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    Predefinito Russell Kirk e l'eredità tradizionalista del paleoconservatorismo

    Intervista con il professor Russell Kirk

    Dove vanno gli Stati Uniti?
    La politica estera nordamericana e il "Nuovo Ordine Mondiale"

    Articolo apparso sul n. 195 di Cristianità


    Il conflitto scoppiato, e poi rapidamente conclusosi, nei primi mesi del 1991 fra le forze armate della coalizione delle Nazioni Unite e l’esercito della Repubblica Democratica Popolare Irakena — a seguito dell’invasione da parte di quest’ultima dell’Emirato del Kuwait — ha coinvolto in prima persona il governo degli Stati Uniti d’America.
    Svolgendo di fatto il ruolo di guida della coalizione anti-irakena, gli Stati Uniti si sono posti al centro dell’attenzione mondiale. I mass media e i vertici politici statunitensi hanno quasi unanimemente offerto — soprattutto durante le fasi "calde" del conflitto — un’immagine monolitica e stereotipata del consenso popolare e intellettuale del loro paese di fronte all’intervento armato in Medio Oriente, spesso riducendo al silenzio ogni forma di dissenso interno, quasi aggiornata versione "occidentale" del "divieto di fare domande" che, secondo il politologo tedesco-americano Eric Voegelin, è tipico della struttura ideologica del totalitarismo socialcomunista (cfr. Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, trad. it., con una Introduzione di Mario Marcolla, Rusconi, Milano 1970, pp. 87-94).
    In questo clima di "conformismo del consenso", imposto dalle esigenze della "ragion di Stato" americana, alcune autorevoli voci della cultura statunitense hanno rotto la cortina del silenzio, senza tuttavia rivolgere critiche all’operato del proprio governo secondo gli schemi ideologici peculiari al progressismo, al pacifismo e a un certo "anti-americanismo" di marca tutta americana, come quello esploso all’epoca della contestazione studentesca in Europa e nei campus universitari nordamericani.
    Fra queste voci spicca quella del pensatore conservatore Russell Kirk, già protagonista, nel 1989, di una tournée, organizzata da Alleanza Cattolica in alcune città italiane (cfr. Russell Kirk, Le due anime dell’America, intervista a cura di Marco Invernizzi, in Cristianità, anno XVII, n. 170, giugno 1989, al quale rimando per gli elementi bio-bibliografici).
    Durante un breve soggiorno in Italia con la moglie Annette — anch’essa impegnata soprattutto nel campo dell’educazione scolastica —, il professor Russell Kirk ha tenuto, la sera del 5 giugno 1991, nella Sala Nuovo Spazio Guicciardini, a Milano, una conferenza dal titolo Dove vanno gli Stati Uniti? La politica estera nordamericana e il "Nuovo Ordine Mondiale", organizzata da Alleanza Cattolica.

    L’intervento dell'oratore americano è stato preceduto da una mia breve relazione intesa a illustrare le ragioni dell’interesse di Alleanza Cattolica per la politica estera nordamericana, partendo da considerazioni di principio e di metodo circa la virtù della prudenza e il conseguente approccio realistico — quindi non astrattamente ideologico — nonché contemplativo della realtà, che deve animare l’uomo desideroso di comprendere per agire su un piano latamente politico. Tali considerazioni — dopo il crollo dell’elemento statuale in alcuni paesi a regime socialcomunista, che ha lasciato gli Stati Uniti unici eredi del precedente sistema bipolare mondiale, e sulla scorta di quanto accaduto in Medio Oriente dopo la Guerra del Golfo — sono state svolte nel solco degli studi del professor Russell Kirk in tema di "democrazia" e di egemonia mondiale del "modello" politico americano nonché con riferimento alla cultura e al pensiero conservatore statunitense.
    Quindi Mario Marcolla, scrittore e studioso del pensiero conservatore statunitense, grazie alla cui collaborazione Alleanza Cattolica ha potuto invitare il professor Russell Kirk a Milano, ha presentato l’oratore, assicurando anche la traduzione simultanea del suo intervento. Egli ha illustrato la biografia intellettuale dell’ospite americano, situandolo fra le personalità di maggior spicco nella cultura statunitense del secondo dopoguerra e ricordandone gli studi filosofici e letterari nonché le differenze che lo separano dai cosiddetti "neo-conservatori" di diversa origine.
    Mario Marcolla ha pure segnalato che lo stesso tema che il professor Russell Kirk avrebbe trattato, era già stato da lui affrontato presso The Heritage Foundation di Washington, subito dopo la conclusione della Guerra del Golfo, in un ambiente frequentato anche da molte personalità politiche, fra cui esponenti del Partito Repubblicano — attualmente al governo negli Stati Uniti —, a prova della tempestività, della puntualità e del coraggio intellettuale dell’oratore.
    Ha poi preso la parola il professor Russell Kirk, che ha illustrato il possibile scenario mondiale inaugurato da questo nuovo dopoguerra, una stagione forse sempre più avviata verso l’espansione planetaria del dominio americano, che si esercita non solo politicamente, economicamente e militarmente, ma anche attraverso influenze e mode culturali. Il panorama del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale, data la difficoltà di inquadrare schematicamente una realtà di per sé sfuggente e mal rispondente a rigidi schemi interpretativi, è stato presentato dall’oratore con una serie di immagini e di suggestioni letterarie, dal momento che appunto la letteratura è parte integrante della sua formazione intellettuale. I contenuti specifici del suo intervento sono stati ripresi nell’intervista che mi ha concesso.
    La serata — seguita da un pubblico numeroso — è stata conclusa dal dottor Marco Invernizzi, esponente nazionale di Alleanza Cattolica, che ha richiamato i tratti salienti degli interventi.
    Alla manifestazione ha fatto eco l’intervista rilasciata dal pensatore statunitense al giornalista Maurizio Blondet, apparsa in Avvenire, del 9 giugno 1991, con il titolo La sindrome Saddam.

    D. Quali sono stati, a suo avviso, i motivi che hanno spinto il governo degli Stati Uniti a entrare tanto sollecitamente in guerra alla testa della coalizione delle Nazioni Unite contro la Repubblica Democratica Popolare Irakena?

