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  1. #31
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Certamente non sono obbligato a rispondere a tutte le sciochezze che capita a tutti di dire a volte, ma io molto sinceramente ho il sentimento che queste sciochezze stanno diventando di regola da queste parti. Ricordo benissimo cos'era il forum al suo inizio, e posso dire tranquillamente che le cose sono molto cambiate, e non sempre in bene.
    Spiega spiega. Cos'ha che non va il forum?

    Adesso cari comunitaristi io certamente non voglio minimamente rompervi i coglioni. Voi fatte un grosso lavoro di libreria, edizione e diffusione, questo è tutto a vostro onore. Nelle vostre riviste trovo quasi sempre lo stimolo intelletuale e poi pratico che vi cerco. Ma badate che poco a poco quel vento di libertà nella elaborazione inedita del pensiero di Marx portata da Preve e anche dal La Grassa in voi si sta petrificando sotto una forma abbastanza spaventosa, per lo meno archeo-ideologica.
    Senti, a me questa cosa che hai scritto proprio mi dà ai nervi. Secondo te ci sono due begli intellettuali e tanti piccoli coglioni come noi che "ideologizzano" quello che scrivono gli intellettuali. Per tua conoscenza, sappi che quello che elaboriamo INSIEME a Costanzo (La Grassa non è nella nostra Redazione) è frutto delle nostre COMUNI ricerche. Siamo in costante rapporto dialettico. Quindi, per favore, prima di scrivere la stronzata della pietrificazione ideologica, cerca di informarti meglio.

    Se poi volete discutere di altri temi, non avete che da postare voialtri qualcosa. Non lamentatevi se ci sono compagni stalinisti, trotzkisti o altri che postano le loro cose. Datevi da fare per discutere di temi a voi più cari.

    Troppo facile sparare nel mucchio.

  2. #32
    COSTRUIRE IL COMUNISMO!!
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    Dall'introduzione di Adriana Chiaia

    Adriana Chiaia nella sua prefazione al libro ci ricorda tre questioni che ci sembrano dirimenti.
    La risposta a certi critici

    Nell’individuare nel revisionismo moderno la causa della temporanea sconfitta del socialismo, come fa anche l’autore del libro che presentiamo, non si intende affatto - come ci viene attribuito - affermare che la svolta impressa ad ogni aspetto della vita dell’URSS da Chruscev e dalla sua cricca revisionista rappresenti il subitaneo passaggio dal “paradiso all’inferno”. Si intende invece indicare, nella presa del potere dopo la morte di Stalin da parte della componente revisionista del PCUS, la vittoria di quest’ultima. Vittoria resa irreversibile anche dalla mancata reazione e mobilitazione della sinistra del PCUS. Il sistema socialista era talmente forte che dovettero trascorrere più di trent’anni perché, attraverso le riforme frettolosamente varate da Chruscev (che per questo perse il potere), attraverso il periodo di stagnazione economica e di paralisi politica sotto Breznev, attraverso l’inganno della perestrojka gorbacioviana, attraverso la conquista delle principali leve del potere da parte di Eltsin (l’uomo prescelto dagli Stati Uniti per portare a termine il lavoro), si arrivasse alla catastrofe finale con lo scioglimento del PCUS, la dissoluzione dell’URSS, la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti e la completa restaurazione del capitalismo.
    Sono dunque pretestuosi gli argomenti dei nostri critici. Sono piuttosto essi stessi che dovrebbero rivedere la loro analisi del processo che ha portato agli esiti rovinosi che nemmeno loro mettono in discussione. Essi, rifiutando l’interpretazione della realtà mediante la categoria del revisionismo (che addirittura banalizzano ponendolo alla stregua del “burocratismo”, chiave interpretativa di ogni male da parte dei trockijsti), fanno invece risalire le cause dell’attuale catastrofica situazione dell’ex URSS all’arretratezza atavica della società russa, agli errori, ai limiti della transizione al socialismo, “incompiuta”, secondo alcuni di loro o addirittura mai realizzata, secondo altri. Essi stabiliscono cioè una continuità, tra il prima e il dopo XX Congresso, invece di individuare in esso un punto di rottura della linea politica difesa dalla Direzione del Partito sotto la guida di Lenin e di Stalin attraverso aspre lotte, linea politica che ha permesso lo straordinario sviluppo dell’Unione Sovietica nel campo economico, politico e culturale e la sua vittoria sul nazismo. Nella loro concezione evoluzionistica, essi negano di fatto l’esistenza della lotta di classe durante il socialismo, lo scontro tra le due vie, tra le due opposte concezioni, teoria che ha trovato la sua forma più compiuta nell’elaborazione di Mao Zedong, grazie anche alla lezione dell’esperienza dell’Unione Sovietica.
    La sconfitta del revisionismo

