociale, sugli interessi reali che esso tende a rappresentare nel contesto interno, europeo e mondiale – hanno favorito questa scelta degli elettori. Una parte di voti operai sono andati anche più a destra, alla Lega.

    Prc e Pdci avevano sino a questa tornata elettorale un elettorato relativamente stabile, uno “zoccolo duro” che aveva tenuto in diverse traversate. Non era mai accaduto, dal momento della loro comparsa sulla scena politica negli anni ‘90, che vi fosse un rovescio di tale portata.

    A un primo livello di analisi, la causa principale di questo rovescio non è tuttavia nella proposta ambigua e verticistica del cartello elettorale, ma nell’azione svolta dai partiti raggruppati nella SA al governo.

    Nella SA era presente una parte di ministri del governo Prodi – Ferrero, Mussi, Pecoraro Scanio (mentre Bianchi, non appena si è sentita aria di elezioni anticipate, è trasmigrato nel PD!) – la cui azione in venti mesi è stata percepita dalle masse come antipopolare e impopolare.

    In sintesi il governo, con l’obiettivo proclamato di risanare il bilancio, ha aumentato l’imposizione fiscale sui redditi anche più bassi (e il governo pugliese di Vendola, presentato come futuro leader di SA, ha aumentato di suo accise e addizionali regionali), e ha donato alle imprese.

    Altro che redistribuzione del reddito!

    L’azione di governo non ha accolto alcuna istanza dei movimenti contro la guerra, ha aumentato il contingente in Afghanistan, Libano, ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo imposta dagli USA…

    Presentato con grandi speranze e aspettative di cambiamento (grottesca la campagna del Prc “Anche i ricchi piangano” dell’autunno 2006) e di redistribuzione del reddito, di giustizia sociale, l’azione del governo è stata ultradeludente.

    Ciò mentre peggiorava la situazione economica per i lavoratori, penalizzati dal pesante aumento dei prezzi dei beni di consumo.

    I due partiti comunisti della coalizione governativa hanno peccato di completo cretinismo parlamentare.

    Hanno fatto ricorso a improbabili menzogne verso i militanti (ad es. nell’estate 2006 il rifinanziamento della missione in Afghanistan viene contrabbandato con la promessa di una fantomatica Conferenza internazionale e qualche spicciolo in più per le squalificate e filoimperiaiste ONG). E hanno messo al bando chi votava contro.

    Già nell’agosto 2006 esplode il caso dei “senatori dissidenti”.

    I capigruppo parlamentari del Prc, Migliore e Russo Spena, si sono distinti nell’azione gesuitica di giustificare il voto ai provvedimenti impopolari.

    E l’avere l’ex segretario del Prc alla presidenza della Camera accresce il distacco tra masse e partito: il ruolo di Bertinotti è onorario, di prestigio personale, ma ininfluente sulle sorti del governo.

    La finanziaria per l’anno 2007 dà un pesante colpo, punisce i lavoratori, regala alle imprese. Le elezioni amministrative parziali del maggio 2007 rappresentano un forte campanello d’allarme: il voto delle periferie operaie del nord penalizza Prc e Pdci.

    Il 9 giugno 2007, in occasione della visita di Bush, il “presidio” di PRC e PdCI è disertato, mentre il movimento contro la guerra riempie un’altra piazza. PRC e PdCI continuano nei loro contorcimenti, ma sembrano avere le mani legate, non hanno una proposta politica, sono ingabbiati nella maggioranza, ricattati dall’accusa di poter far cadere il governo e spianare la strada a Berlusconi.

    Il colpo di grazia arriva con la trattativa sul welfare, a coronamento di quella che pomposamente il Prc aveva battezzato “campagna per il risarcimento sociale”. E qui – nonostante tentativi di distinguo di Ferrero – avviene il capolavoro di Prodi, Padoa Schioppa e Damiano: la delegazione governativa tratta coi sindacati senza che tutti i rappresentanti del governo siano d’accordo. I sindacati neocorporativi CGIL CISL e UIL superano le loro divisioni e convergono – come esattamente 14 anni prima, il 23 luglio 1993 – in un protocollo che è addirittura peggiorativo della riforma delle pensioni Maroni, nel precedente governo Berlusconi.

    I sindacati neocorporativi sono ora chiaramente – salvo una dissidenza interna alla CGIL - cinghia di trasmissione del nascente partito democratico, e dimostrano di poter controllare le masse, di essere quindi ancora affidabili per il ruolo di controllo delle masse degli iscritti, in funzione degli interessi capitalistici. I partiti comunisti si trovano spiazzati, il referendum sindacale vede una larga fascia di dissenso operaio, ma conferma l’accordo del 23 luglio. Gli stati maggiori di Prc e Pdci provano a reagire chiamando le masse a manifestare il 20 ottobre. E qui è davvero l’ultimo atto dell’opportunismo e del pressapochismo dei gruppi dirigenti.