    R. All’inizio era implicito l’interesse americano per le risorse petrolifere, in un momento in cui l’economia nazionale richiedeva bassi prezzi per questo prodotto: perciò, se necessario, occorreva colpire duramente. Poiché la guerra per un barile di petrolio non pareva popolare, il presidente George Bush si è trasformato in moralista, dichiarando di impegnarsi in una guerra per la redenzione del sangue sparso. La distruzione dell’Irak doveva essere l’inizio di un "benefico" Nuovo Ordine Mondiale.
    Tutto questo mi ricorda il rimprovero che il pensatore irlandese Edmund Burke rivolse al governo inglese del primo ministro William Pitt nel 1795, quando sembrava che la Gran Bretagna stesse per entrare in guerra con la Francia a causa dei problemi sorti per la navigazione del fiume Schelda, in Olanda. "Una guerra per la Schelda? Una guerra per un catino?", esclamava. Ora si potrebbe dire: "Una guerra per il Kuwait? Una guerra per un barile di petrolio?".
    Edmund Burke era favorevole a una dichiarazione di guerra da parte dell’Inghilterra alla Francia che minacciava l’ordine civile con la Rivoluzione; ma si oppose a una guerra eventualmente scatenata per puri scopi commerciali.
    Così, oggi, dovrebbero comportarsi gli uomini politici del Partito Repubblicano. Senza dubbio il leader irakeno Saddam Hussein è un uomo ingiusto, ma certo non è l’unico despota nel mondo. Molti paesi dell’Africa sono amministrati da governi ingiusti; al Cremlino siedono ancora dei "duri"; la Cina è tuttora governata da torvi ideologi; e abbiamo forse dimenticato Fidel Castro a Cuba? Ritengo che anche nel mondo politico statunitense vi siano uomini ingiusti. Dovremmo riempire di bombe la maggior parte dell’Asia e dell’Africa per portare questi paesi alla giustizia, alla libertà e alla democrazia?
    Edmund Burke, nel secolo scorso, nella prima delle sue Letters on a Regicide Peace, scriveva: "Il sangue dell’uomo non dovrebbe mai essere versato se non per redimere il sangue dell’uomo". Esso, "è ben versato per la nostra famiglia, per i nostri amici, per il nostro Dio, per il nostro paese, per la nostra gente. Il resto è vanità, il resto è crimine".

    D. Come vede oggi il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente?
    R. Si parla molto di ciò che verrà fatto con quanto resta dell’Irak. Il segretario di Stato americano James Baker parla di ricostruire il paese, mentre altri vorrebbero smantellarlo con varie spoliazioni. Prima dello scoppio della Guerra del Golfo, il governo degli Stati Uniti si è servito di corruzione e di promesse per assicurarsi il consenso di alcuni governi criminali della regione. È il caso dell’ex governo comunista dell’Etiopia, utilizzato per rafforzare le misure anti-irakene. Fra l’altro, la collaborazione dell’Unione Sovietica, vecchio sostegno del governo etiopico, è stata ottenuta con la prospettiva di massicci aiuti economici. Il governo egiziano ha aderito alla coalizione anti-irakena dopo che il suo debito estero di diversi miliardi di dollari è stato condonato, mentre l’adesione del governo della Siria è stata guadagnata ignorando l’occupazione del Libano e il conseguente massacro dell’esercito regolare libanese guidato dal generale Michel Aoun.
    Quanto è iniziato con la determinazione di restaurare il legittimo — anche se alquanto arbitrario — governo del Kuwait può sfociare nel rovesciamento di diversi governi legittimi nel Medio Oriente.
    Gli Stati Uniti non hanno dovuto sostenere un lungo conflitto nei deserti dell’Irak e del Kuwait; ma certo dobbiamo attenderci un lungo periodo di diffusa ostilità nei confronti dei cittadini americani, in particolare da parte dei popoli di certi Stati che l’America ha corrotto oppure che ha costretto a unirsi alla coalizione. Le masse dei paesi musulmani considerano gli Stati Uniti come un avversario arrogante, mentre l’Unione Sovietica, in virtù dei suoi sforzi per mediare il contenzioso nelle ultime fasi, può nuovamente atteggiarsi a unica amica di tali paesi.

    D.Sono state esercitate pressioni sul governo degli Stati Uniti per indurlo a un atteggiamento favorevole all’intervento armato in Irak?

    R. Credo che la politica del presidente George Bush sia uno strumento di un progetto più ampio, che forse lo stesso presidente non ha ben chiaro. Per quanto riguarda la guerra, vi è da rilevare che in America, all’inizio del conflitto, gran parte della comunità costituita dai cittadini di origine ebraica era entusiasta di una soluzione che avrebbe ridimensionato o eliminato la minaccia costituita dall’Irak di Saddam Hussein. Certo vi sono state pressioni da parte della lobby ebraica sulla gestione americana della situazione...

    D.Cosa pensa in questi frangenti del presidente George Bush, Lei che era ed è amico dell’ex presidente Ronald Reagan?

    R. Senza dubbio George Bush è animato da buoni sentimenti: è un uomo d’ordine, diligente, rispettoso, onesto, amante della famiglia, ma manca d’"immaginazione" e di capacità di visione prospettica e spesso appare molto "possibilista"; e il potere intossica: come diceva lord John Emerich Dalberg Acton — lo storico britannico, capo del gruppo inglese dei cattolici romani liberali —, il potere tende a corrompere. L’amore per il potere finisce per intaccare tanto le parole quanto le azioni: può trasformare un’impresa seria in una vendetta personale, ammantandola di toni cavallereschi. Durante la campagna elettorale per la presidenza, nel 1988, George Bush veniva spesso definito un indeciso: ora ha mostrato cosa sa fare...
    Del resto, i media tendono sempre a offrire un’immagine parziale della realtà. Per esempio, il presidente ha tenuto un ottimo discorso all’Università del Michigan, nella cittadina di Ann Arbor, contro l’ideologia della cosiddetta political correctness, una pretesa "correttezza politica", una nuova forma di progressismo che in America pretenderebbe il positivo riconoscimento sociale dei gruppi cosiddetti "marginali" — come gli omosessuali o le femministe — e che punta all’atomizzazione della società nonché alla distruzione dell’identità nazionale, scagliandosi contro quanti vi si oppongono. Purtroppo il discorso è stato tenuto il 4 maggio 1991 e nel pomeriggio dello stesso giorno il presidente ha avuto un malore. Così i giornali di tutto il mondo hanno parlato della salute del presidente ignorando quell’importante intervento pubblico.
    Sul tema della guerra nel Golfo Persico, l’ex presidente Ronald Reagan — un uomo indubbiamente attaccato a certi valori "tradizionali" — è stato uno dei pochissimi a mantenere un eloquente silenzio in mezzo a tanta euforia...