    La storia ha decretato la sconfitta del revisionismo moderno. Ha decretato la sconfitta dei revisionisti (cioè della nuova borghesia) installatisi al potere nei paesi ex socialisti, nei quali si è dimostrata l’impossibilità di restaurare il capitalismo per via pacifica, senza provocare il disastro politico, economico e sociale in cui sono sprofondate le loro popolazioni. Ha decretato la sconfitta dei revisionisti alla guida dei partiti comunisti nei paesi capitalisti. Malgrado il loro peso numerico e la loro influenza nella società, si è dimostrata l’impossibilità del passaggio al socialismo “per via parlamentare e pacifica” e non solo, con l’accentuarsi della crisi economica generale del capitalismo che ha esaurito la fase dello sviluppo produttivo delle imprese (il boom economico del dopoguerra), si sono chiuse le strade riformiste per l’ottenimento di concessioni economiche e sociali per i lavoratori. Per questi ultimi si è verificata, al contrario, la perdita delle principali conquiste strappate alla borghesia capitalista.
    La nostra epoca quindi ha sancito non la sconfitta del comunismo, come viene proclamato ai quattro venti, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno.
    Concetto basilare, sostenuto da Ludo Martens nella sua introduzione e ribadito nel suo libro, dove si dimostra come le posizioni delle forze revisioniste, che hanno preso il potere in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, vengano da lontano, discendano da quelle del vecchio revisionismo dei Bernstein e dei Kautsky e siano le stesse sostenute dalle correnti socialdemocratiche e mensceviche che hanno avversato le idee e la pratica politica di Lenin, prima e durante la Rivoluzione d’Ottobre. Sono le stesse idee che, dopo la vittoria di questa, sotto le varie forme dell’opposizione di destra (buchariniani, zinov’evisti) e di pseudo-sinistra (trockijsti, socialisti-rivoluzionari) hanno reiteratamente tentato di deviare dalla giusta strada le scelte politiche del Partito Bolscevico, l’esercizio del potere proletario nella Repubblica socialista sovietica, e la costruzione del socialismo negli anni Venti e Trenta
    Un invito ai lettori più giovani