    La manifestazione riesce oltre le più rosee aspettative, forse ci si avvicina al milione, comunque, centinaia di migliaia. E la volontà espressa appare inequivoca, si chiede una chiaro segno di cambiamento. Ma i gruppi dirigenti credono furbescamente di poter chiamare le masse in piazza non per operare un effettivo cambiamento di rotta, ma per dimostrare di esserci, per tenere impegnate le masse, per farle “sfogare” un giorno in una bella manifestazione di piazza, una bella rappresentazione teatrale, ma senza voler dare seguito alla loro volontà.

    Infatti il governo Prodi va dritto per la sua strada e non cambia di una virgola il protocollo, PRC e Pdci ottengono meno di un pugno di mosche. Ma non fanno nulla, rimangono ben piantati coi loro ministri e sottosegretari nel governo Prodi e approvano la finanziaria per il 2008. A confermare il pieno sostegno al governo Prodi sono anche i rappresentanti del nuovo gruppo di Sinistra democratica (SD), sorto da una scissione dai DS dopo il congresso di aprile 2007 che sancisce lo scioglimento del partito e l’unificazione con la Margherita in un nuovo partito, il PD.

    L’alleanza di PRC e Pdci con SD condiziona ancor più in senso filogovernativo la già debolissima azione di Prc e Pdci. La scelta di unificarsi con SD e dar vita ad un nuovo raggruppamento a sinistra è perseguita essenzialmente da Bertinotti e dalla maggioranza del PRC, che sembra accogliere, dopo tanti dinieghi, la proposta di Diliberto di una confederazione delle sinistre.

    Ma le cose si confondono e pasticciano. Bertinotti aveva speso un congresso e una serie di eventi per la creazione della sezione italiana della Sinistra Europea (SE), battezzata solennemente a Roma a giugno 2007 insieme con Occhetto, il becchino del PCI nel 1989-91.

    Ma questa SE appare operazione di vertice, fantomatica e fallimentare: oltre il PRC vi è solo qualche risicata adesione esterna. Avanza invece la proposta dell’unità a sinistra con Pdci, Verdi e soprattutto SD. Ma la prospettiva strategica di SD è molto “governi sta”. E su diverse questioni fondamentali non vi è convergenza. SD ha accettato come positivo l’accordo sul welfare, non è d’accordo sulla manifestazione del 20 ottobre, e sulle questioni costituzionali Mussi era tra i fautori di un maggioritario integrale (fu tra i promotori del referendum del 1999 per abolire la quota di proporzionale rimasta con la legge elettorale del 1993).

    Il cretinismo parlamentare dei gruppi dirigenti, il distacco dalle masse, l’assenza di strategia e persino di tattica sul come stare nella coalizione di governo fanno il resto. Buon ultimo, lo scandalo dei rifiuti a Napoli e l’ostinato sostegno al governatore Bassolino da parte del PRC.

    Ultragovernisti e incapaci di stare nei movimenti di massa. Il governo vacilla e crolla non sulla spinta delle sinistre, ma dei “centristi” Mastella e Dini. Per quali ragioni? Anche qui è mancata un’analisi soddisfacente. Una parte della borghesia decide di porre fine al governo. Ma qui un ruolo determinante ha la prospettiva a breve scadenza di una riforma elettorale fondata sul bipartitismo e il maggioritario, imposta dall’incombere del referendum proposto da uno schieramento trasversale che va da Fini alla Melandri.

    Le piccole formazioni centriste corrono il rischio di scomparire. Sulla questione della riforma elettorale e della riforma della Costituzione non vi è alcun accordo serio nella SA. Il PRC abbraccia il cd “modello tedesco”, con lo sbarramento al 5%. E insiste su questo allo scopo di coartare le altre forze minori, in particolare il Pdci, nel costituendo partito della sinistra arcobaleno. Anche il PRC sposa l’ideologia della semplificazione del sistema politico (e, nemesi storica, perirà il 14 aprile di soglia di sbarramento).

    Nessuno nella SA impugna la bandiera del ritorno costituzionale al proporzionale puro e della difesa e rilancio della costituzione. Veltroni impone di fatto il bipartitismo, rifiutando l’accordo elettorale con SA, che si trova così del tutto spiazzata e senza strategia: la pochezza e subalternità dei dirigenti di SA porta irrimediabilmente alla disfatta.