    D. Come è stato vissuto il successo militare delle armi americane dalla gente comune?

    R. All’inizio vi è stato grande entusiasmo per la guerra; ora qualcosa sta cambiando. Certo le vittime americane sono state poche: ma ora la gente ha potuto finalmente vedere lo scempio compiuto in Irak e le pesantissime perdite inflitte al nemico. Ci si sta rendendo conto che, per schiacciare una persona certamente ingiusta come Saddam Hussein, si è usata una forza eccessiva. L’opinione pubblica americana ha saputo tutto questo dopo la conclusione del conflitto, perché una sorta di censura — attuata inizialmente con lo scopo di evitare il ripetersi delle campagne denigratorie orchestrate sulla stampa durante la guerra del Vietnam, dunque con intenti positivi — ha finito per soffocare ogni pur legittimo dibattito interno.
    Comunque, negli Stati Uniti ci si è visti costretti ad anticipare i festeggiamenti per la vittoria nel Golfo Persico ai giorni fra l’8 e il 10 giugno; non si è potuto aspettare — come si voleva in un primo tempo — la data del 4 luglio, in coincidenza con la festa dell’indipendenza nazionale, perché l’entusiasmo sta scemando vistosamente...

    D.Si parla molto di Nuovo Ordine Mondiale e l’azione del governo americano sembra orientata verso la costruzione di un ordine politico sovranazionale a guida unica. Lei ha affrontato questo tema nella sua patria e anche in Italia, in occasione della conferenza organizzata da Alleanza Cattolica a Milano, il 5 giugno 1991. Cosa pensa del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale?

    R. L’espressione "Nuovo Ordine Mondiale" risale alla prima guerra mondiale. Il contenuto dell’espressione, per quel che riguarda l’attualità, sembra essere la spinta verso un’"americanizzazione" forzata dell’intero pianeta, voluta — si dice — per portare la democrazia a popoli e in luoghi che non l’hanno mai conosciuta, almeno nell’accezione odierna. Una sorta di "dispotismo democratico", insomma. In quest’ottica gli Stati Uniti sembrano diventare i propagatori di un’ideologia radicale che vuole cambiare il mondo piuttosto che i difensori di un pensiero di natura conservatrice. Questa nuova ideologia avanza di pari passo con la massiccia industrializzazione e con la distruzione di tutto quanto essa trova sul proprio cammino. Ricordiamoci che il Partito Democratico americano è sempre stato il propugnatore della "democrazia astratta" e dell’interventismo americano nel mondo. Un esempio classico è quello costituito dal presidente Lyndon Johnson e dall’intervento militare americano in Vietnam. Il Partito Repubblicano, invece, ha sempre cercato di stare il più possibile al di fuori degli affari interni di altri paesi. Ora sembra che il presidente George Bush, pur provenendo dal Partito Repubblicano, si stia comportando come Lyndon Johnson, Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt, tutti democratici di spicco. Ma già nel 1940 i Repubblicani presentarono alle elezioni presidenziali un candidato "mondialista", Wendell L. Willkie, e furono sonoramente battuti. Generalmente, in questo secolo, essi sono stati i rappresentanti della moderazione, della prudenza e anche della parsimonia nella conduzione della politica estera. A meno di improvvisi capovolgimenti, l’amministrazione guidata da George Bush sta perdendo la sua precedente reputazione di morigeratezza, appunto tipicamente "repubblicana", per abbandonarsi a spese sconsiderate secondo lo slogan"Burro e cannoni". L’amministrazione Bush aveva belle prospettive per ridurre le spese governative, contenendo il deficit federale e forse anche eventualmente riducendo le forze armate in rapporto alla diminuzione della minaccia sovietica, e anche per ridurre il debito nazionale. Invece ci si è gettati in una guerra che è costata un miliardo di dollari al giorno...
    Intanto pare che la resistenza della popolazione ad atti di politica estera avventati sia molto diminuita. Una volta erano le città della costa orientale le più interventiste, mentre nel Middle West vi era maggior prudenza. Ora questa situazione sembra radicalmente mutata: tale suddivisione è molto meno definita.
    In questo secolo sono scomparsi tutti gli imperi, sia quelli sovranazionali che quelli coloniali. Anche l’"impero" sovietico — grazie a Dio — si sta disgregando. Rimane però l’"impero" americano, una realtà ancora in crescita che si espande con l’acquisizione di Stati-clienti. Sebbene non se ne parli mai, esso si è realizzato grazie a una specie di eccesso di distrazione da parte delle altre nazioni; con l’indebolimento dell’Unione Sovietica, nessun potente contrappeso sembra essere rimasto a bilanciare l’egemonia americana nel mondo.

    D.Ha menzionato l’intervento militare americano in Vietnam alla fine degli anni Sessanta e durante gli anni Settanta, come esempio di politica "mondialista" incipiente: si trattava comunque di una buona causa, mirante a fermare e a sconfiggere la Rivoluzione socialcomunista in Indocina...

    R. Certo, ma rispetto a un diretto coinvolgimento americano, che porta con sé il progetto di "americanizzazione", credo sia molto meglio la cosiddetta "dottrina Nixon", cioè il sostegno economico e militare alle Resistenze anticomuniste senza intervento diretto. Uno dei più gravi errori della nostra politica estera fu quello di far intervenire le forze armate degli Stati Uniti in Vietnam, anche se il presidente del Vietnam del Sud, Ngô Dinh Diem, non lo voleva.

    D.Ritiene che nel Nuovo Ordine Mondiale à la George Bush vi sia posto per l’ideologia e il sistema socialcomunista "ristrutturati"?

    R. Da quel che appare finora, credo che il presidente americano — la cui politica ho detto essere forse solo uno "strumento" — miri alla supremazia statunitense attraverso la diffusione la più estesa possibile dell’american way of life, e che in questo quadro il Cremlino figuri solamente come un nemico sconfitto e subito dimenticato.

