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    Predefinito L'argentina Dopo I Militari

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    L'ARGENTINA DOPO I MILITARI Prigione perpetua (e in un carcere comune, non in una caserma o ai domiciliari) per il comandante del III Corpo dell'esercito, uno dei maggiori responsabili del genocidio argentino. Alla fine del processo, gli insulti: «I marxisti hanno insanguinato il paese e giudicate noi». Brividi per il testimone dall'Italia
    La lenta marcia verso la giustizia
    Un quarto di secolo dopo la dittatura, 19 condanne e 460 imputati. Ma fino al 2003 era tutto fermo

    BARBARA MEO EVOLI
    BUENOS AIRES

    «L'11 ottobre 1976, quando avevo 17 anni, ci hanno bloccato per la strada, ci hanno infilato una busta in testa e ci hanno sequestrato - racconta Fatima Cabrera con la voce tremante - hanno messo Patricio nel portabagagli della macchina e mi hanno piazzato sul sedile di dietro fra due dei sequestratori. Ci hanno portato al commissariato di zona, ci hanno picchiato a sangue e poi sempre con gli occhi bendati ci hanno condotto alla Centrale della polizia di Buenos Aires (oggi Sovrintendenza degli interni). Lì sono stata torturata tutta la notte e mentre soffrivo potevo ascoltare le grida di tante altre persone che stavano subendo i miei stessi supplizi». Così ricorda ancora oggi una delle poche persone sopravvissute alle torture inflitte nei circa 520 campi di detenzione clandestina sparsi in tutta l'Argentina a partire dai primi anni '70 e fino alla fine della dittatura militare.
    In queste carceri illegali, in cui ogni cella aveva una superficie di 2 metri quadri e non vi era quasi luce, venivano rinchiusi i cosiddetti «sovversivi», appellativo dato a qualsiasi persona che, dagli anni precedenti al colpo di stato del 24 marzo 1976 appartenesse all'Esercito rivoluzionario del popolo o al gruppo guerrigliero Montoneros, ma anche a qualsiasi persona che non appoggiasse esplicitamente il regime.
    Ma chi erano questi sovversivi? Fatima spiega che negli anni '70 «vi era un grandissimo fervore politico in Argentina. Tutti i settori della società volevano partecipare alle decisioni politiche del paese. I potenti e le grandi imprese proprietarie di quasi tutte le risorse del paese avevano opinioni diverse, così come molti militari. E il 19 agosto 1976 trenta «sovversivi» vennero prelevati dalla Sovrintendenza degli Interni e fatti saltare in aria con la dinamite in un terreno nella località di Fatima, a Pilar, nei pressi della capitale. Dei 16 corpi che si riuscì ad identificare, quattro avevano un cognome italiano (Frontini, Argente, Cirullo de Carnaghi e Vera). L'11 luglio scorso due degli imputati, i poliziotti Carlos Enrique Gallone e Juan Carlos Lapuyole, sono stati condannati all'ergastolo. Un terzo poliziotto, Miguel Angel Trimarchi, è stato invece assolto grazie a un solerte certificato medico. Due gocce di giustizia e un ceffone in pieno viso, per l'ultima sentenza contro i torturatori prima di quella di ieri a carico dell'ex generale Menendez.
    Ma i torturatori erano molti più di tre: un testimone del processo, Armando Victor Luchina, custode della Sovrintendenza degli interni e dei detenuti tra il '71 e il '76, oltre ai tre imputati ha indicato altre 30 persone complici delle torture applicate nel secondo e terzo piano della centrale della polizia. Tra i torturatori più spietati Luchina ricorda «il sottocommissario Icely, e gli agenti di polizia Block e Horacio Danotti (soprannominato nientemeno che Sangue)». Luchina ricorda chiaramente, poco dopo il massacro di Fatima, le parole del commissario Cogorno quando canticchiava in ascensore il motto «per ogni militare argentino ucciso, saranno assassinati 30 sovversivi, nessuno rimarrà vivo!». L'ex-agente della polizia denuncia l'esistenza a partire dal '71 della famosa lista Raf (da Royal Air Force) che conteneva coloro che «erano nell'aria», ossia i detenuti che