Elio De Magistris

Università di Salerno



Auguraculum, pomerium e mura della città







Quando si spostò l’auguraculum il collegio degli auguri attinse le motivazioni del proprio agire nei primordi della città, nella vicenda pubblica del primo augure, del fondatore. Il primo templum augurale, Roma quadrata, era strutturato su una geometria degli spazi aerei strumentale all’esclusione dell’Aventino, non solo dalla città pomeriale, ma anche da tutte le regioni augurali che non fossero quella abdicta. Col successivo ampliamento l’Aventino restò sempre fuori dal pomerio, ma ricadde nella pars usata per interloquire con Giove (e, in questa novità, sembra di vedere un riflesso della sacralizzazione serviana dell’Aventino), senza, però, che vi si potessero prendere auspici pubblici. Nondimeno, sembra probabile che il collegium ribadisse il proprio veto all’annessione del colle, usando come asse polare del templum proprio quel discrimine geomorfologico che aveva reso possibile la contesa augurale dei gemelli, formando un limite netto e non opinabile ai due campi di osservazione auspicali di Romolo e Remo, il limite della valle del Circo Massimo, quale si evince dalla tradizione letteraria più recente e corposa. E’ su questo limite, l’unico che possa dividere senza incertezze il Palatino dall’Aventino, che gli auguri ricalcano il proprio orientamento , perché questo è il segno tangibile, geografico, dell’esclusione dell’Aventino e della perpetuazione del limite pomeriale nel passaggio da una forma all’altra di città, da una forma di auguraculum ad un altro con orientamento gerarchico dei campi di visuale esattamente opposto. Non sappiamo se il limite pomeriale corresse sulla spina del Circo, come si potrebbe suggestivamente ipotizzare[1]: ciò ha relativa importanza, perché poteva passare anche leggermente a Nord, spostato alla radice del Palatino (ima montis radice di Tacito): importante è che avesse, come è facile immaginare, lo stesso orientamento dell’asse della spina, dell’asse della valle, segno indefettibile del principio di esclusione.

Così la fondazione della città diventa un atto onnipresente nella storia urbana, una irrinunciabile carta costituzionale ante litteram, che rischiara di più viva luce la pervicace opposizione di Atto Navio alla riforma degli istituti romulei progettata dal Prisco.

La verifica del modello augurale pestano sembra trovare una duplice conferma nella stessa Roma dove, per l’ampliamento serviano o per l’ultimazione del tempio capitolino, il luogo della spectio fu spostato dal Palatino all’Arce. Si è visto che nel caso del primo templum romano, quello romuleo, una serie di indizi fa ritenere che siamo di fronte ad una ricostruzione erudita di epoca augustea, quando si risvegliò l’interesse per i limiti aerei delle osservazioni augurali nella misura in cui gli stessi intersecavano le dimore di Augusto o coincidevano con rilevanti capisaldi topografici della riorganizzazione urbana in XIV regioni[2]. Ricostruzione erudita non significa falsificazione o invenzione ex nihilo, ma salvataggio di brandelli di testimonianze già all’epoca di Varrone slegati ed oscuri per i più. La contestualizzazione cartografica e l’integrazione della reliquia varroniana con la tradizione su Terminus e Iuventas ci ha fatto cogliere i limiti del templum palatino e la pregnanza del suo orientamento geografico rispetto al primo atto della storia della città, la contesa augurale, il cui esito si riverbera, grazie proprio al templum, su tutta la storia successiva dell’urbs. Gli assi del templum intersecano il pomerio ‘romuleo’ in quattro punti connotati cultualmente in maniera tale da da consentire a tutti di non interferire, anche involontariamente, con il campo di osservazione degli auguri: è questo, come detto, lo scopo della denuncia epigrafica attuata dai lapides a Paestum. Pesanti dubbi, è pur vero, sussistono riguardo alla possibilità di vedere dal tugurium Faustuli il punto in cui l’asse Ovest- Est del templum taglia il pomerio tra Clivo Palatino e podio del tempio di Venere e Roma: piuttosto che espungere dalla ricostruzione dell’orizzonte augurale questo riferimento come improbabile, converrà mantenerlo, considerando che:

a)le quote del rilievo naturale del Palatino sono in gran parte ottenute per interpolazione per cui è estremamente difficile (ma non improbabile) avere un’idea esatta dell’altimetria prima della costruzione della domus Tiberiana, come già detto; b) alla fine della Repubblica già da tempo la visuale del templum verso Nord-Est era bloccata da altri edifici, per cui è da supporre che la definizione varroniana di Roma quadrata, e il pressoché contemporaneo restauro della struttura sacra con i quattro cippi arcaistici del Clivo palatino, avessero alle spalle ricostruzioni erudite supportate da una forma di cartografia urbana: per altri motivi ho supposto che questa cartografia nascesse per soddisfare le esigenze di definizione topografica connesse all’osservazione augurale; c) il calcolo che è alla base della ripartizione dello spazio è ponderato per escludere anzitutto l’Aventino dal campo di osservazione degli auguri e a far sì che il colle plebeo, nella sua interezza, fosse confinato in una sola regio o pars, senza entrare in nessuno degli altri quadranti di 90° che dividevano l’orizzonte: il posto migliore per raggiungere l’obiettivo così prefissato è ancor oggi il ciglio del Palatino alla sommità delle scalae Caci, presso la ‘capanna di Faustolo’.

Sono però altre le coincidenze che fanno ritenere verisimile il modello di templum augurale teorizzato per Paestum e ritenuto un rispecchiamento di analogo istituto urbano: è la posizione del Foro, della Regia e del tempio di Vesta nella regione del templum usata per interloquire con Giove (Fig. 53), che connota in senso augurale tutta la vita pubblica dello stato romano, nel senso che tutti gli atti di rilevanza civile, internazionale e sacrale si svolgono previa approvazione divina. Non solo la residenza ufficiale ma anche le dimore private di Romolo e Tito Tazio ricadono nella pars addicta. La divisione dello spazio auspicale così restituita è congruente con le due versioni del pomerio romuleo descritto da Tacito: già prima della fusione con i Sabini la valle del Foro rientrava nel campo di auspicazione orientato a Nord-Est, così come parte del Campidoglio (significativamente Tito Tazio abitava sull’Arce). Con il pomerio tacitiano la ricerca moderna, soprattutto quella archeologica, ha un rapporto controverso, irrisolto, che è evoluto con il procedere degli scavi sulla pendice settentrionale del Palatino, a partire dal giudizio decisamente negativo espresso da André Magdelain nel 1976. La testimonianza tacitiana sul pomerium era tout court «sans valeur», coincidendo sostanzialmente con la ricostruzione della corsa dei Luperci attorno al Palatino, segnata sul terreno da cippi, fino al punto di incontro con la via Sacra (Aug. civ. 18. 12)[3]; saremmo così nella condizione di non sapere nulla del pomerio prima del suo ampliamento e neanche i Romani potevano conoscere alcunché di serio sull’argomento e sulla storia urbana fino a Servio Tullio[4]. L’errore consisterebbe allora nel credere ad un pomerio primordiale, spostando all’epoca della fondazione le più tarde pratiche rituali di deduzione coloniale[5]. Nonostante l’agnosticismo dell’inquadramento generale, il Magdelain concludeva con una certezza: il ‘pomerio’ più antico, prima dei Tarquini, sicuramente inglobava il Campidoglio, il tempio di Vesta e la Regia[6], certezza che oggi è svanita a causa delle conclusioni cui può arrivare un’archeologia confidente su una larghissima utilizzabilità del dato stratigrafico. A questa archeologia siamo però debitori della scoperta delle mura palatine della prima età regia, provviste di bastioni, porte, fossato esterno con una strada e zona di rispetto pomeriale[7]: tutto questo non sulla cima o sul declivio del colle, ma alle pendici, esattamente l’opposto di quanto immaginato per circa un secolo e mezzo da storici e archeologi (salvo alcune eccezioni illustri, come Th. Mommsen), in una posizione problematica da un punto di vista tattico, ma forse pienamente comprensibile rispetto alla necessità di racchiudere il suolo inaugurato. Le scoperte ai piedi del Palatino sono conciliabili con il pomerio tacitiano, ma non completamente, perché si è ritenuto di distinguere nel brano degli Annales una parte, riconducibile alla tradizione che attestava l’esistenza di un più antico pomerium, da un’altra congetturale, tutta di Tacito che ‘commette l’errore’ di far passare il pomerio in fondo alla valle Murcia, presso le are di Ercole e di Conso, dove sarebbe arrivato solo al tempo di Servio Tullio, mentre in origine il limite sacro doveva essere più a monte, fuori dalla palude, tra l’ara di Conso[8] e la grotta del Lupercale . Per l’adeguamento pomeriale, oltre che a Servio, si è pensato anche a Tarquinio Prisco che bonificò la valle, sistemò il Circo Massimo e diede forma alla cerimonia del trionfo[9]. La ragione del posizionamento a quota più alta