    Il bertinottismo si trova ormai alle corde. Ha oscillato per anni tra rivoluzionarismo immaginario e iperistituzionalismo reale, tra movimenti e presidenza della camera. Si è aggirato tra comunismo parolaio, esternazioni su globalizzazione e terrorismo, non-violenza e femminismo, Sinistra europea e nuovo soggetto della sinistra, annunciando per giunta, dopo le elezioni regionali del 2005, la “fine del berlusconismo”.

    Dopo aver sostenuto l’alleanza strategica con Prodi in una grande “Unione”, si trova messo alla porta da Veltroni, senza avere alcuna credibile strategia. In sovrappiù, il leader messo alla guida di SA dichiara preventivamente che avrebbe passato dopo le elezioni la staffetta a Vendola: quale credibilità può avere uno schieramento la cui guida dichiara che abbandonerà la nave il giorno dopo le elezioni?

    Ugualmente ambigua la posizione del Pdci, anche se più lineare. Il congresso del partito (aprile 2007) dichiara la volontà di mantenere e sviluppare il partito dei comunisti italiani, sottolineandone però eccessivamente la specificità italiana, e proponendosi un rafforzamento organizzativo e della stampa. La SA è per essi solo un’alleanza elettorale. Tuttavia, è assente anche nel PDCI, un’analisi della nuova situazione politica e del ruolo del PD. E una vera strategia. Fino a qualche mese fa il PDCI si voleva considerare il più solido sostenitore del governo Prodi, e dell’unità del centro-sinistra esso aveva fatto la sua ragion d’essere. Diliberto compie una serie di gesti simbolici (il 7 novembre 2007 è a celebrare la rivoluzione russa sulla piazza rossa). Sostiene Cuba, Rinascita pubblica in inserto Gramma. Insomma, segnali di una linea che tende a recuperare la tradizione comunista. Ma per quanto riguarda la politica italiana e il sindacato, vi è ancora un sostanziale appiattimento su Prodi e sulla CGIL concertativa. Manca l’analisi di classe e la proposta di linea politica. Non si pone neppure il problema del come dar vita ad un sindacato di classe. Né, nella crisi di Napoli, si pensa a proporre forme di autorganizzazione delle masse, organismi di controllo popolare.

    Seduti sui loro scranni amministrativi, i comunisti italiani sono lontani dalle masse. Gli altri due componenti della SA, Verdi e SD, sono schiacciati sull’istituzionalismo e sull’accordo col centro-sinistra. La loro presenza nella lista non ha portato alcun serio apporto, ma ha contribuito all’immagine confusa, squinternata, pasticciona della SA. Si tratta essenzialmente di ceto politico, anche se SD ha tra i suoi un gruppo di intellettuali di tutto rispetto, ma senza legami di massa.

    Ma le cause più profonde della débacle, che l’impietoso risultato elettorale ha evidenziato, ma che era già potentemente radicata nel tessuto sociale, vanno ricercate nel modo di essere – o di non essere – dei due partiti comunisti, comprese le loro minoranze critiche interne, che - sostanzialmente anch’esse prive di una strategia che non fosse la semplice marcatura tattica delle proposte della maggioranza con mozioni e documenti alternativi votati nei comitati politici, ma senza praticare una linea politica di massa - non sono riuscite a modificare realmente la situazione.

    Dopo la débacle annunciata si tratta di ricostruire, o meglio di costruire su nuove basi e con nuovi materiali, anche se sappiamo che il lascito della storia non può essere cancellato con un tratto di penna, e che è con la realtà effettuale – e non come vorremmo che fosse – che bisogna fare i conti e operare politicamente per trasformarla.

    Come e da cosa ripartire?
    L’appello del 17 aprile per l’unità dei comunisti a partire da Prc e Pdci contiene alcune positive indicazioni, in particolare l’invito a fare autocriticamente i conti con tutta la storia del PRC a partire dalla sua fondazione nel 1991, e le successive scissioni, con un turn over di iscritti che supera 600.000 persone. Solo sulla base di una profonda analisi critica della storia di questi ultimi decenni (compresi gli anni ‘80 in cui è in incubazione la crisi del PCI e delle formazioni di sinistra) si possono porre le premesse per il lancio di un processo costituente comunista.

    Ogni tentativo di ridurre la costituente comunista ad un accordo tra ceti politici residuali e sconfitti dei due partiti e di qualche fuori partito è destinato ad una miserabile e farsesca sconfitta.

    Non si può assolutamente pensare ad un processo simile, ma in sedicesimo, a quello che diede vita a Rifondazione comunista secondo l’equazione: Occhetto 1989 sta a Bertinotti 2008 come RC 1991 sta a Costituente comunista 2008. Il progetto di costituente comunista, cui da anni stanno lavorando vari coordinamenti e movimenti (Coordinamento per l’unità dei comunisti, Movimento per l’unità dei comunisti) e la Rete dei comunisti, viene rilanciato in questo momento altamente critico ed emotivo per i compagni che potrebbero essere presi dalla tentazione di ritirarsi e disperdersi.