non apparivano nel registro legale tenuto dalla Soprintendenza ma che venivano torturati di notte e poi assassinati o spostati in altri centri di detenzione clandestini dove sarebbe continuate le torture. «Nell'edificio della Soprintendenza ci sono 9 piani, quindi vi lavoravano circa 900 persone - dichiara oggi Luchina - possibile che nessuno abbia visto le torture? Vi erano 8 brigate che lavoravano di notte ed erano incaricate dei sequestri, ognuna era composta da 8 persone, ma adesso sono solo 3 gli imputati per le atrocità commesse. Nelle celle saranno passate circa 4 mila persone e di tutte vi è traccia nei registri».
    Anche se i responsabili del genocidio impuniti sono ancora centinaia, non bisogna dimenticare gli enormi passi avanti fatti dalla giustizia argentina a partire dal 2003, da quando l'ex-presidente Néstor Kirchner promosse l'annullamento delle leggi «Punto final» e «Obediencia debida» emanate dall'ex-presidente Alfonsin. Dal 2003 si sono infatti riaperti i processi sospesi e attualmente sono in corso procedimenti penali a Buenos Aires e in altre quindici province argentine. «All'epoca della dittatura - afferma l'attuale sottosegretario alla protezione dei diritti umani Luis Alen - tutte le forze dell'ordine erano complici del terrorismo di stato: la Marina, l'Esercito, l'Aeronautica, la polizia delle città e delle province, la polizia penitenziaria. Si calcola che il personale delle forze dell'ordine ammontasse a circa 200 mila unità». Secondo i dati del Cels, lo Studio che ha portato avanti la querela nel giudizio sul massacro di Fatima e molti altri processi sui crimini della dittatura, fino ad oggi sono state condannate in Argentina 17 persone, sono imputate 460, di cui 345 sono in custodia cautelare e 46 sono profughe. La strada per la giustizia resta lunga.
    Alen evidenzia l'enorme importanza delle sentenze dei tribunali europei, in Spagna, Francia, Germania e Italia (l'ultima nell'aprile 2008) in cui si sono condannati dei militari argentini, in quanto «queste sentenze hanno costituito una forte pressione affinché si riaprissero i processi in Argentina». «Uno dei motivi della lentezza delle attuali cause - prosegue Alen - è costituita dai ben 17 anni di assenza di indagini, anni che pesano sull'Argentina». Inoltre in tutti questi anni i repressori sono stati in libertà, hanno proseguito con le loro attività e hanno occupato anche posti di rilievo, questo è il caso per esempio dello stesso imputato assolto per il «massacro di Fatima», Timarchi, che fino a poco prima del giudizio era incaricato del servizio di sicurezza della Biblioteca nazionale. Moltissimi dei repressori al termine della dittatura abbandonarono l'uniforme ma non le armi, spesso iniziando a lavorare nelle compagnie private di sicurezza che hanno proliferato in tutta l'Argentina a partire dagli anni '80.
    Ma perché anche in Italia si è dovuto aspettare il 2000 per la prima sentenza in merito? Vera Vigevani, membro del movimento Madres de la Plaza de Mayo - Linea Fundadora, con una figlia desaparecida all'età di 18 anni nel 1976, ha affermato nel suo libro che durante la dittatura «l'ambasciata italiana ostentava una complicità e un'acquiescenza al regime pressoché totali», sottolineando che «secondo l'ambasciatore italiano la situazione politica non era così drammatica come noi, parenti delle vittime, la dipingevamo».
    Enrico Calamai, console d'Italia a Buenos Aires dal '72 al '77, che ha salvato di nascosto decine di argentini facendoli partire per l'Italia con passaporto italiano, conferma la versione di chi, come Vigevani, aveva chiesto aiuto all'ambasciata, dichiarando che «il sistema produttivo italiano, e con esso le forze politiche al governo e l'amministrazione dello stato, collaborarono di fatto ad oscurare il massacro che veniva portato avanti in maniera sistematica dai militari argentini. Ciò, al fine di mantenere rapporti economici e politici privilegiati con i militari stessi».


