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    Predefinito Ripartire da Lula? Sì, se non si vuole arrivare da nessuna parte

    di Yuri Brunello * e Márcio Pereira **
    su redazione del 30/07/2008
    L’intervento di Fausto Bertinotti al congresso di Chianciano è piaciuto quasi a tutti. Molti sono stati gli applausi che la platea congressuale ha tributato all’ex segretario del Partito della Rifondazione Comunista, quando quest’ultimo, riferendosi al Partito dos Trabalhadores (Pt) di Ignacio “Lula” da Silva, lo ha indicato come un modello da seguire. A noi, che viviamo proprio nel Brasile di Lula e operiamo da tempo nel settore degli studi politici e culturali latinoamericani, le parole di Bertinotti non sono piaciute affatto. Ci hanno, anzi, profondamente preoccupato. Ad allarmarci non è tanto la passione di Bertinotti e di molti bertinottiani per il Pt: ci sconcerta – e non da oggi – il progetto politico che da anni esponenti dell’ala movimentista del Prc perseguono (come ad esempio Angela Nocioni, nelle cui cronache latinoamericane non ritroviamo davvero nulla della realtà in cui viviamo giornalmente). Che cosa ci spaventa? Da un lato la valorizzazione di un’esperienza, quella del Pt di Lula in Brasile, e dall’altro il tentativo di considerare tale esperienza riproducibile in Italia. Senza contare che paragonare politicamente il Brasile di Lula con il Venezuela di Chavez o la Bolivia di Morales è un errore gravissimo, che può avere come conseguenza quella di dare vita a letture delle esperienze effettivamente rivoluzionarie che si stanno verificando in Sudamerica attraverso le lenti del lulismo.
    Non crediamo che Bertinotti sia in malafede. Siamo invece convinti che l’ex segretario di Rifondazione, cosí come alcuni tra i suoi fedelissimi (Nocioni in testa), non abbia un quadro chiaro della società e della politica in Brasile. Ciò che ci preme raccomandare a lui, così come a coloro che ne condividono le posizioni circa il Pt, è di studiare a fondo la situazione brasiliana, prima di proporre l’adattamento del socialismo italiano “del Ventunesimo secolo”, ancora tutto da costruire, ai tratti somatici e ideologici presentati dal Partido dos Trabalhadores. La nostra raccomandazione, sia chiaro, non è frutto di pedanteria: è un invito sincero a trascorrere alcuni mesi in Brasile, principalmente nel Nordest, la zona più povera del paese goveranto da “Lula”, per capire che cosa un partito di sinistra non deve fare, quando raggiunge il potere. Trascorrere alcuni mesi, intendiamo, con un salario medio brasiliano, vivendo gomito a gomito con i “favelados”, gli emarginati, i poverissimi.
    Lula sta guidando da sei anni il paese in cui viviamo. La sua elezione a presidente del Brasile, che ha concluso l’era di Fernando Henrique Cardoso, ha acceso speranze grandissime nella popolazione. Speranze immediatamente deluse. Che cosa rimproveriamo a Lula? Proveremo a sintetizzare.
    É vero che il Brasile sta attraversando una fase di sviluppo economico. L’obiettivo di questo secondo mandato presidenziale di Lula è di far crescere il Pil del Brasile di 5 punti percentuali l’anno. In questi ultimi anni, in effetti, la crescita del Brasile ha superato senza troppi problemi il tre per cento. In alcuni casi Lula ha dimostrato una sensibilità, sia pure tiepidissima, nei confronti di alcuni movimenti sociali. Sono aumentate le borse di studio per gli studenti universitari e le quote obbligatorie destinate all’ingresso nelle facoltà degli studenti di colore sono state estese. Che c’è di male in tutto questo? In apparenza nulla, ma nella sostanza moltissimo. Ad essere dannosi non sono i cambiamenti, ma la prospettiva entro cui questi si inscrivono, vale a dire la trasformazione nel capitalismo e non già la trasformazione del capitalismo. Lula si batte per l’inclusione di chi stava ai margini della società, ma l’inclusione all’interno di quale orizzonte? Quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
    Il problema che affligge il Pt è il rifiuto della soggettività, la condizione di partito che ha rinunciato alla razionalità, dimostrando di non aver voluto in alcun modo a includere le spinte al cambiamento provenienti dal basso all’interno di un progetto politico ampio e unitario avente come fine quello la costruzione del socialismo. Il movimentismo del Pt é diventato, al contrario, il pretesto per il praticare un interclassismo dei piú astuti. Infatti, mentre attua una politica che risponde nel suo impianto generale agli interessi il capitale economico e speculativo, allo stesso tempo Lula soddisfa alcune, pazialissime necessità provenienti da gruppi appartenenti alle classi subalterne. In tal modo egli riesce a guadagnarsi il consenso di una parte di quest’ultimi, facendo leva sulla loro natura identitaria, “corporativa” e scoraggiandone così le spinte verso l’unità in quanto sfruttati e dunque in quanto classe. Se è vero, come è vero, che qualche risultato nella lotta contro la miseria è stato ottenuto, per alcuni strati della popolazione, questi risultati non sono stati e non sono orientati politicamente: per superare la profonda disuguaglianza economica, sociale e culturale non esiste un progetto politico che abbia come prospettiva ultima il superamento del capitalismo.
