Con la sua battaglia contro il lodo Alfano, Antonio Di Pietro vuol trasferire piazza Navona nelle urne, e il referendum che è deciso ad organizzare rischia di diventare un referendum dentro e contro il Pd. Quando il leader dell’Idv dice che «molti esponenti e soprattutto molti elettori democratici saranno disponibili a raccogliere le firme» per il referendum, si intuisce l’obiettivo. È da vedere se la consultazione potrà tenersi nel 2009, ma è certo che diverrà terreno di sfida a sinistra in vista delle Europee. Così Di Pietro vuole porre il Pd dinanzi a un bivio: accettare il confronto sulla riforma della magistratura con Silvio Berlusconi, o evitare di perdere consensi nell’area giustizialista. La maggioranza del gruppo dirigente democratico non può né intende subire le mosse dell’ex pm, «anche perché il problema non è abrogare o meno il lodo Alfano—spiega Beppe Fioroni — ma risolvere l’emergenza che assilla i cittadini, risanando la macchina giudiziaria, assicurando garanzie e certezza della pena». Ed è come se volesse rompere il tabù quando sottolinea che «un serio processo di riforma va avviato nelle Camere. Per farlo non possiamo sceglierci l’interlocutore: in Parlamento si discute con i parlamentari». Fioroni non pronuncia il nome di Berlusconi, ma nel Pd sanno che si dovrà trattare con il premier.
E Marco Follini invita Walter Veltroni a rompere gli indugi, ad «assumere una posizione netta contro il referendum, perché stavolta non reggeranno i "ma anche". Se lo facessimo, contribuiremmo a costruire un monumento al Cavaliere. Dobbiamo invece rompere la tenaglia: non si può lasciare a Berlusconi la bandiera dell’innovazione sul fronte della giustizia, né consentire a Di Pietro di fare l’incantatore di serpenti con il nostro elettorato. Dobbiamo accettare la sfida della riforma in Parlamento, e lì giocare le nostre carte». «Lì» Veltroni si giocherà un pezzo di leadership. Per ora non si espone, ma all’ultima riunione del governo ombra ha detto che «della riforma si potrà discutere, a patto che non si parta dai problemi dei politici». Insomma, se il centrodestra sgombrasse definitivamente il campo dal tema dell’immunità, l’autunno potrebbe riservare delle sorprese.
Anche perché durante il dibattito nello shadow cabinet democratico—che ha coinvolto i ministri ombra Marco Minniti e Lanfranco Tenaglia— è emersa la disponibilità a discutere persino dell’azione penale e delle carriere dei magistrati. E non per forza la riforma si dovrebbe fare previo il consenso della categoria. Sono segnali di grande novità, gli stessi colti nel discorso alla Camera di Massimo D’Alema sul lodo Alfano, e che trovano conferma nella «contrarietà, di merito e di principio», espressa da Nicola Latorre alla consultazione dipietrista: «Ne discuteremo nel partito, ma a mio avviso dobbiamo valorizzare il ruolo delle Camere, non dequalificarlo. E l’uso improprio del referendum concorrerebbe allo svilimento della funzione parlamentare ». Si avverte una forte assonanza con il pensiero del capo dello Stato, è un modo per cancellare le tensioni degli ultimi giorni con il Colle e per allontanare il Pd dai gorghi del grillismo. «E non c’è dubbio — conclude Latorre—che vada sgombrato il campo con un’iniziativa riformista sulla giustizia. Perché non è vero che non sia una priorità del Paese. Questo è un tema dirimente».
Spetta a Berlusconi dare un segnale distensivo, mentre l’ex pm affila le proprie armi arringando fuori dal Palazzo. Rosi Bindi ha chiaro il disegno, e cerca una terza via, «perché se Di Pietro pensa dimetterci in difficoltà, si sbaglia. Tra rendere più agguerrita una minoranza e aspirare a svegliare la maggioranza del Paese, noi puntiamo sulla seconda opzione». Si rende conto che c’è il rischio di perdere il contatto con parte della base, «infatti la base andrà ascoltata, ma alla base andrà anche spiegato che il referendum è un’arma a doppio taglio, e che c’è il rischio di non raggiungere il quorum». «La preoccupazione di essere sconfitti non può però farci rinunciare a battaglie giuste», commenta Franco Monaco. Eccola la faglia, ecco su chi confida Di Pietro, sebbene l’esponente prodiano lo inviti a «non mettere il sigillo sull’iniziativa referendaria »: «Ne ridurrebbe la portata e l’efficacia, mentre serve un fronte ampio, e penso che una fetta cospicua del nostro elettorato sia sensibile alla questione ». Ne è convinto anche Furio Colombo, «interessato a qualsiasi strumento possa liberare il Paese dalla legge più illegale e anti- democratica che sia mai stata varata»: «Prima però voglio discuterne nel partito e con Di Pietro ». Ma è impossibile ormai trovare un compromesso. C’è il bivio, tocca scegliere.
http://www.corriere.it/politica/08_l...4f02aabc.shtml
e si dovrebbe votare questa merdaccia che ristagna nel PD?
sentite le minchiate che dice quel Latorre.




Rispondi Citando