    Qui ci sembra opportuno aprire una parentesi rivolta ai nostri lettori, specialmente ai più giovani, per invitarli a non respingere con un senso di fastidio quelle che possono sembrar loro noiose diatribe tra personaggi del passato. Il loro rifiuto deriva dal disinteresse e spesso dal disgusto che essi giustamente provano nei confronti del “teatrino della politica”, sul palcoscenico del quale si agitano, in polemica tra loro, i soliti personaggi, mossi da interessi personali, di parte o da esigenze elettorali. Personaggi e polemiche che appaiono anni luce distanti dai bisogni, sentimenti e aspirazioni della stragrande maggioranza della popolazione. Questa estraneità nei confronti della “politica” è la conseguenza del fatto che, negli Stati ad ordinamento democratico borghese, le ferree leggi insite nella natura (nel modo di produzione) del sistema capitalista nazionale ed internazionale pongono limiti e vincoli invalicabili all’agire delle forze politiche, sia governative che parlamentari, comprese quelle delegate a rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. La componente parlamentare di “sinistra” nei paesi capitalisti è quindi stretta nella morsa tra l’opportunistica collaborazione e la sterile opposizione nei confronti dei cosiddetti “poteri forti”.
    Profondamente diversa è l’importanza delle lotte ideologiche, dei contrasti e degli scontri politici di cui ci stiamo occupando. Si tratta del confronto di teorie che si materializzano nel movimento rivoluzionario delle masse e che ne condizionano il cammino. In un contesto rivoluzionario e di esercizio del potere proletario è determinante che prevalga una teoria o l’altra, che si imbocchi l’una o l’altra via.
    I due capitoli del libro che presentiamo, dedicati all’industrializzazione e alla collettivizzazione in Unione Sovietica negli anni Trenta fanno comprendere il senso di questi contrasti, innervati nella realtà di classe e nello scontro tra le classi. I nostri giovani lettori capiranno allora che quelle che consideravano vane diatribe tra personaggi in gara per il potere sono in realtà lo specchio, sul piano teorico, dei diversi e spesso opposti interessi delle classi di cui gli individui (soprattutto interni alla direzione del Partito e dello Stato) sono, consapevolmente o no, i rappresentanti e che il prevalere dell’una o dell’altra posizione politica, dell’una o dell’altra concezione del mondo è di interesse vitale per l’una o l’altra classe.
    Per questo motivo li invitiamo ad una lettura particolarmente attenta dei suddetti capitoli. Essi riguardano l’arco di tempo successivo alla ricostruzione, il periodo dell’attuazione del primo piano quinquennale, della realizzazione delle grandi infrastrutture, base indispensabile dello sviluppo industriale, del ritmo accelerato impresso allo sviluppo dell’industria e del primo movimento di massa dei contadini verso l’agricoltura collettiva.
    Nel suo discorso per il XII anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin disse:
    «L’anno trascorso ha dimostrato che, malgrado il blocco finanziario, ammesso o nascosto, dell’URSS, noi non ci siamo consegnati alla mercé dei capitalisti, e che noi abbiamo risolto con successo, con le nostre proprie forze, i problemi dell’accumulazione, gettato le basi dell’industria pesante. È ciò che ormai non possono negare anche i nemici giurati della classe operaia.»
    Ed ecco come descrive questa svolta decisiva dell’economia sovietica l’insigne economista di Cambridge Maurice Dobb:
    «La situazione che l’economia sovietica aveva raggiunto era caratteristica di una di quelle fasi cruciali del processo storico nelle quali, qualora si voglia andare avanti, rapidamente o no, lungo una determinata linea di sviluppo, bisogna farlo nell’impeto di uno slancio iniziale; in questi momenti le forze d’inerzia che si sono accumulate e cristallizzate nel corso di un’intera epoca storica devono essere superate dall’urto di questo improvviso movimento; altrimenti esse ritarderanno e devieranno il corso del movimento stesso per molti decenni. In quel momento il processo di escavazione deve lasciare il passo a un assalto improvviso e subitaneo.» Il 1929 segnava infatti la fine del periodo 1926-1929 nel quale si erano dovute superare le principali difficoltà relative all’accumulazione in un paese che non poteva evidentemente contare sullo sfruttamento delle colonie, fonte principale dell’accumulazione primaria dei paesi capitalisti, né su prestiti a lungo termine da parte di questi o del sistema bancario mondiale. Inoltre quegli anni, come già detto, erano stati segnati da aspre lotte di classe nella società e dal loro riflesso all’interno del Partito, che aveva dovuto combattere contro le posizioni capitolarde del blocco trockijsta-zinov’evista e le posizioni opportunistiche della destra buchariniana. Il sostegno determinante al Partito era venuto dalla classe operaia. Dai lavoratori d’assalto: gli udarniki e gli stachanovisti, i quali, nell’agricoltura e nell’industria, si erano impegnati nell’emulazione socialista e che, con il loro slancio e il loro entusiasmo, avevano sostenuto il titanico sforzo.
    Abbiamo ritenuto importante richiamare l’attenzione dei nostri lettori sul contenuto di questi capitoli, per la completezza e la complessità del vasto affresco, con le sue luci e le sue ombre, attraverso cui l’autore dipinge l’epica impresa della trasformazione di un paese arretrato, la cui economia era essenzialmente basata su un’agricoltura frammentata e primitiva, su un’industria sottosviluppata, priva di tecnologie moderne, di un paese ricco di risorse energetiche, ma privo di capitali e infrastrutture per poterle sfruttare, in un paese industrialmente avanzato. In questi capitoli è puntualmente descritta quella che chiamiamo fase di transizione di una società socialista, cioè del passaggio dalla società capitalista alla società comunista. In essi, con il metodo marxista del materialismo dialettico, si illustra l’essenza di questa fase, non lineare e pacifica, ma segnata da dure lotte di classe nella società e all’interno del Partito, da aspre contrapposizioni tra inconciliabili concezioni teoriche e politiche. Dalla lettura di queste pagine si ricava un resoconto puntuale e non agiografico della realtà. Si mettono in rilievo, da un lato, la partecipazione entusiasta della classe operaia e dei contadini poveri, ma anche le contraddizioni al suo interno: i volontarismi, gli eccessi, i ritardi, gli errori e le relative rettifiche, lo spontaneismo delle masse e il ruolo di direzione del Partito. E, dal lato opposto dello schieramento di classe, si evidenziano i sabotaggi, i delitti, la corruzione, il formalismo e l’inefficienza. Ci viene offerta cioè la descrizione “sul campo” di una fase in cui sono presenti sia i “germi di comunismo”, come li chiamava Lenin, che le tare della vecchia società capitalista. Nel quadro delle contraddizioni tra i nuovi e i vecchi rapporti di produzione, viene messa in risalto l’accanita resistenza della borghesia che non vuole morire e che - con le armi, gli intrighi, puntando sull’ignoranza, sulla forza delle abitudini, sui pregiudizi e sulle superstizioni delle masse più arretrate - cerca di soffocare lo sviluppo economico, sociale e morale della nuova società che nasce, ancora imperfetta, ma che prelude alla società comunista.
    Nei capitoli dedicati al “genocidio della collettivizzazione” e a “l’olocausto degli Ucraini”, Ludo Martens affronta due temi, che furono e sono il cavallo di battaglia della propaganda della borghesia imperialista e di quella revisionista per descrivere gli “orrori” del comunismo ed in particolare del “terrore” staliniano. Con un paziente e puntuale lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze, l’autore smonta le operazioni di intossicazione dell’informazione e ne svela i meccanismi perversi. Una tra tutte, a mo’ di esempio, la montatura riguardante la carestia degli anni 1931-32 per mezzo della quale Stalin (c’è sempre una personalizzazione in queste accuse) avrebbe volontariamente sterminato gli Ucraini. Si legga (alle pp. 141-143) l’ignobile vicenda di un falso reportage di un falso giornalista e dell’uso truffaldino delle immagini della carestia del 1921-22.
    Già allora quella sciagura, che aveva colpito la giovane Repubblica sovietica russa, era stata addebitata al “fallimento” del socialismo, come ricorda Lenin: «... Poi abbiamo avuto la carestia. E questa per i contadini è stata la prova più dura. È ben naturale che allora tutti all’estero gridassero: “Eccoli, i risultati dell’economia socialista!”. Ed è del tutto naturale che essi tacessero che la carestia, in realtà, era un orribile risultato della guerra civile.»
    È del tutto naturale che il nemico ci attacchi, ma non possiamo esimerci dall’alzare la nostra voce per ristabilire la verità. Puntigliosamente e scientificamente l’autore dimostra la falsità delle cifre sparate dai detrattori professionali del socialismo, del genere di Robert Conquest, denuncia le origini naziste della propaganda anticomunista maccartista (nel secondo dopoguerra, gli USA raccolsero il testimone della propaganda nazista), ridimensiona il numero dei kulaki fucilati in seguito alle condanne per atti di terrorismo nelle campagne e dei morti in conseguenza della deportazione nei campi di lavoro. Per quanto riguarda il “genocidio” degli Ucraini, dimostra come i dati statistici possano essere manipolati, applicando lo stesso metodo alle variazioni della popolazione in una provincia del Canada (p. 148). Infine rivela la vera origine della carestia del biennio 1931-1932, dovuta a cause naturali (siccità) e a nuove difficoltà nel processo di collettivizzazione. Carestia che peraltro fu affrontata con grande efficienza e con un sollecito aiuto alle popolazioni colpite, da parte del governo sovietico che disponeva di ben altre risorse rispetto al 1921.