    D.Ha definito la cosiddetta "americanizzazione" un’ideologia imperialistica americana. Ma la filosofia politica tradizionale dell’America, quella espressa anche dal Conservative Movement, ha una matrice diversa: qual’è la radice culturale di tale "ideologia americana"?

    R. Essa ha origine nel pensiero del filosofo e pedagogista statunitense John Dewey, all’inizio del Novecento. Negli anni Trenta i pedagogisti della sua scuola avevano già trionfato nei settori dell’educazione pubblica americana. I seguaci di John Dewey erano sistematicamente ostili alla dottrina cristiana e tentavano di separare l’ordine politico da quello religioso. "Democrazia" fu un termine esaltato dalla scuola di John Dewey e inteso come uguaglianza di condizione: una piattaforma sociale e intellettuale assai vicina al "dispotismo democratico" denunciato negli scritti dello storico e uomo politico francese del secolo scorso Alexis de Tocqueville. I pragmatisti deweyani disprezzavano il passato e guardavano a una democrazia universalistica e utilitaristica. Avevano costruito un sistema di umanesimo secolarizzato.

    D.Dunque, il sistema deweyano origina una sorta di "pragmatismo ideologico", ben diverso dal realismo tipico della politica americana, che pure spesso viene definito con il termine "pragmatismo"... In molti studi recenti, Lei ha affrontato il delicato tema della democrazia, un tema tornato di grande attualità dopo la Guerra del Golfo, anche secondo quanto ha detto in merito all’"americanizzazione" del pianeta. Può riassumere schematicamente il suo pensiero in proposito?

    R. Le dottrine di John Dewey hanno introdotto in America un linguaggio nuovo. Si è iniziato a intendere la democrazia come qualcosa di automaticamente buono, virtualmente senza errore, e dunque a giudicare le altre forme di governo, passate o presenti, come cattive. Apparve così una concezione monolitica della democrazia, che negava ogni distinzione fra i diversi modi possibili di intendere tale concetto. In questo senso sono sintomatiche parole del presidente americano Woodrow Wilson nel 1917, durante il primo conflitto mondiale, incitanti a "salvare il mondo per la democrazia", così fornendo del termine una chiave di lettura prettamente ideologica.
    Lo slogan del filosofo utilitarista inglese Jeremy Bentham, "un uomo, un voto", trionfò alla Corte Suprema degli Stati Uniti durante il mandato come presidente del giudice Earl Warren, dal 1953 al 1969. Già l’insegnamento pubblico, imbevuto delle tesi della pedagogia deweyana, aveva preparato il terreno per la propaganda della "democrazia assoluta" propugnata dai giudici supremi statunitensi. L’interferenza della Corte Suprema nel campo dei diritti legislativi federali e statali aveva già danneggiato, in pratica, l’esercizio di una corretta democrazia rappresentativa. Si preferì, quindi, un’astrazione ideologica a una prassi politica desunta dal concreto vissuto.
    Tutte le ideologie, compresa quella democratica, portano i loro seguaci all’intolleranza. Questo accade perché ideologia comporta fanatismo e irrealismo; l’ideologia democratica, lungi dal preservare le nostre libertà, indebolisce la struttura costituzionale americana e, per il futuro, arrecherà danno alla causa della libertà ordinata. Infatti, il democratismo indebolisce la democrazia statunitense, subordinandola praticamente al sentimento; in altre occasioni, poi, lo stesso democratismo spinge l’America a decisioni avventate in politica estera e addirittura la porta a guerre condotte su larga scala. La democrazia, intesa come astrazione ideologica, non può sostituirsi con esito soddisfacente all’autorità di Dio. La mentalità moderna è caduta nell’eresia della democrazia, ossia nel rovinoso errore secondo il quale vox populi, vox Dei, sulla cui base il popolo diventa "divino" per assioma e le verità relative al mondo e alla politica vengono estratte dalle urne elettorali.
    Il grande poeta anglo-americano Thomas Stearns Eliot ne L’idea di una società cristiana, del 1939, scrive: "[...] il termine "democrazia" non ha un contenuto positivo sufficiente per opporsi, solo, alle forze che avversiamo e che possono snaturarlo troppo facilmente. Chi non desidera Dio (ed è un Dio geloso) non ha che da inchinarsi davanti ad Hitler o a Stalin" [trad. it., Comunità, Milano 1983, p. 71].
    Il prevalere dei costumi cristiani in terra d’America è stata la ragione del successo della politica della "democrazia territoriale" — secondo l’espressione del pensatore conservatore americano del secolo scorso Orestes Brownson, un pensatore che finì per convertirsi al cattolicesimo dopo aver aderito a numerose denominazioni protestanti — come riconobbe Alexis de Tocqueville circa un secolo e mezzo fa. Oggi, solo il rafforzamento di questi fondamenti religiosi può rinnovare la Repubblica federale americana.
    In generale, la forma di governo più indicata per un popolo dipende necessariamente dalla storia, dal costume, dalla fede, dalla condizione della cultura, dalla legislazione precedente e dalle circostanze materiali di quel singolo popolo; e queste variano da territorio a territorio, da epoca a epoca. Per esempio, la monarchia può difendere l’ordine nel più alto grado, nonché la giustizia e la libertà della gente; l’aristocrazia, in altre circostanze, può risultare più vantaggiosa per il benessere generale... Il modello politico statunitense, certo, non potrebbe tradursi come tale in Uganda o in Indonesia. Come afferma lo storico contemporaneo Daniel J. Boorstin, la Costituzione degli Stati Uniti non è fatta per l’esportazione, né la semplicistica formula "un uomo, un voto" guarisce i mali che l’uomo eredita nascendo. Noi soffriamo di fronte all’ipotesi che la democrazia debba essere concepita o ricostruita a immagine e somiglianza dei più recenti modelli forniti dalla democrazia americana. Ma la democrazia non è una filosofia politica, né un piano di organizzazione politica. È piuttosto una condizione sociale che può avere conseguenze politiche.

    D.Dunque, ci troviamo di fronte a una situazione irrimediabilmente compromessa o sussiste ancora qualche alternativa che permetta di abbandonare questo pericoloso e irrazionale dogmatismo ideologico?