sarebbe quindi di ordine pratico: evitare che i vertici del pomerio finissero sotto le acque del Tevere periodicamente straripante. Contro questa supposizione dettata dal buon senso sta di fatto che se nell’immaginario storico collettivo Romani e Sabini potevano trovare posto a sedere nella valle Murcia , ai tempi di Romolo, vi doveva essere anche lo spazio per tracciare un solco. D’altra parte, di prolazioni pomeriali in questo punto ad opera di Tarquinio Prisco o Servio Tullio non si hanno notizie; neanche serve invocare, a giustificazione del presunto nuovo limite urbano, le necessità della processione trionfale che, una volta entrata nel pomerio, non doveva uscirne più: anzi non possiamo escludere che lo scopo dell’originario percorso fosse l’amburbium, la processione lustrale all’esterno dell’antico oppidum palatino[10]. Vi è infine una difficoltà di ordine topografico ad accettare lo spostamento in alto del tracciato pomeriale, così come ipotizzato di recente[11]: è la pendenza superiore al 30%, soverchiante le forze di qualsiasi coppia di bovidi aggiogata ad un aratro. Un vomere che ascendeva e discendeva gli erti fianchi palatini, tagliando le curve di livello, è molto più improbabile del pomerio tacitiano. L’‘errore’ di Tacito sarebbe posto in evidenza dallo scavo di stratigrafie e strutture di VIII secolo che permettono anche di proporre una definizione materiale del pomerio, più articolata di quanto si potesse immaginare. Innanzitutto il pomerio è da porre dietro le mura, ma non va confuso con il percorso pomeriale, coincidente forse con una stretta fascia di frequentazione interna alle mura stesse[12]. Dietro la fascia di frequentazione vi è un’ampia zona vuota ma, contrariamente alle aspettative ed all’aggancio evidente che si presenta con la definizione liviana (spatium, quod neque habitari neque arari fas erat), neanche questo era il pomerio[13] che invece inizia al limite interno di questo spazio che così raggiunge la larghezza di circa 18 metri, a spese anche di alcune capanne dell’insediamento proto-urbano, rasate quando si eressero le mura. Il limite del nuovo abitato inaugurato, il pomerio, fu arretrato fino al «primo salto di quota del pendio» , a quel ciglio sul quale passerà la Nova via di età imperiale[14]: la ragione di uno spazio pubblico, libero da sepolcreti ed abitazioni, dietro le mura sta nel divieto per l’esercito di muoversi all’interno della città inaugurata definita dal pomerio che, pertanto, deve trovarsi sulla pendice alta del Palatino, mentre le mura devono stare sulla pendice bassa[15]. E’ straordinario che uno scavo archeologico riesca a definire il più antico limite urbano, meglio di quanto si possa fare per i confini pomeriali di età imperiale: straordinario ma anche problematico perché fuori dal pomerio riconosciuto dagli scavatori restano il santuario di Vesta e la Regia. Che il principale santuario urbano di età alto-arcaica resti fuori del suolo inaugurato della nuova città contrasta decisamente con i successivi sviluppi dello ius pomerii, dal momento che si finisce per assimilare Vesta ad una divinità straniera[16]. Noi sappiamo inoltre che un’ulteriore sistemazione del diritto augurale, con l’ampliamento, se non creazione, del collegio degli auguri e la definizione degli auspicia maiora, si deve tradizionalmente a Numa (Cic. rep. 2. 26)[17] che abitò nella domus regia, recentemente identificata sotto la cosiddetta domus publica nel lotto di Vesta[18] e ritenuta esterna al pomerio. Una regolamentazione della materia augurale non poteva non implicare che una serie di azioni di rilevanza civile e religiosa condotte nella Regia, oltre che i rapporti con i popoli esterni, fossero intraprese auspicato, dopo la consultazione divina, e si svolgessero all’interno del pomerio come, salvo dovute eccezioni, avveniva in età repubblicana. Se la domus regia di recente scavata è, per un determinato periodo, la residenza ufficiale del re, è impensabile che stia fuori del pomerio. Lo stesso discorso vale per l’auguraculum, immaginato fuori dal pomerio, ma in una «zona a statuto speciale» che è un’invenzione del Magdelain[19] ripetuta ancora pedissequamente senza sostanziali motivi, atteso anche che non vi era motivo di ubicare un auguraculum in arce prima di Servio Tullio o della fine della monarchia. Quanto detto si applica anche al Foro, ritenuto extrapomeriale in base alla sola etimologia, che in realtà è una paraetimologia moderna sconosciuta agli antichi[20]. Il motivo della separazione dell’area forense dall’urbs risiederebbe, secondo il Carandini, nella natura militare delle assemblee curiate che vi si tenevano[21]: «l’urbs inaugurata era incompatibile con l’imperium militare, gli uomini in arme, i comizi, i nemici e le sepolture»[22]. Con l’ampliamento urbano di Servio Tullio anche il Foro sarebbe stato compreso nel nuovo pomerio.