  3. #33
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    Predefinito Da leggere...se vi và...se nò non fà niente!



    1° Ottobre 1949 - Mao Tze-Tung proclama la nascita della Repubblica Popolare Cinese

    MAO ZEDONG FRA COMUNISMO E NAZIONALISMO
    IL LIBRETTO ROSSO
    Giovanni De Sio Cesari
    ( http://www.giovannidesio.it/ )
    Indice: Parte Prima: notizie generali - rivoluzione culturale-
    il comunismo del libretto rosso - Mao e il nazionalismo cinese -
    continuità del partito comunista- Europa e Cina
    Parte Seconda: Analisi dell'opera per capitolo- Conclusione
    PARTE PRIMA
    NOTIZIE GENERALI
    Il "LIBRETTO ROSSO" di Mao è stata l'opera che ha avuto la maggiore diffusione nel mondo moderno, sia pure per un periodo molto breve: furono stampate in Cina 300 milioni di copie: tradotto in tutte le lingue, ebbe una diffusione immensa in tutto il mondo sia nei paesi occidentali come in quelli del terzo mondo: solo nei regimi comunisti dell'est europeo ne fu impedita la circolazione.
    Il titolo originale dell'opera era: Citazioni dalle Opere del presidente Mao tze tung (attualmente: Mao Zedong), in cinese si pronunciava " Máo Zhuxí Yulù" secondo la translitterazione ora in uso.
    In Occidente fu conosciuto però generalmente come Libretto Rosso di Mao o anche delle Guardie Rosse
    Era costituito da un antologia dei pensieri di Mao tratte da varie opere e organizzate pare da Lin Biao (allora "Lin Piao"), delfino di Mao e originariamente destinata all'esercito
    Dal 1966, durante la Rivoluzione Culturale, in Cina divenne obbligatorio portarlo sempre con se, infilato nella "casacca alla Mao", allora vestito praticamente unico per tutti i cinesi.
    Occorreva studiarlo attentamente e anzi era consigliato impararlo tutto a memoria. Le folle cinesi lo alzavano in alto con la mano sinistra in tutte le occasioni, lo recitavano collettivamente a memoria, ne gridavano brani come slogans in tutte le manifestazioni
    Le somiglianze con i Vangeli o il Corano potevano essere impressionanti: come i testi sacri anche il pensiero di Mao era ritenuto in grado di risolvere tutti i problemi della vita.
    In Occidente non gli fu riconosciuto un tale potere taumaturgico: tuttavia fu ritenuto, nell'ambito della Contestazione del 68, una delle voci più importanti per la formazione di una società autenticamente comunista che non si trasformasse in un capitalismo di stato come, si diceva, fosse avvenuto in Russia.
    Ma in realtà cosa effettivamente era detto nel Libretto Rosso? Come mai per una parte considerevole dell'umanità ebbe una autorità e una diffusione paragonabile ai Vangeli o al Corano. Quale contesto storico- politico spiegava una fatto tanto singolare e incredibile ?
    E soprattutto: il libretto di Mao era una sintesi del marxismo o un travisamento dello stesso?
    A queste domande cercheremo di rispondere: nella Parte Prima esamineremo il problema nella sua globalità mentre nella Parte Seconda passeremo a un'analisi dell'opera capitolo per capitolo, giungendo quindi a una conclusione che, per comodità di esposizione, sarà anticipata nella prima parte.
    RIVOLUZIONE CULTURALE
    Il Libretto Rosso era lo strumento essenziale della Rivoluzione Culturale che va inquadrato nella Rivoluzione comunista cinese. Nel 1949 l'armata comunista cinese sotto la guida di Mao aveva preso il controllo di tutta la Cina costringendo le residue forze di Chiang Kai-shek (attualmente: Jiang Jiesh) a rifugiarsi nell'isola di Taiwan, sotto la protezione americana.
    Mao tze tung stabilì quindi un governo comunista e nel '56 lanciò la politica cosi detta dei "cento fiori; "Che cento fiori sbocciano che cento scuole rivaleggino" aveva detto Mao riprendendo un antico verso. La politica economica che ne scaturì, molto simile alla NEP Sovietica degli anni 20, però rischiava di portare la Cina sulla strada del liberismo occidentale. Mao quindi, come Stalin, tornò rapidamente a una politica di forte collettivazione, centralisticamente programmata per avviare la Cina sulla via effettiva del comunismo.
    Si trattò del "grande balzo in avanti": le conseguenze economiche furono disastrose più ancora che quelle analoghe della Russia Sovietica: milioni di cinesi morirono per fame perchè non si volle ammettere il fallimento e richiedere aiuti alimentari internazionali: anzi il disastro fu accuratamente nascosto e la sua entità tuttora non è stata storicamente ancora chiarita del tutto.
    Il fallimento, però, fu di tale entità che l'apparato del partito cinese mise in disparte Mao allontanandolo dalle leve effettive del potere, pur lasciandogli, però, intatte in apparenza, autorità e il prestigio.
    Accade allora un fatto, crediamo, unico nella storia: Mao si rivolse direttamente alle masse cinesi, anzi propriamente ai giovani e giovanissimi invitandoli a portare avanti una "rivoluzione culturale" cioè un mutamento radicale della mentalità per fondare veramente il comunismo e respingere quindi una forma politica che si avviasse sulla via del revisionismo e del capitalismo. Strumento essenziale di un tale capovolgimento di mentalità avrebbe dovuto essere il pensiero di Mao che veniva presentato al popolo nella versione semplificata ma essenziale del Libretto Rosso.