    Ma deve essere chiaro che esso non può e non deve ridursi ad un movimento di mera reazione al disastro elettorale e alle conseguenze politiche che da esso vanno tratte.

    Sarebbe così solo un movimento reattivo, di risposta (che potrebbe anche essere solo identitaria, come accusano i fautori della confluenza nella SA). Esso deve invece essere un movimento propositivo.

    La necessità di un partito comunista in Italia non è figlia della reazione alle scelte di Bertinotti e di parte del gruppo dirigente del PRC di sciogliere il PRC nella SA, ma delle condizioni oggettive del nostro paese nel contesto internazionale.

    Solo se poggerà sulle sue basi proprie la costituente comunista potrà avere un futuro. Basi proprie significa piena autonomia del progetto comunista che si radica nelle contraddizioni sociali del paese.

    La costituente comunista deve pensarsi in modo affatto diverso dal processo con cui si costituì il PRC. Allora l’aggregazione di forze eterogenee pensava di coprire lo spazio politico-elettorale che si apriva alla sinistra dei DS (ed è esattamente quanto intende fare il progetto di SA rispetto al PD). Pensava la politica come copertura e occupazione di uno spazio già dato nel mercato elettorale, non alla costruzione di uno spazio autonomo, cioè alla costruzione di un blocco sociale guidato dal partito comunista.

    Soffriva di una visione politicista della politica, che indubbiamente pagò nell’immediato e per alcuni anni successivi (nelle elezioni del 1994 il PRC ottenne 2 milioni di voti), perché si era mantenuta una tradizione e una domanda comunista nell’elettorato che premiava l’esistenza del PRC. Ma il solo coprire uno spazio vuoto fa parte della politica reattiva, che è di corto respiro.

    La costituente comunista potrà essere effettivamente tale se saprà ripartire da basi proprie e avviare il processo di ricomposizione comunista, consapevoli che il partito non è un fine in sé, ma uno strumento essenziale della resistenza sociale e della trasformazione socialista.

    Deve poter camminare su gambe proprie. Su un progetto autonomo. Non può essere assemblaggio di residui.

    Esistono le condizioni oggettive e soggettive per dar vita a un partito comunista?
    Che ci sia necessità di un soggetto politico e di una soggettività capace di esprimere un punto di vista critico, organizzare le masse e lottare per la trasformazione sociale, appare fuori dubbio.

    Come anche che ci sia – sebbene dispersa e confusa – una domanda di tale soggetto tra quanti resistono e lottano, tra quanti non sono rassegnati, tra quanti conservano una tradizione comunista e marxista. Vi sono in Italia circoli, associazioni, comitati, movimenti e tanti singoli che si sono impegnati nelle lotte, che hanno militato, e vorrebbero impegnarsi e partecipare alla politica.

    Essi cercano un punto di riferimento chiaro, cercano partecipazione e corresponsabilizzazione. Nonostante anni di demolizione delle idee marxiste e di criminalizzazione delle resistenze, non è distrutto del tutto quello che negli anni 1950-70 fu un poderoso tessuto sociale. L’Italia non è ancora del tutto piegata e omologata. Questa base di resistenza e lotta si è invero ridotta, è meno vasta e articolata di un tempo, ma non è estinta. Questa base di militanti e simpatizzanti può costituire il corpo vivo della costituente comunista.

    Che avrà il compito di ridare una prospettiva strategica, e non solo ‘identitaria’. Questo corpo di militanti è presente in parte nel Prc e nel Pdci, sono i compagni che tengono in vita le sedi territoriali, che cercano di promuovere autonomamente iniziative, che operano attivamente e partecipano alla vita dei partiti. Oggi sono in buona parte arrabbiati e sfiduciati, ma soprattutto non vedono nessuna prospettiva politica futura.

    Il bertinottismo ha distrutto la possibilità di prospettiva. Ma i militanti dei due partiti sono spesso irretiti nelle maglie dei capi e del ceto politico, sono stati spesso abituati ad obbedire al capo, a fare gli yes men, e sono stati confusi per anni dal confusionarismo bertinottiamo o dall’opportunismo “governi sta” ampiamente presente negli stati maggiori e intermedi dei due partiti comunisti.

    Se ci si basasse esclusivamente o prevalentemente su di essi, si rischierebbe di produrre e amplificare vecchi errori.