    R. Come la filosofia politica riceve il suo crisma dall’etica e l’etica dalla verità della religione, così solo tornando alla fonte eterna della verità possiamo sperare in un’effettiva organizzazione sociale che non ignori nella sua definitiva costituzione alcun aspetto essenziale della realtà. La parola democrazia è ovunque usata e venerata, ma per esempio all’Est non si è realizzato in più di settant’anni l’obiettivo della fratellanza fra gli uomini e della federazione delle nazioni del mondo... In America dovremmo ritornare all’intuizione di Thomas Stearns Eliot, che ho citato. Dobbiamo ricordarci che la politica non è altro che l’arte del possibile e che essa non è la fonte della salvezza eterna. La politica del democratismo, come tutte le ideologie, è una pseudo-religione che immanentizza i simboli della trascendenza, per dirla con il politologo Eric Voegelin. La terapia contro l’ideologia è il recupero della comprensione religiosa della condizione umana: non dobbiamo dunque adorare un’astrazione chiamata democrazia. Essa può essere utile pragmaticamente, ma non rappresenta un ideale morale. Le forme politiche democratiche sono un mezzo per conseguire un tollerabile ordine civile e sociale: ma queste forme non sono le uniche che abilitano l’essere umano a convivere pacificamente con gli altri. Gli obiettivi di una comunità umana accettabile sono l’ordine, la giustizia e la libertà; la democrazia di per sé non è lo scopo dell’umana esistenza, ma piuttosto un mezzo possibile per il raggiungimento di questi tre obiettivi reali. Può derivare grande danno dalla confusione dei mezzi con il fine.
    Per questo guardo con scetticismo coloro che mi presentano il culto del grande "dio" Demos, dimenticando che l’uomo è una creatura. Si dia a Cesare ciò che è di Cesare; unicuique suum, dicevano gli antichi romani. Attraverso la legge romana la dottrina della giustizia che garantisce le differenze e che implica la responsabilità verso gli altri e la libertà personale, sintetizzata da tale motto, passò alle genti europee e da esse agli Stati Uniti.

    D.I recenti avvenimenti bellici in Medio Oriente hanno avuto come riflesso un notevole rimescolamento dei ruoli e degli schieramenti politici e culturali americani. Può fornirmi un quadro sintetico della situazione attuale?

    R. Viviamo in un’epoca piuttosto confusa; i sistemi educativi necessitano di ampie revisioni, dopo essere stati lasciati in balìa di quanti, negli anni Sessanta e Settanta, si definivano "democratici" e che hanno introdotto princìpi educativi folli. Questo clima di grande permissivismo interessa pure l’ambito teologico, dove sia fra i cattolici che fra i protestanti si stanno verificando fenomeni di decadenza speculativa. La citata ideologia della political correctness, poi, favorisce la disgregazione culturale. Alcuni gruppi attenti alla cultura multirazziale e cosiddetta "minoritaria" vorrebbero sovvertire l’identità culturale nazionale. Nelle fondazioni e nelle università sono ancora fortemente arroccati i liberal. Fra i conservatori la vicenda della guerra contro l’Irak ha portato scompiglio. A parte i sostenitori coscienti dell’"americanizzazione", molti autentici conservatori patrioti forse non hanno ben colto la portata degli avvenimenti in corso, determinando forti lacerazioni nell’ambito del movimento di pensiero conservatore. Vi sono pensatori conservatori amici miei sia fra gli oppositori della guerra che fra i suoi sostenitori.

    D.Un’ultima domanda sulla cultura statunitense. In Italia le forze "di sinistra", o comunque quelle laiche, stanno trasformando le celebrazioni per il quinto centenario della scoperta dell’America, previste per il 1992, in un’occasione straordinaria per demolire la lunga e difficile opera di evangelizzazione del Nuovo Continente: succede qualcosa di simile anche nel suo paese?

    R. Sì. L’attacco principale viene portato proprio sul piano culturale, per minare le radici della nazione. Attraverso il tentativo di abbandonare il retaggio classico e cristiano su cui si fonda la nostra autentica cultura, a favore magari di nuove esperienze culturali, che pongono l’accento sull’identità latinoamericana o africana, si cerca di frammentare l’identità americana. Già diversi gruppi lavorano attivamente in questo senso. Molto spesso in questa lotta, cui il 1992 offre semplicemente un’occasione concreta, i fautori della political correctness e i gruppi favorevoli a discutibili soluzioni multiculturali si fiancheggiano.

    a cura di
    Marco Respinti



  2. #2
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    Predefinito

    Alla luce dell'articolo/intervista presentato al post #1 si impongono delle considerazioni importanti.

    A parlare è Russell Kirk, un intellettuale del Conservative Movement che non può certo essere considerato "unpatriotic" dai tipi della National Review.

    Kirk si rifà a Burke e a Reagan, numi tutelari del conservatorismo americano, e difende la tradizione di politica estera Repubblicana, da lui distinta da quella Wilsoniana, Democratica. E' dunque un alfiere dell'ortodossia, non certo un pericoloso innovatore.

    L'intervista è di Maurizio Blondet, è stata pubblicata su Avvenire e riportata con commento introduttivo di Marco Respinti su Cristianità, organo di Alleanza Cattolica.
    Nel 1992 Blondet lavorava ancora per il celebre quotidiano cattolico ed era stimato da Alleanza Cattolica a tal punto che poteva essere ospitato nelle pagine di Cristianità. Allora il tradizionalismo italiano era ancora unito e nulla avrebbe fatto presagire alle furibonde divisioni degli ultimi anni. Da allora infatti molte cose sono cambiate.
    L’eredità di Kirk e della Old Right è diventata appannaggio dei paleoconservatori, sempre più in rotta con l’establishment Repubblicano.
    In Italia su posizioni affini a quelle di Buchanan è rimasto il solo Blondet con il sito Effedieffe che si oppone fermamente al Nuovo Ordine Mondiale e alle guerre combattute per esso.
    Respinti pur simpatizzando ancora per il mondo paleoconservatore e criticando i neocons è rimasto comunque solidale con il Partito Repubblicano e le sue scelte.
    Altri di Alleanza Cattolica, da Morigi (che scrive per National Review) a Introvigne, hanno invece sposato in pieno il "nuovo conservatorismo" accusando pubblicamente Blondet e altri tradizionalisti di essere della "destra radicale" (divenuta in quegli ambienti, passati dal MSI a Forza Italia, un insulto dei peggiori), antisemiti, etc. etc.