    Il comunismo si afferma in qualcosa di radicalmente nuovo, in funzione di un uomo nuovo: quindi tutto quello che è tradizionale nella tradizionalissima Cina dalla storia millenaria deve essere dimenticato, radicalmente estirpato, nullificato come se non fosse mai esistito perchè comunque intriso di valori feudali (o borghesi ): bisogna quindi ricominciare daccapo, cioè dal pensiero di Mao, fondamento di un mondo nuovo e radioso in cui si affermi la società giusta, felice e umanizzante del comunismo
    Anche i saperi tecnici assumono una funzione secondaria di fronte all'ideologia comunista perchè solo essa può veramente cambiare il mondo. Conseguentemente i giovani e i giovanissimi (quindi senza esperienza) si lanciarono all'attacco dei quadri del partito formati da uomini maturi e quindi consci delle difficoltà tecniche e anche della cultura non marxista nella quale pure erano nati, per esautorarli violentemente
    In questa prospettiva si comprende e si giustifica l'immensa autorità che viene ad avere il Libretto Rosso, seguendo il quale solo è possibile la instaurazione del "vero" comunismo.
    Certamente la Rivoluzione Culturale fu manovrata dall'alto: questo però non toglie che l'entusiasmo e la convinzione delle Guardie Rosse fosse vera e genuina: effettivamente le masse dei giovanissimi crederono di potere instaurare, una volta e per sempre, in Cina e nel mondo, la giustizia e la felicità, veramente furono convinti che bastasse imparare a memorie quel piccolo libretto per comprendere tutto, per potere fare tutto: fu veramente un momento eroico nella storia.
    Naturalmente i risultati furono disastrosi: il crollo economico, tecnico e culturale inevitabile. Benchè Mao avesse stravinto, tuttavia dovette ancora rimettersi da parte edopo la sua morte la Cina prese una strada diametralmente opposta a quella indicata dal "grande timoniere " ed ora veleggia apertamente nella direzione del capitalismo anche sfrenato. Mao è comunque rimasto un simbolo tuttora venerato e incontestato dai cinesi
    Una singolare conseguenza di una tale situazione è che ora i cinesi paiono non aver una propria ideologia culturale. II marxismo non è stata ripudiato a livello teorico, non sono state rivalutate le tradizioni cinesi, non si sono diffusi gli ideali liberali occidentali, il cinese medio conosce solo il pensiero di Mao, cosi come presentato dal Libretto Rosso ma esso appare del tutto avulso dall'attuale situazione. Sono stati invece rivalutati pienamente i saperi tecnici che attualmente costituiscono il motore più importante dell'imponente sviluppo economico cinese.
    Allo straniero che chiede ai cinesi del loro millenario passato essi rispondono che, in realtà, non ne sanno molto: la loro giovinezza è stata solo piena di Mao, il loro presente solo pieno di tecnologia e lavoro