    Il processo può effettivamente decollare se vi è un poderoso apporto di compagni organizzatisi consapevolmente all’esterno dei due partiti. Organizzati in Rete dei comunisti e coordinamenti per l’unità dei comunisti, o circoli autonomi sorti spesso da separazione dal Pdci o Prc, o singoli, allontanatisi dai partiti che non offrivano prospettive e spazi. La costituente comunista può essere effettivamente tale se riesce a fare fino in fondo i conti col ceto politico di sinistra e a superare le pratiche che lo producono e riproducono.

    Il modo in cui si costruisce la forma organizzativa della nuova organizzazione di classe, la forma politica di essa non è qualcosa di esterno al contenuto. Le forme e le pratiche dell’organizzazione politica finiscono per condizionare fortemente anche il suo contenuto. Il lavoro teorico non può essere considerato un “lusso” o un “optional”, esso è essenziale. Ma non è sufficiente il formale riconoscimento della sua essenzialità.

    È necessario che si realizzi l’obiettivo di creare le condizioni concrete perché l’analisi teorico-politica, l’analisi delle classi e delle contraddizioni della società a livello nazionale e internazionale, la formazione teorico-politica dei militanti comunisti, siano possibilità effettive. Ciò significa dotarsi sin dall’inizio del processo costituente – senza adottare la deleteria pratica dei due tempi – di organismi, apparati, strutture adeguate al compito.

    Diverse risorse sono già presenti (centri studi specifici, circoli culturali, associazioni, ottimi siti web, case editrici), si tratta di farne l’inventario e coordinarle all’interno di un piano organico. Altre vanno costruite, come ad esempio le scuole di formazione teorico-politica.

    La costituente comunista è certamente un processo aperto: nella situazione attuale del movimento operaio e comunista a livello internazionale e nazionale nessuno può presumere di avere in tasca la soluzione di tutti i problemi e le questioni, né in merito alla storia del movimento operaio, rispetto alla quale è indispensabile continuare a ricercare e interrogarsi sulle cause della catastrofe del 1989-91 e su tutta la storia comunista del ‘900, né in merito all’analisi delle classi e contraddizioni di classe e della strategia che i comunisti possano unitariamente seguire per sconfiggere l’imperialismo e rovesciare il capitalismo in socialismo. Su queste questioni è fondamentale l’analisi e l’approfondimento critico alla luce della scienza marxista nonché il confronto serio tra comunisti, nel mondo e in Italia.

    Ma questa sana e vitale apertura antidogmatica e antisettaria non può significare in alcun modo eclettismo confusionario. Va tracciata una netta linea di demarcazione tra la prima e la seconda strada. L’esperienza quanto mai negativa su questo terreno del PRC deve essere criticata fino in fondo nella pratica.

    Il percorso teorico compiuto dal gruppo dirigente del PRC (da che ha avuto la maggioranza del Prc) ed esemplarmente incarnato in negativo dal suo segretario Bertinotti (1994-2006) e dal suo successore Giordano, ha portato alla distruzione dei fondamenti stessi del comunismo, ad una babele pseudoteorica che ha privato i militanti di una bussola essenziale per orientarsi, ed è stata utile solo alle giravolte opportuniste e politiciste di un ceto politico sempre più estraneo alla pratica sociale e sempre più preoccupato del solo problema che lo ha interessato: il mantenimento e la riproduzione allargata del proprio ruolo. (Così le alleanze politiche con Prodi o poi con Mussi venivano solo verniciate di una qualche motivazione politica ma erano viste essenzialmente in funzione dei seggi in parlamento e negli enti locali e dei posti di sottogoverno).

    L’eclettismo relativistico e la confusione teorica sono stati funzionali alla crescita del ceto politico.

    La costituente comunista dell’anno 2008 non può né deve pretendere di azzerare la storia del movimento comunista. La deve assumere tutta, criticamente, ma la deve assumere come storia propria. E assumere anche le acquisizioni teoriche tratte dall’esperienza dei partiti comunisti a livello mondiale in quest’ultimo ventennio post 1989, nella resistenza all’imperialismo, la proposizione di nuove forme di lotte sociali, la riorganizzazione dei partiti comunisti.

    Il pensiero critico marxista dei fondatori e di quanti lo hanno sviluppato nel XX secolo va assunto come bussola fondamentale di un rinato partito comunista. La teoria critica marxista rimane il punto più alto e organico per l’analisi scientifica della realtà. Essa è in grado di comprendere e spiegare tutte le contraddizioni della società, ivi comprese quelle che sono state qualificate come “nuove”: la “differenza sessuale”; la questione ambientale.

    Il movimento comunista ha bisogno di un pensiero critico forte.