    Bisogna dire a onor del vero che altri settori del cattolicesimo di frangia, ovvero i sedevacantisti, si oppongono in toto al conservatorismo USA (passato e recente) e considerano tutto il tradizionalismo reazionario, da De Maistre a Evola, un frutto della Massoneria (si veda il libro di Cupertino, “Spaghetticons” e gli scritti di Don Curzio Nitoglia per Sodalitium). Questo agitarsi di acque a destra in funzione pregiudizialmente antiamericana ha forse favorito il repentino passaggio di settori tradizionalisti dalla destra estrema al centro moderato. Costoro hanno scelto la compagnia di pugnaci americanisti provenienti dall’area radical-socialista, divenuti loro magrado filo-repubblicani in seguito all’antisemitismo e al pacifismo montante nella nuova sinistra.
    Giuliano Ferrara, Carlo Panella, Giuliano Adornato, Renato Farina, Marco Bardazzi, Alberto Simoni sul fronte neocon, orgogliosamente antifascista, filoisraeliano e apertamente dialogante col mondo cattolico.
    Christian Rocca, Massimo Teodori, Marco Taradash, Daniele Capezzone, Paolo Guzzanti, Oriana Fallaci, Fiamma Nirenstein su quello liberal-moderato, orgogliosamente antifascista, filoisraeliano ma allo stesso tempo fermo su posizioni laiche e liberali. Tutta gente proveniente da sinistra (e in minima parte dal centro) e che nulla ha a che fare con la storia della Vera Destra americana e con quanti in Italia negli anni cinquanta, sessanta e settanta hanno simpatizzato con essa (vale per tutti il gruppo del Borghese, bollato come “fascista” senza mezzi termini e del Giornale di Montanelli, ritenuto reazionario perfino dai nostri liberali).

    Purtroppo la compagine berlusconiana non presenta traccia di conservatori "genuini”, perchè questa gente è stata tutta la vita a deplorare al seguito dei media “democratici” la "caccia alle streghe" di maccartisti come Buckley e Kirk. Quando l’autorevole Paolo Mieli onnipresente a "Otto e 1/2" ha dato pubblicamente del fascista a Barry Goldwater, il buon Ferrara è rimasto zitto, vuoi per compiacere l’amato ospite, ma forse anche perchè da buon “neocon” continua a sentirsi estraneo e ostile alla Old Right americana.

    Adesso che le tensioni irakene sono passate e con esse è venuto meno il pericolo, da destra, di sovrapporsi all’internazionalismo pacifista delle sinistre, bisogna riconsiderare lealtà nazionali e internazionali quando si rilevano contrarie, nelle parole come nei fatti, ai valori e alla storia del conservatorismo occidentale. E' venuto il tempo che il conservatore denunci tutto ciò che viene fatto a suo danno, da sinistra e oggi anche da “destra”, per il bene del conservatorismo autentico e per la propria onestà intellettuale.

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    Intervista con Russel Kirk
    Cristianità n. 170 (1989)