    IL COMUNISMO DEL LIBRETTO ROSSO
    Il problema che si pone è se o in quale misura il LIbretto Rosso di Mao sia una esposizione popolare del pensiero comunista. Molti avanzano la teoria che in realtà in esso di comunismo ci sia ben poco, che si tratti di una deviazione più o meno radicale. Molti ritengono che il pensiero di Mao in generale, e quindi anche il Libretto Rosso, sia una manifestazione del millenario spirito cinese che assuma solo occasionalmente e superficialmente le vesti del comunismo.
    Per tentare di rispondere a questa domanda bisogna innanzi tutto chiarire cosa vogliamo intendere per "comunismo". Con questo termine infatti si indica una gran numero di fenomeni, in qualche modo connessi, ma pure nettamente distinti.
    Per comunismo possiamo intendere innanzi tutto quello delineato da Marx nell’800: in realtà egli fu però uno studioso del capitalismo e non del comunismo: non per un caso la sua opera principale si intitola "Il Capitale".
    Egli sostenne che il capitalismo aveva contraddizioni tanto gravi e insolubili che si sarebbe presto dissolto per fare posto al comunismo, uno stadio perfetto dell'umanità nel quale sarebbe sparita la oppressione dell'uomo sull'uomo e con esso tutti il male del mondo per cui non sarebbe più stato necessario uno Stato con i suoi mezzi coercitivi e autoritari.

    Coerentemente non delineò mai una programma politico di gestione del potere, diede indicazioni piuttosto generiche sul processo che avrebbe portato al dissolvimento dello stato stesso, anzi polemizzò con i socialisti del suo tempo che delineavano una società socialista in tutti i particolari affermando la impossibilità di una tale previsione. Pertanto in effetti dire se il programma concreto di un qualunque partito che voglia gestire il governo in vista dell'avvento del comunismo sia più o meno marxista risulta praticamente impossibile perchè manca il temine di paragone cioè un programma effettivo delineato da Marx. Possiamo invece dire che un programma per dirsi marxista (comunista) dovrebbe prevedere come sbocco finale la società senza classi e senza Stato vagheggiata da Marx.
    Per questo fatto, partiti diversissimi e in lotta fra di loro poterono richiamarsi a Marx e nei paesi dove i partiti comunisti erano (o sono ) al potere non si parla di stati comunisti perchè esso sarebbe stato lo sbocco del processo che si considerava all'inizio: si parla di sistemi socialisti, democratici, popolari, non comunisti
    Con la espressione di "socialismo reale" si fa riferimento a quelle esperienze economiche e politiche effettivamente realizzate nella storia che si sono richiamate al marxismo. Tuttavia possiamo rilevare storicamente che esiste un periodo "eroico" del socialismo reale in cui effettivamente si cerca di instaurare il comunismo secondo la visione di Marx come ad esempio il periodo leninista in Russia.
    I fallimenti di queste politiche tuttavia fanno tramontare questa prospettiva: allora la prospettiva del comunismo marxiano non viene teoricamente rifiutata ma viene allontanato indefinitivamente nel tempo, diviene, in pratica, una richiamo teorico ufficiale ma in realtà si abbandona il progetto concreto di instaurarlo, almeno in un futuro prevedibile: ad esempio la Russia dopo Kuescev, la Polonia di Komulka, l’Ungheria di Kadar. Spesso si parla a questo proposito di “capitalismo di stato”: il 68 e dintorni è una ripresa del progetto marxiano considerato tradito dal socialismo sovietico.
    Da questo punto di vista è possibile anche pensare a una rifondazione del comunismo (donde il nome del partito italiano) nel senso che si prende atto del fallimento delle vie percorse nel socialismo reale e si teorizzano altre vie che comunque condurrebbero allo stadio ipotizzato da Marx.
    Nel caso di Mao il problema quindi è vedere se esso effettivamente intende giungere alla società senza classi e senza oppressione dell'uomo sull'uomo, indicata da Marx e se per raggiungerla intende seguire le strade che il movimento comunista internazionale iniziato dalla Rivoluzione di Ottobre aveva cercato di seguire, o se al contrario si tratta di un pensiero che, genericamente richiamandosi a quelle visioni, pone al centro invece altri elementi come la tradizione o il nazionalismo cinese.