    I comunisti in Italia sono e devono sentirsi parte di un processo mondiale.
    I partiti e le organizzazioni comuniste hanno vissuto e vivono particolari condizioni specifiche nazionali, hanno fatto e devono giustamente fare i conti con le storie particolari delle nazioni e degli stati in cui operano – e ignorare o trascurare queste specificità nazionali prodotte dal percorso non unilineare e a sviluppo diseguale della storia mondiale è stato ed è un gravissimo errore di ignoranza delle condizioni concrete in cui si opera – ma i comunisti non possono mai dimenticare di essere parte di un grande moto storico mondiale, tendente ad unificare – ma non ad omologare o appiattire – tutto il genere umano in un ordine economico-sociale superiore.

    Ciò significa che la Costituente comunista si relaziona e si confronta con i partiti e le organizzazioni comuniste – nonché antimperialiste e antifasciste – di tutto il mondo, apprendendo reciprocamente dalle esperienze di ciascuno, e cercando momenti e forme di confronto teorico-politico e unità di azione, in particolare oggi nelle resistenze popolari e nazionali all’imperialismo USA. La prospettiva di coordinamenti internazionali dei comunisti va sempre tenuta aperta e bisogna lavorare per essa. Ribadiamo: i comunisti in Italia sono parte di un movimento comunista mondiale.

    Occorre lavorare concretamente e dotarsi di strumenti organizzativi per rendere effettiva questa prospettiva.
    La pratica dell’ultimo ventennio raramente si è mossa - anche nelle sue espressioni migliori di comunisti non allineati alle posizioni del ceto politico bertinottiano - legando dialetticamente lotta nazionale e prospettiva internazionale. Molto spesso le due cose hanno camminato su binari separati. Si manifestava solidarietà internazionalista o si organizzavano conferenze sulle questioni internazionali, ma non si riusciva a cogliere il nesso con la situazione interna del capitalismo italiano.

    Per cui si è spesso assistito al paradosso di gruppi politici e movimenti espertissimi su alcune questioni internazionali, ma del tutto ignoranti sui processi economico-sociali, istituzionali, amministrativi, del nostro paese. E di esperti interni, tutti dediti all’amministrazione negli enti locali, ma in una visione iperlocalistica che faceva perdere loro di vista il processo capitalistico mondiale nel suo complesso (in particolare in rapporto alle politiche della UE).

    Questa dicotomia va superata. La prospettiva per i comunisti è quella di una fase medio-lunga di opposizione, al centro come nelle amministrazioni locali. L’attività principale non potrà che essere nella società, tra le masse, tra i lavoratori, per costruire legami, organizzazione, lotte sui diversi fronti della pratica sociale.

    La ricostruzione del partito comunista dopo il fallimento cui lo ha condotto il ceto politico che lo ha diretto, e la formazione di una nuova generazione di comunisti potrà avvenire nel fuoco delle lotte sociali.

    La ricostruzione comunista passa attraverso il lavoro di massa
    La situazione attuale può essere mutata solo da mutati rapporti di forza. Occorre puntare al radicamento tra le masse e alla costruzione di organismi di massa permanenti. Compito dei comunisti è non solo contribuire all’organizzazione di lotte sociali e territoriali, lavorando per imprimere ad esse una direzione di classe, lavorando per l’unità del movimento operaio e l’unificazione delle lotte, ma anche puntare a trasformare in permanenti gli organismi spontanei che sorgono nel corso di una lotta.

    Attraversiamo una fase di resistenza? Di offensiva? Tutte le lotte che si sono svolte negli ultimi 15-20 anni sono state lotte difensive, e il bilancio complessivo di esse non è positivo, poiché ben poco si è riusciti a tenere sul terreno stesso della difesa sociale, salariale, o contro la guerra. Tuttavia, al di là dei risultati ottenuti, che vanno sempre commisurati ai reali rapporti di forza, le lotte sono state importanti perché hanno alimentato lo spirito di resistenza all’ingiustizia e all’oppressione.

    Le lotte territoriali – Scanzano o Pianura o i no tav o Vicenza – sono state lotte del NO, di opposizione ad un certo uso del territorio, contro produzioni inquinanti, o per l’ambiente. Sono state lotte popolari, con caratteri ambigui in taluni casi, nelle quali si è talora infiltrata anche la “destra sociale” o la camorra. I comunisti, quando hanno partecipato a queste lotte, sono stati sostanzialmente subalterni, non avevano nulla di propositivo da porre, nulla che trasformasse la lotta difensiva, la lotta del NO, in un momento di accumulazione delle forze per la trasformazione sociale in senso socialista.

    Le lotte operaie e popolari sono importanti non solo per gli obiettivi che pongono, ma anche perché costituiscono una scuola fondamentale per le masse e per i comunisti.