    Facciamo due esempi: le misure impiegate nell’ambito dell’università pubblica e quelle prese per lottare contro la povertá, in particolare il progetto “Bolsa família”. Il quadro dell’attuale realtà educativa del Brasile è, in sintesi, il seguente: scuole medie e superiori pubbliche del tutto neglette, in cui studiano soprattutto ragazzi delle classi popolari, in concorrenza con numerose, e costose, scuole private, frequentate principalmente da giovani delle classi medie e alte. In ambito universitario la situazione non è migliore: facoltà pubbliche a numero chiuso e con accesso ristretto e sempre più numerose università private con rette carissime. Risultato? La maggioranza dei posti disponibili nelle, gratuite, facoltà pubbliche sono vinti da studenti provenienti, in gran parte, dalle scuole private.
    Di fronte a una situazione del genere ci si dovrebbe attendere da un governo di sinistra il potenziamento della scuola superiore pubblica, rendendola in grado di offrire una formazione di alto livello e l’apertura dell’Università di Stato alle classi popolari, rendendo l’accesso ad essa via via più esteso. Prendiamo l’esempio di Chavez. Animato dalla tensione rivoluzionaria del proletariato venezuelano, egli ha creato un’università pubblica “bolivariana” e l’ha presentata come un “nuovo modello educativo capace di generare conoscenze pertinenti, rilevanti e creative” e capace di formare un uomo nuovo dai tratti umanistici e solidali.
    Quali invece le misure adottate da Lula per risolvere la drammatica questione della formazione in Brasile? La scuola secondaria resta abbandonata ed è sempre più indebolita dalla concorrenza delle scuole private. L’attenzione del governo si è concentrata tutta sull’università pubblica. La soluzione scelta è stata quella delle cosiddette “quote” per gli studenti discendenti di africani e indios, ossia una facilitazione all’ammissione nelle facoltà di una manciata di sfruttati o esclusi dalla società capitalista, ai quali però la scuola media e superiore non è stata in grado di fornire una preparazione adeguata e ai quali l’università offre soprattutto una formazione finalizzata non allo sviluppo di una coscienza di classe e di un’ideologia basata sui principi di uguaglianza e solidarietà, ma alla loro inclusione dentro il mercato. E il numero chiuso rimane. La ricaduta di una simile politica populista sulla formazione universitaria? Abbassamento del livello dell’istruzione degli alunni e svalutazione nel mercato del lavoro di chi é entrato in facoltá attraverso le “quote”.
    Il programma “Bolsa família”, poi, presenta tutti i segni del populismo e dell’assistezialismo. Inaugurato nel 2003, il “bolsa família” consiste nell’erogazione mensile di una quantità di denaro (intorno ai 30 euro) in favore delle famiglie più povere, in cambio della garanzia fornita da quest’ultime di vaccinare i propri figli e di mandarli a scuola con continutità. E’ stato uno degli ideatori dei progetti sociali del primo governo Lula, Frei Betto, a indicare di recente i politicamente pericolosissimi limiti del “Bolsa família”. Egli ha giustamente rilevato la mancanza di organicità del programma, in quanto non concepito come una riforma di struttura. Si chiede Frei Betto: “A che serve distribuire la rendita, se non si distribuiscono le terre? Come può avere successo la lotta contro la fame, se non è accompagnata dalla riforma agraria? Come si spiega che le famiglie più povere hanno un più facile accesso al reddito e la consumo e, allo stesso tempo, subiscono la minaccia di dengue e la febbre gialla?”
    Se nel carnevale è da anni ormai che ha trovato il suo circo, da sei anni, con Lula, il Brasile ha anche trovato, finalmente, il suo pane. Ci auguriamo che la sinistra italiana, cacciata dal Parlamento, non finisca per rifugiarsi anch’essa tra i gladiatori.

    * Mestrando del Programma di Cultura e sociedade dell’Università Federal da Bahia (Brasile) e iscritto al Prc
    ** Professore di Diritto dell’Universidade Católica di Salvador da Bahia (Brasile)



    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=24810

  2. #2
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    La Nocioni s'è fatta riconoscere, eh?

    Molto interessante questa parte:

    Citazione Originariamente Scritto da Rikycccp Visualizza Messaggio
    Il movimentismo del Pt é diventato, al contrario, il pretesto per il praticare un interclassismo dei piú astuti. Infatti, mentre attua una politica che risponde nel suo impianto generale agli interessi il capitale economico e speculativo, allo stesso tempo Lula soddisfa alcune, pazialissime necessità provenienti da gruppi appartenenti alle classi subalterne. In tal modo egli riesce a guadagnarsi il consenso di una parte di quest’ultimi, facendo leva sulla loro natura identitaria, “corporativa” e scoraggiandone così le spinte verso l’unità in quanto sfruttati e dunque in quanto classe.

  3. #3
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    quando arriva ezov per la nocioni?

  4. #4
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    Tutti insieme per una nuova Ezovscina!

 

 

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