    MAO E IL NAZIONALISMO CINESE
    Per comodità di esposizione anticipiamo la conclusione a cui siamo giunti (vedi Parte Seconda ): Il libretto rosso era una documento che rifletteva fedelmente il comunismo di matrice marxista come si era andato svolgendo nella prassi e nella teoria del comunismo internazione iniziato dalla Rivoluzione di Ottobre. Solo marginalmente possiamo trovare in esso qualche elemento riconducibile alla cultura e alle tradizioni cinesi: anzi nella storia non è stato mai registrato un tentativo cosi radicale e massiccio di ignorare, di cancellare una cultura, per altro così antica e così illustre: solo la Cambogia di Pol Pot, per altro seguace del maoismo, tentò qualcosa di simile, anche più radicale e per questo anche più disastrosa.
    Nella storia invece le rivoluzioni e i mutamenti in generale hanno quasi sempre fatto riferimento alle “vere” tradizioni nazionali, magari inventandole o distorcendole allo scopo. Cosi il Risorgimento si inventò una serie di figure e di miti che dimostrassero una inesistente aspirazione degli italiani all’unità (Disfida di Barletta, Balilla genovese) e anche nel comunismo russo e europeo si cercò il recupero della tradizione, sia pure letta in una certa prospettiva: In Russia (attraverso i film di Ejzenštejn) fu esaltata anche la figura di Ivan il terribile e del principe Nevskij che certamente non possono considerarsi antesignani del comunismo.
    In Italia Togliatti incessantemente si riferì alle tradizioni risorgimentali tanto che, a un certo punto, il partito adottò addirittura la figura di Garibaldi come proprio riferimento.
    Niente di tutto questo avvenne in Cina: la Rivoluzione Culturale fu proprio il tentativo di azzerare del tutto la cultura, la tradizione, di partire da zero nella costruzione dell’uomo nuovo: il posto assolutamente eccessivo dato ai giovanissimi era motivato sostanzialmente dal fatto che essi era non erano contagiati dalla cultura tradizionale come gli uomini maturi che in quella cultura comunque erano nati. Nel 1966 un ventenne aveva conosciuto solo il comunismo ma un cinquantenne si era formato in una società non comunista ma borghese o feudale, in una società tradizionale.
    Tuttavia la figura di Mao negli ultimi anni in Cina è andata sempre più perdendo le sue connotazioni comuniste per divenire essenzialmente il creatore della Cina moderna, un "grande cinese" quindi come gli antichi imperatori e non più il banditore di un verbo rivoluzionario valido in tutto il mondo dalla Albania al Perù, dei gruppuscoli dello contestazione europea ai movimenti di guerriglia dell’africa.
    Il giudizio su Mao in Cina è quello enunciato, si dice, da Deng: il 70% bene, il 30% sbagliato. Quel 70% pare riferirsi soprattutto al combattente prima del 49, quel 30% alla Rivoluzione Culturale cioè al tentativo quindi di imporre effettivamente in Cina il comunismo. Infatti nelle ultime edizioni delle biografie ufficiali il Mao che campeggia è sempre quello delle Grande Marcia e della lotta all’invasore giapponese: l’ideologia comunista viene invece sfumata in una generica propensione verso il popolo, i poveri, la giustizia sociale.
    La figura di Mao perde quindi sempre più in Cina le sue effettive caratteristiche e tende sempre più ad essere una icona in cui tutti i cinesi possono riconoscersi anche se hanno del tutto abbandonato il comunismo e praticano un capitalismo molto spinto. Se Mao potesse vedere la Cina dell'attuale miracolo economico vedrebbe esattamente il mondo che ha combattuto per tutta la sua vita.
    Eppure quel mondo incredibilmente lo acclama come il proprio fondatore! Come è possibile una cosa del genere? Ci sono molti motivazioni: potremmo però, per comodità di esposizione, riferirci a due poli di spiegazioni che individuiamo nella continuità del Partito comunista e nella storia della Cina stessa.
    CONTINUITA' DEL PARTITO COMUNISTA
    Nel 1989 i moti della Piazza Tian an men sembrarono portare la Cina sulla via della Occidentalizzazione, all’abbandono traumatico del comunismo così come contemporaneamente avveniva in Europa. Gli studenti erano in piccolo numero rispetto all’immensità della Cina ma rappresentavano la "intelligenza" della nazione. Le autorità cinesi furono a lungo incerte ma alla fine soffocarono nel sangue la protesta studentesca. L’episodio fu condannato senza riserve, in tutto il mondo: tuttavia dobbiamo riconoscere, con il senno di poi, che l’abbandono traumatico e improvviso del comunismo in Russia ha portato miseria, caos economico e disgregazione politica perché non si improvvisa un’economia capitalistica da un giorno all’altro.
    In Cina invece la continuità politica ha portato a uno sviluppo economico davvero prodigioso che certo nessuno si poteva aspettare.

    La Cina ha scelto quindi la continuità politica e la discontinuità economica. Una economia capitalista in uno stato retto da un partito comunista: un vero inedito ma certamente funzionante.
    In questo contesto che fare della figura di Mao?

