OMNIA SUNT COMMUNIA

Ricevo e pubblico


Una recensione al film "in fabbrica" di Francesca Comencini"
Memorie di una classe da sempre irriducibile
di Sergio Bologna
Operai e lavoratori in carne e ossa, in tutta la loro realtà. È stato il cinema italiano, e in parte la televisione, a «sbirciare» dentro le industrie.
Francesca Comencini, con il suo «In fabbrica» ha fatto un film proprio su quello «sguardo», non sulla storia, restituendo così una dignità perduta
Dobbiamo essere grati a Francesca Comencini. Ha riportato gli operai nello spazio pubblico. Quelli che lottavano intendo, quelli degli anni Settanta, quando l'Italia era ancora un paese civile, malgrado le stragi di stato e la guerriglia urbana.
Un paese con salari decenti, che permettevano di vivere, potevi ammalarti e far figli, senza che questo fosse considerato un autolicenziamento. Era un paese di passioni civili e di conflitti sociali. Oggi lo guardano con commiserazione o con orrore (il terrorismo!). Lo guardano «loro», quelli che hanno ridotto il nostro paese in un territorio dove il culo di una «velina» vale assai più del cervello del miglior ricercatore.
Sono ben distribuiti tra Destra e Sinistra questi «loro», forse più di là che di qua ma quelli di qua più nefasti, più miserabili. Sono in parte quei «loro» che ci hanno restituito Berlusconi dopo un anno e mezzo di ottuso malgoverno e in parte quelli che hanno esercitato il loro sporco mestiere e da tempo si sono ritirati o sono morti.
Lasciamoli stare, a godersi la pensione, ma non lasciamo perdere l'occasione che Francesca Comencini ci offre per tornare con la memoria agli anni Sessanta e Settanta, per provare a ragionare di nuovo di quel tema così a lungo dimenticato, trascurato: le condizioni di lavoro e il conflitto sociale.
E allora dobbiamo fare subito una precisazione: la regista romana ci ha consentito di capire meglio come il cinema italiano - e in parte la televisione - hanno «guardato» la fabbrica, il suo è un lavoro sullo «sguardo».
Non è un lavoro sulla storia e se pretende di fare storia (in qualche fuggevole, discreto e inevitabile cenno) deve rassegnarsi a fare i conti con chi quella storia l'ha vissuta e magari ci ha speso una vita nel tentare di raccontarla, interpretarla. È una storia pesante, come tutte le grandi trasformazioni sociali e culturali, come tutti i forti cambiamenti delle mentalità e dei comportamenti.
Francesca Comencini ci offre un'antologia dello sguardo, ma lo sguardo non è neutrale ed in particolare con argomenti come questi lo sguardo è fortemente condizionato dalle culture politiche. Pensiamo a tutta la prima parte del film, a quello stile neorealistico che si sofferma sui volti delle donne e dei contadini meridionali.
Per quanto stilisticamente eccellente, quel modo di guardare era la trasposizione cinematografica della stucchevole retorica meridionalista, di quel populismo che era stato usato per seppellire la memoria di classe. Guardando quelle immagini uno non pensa che l'Italia era già un paese industriale dall'inizio del secolo, né pensa che le fabbriche italiane fossero state teatro di movimenti sociali profondi, prima, durante e dopo la guerra mondiale, né è portato a ricordare gli scioperi del '43 che hanno fatto cadere il fascismo, né la stagione di lotte che si chiude con la sconfitta del '48. Ma non è nemmeno portato a ricordare che le campagne italiane erano in parte capitalisticamente avanzate, erano «fabbriche verdi» dove lavoravano salariati agricoli e braccianti che avevano condotto memorabili scioperi.
Che cosa voglio dire con questo?
Che l'Italia sin dai tempi di Gramsci «era un paese con una cultura del conflitto industriale matura, avanzata», e che il movimento operaio italiano era stato creato da quella cultura di classe. Il populismo miserabilista voleva farci credere il contrario e fu proprio contro quel populismo che gli «operaisti» si sono battuti per fare emergere di nuovo il senso del conflitto industriale. Quando Asor Rosa scriveva ancora dei bei libri, per esempio, come Scrittori e popolo.
Contro quel populismo patetico ed estetizzante - che oggi si ripete nella rappresentazione dell'immigrato - si sono battuti Panzieri e i Quaderni Rossi.
E arriviamo alla grande svolta del '60, all'inizio del nuovo ciclo. Appena gli operai si muovono, il populismo meridionalista scricchiola, appaiono i calabresi, i siciliani, i campani, i veneti che hanno anni di esperienza di fabbrica in Germania, in Belgio, in Svizzera, gente con una cultura evoluta del conflitto industriale, non poveri diavoli. Comincia la nuova storia e comincia nel '59/'60 a Milano, dove è concentrato il 70% della forza lavoro del settore elettromeccanico. È la madre di tutte le lotte, è un movimento di sciopero che dura un anno, dove vengono applicate tutte le forme di lotta più sofisticate, dove entrano in scena prepotenti le donne, alla Siemens, alla Face Standard, dove si fanno marce silenziose e si diffondono per la prima volta i fischietti, dove si occupa piazza del Duomo a Natale in una manifestazione memorabile di solidarietà cui si associa anche la Chiesa. Uno sciopero, come racconta un ex tornitore della Cge nel video Oltre il ponte - che vedrete il 22 maggio a Torino
