Settembre 2003 - Quel che rende tragica la situazione a jNapoli non e la gravissima mancanza Fdi lavoro, non e il controllo sempre piu oppftmente di ogni aspetto della vita metro-politana da parte delle organizzazioni malavito-se, non e il diffondersi inarrestabile a tutti i livel-li di una mentalita camorristica. Non sono questi i veri problemi di Napoli, perche se una citta si trova in uno stato di profonda decadenza non significa che per questo debba venir meno la spe-ranza di poter costruire un future migliore. II problema vero, invece, consiste proprio nel fatto che non sembra esserci piu alcuna speranza di rinascita, di arrestare il degrado dilagante.
Questa prospettiva di morte civile e la conseguenza del fatto che Napoli non ha piu una classe intellettuale libera e responsabile, una classe intellettuale che si faccia carico del degrado della citta, che si rimbocchi le mani per fare qualcosa, per denunziare le emergenze gravissime che atta-nagliano questa vecchia capitale. Ci ritroviamo invece a dover subire la presenza di una classe intellettuale parassitaria, vecchia e decrepita, senza coscienza civile, senza slanci ideali, senza amore per la propria citta. Questo gravissimo vuoto di energie morali e il vero fattore che auto-rizza le previsioni piu pessimistiche per tutta l'a-rea napoletana.
Non e un mistero per nessuno che dal 1860 l'intellettualità di Napoli ha rinunciato completa-mente a gestire i destini della sua citta, rinchiu-dendosi da allora in uno stato di completo servi-lismo nei riguardi del potere torinese prima, romano poi. Non e un caso che da allora non un'i-dea, non una iniziativa di grande portata sia piu partita da Napoli, per imporsi sullo scenario peninsulare. Tanto per citare l'ex capitale del Sud non e stata capace dal 1860 di fornire all'Italia un solo vero leader politico, sia stato democristiano, fascista, comunista, socialista o quant'altro. L'intellettualita napoletana e diventata da allora un ceto di stipendiati, nel senso peggiore del ter-mine, di gente cioe che ha rinunziato ad ogni spa-zio di liberta, di autonomia, di critica, pur di campare. L'unico sport preferito dagli intellettua-li nostrani si e rivelato l'autoincensazione intorno alle elucubrazioni di Benedetto Croce o di qua-lunque mezza calzetta napoletana, che in questi ultimi due secoli abbia teorizzato la necessita di una nuova sistemazione geopolitica della nostra gloriosa citta: tra quelle entita urbanistiche che non devono avere alcuna voce in capitolo, e che devono accontentarsi di stendere eternamente le mani.
La rinunzia vile ad ogni assunzione di responsabilita civile ha inevitabilmente precipi-tato l'intellettualita napoletana in uno stato pato-logico di cronico provincialismo culturale, tipico di chi si da le arie di avere larghe vedute, ma che in realta non si accorge o finge di non accorgersi di interpretare una parte il cui copione e stato scritto altrove.
Benedetto Croce e veramente il simbolo di questa intellettualita senz'anima e senza respiro. Certamente Croce fu un uomo dotato da madre natura di grandissime qualita intellettive. Ma cio che dal punto di vista civile rende l'uomo grande, libero nel senso pieno della parola, non e il suo grado di intelligenza, ma il suo cuore, la sua capacita di amare la propria patria, di battersi per essa. Croce, che nei suoi giudizi storici non ha fatto altro che inneggiare ai francesi, ai piemon-tesi e ai loro collaborazionisti, era dunque un uomo profondamente mediocre, meschino, di basso profilo morale. Una classe intellettuale che ha tra i suoi idoli un'intelligenza sprecata come Benedetto Croce non poteva, dunque, che eredi-tarne tutta la miseria morale.
Oltre le.parole contano i fatti. Almeno su un punto a Napoli siamo tutti d'accordo: crociani (di destra o di sinistra) e "borbonici" non possono che prendere atto dello stato di profonda decadenza in cui sta precipitando la nostra citta. Se e cosi, e non si vede come lo si possa negare, allora la classe intellettuale napoletana, formata nel culto delle "rivoluzioni" del 1799 e del 1860, e ovviamente la responsabile principale di questo disastro. Lo stato attuale della nostra citta rap-presenta dunque la condanna storica piu eviden-te, assoluta e inappellabile di questa generazione di venduti o di illusi. Qualcuno, come il vecchio Marotta, per sfuggire a questa invitabile deduzio-ne logica ha tentato di scaricare ogni responsabilita sulla "natura irreversibilmente malefica della stirpe napoletana". Dunque, secondo Marotta, 140 anni di scolarizzazione infranciosata, nordi-sta e massonica hanno completamente fallito, nel costruire l'uomo "nuovo", "liberale" ed "evolu-to".
Ridare una coscienza civile, una volonta di esserci alle classi alte napoletane e di conseguen-za ai napoletani in generale, educati come sono stati, da generazioni, alia piu totale inerzia civile e morale, appare a questo punto un'impresa disperata. Risolvere questo problema cruciale costituisce la vera difficolta che devono superare i periodici come Nazione Napoletana.
Edoardo Spagnuolo




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