A 20 anni dall’operazione sopravvivenza

[FONT='Arial','sans-serif'](30 giugno 1988/ 30 giugno 2008):[/font]

Su Lefebvre

[FONT='Arial','sans-serif']mi sono sbagliato. [/font]
[FONT='Arial','sans-serif']Don Pace aveva ragione![/font]

Il mea culpa di Pino Tosca
sul “caso Lefebvre”.

A cura di Vandeano2005

A ricordo dei 20 anni dall’operazione sopravvivenza con cui il Sant’Atanasio del sec. XX, mons Lefebvre, volle difendere la Chiesa di sempre contro le deviazioni neomoderniste, ci piace postare alcuni interventi di eminenti personalità del mondo cattolico ed ecclesiale, che commentano quegli eventi. Cominciamo con Pino Tosca. Vero alfiere della Tradizione e patriota vandeano, di Tosca non condividevamo alcune posizioni, mentre su altre camminavamo all’unisono. Orbene, siamo certi che la grandezza di una persona si veda dalla sua capacità di ammettere gli errori. Dote rarissima in questi tempi anticristici, pieni di orgoglio e fatua vanità. Pino Tosca poco prima di morire (4 settembre 2001), ha avuto questo coraggio a proposito del CASO ECONE. Nel 1988 si era schierato fra i critici nei riguardi dell’operazione di mons. Lefebvre. Poi grazie anche ad un altro gigante della Tradizione cattolica, don Giuseppe Pace, cambia idea. Ma ascoltiamo le parole del carissimo Pino…..