- «dove il sindacato ha imparato ad organizzarsi per resistere un minuto più del padrone». Esiste uno spettacolare filmato su questa lotta, un filmato della Sezione stampa e propaganda del Pci milanese (dallo stile un po' «sovietico») che racconta il periodo dal luglio 60 al contratto dei metalmeccanici del '64, s'intitola La via sicura.
Peccato che Francesca Comencini abbia sorvolato su questo capitolo fondamentale del ciclo che si concluderà nel 1980 alla Fiat. Ma va bene lo stesso, si comincia con gli scioperi Lancia di Torino - ricordate Scioperi a Torino di Goffredo Fofi e Carla Gobetti, con testo di Franco Fortini? Si comincia secondo quella cronologia in parte confezionata dagli «operaisti» stessi ed accettata in sostanza supinamente dal Pci e dal sindacato. È una cosa che solleva forti interrogativi.
Come mai tutti, senza eccezioni, hanno accettato la versione secondo la quale il ciclo di lotte che porta all'autunno caldo sarebbe cominciato a Torino con lo sciopero Lancia? Come mai anche il Pci ha oscurato, rimosso, la grande lotta degli elettromeccanici milanesi di due anni prima? Forse un giorno daremo una risposta a queste domande, forse capiremo come mai a Botteghe Oscure hanno sempre guardato con una certa diffidenza alla radicalità, alla sapienza, della classe operaia milanese, scambiandole per residuo stalinista. Negli elettromeccanici del '60 l'egemonia era esercitata dall'operaio specializzato, dall'operaio di mestiere, con forte orgoglio professionale e senso di classe radicato, c'erano sì i reparti di montaggio, dove spesso prevalevano le donne, ma in generale la composizione di classe era ben lontana da quella che si afferma più tardi con l'operaio massa. Ma torniamo al film della Comencini.
Bellissime le immagini dei picchetti Fiat ripresi dall'interno, dalla direzione, e splendide le riprese dell'ondata migratoria che accorre a Torino per l'apertura dello stabilimento Fiat di Rivalta, la gente che dorme alla stazione di Porta Nuova. Qui lo sguardo cambia, l'ideologia populista non riesce più a offuscarlo, l'occhio della macchina da presa si fa crudo, «veritiero», si fa cronaca. Siamo ormai alle soglie del '68, c'è il «maggio francese», e Milano torna di nuovo a dare il segnale, a imporre un salto di qualità. Pirelli, settembre-ottobre 1968, la lotta contro il cottimo, i Comitati di base. Giugno-luglio 1969 scioperi selvaggi alla Fiat, l'assemblea operai-studenti.
Possibile che su questi due episodi centrali di quella stagione non ci sia del materiale filmato? Solo perché la spinta era sfuggita di mano al sindacato? L'autunno caldo non nasce da un colpo di bacchetta magica né da un «pronti via!» delle centrali sindacali, a quell'autunno si arriva con un crescendo impressionante, che va dal maggio del 68 al settembre del 69.
Anni 70, nuova evoluzione dello sguardo, sembra quasi che man mano che la classe si appropria dei suoi ritmi di lotta,
man mano che il conflitto si fa più maturo, la macchina da presa perde il suo dominio, sembra travolta, incapace di fissare le inquadrature, costretta a rincorrere l'immagine. Man mano che la classe acquista la parola, i predicatori, i commentatori tacciono. Anche gli «operaisti» non hanno più niente da dire. Ed è qui, nella parte dedicata agli anni 70, che avrei da fare l'unico rilievo critico alla regista, perché vorrei che fosse chiaro un passaggio importante. Forse mi sbaglio, ma ho avuto la sensazione che il film tenda a suggerire l'idea che il radicalizzarsi delle lotte operaie negli anni 70 abbia portato ad eccessi rivendicativi pagati in seguito assai cari con la sconfitta dell'ottobre 1980 alla Fiat. Non c'è dubbio che a un certo punto il conflitto è diventato ingovernabile ma non bisogna dimenticare che la riscossa padronale è partita già nel 1974/75 con le prime grandi ristrutturazioni e l'uso selettivo della cassa integrazione (per es. all'Innocenti - ancora una volta è Milano a segnare la svolta). Se c'è stata un'accelerazione nella seconda metà degli anni 70 (in realtà è stata più nei servizi o nel terziario che in fabbrica) va messa in relazione con una risposta ormai «difensiva» alle ristrutturazioni, una risposta che si sommava all'ormai inerziale spinta «offensiva», per dirla in maniera schematica. Solo così si può capire perché alla Fiat nel 1980 c'è stata la sconfitta: il capitale aveva ripreso l'iniziativa a livello internazionale almeno dal 1973 con la prima crisi del petrolio, gli operai di fabbrica cominciavano a subire una pressione sempre più pesante.
Alla fine la Comencini introduce il suo sguardo, non monta filmati, va lei stessa a filmare e nasce un agghiacciante capolavoro, le interviste ad operaie e operai di fabbrica di oggi. Immigrati saccenti, zio Tom, ragazze spente, capetti rassegnati, anime
morte. È una potente premonizione dei risultati elettorali del 15 aprile.



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