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Opporsi alla religione progressista
Pare essere un’ossessione di questi tempi: di contro all’avvento del nichilismo come ospite inquietante nella nostra società, furtivo ma perennemente presente in ogni circostanza, la destra oppone fiaccamente la verità monoteistica del cattolicesimo.
Il punto è che questa prospettiva deve essere, per definizione, non cattolica come si intende il cattolicesimo oggi, ma fanaticamente cattolica: la verità è una, ogni differente tentativo di concepirla è eresia; diversamente si cade comunque nel relativismo, finendo per ammettere che tutte le forme religiose (o alcune di queste) sono legittime.
Il nichilismo ha prodotto, d’altro canto, il nemico assoluto del cattolicesimo: il progressismo. Esso, pur essendo diretta emanazione della “svalutazione dei valori supremi”, si è fatto religione; una religione fondata sull’immanente, i cui adepti sono fanatici ben più dei cattolici. E’ la religione del benessere generalizzato, dei diritti per tutti, dell’egualitarismo in ogni forma possibile, fino a sfiorare - anzi, oltrepassare - il grottesco (si pensi a Zapatero che ha concesso alcuni “diritti umani” alle scimmie).
Quante volte ci siamo sentiti dire: “Ma come si può avere un’opinione del genere nel 2008?”… Quest’opinione era evidentemente, agli occhi dell’interlocutore, da bollare come “reazionaria”.
La visione “progressista” della storia, ormai largamente diffusa anche a destra, è intrisa di millenarismo cristiano-marxista, pur in tono più “moderato”: in questa concezione la storia procede in maniera lineare verso una meta, e avanza progredendo secondo criteri razionali. Quindi qualsiasi pensiero non “progressista” è illegittimo per definizione, poiché fuori dal tempo che gli spetta.
Dunque il vero nemico non è il “relativismo”, ma una nuova religione, fondamentalista e persino oscurantista, tanto da arrivare a nascondere la ricerca scientifica quando risulta “scomoda”, da distorcere profondamente le idee di alcuni eminenti filosofi - che si rivoltano nella tomba - per adattarle al famigerato “pensiero debole”, da propagandare insistentemente il proprio modello per imporne l’accettazione - una sorta di “lavaggio del cervello”, la tentata castrazione di ogni istinto sano…
E’ per l’appunto la sguaiata esaltazione della malattia, dell’istinto represso, della violenza che si volge contro di sé, ciò a cui siamo arrivati. E non è solo un’opinione diffusa: è legge.
(Notare che le sinistre, i cui esponenti si reputano l’élite intellettuale della società, hanno l’ossessione di dover “educare” i “poveri operai ignoranti” che votano Lega Nord - come se una tendenza politica xenofoba-conservatrice fosse non un’opinione semplicemente differente, ma sostanzialmente “illegittima” - e questo è “monoteismo” allo stato puro).
In questo senso, essendo il nemico supremo il progressismo - cioè una religione - il relativismo è prima di tutto uno strumento per abbatterla.
Esiste, a questo proposito, un particolare “atteggiamento verso la vita” - come lo definiva De Benoist - un’idea nichilista e relativista, che noi non possiamo che fare nostra. E’ il nominalismo.
L’idea nominalista è l’unica possibile soluzione etica alternativa a progressismo e fanatismo cattolico: fondata sul relativismo assoluto, e dunque sull’assenza di una verità metafisica, essa riconosce la verità solo in quanto “incarnata” e “affermata”.
Secondo i giusnaturalisti esisterebbe una legge naturale, valida generalmente per tutti, scritta nella stessa “anima” dell’uomo. Ma
la stessa possibilità che esista un solo individuo che segue differenti regole fa crollare il ragionamento. Che una morale sia accettata da “molti” non è, logicamente, segno del fatto che sia da considerare “universale”.
Non esistono valori assoluti. Ogni valore - cioè “qualcosa-che-vale” - è il risultato di una scelta individuale (o di un’accettazione, consapevole o meno, di valori imposti da chi ne ha il potere: genitori, Stato, Chiesa, etc.) che sta alla base di tutte le nostre azioni, un postulato su cui fondiamo tutta la nostra etica. Se chiedessimo a un ateo (che quindi non segue leggi “sacre”) perché è sbagliato uccidere, non ci saprebbe dare una risposta razionale, ma solo istintiva.
Un valore “vale” solo in quanto accettato o “affermato” all’interno di un dato contesto; mille anni fa in Europa vigevano valori differenti, non più stupidi di quelli comunemente accettati oggi.
La storia non si dirige quindi verso un fine programmato - che porterebbe d’altronde, per quello che è il mito progressista, all’ultimo uomo preconizzato da Nietzsche.
La storia non ha senso, se non il senso che noi affermiamo dentro la storia stessa. Essa non è “in evoluzione” verso il meglio: è piuttosto un percorso tortuoso, in cui si avvicendano periodi di evoluzione e di involuzione (valutati secondo i nostri criteri, differenti da quelli monoteistici-progressisti), laddove questi periodi possono durare anni, secoli o millenni… Potremmo persino prendere in considerazione dei “macroperiodi”, più o meno positivi, all’interno dei quali si alternerebbero periodi più brevi, con valore diverso.
E’ un gioco di scatole cinesi: d’altronde la storia è estremamente complessa.
Ma in ultima analisi, per chi seguisse l’idea nominalista, quale sarebbe il criterio di scelta dei propri valori - se non ne esistono di assoluti?
La risposta è: nient’altro che una scelta estetica - relativa.
Alexandre Kojève, filosofo hegeliano, proponeva come antidoto alla fine della storia, allo squallore dell’animalizzazione dell’uomo, la giapponesizzazione dell’Occidente. Il Giappone è abitato da ottanta milioni di snob, diceva Kojève, laddove lo “snob” è l’individuo che vive di comportamenti ritualizzati, di azioni finalizzate a un’estetica dell’ordine esteriore quanto interiore.
Niente più che una scelta estetica, dunque, ma che impone una forma, che mantiene l’uomo libero nella sua disciplina, che spazza via il disordine tendente all’animalità.
Si può morire di snobismo, come i kamikaze.





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