Ma è da chiedersi cosa avesse di militare l’assemblea che conferì il potere ad Anco Marcio e Tarquinio Prisco o che interloquì nel primo giudizio comiziale per il delitto di perduellio al tempo di Tullo Ostilio. Contro l’Orazio vittorioso sui Curiazi, che si era macchiato dell’uccisione della sorella, la sentenza emessa dai duumviri perduellionis prevedeva la fustigazione del reo a capo bendato, fino alla morte, dentro e fuori dal pomerio. Publio Orazio, padre del reo, appellò al popolo e, alla fine della sua commossa perorazione, abbracciando il figlio, indicò ai Romani le spoglie dei Curiazi esposte sotto i loro occhi, a significare che non potevano giustiziare chi poc’anzi avevano acclamato. Poi concluse: «Va’, littore! lega le mani che poco fa armate acquistarono la supremazia al popolo romano. Va’, incappuccia la testa del liberatore di questa città, appendilo all’albero infame; flagellalo dentro il pomerio – fallo però tra le armi e le spoglie dei nemici – e fuori del pomerio – purché ciò avvenga tra le tombe dei Curiazi!»[23]. Le spoglie curiazie erano nel pomerio sotto gli occhi del popolo riunito nel Comizio[24]: il Comizio e il Foro erano nel pomerio già prima dell’età di Servio Tullio; e già prima di Servio Tullio i comizi curiati si svolgevano nel pomerio secondo la norma inderogabile di recente negata[25].

L’identificazione dell’area vuota all’interno delle mura, distinta dal pomerio, ha serie conseguenze: i capisaldi del pomerio tacitiano resterebbero lontani dal pomerio con motivazioni difficili da accettare, ma vi sarebbero rientrati con lo spostamento del «limite santo» dal lato dell’Aventino, attuato da Servio Tullio facendo slittare all’Ara Massima e all’ara di Conso i capisaldi originariamente posti più in alto sulla pendice. Di questo spostamento non vi è traccia alcuna nelle fonti ed è da ritenere invenzione moderna[26]. Non migliore sorte subiscono le curiae Veteres e il sacellum La-rum/-ndae : le prime sono poste presso la Meta Sudans a monte dell’area sacra distrutta dall’incendio del 64 d. C.[27], all’esterno dell mura «palatino-romulee», ma all’interno delle mura del VI secolo, che sarebbero un restauro serviano delle più antiche mura spostate a valle[28]. Il culto dei Lares e di Larunda, si suppone, non poteva stare che fuori delle mura e delle porte urbane, come conveniva a demoni protettori dei limiti[29].

Vi è quindi una sostanziale negazione del sulcus primigenius, inconciliabile con questa ricostruzione del pomerium e della realtà spaziale connessa con le più antiche mura. Soprattutto problematica è la fascia di rispetto interna al muro di cinta, documentata archeologicamente e giustificata come spazio di manovra dell’esercito, necessario per evitare l’ingresso di armati nell’area inaugurata dell’urbs, atto sacrilego e nefas: tuttavia, ci sono più motivi per non accettare questa ricostruzione risalente al Magdelain[30]. Non abbiamo molte indicazioni in tal senso, mancano anche notizie annalistiche relative ad assedi subiti da Roma, però appare estremamente improbabile che il popolo in armi combattente sugli spalti, e immediatamente dietro, per difendere la sanctitas delle mura violi, al contempo, la sanctitas stessa: tanto, di certo, non accadde nel 460 a. C. quando, in seguito all’occupazione del Campidoglio da parte di Appio Erdonio, l’esercito, schieratosi nel Foro, mosse all’attacco lungo il clivo capitolino[31]; o nel 380 a. C. quando, all’allarme generale per l’arrivo dell’esercito prenestino, il popolo romano passò precipitosamente dalla sedizione interna alla difesa di mura e porte[32]. Nel 211, con Annibale alle porte, il proconsole Q. Fulvio entrò in città con l’esercito e, per decreto del Senato, mantenne l’imperium che, addirittura, fu esteso a tutti coloro che erano stati dittatori, consoli e censori, donec recessisset a muris hostis[33].