    È attraverso le lotte che si apprende a valutare i rapporti di forza, è nelle lotte che si crea la solidarietà tra i compagni.
    I comunisti non solo devono essere la parte egemone e attiva nelle lotte, devono usare le lotte come scuola di comunismo. È dalle lotte che possono formarsi – unendo teoria critica e pratica sociale – i quadri comunisti.

    Il reclutamento comunista è un fattore essenziale per lo sviluppo del partito. È molto importante il modo in cui esso avviene. Una cosa è accostarsi al partito in seguito ad una lotta nella quale viene riconosciuto il ruolo del partito, altra in modo amministrativo, come se il partito fosse un ufficio di collocamento. Il partito deve essere strutturato e radicato. Non può essere il partito-immagine, a conduzione lideristica.

    Concorrere alla costruzione di organismi di massa stabili
    La ricostruzione comunista nel conflitto capitale/lavoro. Occorre riorganizzare la classe operaia.

    Se riconosciamo come centrale la contraddizione del capitale, il partito deve porsi come obiettivo prioritario la riorganizzazione della classe lavoratrice. Nelle grandi e piccole imprese. La questione sindacale deve perciò essere posta con la massima attenzione, tirando le somme dell’esperienza storica sin qui compiuta. È abbastanza condivisa la critica al cedimento dei sindacati “confederali” concertativi e neocorporativi, e della CGIL in particolare. Una data simbolica nella storia recente del sindacato è quella degli accordi del luglio 1993. Allora il sindacato si trasformò apertamente in sindacato concertativo. Tutta la linea della CGIL è stata orientata al moderatismo salariale e alla rinuncia ad alcuni diritti fondamentali. Bisogna cogliere la differenza tra politica moderata e politica concertativa. Il sindacato non può fare la politica del ‘più uno’.

    La questione sindacale non va posta nei termini di moderatismo ed estremismo (dove i primi sarebbero con la testa sulle spalle e i piedi per terra e tengono conto dei reali rapporti di forza, della scarsa forza operaia, ecc. mentre i secondi sarebbero coloro che lanciano parole d’ordine irrealizzabili, e fanno al più le mosche cocchiere…). La questione da esaminare è invece la trasformazione del sindacato da sindacato di classe in concertativo-neocorporativo. Il sindacato continua ad essere cinghia di trasmissione, ma dei partiti del padronato.

    Affrontare la questione del sindacato e dei comunisti nel sindacato è oggi un compito essenziale. Occorre un bilancio articolato e approfondito della storia sindacale degli ultimi 20 anni, dei tentativi compiuti per far “cambiare rotta” alla CGIL dall’interno, o del tentativo di costruire organizzazioni sindacali di classe (autodefinitesi di “base”, cogliendo così solo un aspetto, non il più rilevante, della degenerazione del sindacato).

    Vi è stata una notevole frammentazione di sigle, talune prossime all’anarco-sindacalismo (o apertamente schierate con esso), che purtroppo oggi non pongono come prioritaria la questione dell’unificazione su basi classiste e di lotta del mondo del lavoro, preferendo invece mantenere una piccola neoburocrazia sindacale. Condizione imprescindibile per la ricostruzione di una prospettiva comunista è il radicamento dei comunisti nei luoghi del conflitto di classe.

    La lotta di classe non è mai finita, solo che nel declino politico degli ultimi 30 anni essa è stata condotta prevalentemente da una sola parte, quella dei padroni. Proprio nei luoghi del conflitto classico l’esperienza di questi ultimi anni è stata fallimentare. Sono rarissimi i casi in cui i comunisti sono intervenuti da comunisti nelle fabbriche.

    Molto spesso la rappresentanza comunista è stata delegata ai rappresentanti sindacali comunisti delle correnti minoritarie della CGIL o, più raramente, a qualche sindacato di base. Il mondo operaio delle fabbriche è in gran parte sconosciuto ai comunisti italiani. La delega dell’intervento in fabbrica al sindacato è stata la prassi normale.

    Ma in quasi 20 di esistenza del PRC e 10 del Pdci, non si è neppure tentato di venire a capo della questione sindacale, per dotare i lavoratori italiani di un sindacato unitario schierato su posizioni di classe. E non si è proposto né fatto alcunché perché ci si avvicinasse a questo obiettivo.

    Ha prevalso pienamente la logica del ceto politico, sono state sponsorizzate, a seconda dei casi, alcune correnti interne alla Cgil, le quali hanno consumato gran parte di tempo ed energie in battaglie interne ai direttivi e alle segreterie, ma hanno fatto ben poco per costruire una forza autonoma di classe nei luoghi di lavoro e di conflitto. Il referendum sull’accordo welfare (autunno 2007) ha messo in luce la debolezza della presa comunista tra i lavoratori.