Fu nei primi giorni del 1974 che avvenne quel evento miracoloso che don Giussani chiama L’INCONTRO, cioè un rapporto non progettato, non previsto, sorprendente perché non prevedibile, nuovo rispetto alle conoscenze o alla vita precedente.
L’incontro in un prete salesiano con il volto d’asceta. Una barba bianca, due occhi d’un azzurro intenso, una pelle candida da bambino, capelli lunghi e scampigliati, un lieve e perenne sorriso che rivelava la grandezza interiore custodita in una talare d’altri tempi: Don Giuseppe Pace[FONT='Arial','sans-serif']. L’uomo-chiave della mia vita: L’INCONTRO.[/font]
[FONT='Arial','sans-serif'] Ho appreso della sua scomparsa, avvenuta il 2 novembre dell’anno scorso (2000), a 89 anni di età, da “Il Cedro” e “La Tradizione Cattolica”, i due organi della Fraternità fondata da mons. Lefebvre, l’unico ambito che si è ricordato di lui, di questo santo che apparve sulla mia strada e ne rovesciò la direzione di marcia. Sì, un santo, nell’accezione popolare e non canonica del termine, uno di quei tanti santi sconosciuti che attraversano il mondo e di cui il mondo raramente si accorge. “Dio esiste, io l’ho incontrato” ha scritto uno dei più grandi convertiti del secolo, André Frossard, figlio del primo segretario generale del partito comunista francese. Anch’io l’ho incontrato, e non un dio vago, impalapabile, surrealista, ma un Dio vero, di carne, di sangue, di spirito: Gesù Cristo.[/font]
[FONT='Arial','sans-serif'] …A me non capitò quella “divina imboscata” che accecò Paolo di Tarso, che fulminò l’ebreo Ratisbonne a Santa Maria delle Fratte e sconvolse Frossard. Proveniente dall’ecole evolienne e da quella guenonienne, avevo bisogno di saziare e tranquillizzare un pezzo di pretesa razionalità che non si accontentava della SOLA FIDE. Ma – e questo lo capi dopo – quelle cerca “razionale” non avrebbe portato da nessuna parte se “dentro” qualcosa non si fosse smosso. “Fides quaerens intellectum” dice S. Anselmo. Ed un insegnamento orientale rammenta che “il maestro compare quando l’allievo è pronto”. E lui comparve.[/font]
[FONT='Arial','sans-serif'] Un biglietto arrivato nella sede di Europa Civiltà di Torino mi lasciò di stucco. Proveniva dalle Opere di Don Bosco è v’era scritto, tra l’altro: [/font][FONT='Arial','sans-serif']“L’episcopato italiano pare voglia fare la parte di Pilato nei confronti del Referendum sul divorzio. Tocca ai fedeli stessi subentrare in prima linea al posto abbandonato dai disertori”.[/font][FONT='Arial','sans-serif'] E sotto la sua firma. Tra me dicevo: ma chi è questo prete, questo don Pace? E che vuole da noi? Non lo sa che non siamo cristiani? Ma la Provvidenza non ha bisogno di essere cercata, è lei che ti cerca. Spinto dagli altri ragazzi, decisi di andare a conoscerlo. Dopo qualche settimana di frequentazioni, le mie vacillanti posizione semignostiche erano crollate quasi del tutto. Dopo qualche mese quasi tutto il gruppo “neopagano” di Europa Civiltà di Torino partecipava, alle sei del mattino, alla Messa solitaria, nel rito di san Pio V, che don Pace celebrava a Maria Ausiliatrice, nella stanza di Don Bosco. Nonostante le infinite debolezze della nostra anime, il Viaggio era iniziato.[/font]
[FONT='Arial','sans-serif']Don Pace non era un intellettuale nel senso modernamente gramsciano del termine. [/font][FONT='Arial','sans-serif']Era un sapiente, nel senso biblico[/font][FONT='Arial','sans-serif']…L’immensità della sua cultura si celava in un’umiltà perfetta. Era stato docente di Esegesi e di Metafisica all’Università Lateranense, scritturista di fama (suoi i due preziosissimi volumi dell’Antologia Biblica); autore di testi agiografici e catechetici; liturgista (memorabili le sue polemiche sul NOVUS ORDO MISSAE); e polemista su varie riviste. E, può anche apparire strano a chi non lo conosceva, era anche un romanziere religioso (ricordiamo per tutti il suo “Pio XIV, pontefice di transizione”), scienziato, botanico, “farmacista”, apicoltore, esperto di funghi e perfino scrittore di libri gialli.[/font]
[FONT='Arial','sans-serif'] Nulla lo spaventava e tutto era pronto a ricevere e donare. La sua carità era illimitata. Un esempio per tutti. [/font][FONT='Arial','sans-serif']Nell’estate del 1974[/font][FONT='Arial','sans-serif'], Violante (giudice a Torino, insieme a Caselli e Pochettino) scatena una gigantesca “caccia al fascista” che rievoca i tempi di Beria, nel senso che nel suo “teorema” complottando ci sono dentro tutti, tranne i comunisti. Se la creme della partigianeria da Edgardo Sogno a Martini Mauri cade nella sua rete, figuriamoci i “fascisti”. [/font][FONT='Arial','sans-serif']È[/font][FONT='Arial','sans-serif'] la distruzione di centinaia di vite, è lo sconvolgimento di centinaia di famiglie. Nessuno, di coloro che non militano nella destra ufficiale può sentirsi esente da possibili mandati di cattura. Non voglio regalare dieci anni della mia vita allo Stato e decido di cambiare aria. Vado da don Pace e gli espongo i fatti. Con il suo candore organizza immediatamente una colletta per me e mi consegna una decina di lettere che scrive a macchina, una per una, tutte autografate da lui e indirizzate ai Direttori dei seminari salesiani di Svizzera e Francia. Nelle lettere c’era scritto testualmente: [/font][FONT='Arial','sans-serif']«Il latore della presente ha bisogno di asilo e di occupazione temporanea, per sottrarsi dalle vessazioni cui è fatto segno da parte di certe nostre autorità filocomuniste, alla caccia di giovani che si sono segnalati per la loro attività nel campo cattolico e anticomunista..Lo raccomando alla Sua carità, sicuro che si prenderà a cuore il suo caso; del che le sarò riconoscente come fatto a me. La Madonna La ricompensi».[/font] Un atto di inaudito coraggio tra un clero che certo per coraggio non ha mai brillato. Se mi avessero beccato con quelle lettere addosso, il primo che sarebbe finito dentro, con grande disappunto della sua Congregazione, sarebbe stato lui, don Pace. Ma lui se ne infischiava dei pericoli e dei giudizi dei superiori. Era un uomo libero di cuore. Ricordo quando alcuni di noi, “fascisti reietti” erano senza lavoro, malati, emarginati. Quel che riusciva a raccogliere con le offerte, lo faceva pervenire ai nostri bisognosi. Ma quella Messa “antica”, seppur a Mattutino, a Maria Ausiliatrice, non era più tollerabile per la Chiesa del post-concilio.[FONT='Arial','sans-serif'] Già perseguitato per il suo tradizionalismo dichiarat, don Pace fu colpito dai superiori salesiani dal più duro dei provvedimenti disciplinari: l’esilio a Casellette, sulle montagne piemontesi, ed il conseguente, implicito divieti di celebrare Messa (quella Messa) all’altare di San Pietro, a Santa Maria Ausiliatrice. Accettò anche questo con serenità incredibile. E lì, su quelle montagne che fronteggiano il Musiné, lo sono andato a trovare, prima che lo ricoverassero nell’infermieria di Valdocco, ogni qualvolta mi recavo a Torino. [/font]E fu lì che mons. Lefebvre – già, proprio lui, in persona – [FONT='Arial','sans-serif']volle recarsi e conoscerlo e rendere omaggio a quell’esile sacerdote dalla barba bianca di cui aveva letto gli scritti e la cui fama di “beato in terra”, fedele alla Tradizione, era arrivata siano a lui. [/font]
[FONT='Arial','sans-serif'] Nei ventisei anni che hanno preceduto al sua scomparsa il nostro rapporto è sempre stato costante. Continuava a darmi del “lei” e, solo nel 1990, dopo sedici anni, cominciò a darmi del “tu”. Una sola volta tra noi ci fu un rispettoso dissenso. Fu al momento dello “scisma” lefebvrianio del 1988. Lui in difesa di Lefebvre, io in posizione nettamente critica. [/font]Naturalmente, aveva ragione lui. L’ho capito tardi, ma, grazie a lui, l’ho capito.