Vi sono due ostacoli pressoché insormontabili ad ammettere una organizzazione spaziale di questo tipo: se il pomerio sancisce l’inviolabilità delle fortificazioni non può trovarsi venti metri circa dietro le mura ‘romulee’, ma deve comprenderle. L’inviolabilità, la sanctitas delle fortificazioni deriva dal pomerio, come ha ben compreso la dottrina ottocentesca[34], dal pomerio costituito con una definizione spaziale augurale che pertiene alla sfera del sacro (e perciò si giustifica il consecrabant e i termini consecrati di Liv. 1. 44 [35])e con una definizione materiale che inizia con il tracciato del solco. La stessa dottrina ottocentesca ha rimproverato a Tacito e Plutarco di equiparare sulcus e pomerium[36], ma non del tutto a ragione: perché, se nell’età dei due autori i concetti sono distinti, ai primordi romulei le potenzialità del pomerio erano compresse nel sulcus, tanto che, non a caso, la stessa tradizione, almeno quella di Plutarco, assegna a Numa l’introduzione ed il culto dei termini. D’altronde, la necessità di terminare anche lo spazio pomeriale interno alle mura è concepibile solo in un quadro di espansione urbana che ‘Romolo’ non si prefigurava, come invece faranno Servio Tullio e gli autori delle formae coloniali di età repubblicana. Appare allora probabile che il locus qua murum ducere non fosse in origine definito giuridicamente e linguisticamente come sarà in seguito e che il sulcus contenesse solo in nuce le potenzialità normative poi realizzatesi nel pomerium.

Se la città inizia col pomerio (l’urbis principium di Varrone ling. 5. 143) i molti ettari di suolo dietro le mura ‘romulee’ non sarebbero città, accettando la ricostruzione archeologica del Carandini che, non a caso, svincola l’inviolabilità delle mura dal pomerium[37]: questa ‘ non città’, poiché è destinata secondo Carandini e Magdelain, all’esercito, non dovrebbe essere urbs ma ager, perché è nell’ager che può esplicarsi l’imperium militiae[38]. Ammettere una convenzione che fa iniziare la città non al suo confine fisico visibile, sia esso il sulcus o il murus, ma a quello perlopiù invisibile arretrato di 20 metri appare poco credibile per la metà dell’VIII secolo a. C.[39]. Alla stessa epoca è improbabile distinguere tra una parte di suolo urbano liberatus, effatus ed inauguratus ed un’altra parte, meno estesa e periferica, di suolo liberatus ed effatus: la distinzione rimanderebbe ad un diritto augurale evoluto, ma soprattutto ad un duplice atto di effari al momento della fondazione: quanto sappiamo della pratica augurale romana fa escludere tale eventualità[40]. E’ per questo motivo che non si può accogliere l’interpretazione delle sepolture scavate sopra la rasatura delle più antiche mura ‘romulee’ come sacrifici di espiazione per lo spostamento e la ricostruzione in posizione più avanzata delle mura stesse agli inizi del VII secolo a. C. [41]: bisognerebbe ammettere una impensabile doppia azione di effari, dal momento che lo scavatore ritiene le sepolture giacenti fuori dal pomerio in luogo effatus et liberatus, non inauguratus. Porre una sepoltura in luogo liberatus e ritenere che il luogo mantenga questa qualità è una contraddizione in termini[42]. Mai, che si sappia dalle fonti, il collegio degli auguri, che la tradizione annalistica riferisce esistente ed ampliato agli inizi del VII secolo, è ricorso a sacrifici umani per exaugurare un luogo o una persona; il parallelo con i sepolti vivi nel Foro Boario dopo Canne (Liv. 22. 57)[43] è improprio, trattandosi di un atto straordinario dipendente dalla consultazione dei Libri Sibillini che non hanno nulla a che fare con l’exauguratio di competenza degli auguri. La tradizione sul regno di Numa Pompilio che, stando alla cronologia tradizionale, dovrebbe essere l’autore del rifacimento delle mura, è esplicita nel riferire che con questo re vennero sostituiti i sacrifici umani[44]. Per evitare il sacrilegio era necessario ottenere l’approvazione di Giove prima della demolizione, cioè prendere gli auspici come prima della costruzione, evitando così l’espiazione.