    Le due anime dell'America


    Su invito dell'assessorato alla Cultura e della Biblioteca Civica del Comune di Monza, nell'ambito di una serie di incontri dal titolo Oltre la terra desolata, promossi in onore di Thomas Stearns Eliot, Russell Kirk, biografo e amico del poeta e saggista anglosassone, venerdì 26 maggio, al teatrino della Villa Reale di Monza, ha portato una testimonianza su Thomas S. Eliot e il suo tempo, presentato al numeroso pubblico da Mario Marcolla, studioso della cultura nordamericana.
    Sabato 27 maggio, il pensatore e saggista statunitense, che era accompagnato nella sua tournée italiana dalla moglie Annette, ha tenuto una conferenza sul tema Rivoluzione francese e/o Rivoluzione americana, organizzata a Milano, nella Sala del Grechetto di Palazzo Sormani, da Alleanza Cattolica. Introdotto da Giovanni Cantoni, direttore di Cristianità, e presentato da Mario Marcolla, che ha brevemente esposto la storia intellettuale del Conservative Movement così come viene tracciata nell'opera più famosa dello stesso pensatore americano, The Conservative Mind. From Burke to Eliot (7ª ed. riveduta, Regnery Gateway, Chicago-Washington 1987), "Il pensiero conservatore. Da Burke a Eliot", Russell Kirk ha trattato l'argomento di fronte a un pubblico qualificato dalla presenza, fra altri, del professor Luigi Prosdocimi, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, del professor Enrico Fasana, dell'Università di Trieste, del senatore Alfredo Mantica e del consigliere provinciale Flavio Nucci.
    Sullo stesso tema, sempre per iniziativa di Alleanza Cattolica, Russell Kirk ha parlato lunedì 29 maggio a Torino, nella Sala Carducci dell'Hotel Jolly Ambasciatori, presentato dal professor Mauro Ronco, dell'Università di Cagliari nonché esponente dell'associazione organizzatrice, e di nuovo introdotto da Mario Marcolla; quindi, martedì 30 maggio, a Lec-ce, nella Sala Maria Luisa Ferrari del Palazzo Ateneo, è stato protagonista di un incontro promosso dal Centro Studi Giuridici e Politici e dalla sezione salentina della Società Filosofica Italiana, presentato dal professor Antonio Verri, segretario di questa sezione, e dal magistrato Alfredo Mantovano, di Alleanza Cattolica, alla presenza, fra altri, del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Lecce, dottor Vincenzo Chiriacò. In occasione del suo soggiorno leccese il pensatore americano è stato anche intervistato dalle emittenti televisive teledue e telenorba.
    Nato a Plymouth, nel Michigan, nel 1918, Russell Kirk ha conseguito il baccellierato alla Michigan State University e si è laureato alla Duke University. Unico americano addottorato in lettere nell'antica università scozzese di St. Andrews, ha ricevuto dodici lauree honoris causa da altrettante università americane. Nato e cresciuto in una famiglia non appartenente ad alcuna confessione religiosa, è stato battezzato nel 1964, quando è entrato nella Chiesa cattolica. L'incontro con la filosofia politica di Edmund Burke e con la produzione letteraria di Thomas S. Eliot l'aveva portato a superare una posizione stoica coltivata durante gli anni Quaranta. Con la pubblicazione, nel 1953, della sua opera principale, il già ricordato The Conservative Mind. From Burke to Eliot - in prima edizione con il sottotitolo From Burke to Santayana - egli diventa l'esponente principale della filosofia politica conservatrice negli Stati Uniti d'America. La sua produzione intellettuale consta di una ventina di opere, tradotte in numerose lingue - fra cui il tedesco, l'olandese, lo spagnolo e il coreano -, con una diffusione complessiva di oltre un milione di copie. Visiting professor presso diverse università del Nuovo e del Vecchio Mondo, vive a Mecosta, nella parte centrale del nativo Michigan, ove, con la collaborazione della moglie Annette, organizza e gestisce i Piety Hill Seminar. Presidente della Marguerite Eyer Wilbur Foundation, dirige ed edita l'influente trimestrale The University Bookman. Gli interessi di Russell Kirk spaziano dalla storia al pensiero politico, dalla letteratura al giornalismo, e ancora oggi è il pensatore più significativo del Conservative Movement americano, i cui fondamenti dottrinali risalgono al pensiero dell'irlandese Edmund Burke, da questo esposti principalmente nelle sue Reflections on the Revolution in France, pubblicate in Inghilterra nel 1790, opera che ha costituito un ostacolo rilevante alla diffusione dell'ideologia rivoluzionaria nel mondo anglosassone (cfr. Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, trad. it., Ciarrapico, Roma 1984).
    Nell'opera The Conservative Mind. From Burke to Eliot viene tracciata la storia dell'influenza del pensiero di Edmund Burke in Inghilterra e negli Stati Uniti, attraverso tutto l'Ottocento e la prima metà del secolo XX. Come ha detto Mario Marcolla, presentando il pensatore americano al pubblico italiano, i cardini del pensiero conservatore, esposti nella sua opera, sono cinque: "1. Il credere che un divino intento go-verna la società e le coscienze, forgiando un'eterna catena di diritti e di doveri, la quale lega i grandi e gli oscuri, i vivi e i morti, così che i problemi politici sono, in ultima analisi, problemi morali e religiosi, e la politica è l'arte di apprendere e di applicare la giustizia; 2. l'amore per la varietà e il mi-stero della vita tradizionale, perché distinta dalla stretta uniformità e dai fini egualitari e utilitaristici dei sistemi ra-dicali; 3. la convinzione che la società civile richiede ordini e classi, e che la sola uguaglianza è quella morale, dal mo-mento che tutti gli altri tentativi di livellamento conducono all'annientamento; 4. la persuasione che la proprietà e la libertà sono inseparabilmente connesse, e che il livellamento economico non rappresenta nessuna forma di progresso; 5. la fiducia nelle leggi tramandate e la diffidenza nei riguardi dei sofisti e dei calcolatori".
    Dagli anni Cinquanta all'avvento, nel 1980, di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, il Conservative Movement è riuscito a diffondere la propria concezione del mondo in diversi settori della vita americana, opponendosi sia all'ideologia progressista dei liberal, sia - come ha spiegato lo stesso Mario Marcolla - alle teorie individualistiche, libertarie e antistatalistiche, di intellettuali come Ayn Rand - autrice del famoso romanzo Noi vivi. Addio Kira (trad. it., Baldini-Castoldi, Milano 1938) - e dei suoi seguaci, come Frank Chodorov, i quali - anch'essi definiti conservatori - hanno offerto in Europa l'immagine vincente dell'era reaganiana.
    Negli incontri con il pubblico italiano a Milano, a Torino e a Lecce, Russell Kirk, illustrando le profonde differenze che separano la Rivoluzione americana da quella francese, ha così presentato l'immagine di un'altra America, quasi completamente sconosciuta almeno in Italia, quell'America che difende i valori della tradizione classica e cristiana anche attraverso l'opera culturale di uomini come Richard Weaver, Daniel Boorstin, Peter Stanlis, Peter Viereck - di cui fu tradotto il volume Dai romantici a Hitler (Einaudi, Torino 1948) -, Francis Graham Wilson, William Buckley - direttore di The National Review - e i più anziani Donald Davidson, Allen Tate, James Burnham - ex allievo di Lev Trotsky in Messico, poi passato a posizioni conservatrici e noto anche in Italia per il suo La rivoluzione dei tecnici (trad. it., Mondadori, Milano 1946) -, William Henry Chamberlin, John Davenport, Joseph Chamberlain, Ross J. S. Hoffman ed Eliseo Vivas.
    Nei suoi studi, Russell Kirk raccoglie e unifica idealmente l'opera culturale di questi uomini e quella, conosciuta quasi esclusivamente nel suo aspetto letterario, di Thomas S. Eliot, di cui meritano di essere ricordati gli scritti L'idea di una società cristiana (trad. it., Comunità, Milano 1948) e Appunti per una definizione della cultura (trad. it., Bompiani, Milano 1952).
    In occasione della sua permanenza in Italia, ho potuto porre al pensatore americano alcune domande.

    D. Si è soliti accomunare la Rivoluzione americana e quella francese, come espressioni di uno stesso progetto illuministico. Il Conservative Mind, a partire da Edmund Burke, ha negato questo legame: quali sono le principali differenze?

    R. La prima illustrazione adeguatamente argomentata del diverso carattere dei due fenomeni storici è contenuta in un'opera pubblicata nel 1800 da Friedrich von Gentz, uomo politico e scrittore prussiano, amico del principe Clemens von Metternich e uno dei principali architetti della ricostruzione dell'Europa dopo la caduta di Napoleone nel 1815. Le riflessioni di Edmund Burke - tradotte in tedesco dallo stesso Friedrich von Gentz - gli avevano fatto aborrire le teorie e le conseguenze della Rivoluzione francese: egli scrisse un saggio nel quale sostiene la tesi secondo cui la Rivoluzione americana fu "una rivoluzione non fatta, ma impedita", in quanto gli americani erano insorti in difesa dei loro diritti fondamentali e le loro richieste erano moderate; al contrario, i rivoluzionari francesi, sperando di riplasmare la natura umana e la società, rompevano con il passato, sfidavano la storia, abbracciavano dogmi astratti, cadendo così sotto il dominio crudele di un'ideologia mostruosa. Importa ricordare che questo studio di Friedrich von Gentz fu tradotto in inglese da John Quincy Adams, poi sesto presidente degli Stati Uniti, con il titolo The American and French Revolutions Compared.