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  2. #2
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    IL PROCESSO
    Ergastolo a Menendez, «la Iena» di Cordoba
    Il più potente dopo Videla e Massera

    SEBASTIAN LACUNZA
    BUENOS AIRES

    E' stato uno dei maggiori responsabili del genocidio commesso dalla dittatura argentina negli anni Settanta, ma non era mai stato condannato negli intermittenti tentativi di giustizia cominciati dal 1983, quando venne recuperata la democrazia. Ieri a 81 anni, lo sguardo di un bufalo, il repressore Luciano Benjamin Menendez ha invece ricevuto la sentenza da un tribunale della provincia di Cordoba: ergastolo per aver sequestrato, torturato e ammazzato quattro militanti contro la dittatura.
    Dopo la sentenza ci sono state celebrazioni, pianti e sollievo a Cordoba, la seconda provincia per numero di abitanti del paese. «Un'utopia, non avrei mai pensato che avremo vinto» ha detto alla stampa Sonia Torres, la presidente della filiale di Cordoba delle «Abuelas de Plaza de Mayo». E il festeggiamento è stato anche maggiore quando il Tribunale federale N. 1 ha stabilito che il repressore avrebbe passato il resto della sua vita in un carcere comune, non un una dipendenza militare o al proprio domicilio. Altri sette repressori processati insieme a lui hanno ricevuto pene altrettanto severe.
    Menendez è stato il capo del III Corpo dell'esercito, con sede nel centro del paese e giurisdizione nelle provincie del nord limitrofe alla cordigliera delle Ande. Sotto il suo comando sparirono quasi quattromila persone, anche se il processo concluso l'altro giorno si è limitato alla morte di quattro membri del Partito rivoluzionario dei lavoratori nel 1977, in piena dittatura. Menendez è atteso da altri giudizi, altre verità e altre condanne.
    Il rapporto «Nunca Mas» gli attribuisce il soprannome di «Iena», anche se forse nel regno animale manca un essere equiparabile a Menendez. Il militare ha continuato a prendere parte alla vita pubblica di Cordoba anche dall'inizio della democrazia e aveva evitato la condanna grazie all'indulto dichiarato dal presidente peronista conservatore Carlos Menem nel 1990. Nel 1984 un gruppo di manifestanti lo contestò fuori da uno studio televisivo. Menendez afferrò un coltello e si lanciò contro la folla.
    Se il campo di concentramento della Escuela Mecánica de la Armada (Esma) sotto il comando dell'ammiraglio Emilio Massera è stata una riproduzione minore di Auschwitz, La Perla, nei dintorni di Cordoba, sarebbe la versione argentina di Dachau. Vi passarono oltre duemila detenuti-desaparecidos, secondo i calcoli più prudenti, dei quali sono sopravvissuti soltanto in 17. Fino a oggi si è riusciti a identificare solo 15 cadaveri.
    Alla Esma la metodologia di sterminio preferita fu quella di gettare i corpi legati e ammanettati nel Rio de la Plata. Menendez preferiva invece portare i detenuti in città e abbatterli in scontri simulati, anche se il suo metodo per eccellenza era costituito dalle fosse comuni scavate dalle stesse vittime, comprese donne incinte, sparo alla nuca e copertura con petrolio o cemento.
    Una delle testimonianze chiave del processo è stata portata dall'italiano Piero Di Monte, che passò per La Perla e poi, liberato per evitare problemi con l'Europa, fece ritorno in Italia, da cui è tornato per prestare la sua testimonianza. Un racconto commovente e pieno di dettagli su quella «macchina della morte» che è stata il complesso militare. Mentre veniva selvaggiamente torturato e chiedeva agli aguzzini che lo uccidessero, portarono invece nella stanza la sua compagna incinta, perché assistesse alla scena. Guardando i giudici e i suoi torturatori durante il processo, Di Monte ha cantato vittoria: «Voglio che sappiate che lei è ancora la mia compagna, ho passato tutta la vita con lei e abbiamo tre figli».
    Nelle istruzioni ai subordinati, Menendez aveva ordinato nel 1977 di «smascherare e segnalare i delinquenti sovversivi, che travestiti da professori o studenti sviluppano propaganda o azioni sovversive». La sua ultima provocazione è arrivata quando il giudice Jaime Diaz Gravier gli ha chiesto se voleva dire qualcosa prima della sentenza. E Menendez ha raccontato una favola storica. Durante un passo, ha detto che «i marxisti hanno insanguinato il paese e ad essere giudicati siamo noi. Già sconfitti, hanno abbandonato la lotta armata e si sono mimetizzati da pacifici civili, seguendo la dottrina di Gramsci». «Questo è il solo paese che processa il suo esercito vittorioso», ha proseguito. «Spero che i guerriglieri degli anni Settanta, oggi al potere (con Nestor e Cristina Kirchner) non possano consumare il loro proposito di imporci un regime autoritario», ha detto, provocando risate nella sala. In carcere, avrà molto tempo per continuare con le sue elucubrazioni.

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    qualsiasi pena non sarebbe sufficiente

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Leader Maximo Visualizza Messaggio
    qualsiasi pena non sarebbe sufficiente
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    Notizia senza dubbio positiva ma la verità ultima è che oltre ai simboli del potere e delle dittature come in questo caso non viene poi sostanzialmente toccato il sistema che ha permesso a questi simboli di dirigerlo. Ma a parte Videla, Massera, Mendez che sono la punta della punta della punta dell'iceberg dove sono finiti tutti gli altri? Dove sono finiti i dirigenti medi e bassi di esercito e polizia, dove sono finiti i dirigenti dell'AAA o anche i semplici membri, dove sono finiti i volontari delle milizie e dove sono tutti gli uomini di affari argentini e non che fecero affari e appoggiarono il regime? Ma dopo tutti st'anni stamo ancora al numero 3?

 

 

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