Piuttosto è probabile che lo spostamento delle mura sopravanzasse il sulcus primigenius[45]: ragionando secondo le categorie interpretative degli scopritori, aumenterebbe la fascia di suolo interna alle mura che non può considerarsi città a tutti gli effetti, ma una città dimidiata, cioè non inaugurata che, si è visto, è una categoria spaziale e mentale antica inesistente.

Resta però anche un altro problema non considerato: non si può aggiungere nuovo spazio alla città a prezzo di sacrifici umani perché ciò significherebbe dimenticare che ormai era stato fissato un rituale per trasformare un luogo qualsiasi in urbs, significherebbe dimenticare Romolo; stando alla fonte liviana (Liv. 1. 44: et in urbis incremento semper, quantum moenia processura erant, tantum termini hi consecrati proferebantur) si dovrà ammettere che per spostare le mura si doveva spostare il pomerio.

Il pomerio lontano dalle mura circa 20 metri, quale immaginato dagli scavatori moderni del Palatino, ha, infine, un vizio strutturale: è attraversabile in qualsiasi punto ed in entrambe le direzioni perché manca di qualsiasi varco[46].

Questa ricostruzione dimentica anche Remo. Il pomerio è, per definizione, tÒpoj ¥batoj, luogo non attraversabile se non attraverso le porte nelle mura, in corrispondenza delle quali si solleva l’aratro nella circonduzione del sulcus[47]; Remo aveva scavalcato le mura in costruzione, o meglio, come dice Plutarco, un tÒpoj, un luogo che non esiteremo oltre a riaccostare al locus che, secondo i libri augurali, individua il pomerio

Le numerose aporie nell’interpretazione spaziale dei rinvenimenti di VIII-VII secolo a. C. alle pendici settentrionali del Palatino si superano negando ciò che si è finora considerato innegabile, l’esistenza del pomerio dietro le mura ‘romulee’[48]. Accettarla nel contesto archeologico delineato negli ultimi anni significa dar credito ad una chimera spaziale. E’ impensabile che il pomerio nasca a metà dell’VIII secolo a. C. già definito, considerato che le sue attribuzioni si incrementano con la strutturazione urbana e l’evoluzione delle magistrature; agli inizi il pomerio romano è una procedura sacra simbolica, comune ad altri popoli italici[49], è il solco di fondazione secondo il rito etrusco o gabino (Cato apd. Serv. auct. in Aen. 5. 755, Varro ling. 5. 143 e Gran. Licin. apd Macrob. Sat. 5. 19. 13 ) che, successivamente e progressivamente, si carica di un ius del tutto estraneo alla sua matrice italica, acquistando un’originalità orgogliosamente affermata:«Quid enim scire Etrusci haruspices de pomerii iure potuerunt?» (Cic. div. 2. 75). Gli spostamenti ed i rifacimenti delle mura tra fine VIII e inizi VII secolo a. C., i morti sulle prime mura, ricadenti all’interno delle seconde mura, sono chiari segni che il pomerio con il suo carico di limitazioni non esisteva nell’VIII secolo là dove è stato immaginato; se esisteva, era lo spazio immediatamente all’interno del sulcus primigenius, il primo nucleo del successivo pomerio romano e diverso dal sulcus della colonia Ursonensis Genetiva o di Aquileia[50]. Un altro argomento a favore dell’ipotesi si ritrova nella ricostruzione qui proposta del templum augurale palatino: il caposaldo di Nord-Ovest del campo di osservazione, l’altare di Terminus, fu fissato non da Romolo, ma da Numa che si fece carico della prima definizione materiale dei confini del territorio, dell’ager e, di riflesso, della stessa urbs[51].





http://www.dirittoestoria.it/Autori/De-Magistris.htm