    D. Nei due episodi, fu diverso l'atteggiamento tenuto anche in relazione alla religione cristiana?

    R. Friedrich von Gentz non tratta della maggiore differenza, costituita appunto dall'ostilità dei rivoluzionari francesi nei confronti della religione cristiana e, al contrario, dal forte attaccamento a essa da parte di quelli americani. Infatti, contrariamente a quanto fece la Rivoluzione francese, in America non venne inferto nessun colpo alla fede cristiana. La grande maggioranza dei firmatari della Dichiarazione d'Indipendenza era costituita da cristiani praticanti dell'una o dell'altra confessione e i cinquantacinque delegati alla Convenzione Costituzionale erano quasi tutti - fatta eccezione per tre o quattro - membri di una Chiesa. Così, nel corso della Rivoluzione americana, nessuno venne perseguitato per la sua fede religiosa.
    Durante quegli anni, quando le idee di Jean-Jacques Rousseau dominavano il pensiero francese, la più potente influenza intellettuale nell'America Settentrionale britannica era quella prodotta dal rigido calvinismo di Jonathan Edwards. Mentre il pensatore ginevrino sosteneva la naturale bontà del genere umano, Jonathan Edwards ricordava nel suo insegnamento la depravazione della natura umana.

    D. Eppure le idee illuministiche, che erano già dominanti in Francia prima dell'Ottantanove, sono almeno in parte penetrate nella Rivoluzione americana. Com'è potuto accadere, se gli americani si erano ribellati alla Corona inglese soltanto per affermare i loro diritti tradizionali di autonomia e di libertà?

    R. Gli uomini che hanno fatto la Rivoluzione americana non intendevano rifondare sostanzialmente la loro società: affermavano di opporre resistenza alle pericolose innovazioni di re Giorgio III d'Inghilterra e dei suoi amici - cioè dei King's Friends, un gruppo che, nel parlamento inglese, sosteneva una politica centralizzatrice - in nome di quelli che Edmund Burke chiamava "i diritti costitutivi degli inglesi". Perciò erano piuttosto conservatori che innovatori, e tentavano di evitare e non di promuovere una rivoluzione. Le cose cambieranno nel 1776, quando ai rivoluzionari americani apparirà indispensabile l'alleanza con la Francia; in questo senso si possono spiegare le frasi congeniali ai philosophes francesi presenti nella Dichiarazione d'Indipendenza: esse ricordano il linguaggio di Thomas Jefferson piuttosto che il tono e la moderazione dei tipici membri del Congresso Continentale del 1776, che riuniva i rappresentanti dei primi tredici Stati Uniti americani.

    D. All'inizio del secolo, nell'History of American Political Theories di Charles E. Merriam, le due tendenze emerse dopo la Rivoluzione americana vengono descritte in questi termini: "Dopo che l'indipendenza dalla Gran Bretagna fu conseguita e formalmente riconosciuta, due nette tendenze apparvero durante il periodo iniziale dell'Unione: la reazionaria e la radicale. La teoria del primo partito è chiaramente espressa nella stessa Costituzione, nel Federalist e negli scritti di John Adams e di Alexander Hamilton. La teoria del partito radicale è enunciata nel modo migliore da Thomas Jefferson, la figura centrale, sia nell'azione pratica come nella filosofia politica, della scuola democratica".

    R. Il francofilo Thomas Jefferson era atipico rispetto agli uomini che sedevano nel Congresso Continentale. Carl Becker, nella sua opera The Declaration of Indipendence, lo descrive in questi termini: "Non senza ragione, Jefferson si sentiva quasi a casa propria a Parigi. Per la qualità del suo pensiero e per il suo temperamento apparteneva realmente alla scuola filosofica degli enciclopedisti, quelle anime generose che amavano il genere umano in virtù del fatto che non conoscevano molto gli uomini, che adoravano la ragione con una fede irragionevole, e compivano studi sulla Natura mentre coltivavano una studiata avversione per l'"entusiasmo" e la forte emozione religiosa. Come loro Jefferson, specialmente nei suoi primi anni, stupisce perché si professa espressamente un radicale. Spesso percepiamo come egli difenda alcune pratiche e idee, come denunci alcuni costumi e istituzioni non tanto per riflessione autonoma o per convinzione profonda circa la particolare posta in gioco, quanto perché, in generale, questi sono temi che un filosofo o un "uomo virtuoso" deve naturalmente difendere o denunciare".

    D. Come si sono sviluppate successivamente queste due tendenze, quella radicale, liberal, e quella conservatrice nella storia americana?

    R. La tendenza liberal, che si richiama a Thomas Jefferson - presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809 - continuerà nel Partito Democratico, fondato durante la presidenza del generale Andrew Jackson, fra il 1829 e il 1837, fino alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt. Dopo la morte di quest'ultimo, nel 1945, i seguaci di Thomas Jefferson non saranno molti; bisogna anche ricordare che quando i liberal si appropriano della sua figura, molto spesso la adattano alle loro esigenze.

    D. Anche John Fitzgerald Kennedy può essere ascritto a questa tendenza?

    R. Il presidente John F. Kennedy rappresentava gli interessi delle classi lavoratrici, degli immigrati e del mondo agricolo; aveva inoltre una connotazione cattolica, anche se era più un'ispirazione che un reale attaccamento alla Chiesa. È riuscito a far presa sui poveri e sugli immigrati, contrapponendoli ai cosiddetti "interessi costituiti" che, secondo i liberal del Partito Democratico, erano rappresentati dal Partito Repubblicano.
    Con la presidenza di Ronald Reagan tutto questo è cambiato, anche perché gli immigrati si sono inseriti nel paese aumentando il loro tenore di vita. Si è così potuto parlare di "conservatorismo popolare", che ha inoltre costretto anche il Partito Democratico ad assumere posizioni più conservatrici. Il problema del Partito Democratico consiste nel fatto che è molto diviso al suo interno, mentre il Partito Repubblicano è ormai diventato la forza politica pro-life, favorendo in questo modo l'ingresso al proprio interno di molti cattolici e di cristiani di altre confessioni, che un tempo avevano sostenuto John F. Kennedy e il Partito Democratico.
    Bisogna anche notare che il miglioramento delle condizioni di vita ha favorito lo spostamento della lotta politica a livello dei princìpi, non più soltanto a quello degli interessi da difendere oppure da conquistare.

    a cura di Marco Invernizzi



 

 

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