Andrea, «regolare» scontento
Studente al terzo anno di Scienze della comunicazione «Studio e faccio volontariato Quella flessibilità mi serviva»
ROMA — Andrea Zeppa, 23 anni il 6 agosto, studente al terzo anno di Scienze della comunicazione a Roma e volontario dei vigili del fuoco, aveva trovato all'inizio dell'anno il suo lavoretto in un call center. Contratto a progetto con paga a ore (5,2 euro netti), per un massimo di 6 ore al giorno. «Quando lavoravo sempre portavo a casa circa 730 euro al mese», racconta Zeppa. Insomma il classico studente col lavoro precario. Poi, qualche mese fa, in seguito alle nuove regole concordate lo scorso anno tra governo Prodi e sindacati per combattere il fenomeno dei lavori subordinati mascherati da collaborazioni, l'azienda ha avviato le procedure per trasformare i contratti a progetto in assunzioni a tempo indeterminato. Zeppa, direte voi, avrà fatto salti di gioia e con lui tutti i suoi compagni di centralino. E invece no. Il giovane per tutta risposta ha mandato una lettera di dimissioni all'azienda e per conoscenza alle sedi di Cgil, Cisl e Uil. E perché mai? Perché, come spiega lui stesso nella lettera, non accetta una norma rigida che impedisce a uno studente di poter continuare ad avere il suo lavoretto flessibile che ben si conciliava con gli altri impegni della giornata: l'Università, la preparazione degli esami, l'attività di volontario. «Rassegno le mie dimissioni — scrive Zeppa nella sua missiva — a causa degli sciagurati interventi dei rappresentanti sindacali che hanno costretto il sottoscritto studente lavoratore, volontario dei vigili del fuoco (e molti altri giovani operatori) a un contratto a tempo indeterminato, con orari fissi e non flessibili, ignorando le mie esigenze professionali, pretendendo di imporre la medesima soluzione a tutti i lavoratori». Da qualche settimana il giovane romano ha lasciato il call center. Sta cercando un nuovo lavoro, ma ancora non l'ha trovato: «Un call center mi andrebbe benissimo, ma a patto di poter fare come facevo prima, che se volevo uscire due ore in anticipo oppure un giorno non volevo andare bastava che telefonassi al responsabile. Ora invece avrei dovuto lavorare pagato come prima senza poter usufruire di alcuna flessibilità». Non si è pentito di aver rinunciato a un posto fisso, tanto più che trovare una nuova occupazione non è poi così semplice? «Certo — risponde Zeppa — mi rendo conto che per un giovane il posto fisso potrebbe essere un desiderio. Ma io in un call center non lo accetterei mai, perché è un lavoro massacrante». Normale che uno studente universitario aspiri a qualcosa di meglio. Ma perché questa polemica con i sindacati? Perché, spiega Zeppa, una volta che hanno ottenuto dall'azienda le assunzioni a tempo indeterminato, hanno accettato lo spostamento dei lavoratori in sedi distaccate, al Parco Leonardo, praticamente fuori città. Davvero troppo per lo studente-volontario, che per ora più di un lavoretto precario non vuole.
Enrico Marro
27 luglio 2008
http://www.corriere.it/cronache/08_l...4f02aabc.shtml
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Un articolo vergognoso degno di un liberista reaganiano. Lo stato chi deve tutelare? lo studente che non lavora per vivere o il lavoratore che deve lavorare per mangiare?
Che schifo. Il Corriere e l'articolista.




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