    Bisogna praticare e non limitarsi a predicare (invero i bertinottiani l’hanno addirittura cancellata!) la centralità del conflitto capitale/lavoro.

    I comunisti devono porsi l’obiettivo di:
    - costruire una presenza organizzata comunista nelle fabbriche e luoghi di lavoro (circoli o cellule comuniste);
    - elaborare una strategia per la costruzione del sindacato unitario di classe.

    Un sindacato che sappia riorganizzare i lavoratori per il conflitto e che sappia essere struttura permanente di riferimento per essi. Qui è fondamentale anche la funzione dei patronati, attraverso i quali, nei momenti di riflusso delle lotte e nella vita quotidiana, si mantengono i legami con i lavoratori. Sono due momenti dialettici del medesimo problema.

    Il sindacato unitario di classe potrà aver vita se i comunisti saranno presenti e ne costituiranno la spina dorsale politica, evitando il rischio dell’anarco-sindacalismo.

    Ma senza un sindacato di massa i comunisti nelle fabbriche sono privi di un efficace strumento di lotta.

    Nei territori i comunisti potrebbero lavorare – come si propongono di fare i compagni greci - per suscitare movimenti per il controllo operaio e popolare a partire dai servizi sociali, miranti sempre a generalizzare le esperienze e a costruire forme stabili di aggregazione e organizzazione sociale e politica: quegli organismi di massa su tutti i fronti della lotta di classe – economico, sociale, politico, culturale – che potrebbero costituire le casematte per la riscossa proletaria.

    La costituzione di coordinamenti per l’unità dei comunisti, aperti a tutti i compagni – del PRC, pdci, rete e coordinamenti comunisti e singoli - a livello locale (cittadino, di zona, provinciale, regionale) che producano materiali, proposte e pratiche di radicamento sociale per la ricostruzione comunista è la strada maestra per riprendere la strada interrotta e dotare il nostro paese di un partito comunista all’altezza dei compiti storici che si propone.
    http://www.mercantedivenezia.org/ind...834&Itemid=350



  2. #2
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    Markos sei un grande...

    il problema qui è che molti compagni sono ancora sentimentalmente o politicamente attaccati al partito, nonostante se si profila un accordo con vendola l'esistenza per i comunisti in Rifondazione diventerà impossibile.

    Se qualcuno o qualche pezzo della uno, come peraltro previsto da molti, arriveranno ad un accordo, il peggio sarà fatto e non resterà che trarne le conclusioni...

    d'altronde è sempre stato un argomento della tre e del suo documento congressuale che l'opposizione tra le aree uno e due della ex maggioranza fosse più strumentale che politica.

    Vedremo a Chianciano...una cosa è certa...qualunque manovra o manovrina che non sia tesa a mettere sotto i democristiani del partito sarebbe l'ennesimo colpo di grazia per il partito tutto.

    Non si può accettare il risultato di chi ha ottenuto il 47 percento grazie al cammellaggio politico.

    Andrebbero messi in minoranza e tenuti sotto in ogni luogo dove questo è possibile, a cominciare proprio da Chianciano.

    Tuttavia siccome non mi sembra affatto questo l'obiettivo che sta per essere messo sul tavolo al congresso nazionale, credo dovremo prepararci al peggio...

  3. #3
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    Rendendo omaggio al mio avatar e a quel che dedicherei se potessi parlare a Chianciano:
    di Vladimir Majakovskji:
    Il partito
    Il Partito è un uragano denso
    di voci flebili e sottili
    e alle sue raffiche
    crollano i fortilizi del nemico.
    La sciagura è sull' uomo solitario,
    la sciagura è nell' uomo quando è solo.
    L' uomo solo
    non è un invincibile guerriero.
    Di lui ha ragione il più forte
    anche da solo,
    hanno ragione i deboli
    se si mettono in due. Ma quando
    dentro il Partito si uniscono i deboli
    di tutta la terra
    arrenditi, nemico, muori e giaci.
    Il Partito è una mano che ha milioni di dita
    strette in un unico pugno.
    L' uomo ch' è solo
    è una facile preda,
    anche se vale
    non alzerà una semplice trave,
    ne tanto meno una casa a cinque piani.
    Ma il Partito è milioni di spalle,
    spalle vicine le une alle altre
    e queste portano al cielo
    le costruzioni del socialismo.
    lì Partito è la spina dorsale
    della classe operaia.
    Il Partito è l' immortalità
    del nostro lavoro.
    Il Partito è l' unica cosa che non tradisce

 

 

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