    Avviene quello che spesso è avvenuto nella storia dei popoli: perde le sue caratteristiche storiche reali e diventa un simbolo, il "Padre della Patria" che si ammira e che non si critica.
    Capita infatti spesso che personaggi che hanno avuto una grande popolarità ma i cui programmi non sono stati realizzati vengano assunti al ruolo di "Padri della Patria " anche se in realtà il modello da essi propugnato è uscito del tutto sconfitto dalla storia reale. I nuovi governanti infatti non hanno interesse a condannare una figura prestigiosa: molto meglio canonizzarlo, farne una icona e in qualche modo dichiararsi suoi continuatori mentre in realtà si è andati in tutta altra direzione. Ma la politica ha sempre bisogno di miti.
    E’ il caso per esempio del nostro Mazzini: l'Italia nata dal Risorgimento non aveva niente a che fare con quella sognata da Mazzini: egli voleva la “repubblica” (non nel senso comune, attuale del termine) ma una società senza autoritarismi che faceva paura ai ”benpensanti” e invece l’Italia dei Savoia era fortemente autoritaria, fermamente diretta dai "benpensanti". Eppure poi è stato presentato come il grande “apostolo” dell'unita italiana a tante generazioni di italiani. Ogni libro di lettura delle scuole elementari riportava qualche brano del Grande Apostolo ma nessuno avvertiva che in realtà il suo programma era uscito sconfitto nel processo storico e si fingeva che invece esso fosse stato pienamente attuato: non solo gli alunni ma nemmeno i maestri non se ne rendevano affatto conto.
    Stesso discorso si può fare per Gandhi. In realtà il suo programma non era caratterizzato dall’indipendenza dell’india, tutti la richiedevano. Gandhi voleva una India in cui convivessero pacificamente tutte le fedi: ma appena gli Inglesi lasciarono il potere scoppiarono invece tremende lotte fra mussulmani e indù: ci fu la più grande pulizia etnica della storia durante la quale ci fu un milione di morti, si dice, ma in effetti nessuno li ha mai potuto contare, e poi ancora tre guerre e tuttora uno stato di tensione che continua ancora dopo 60 anni.
    Dal punto di vista economico Gandhi sostenne sempre una economia tradizionale da piccolo villaggio con telai domestici (negli ultimi anni trascorreva molte ore egli stesso a lavorare su un telaio a mano per dare l'esempio). Ma il suo programma economico del piccolo artigianato, delle reti di villaggio non è mai nemmeno partito tanto apparve subito ai suoi stessi, strettissimi seguaci del tutto impraticabile.
    Eppure Gandhi viene considerato da ogni indiano come il padre della patria e la sua memoria à sacra.
    Non bisogna quindi meravigliarsi nella Cina del culto di Mao di oggi: il Grande Timoniere voleva il paese del comunismo intransigente, della rivoluzione permanente delle Guardie Rosse che tanto fece sognare i giovani del ‘68 e tanto spaventò i buoni borghesi occidentali.
    La Cina moderna è invece quanto di più lontano si possa immaginare dal pensiero di Mao, eppure incredibilmente il suo mausoleo è sempre meta di sentiti pellegrinaggi, rimane sempre il "grande timoniere" che non si discute, si ammira.

    EUROPA E CINA
    Per comprendere la persistenza del mito di Mao bisogna anche tener conto del diverso andamento del processo storico in Cina e in Europa.
    In Europa le lotte intestine non hanno impedito lo sviluppo della civiltà, anzi in qualche modo possono essere stati degli stimoli. Si pensi alle cattedrali medioevali italiane nate in città in continua guerra fra di loro. Ma in Cina l'ordine interno e il benessere sono praticamente considerati sinonimi: come si esprimeva K'ang Yu-wei vi sono periodi di "disordine" e di "pace crescente". Infatti si sono sempre alternati periodi di decadenza caratterizzate da lotte interne e invasioni di barbari e periodi di sviluppo caratterizzati al contrario dalla pace interna.
    Facciamo un rapido paragone. Più o meno nello stesso periodo si formò l’Imperò Romano e quello cinese e quasi nello stesso periodo ambedue si dissolsero. Però in Europa non si ricostituì mai un stato unitario e i conflitti incessanti hanno sempre accompagnato tutta la loro storia fino alla II Guerra Mondiale quando finalmente le lotte interne sembrano cessate per sempre e si è dato l’avvio, invero molto faticoso, a un processo di unificazione.

    In Cina invece la dissoluzione durò qualche secolo: caduto nel 220 dC. l’impero degli Han esso risorse con la dinastia Sui nel 589 poi sostituito dai Tang. Alla sua caduta nel 907 un periodo di guerre e disordini terminato con l’unità riportata dai Song nel 960.
    Ancora nel 1200 l’invasione dei mongoli di Gengis Kan portò guerra e desolazione ma l’impero nazionale fu ricostituito nel 1300 dai MIng. Nel 1600 nuovo arrivo dei barbari, i Manciù, che però essi stessi rinnovarono l’unità e l’ordine dell’impero e furono l’ultima dinastia regnante in Cina, fino al 1911 (dinastia Qing).
    Nella cultura e nella mentalità cinesi quindi abbiamo l’dea di un alternarsi di periodi di decadenza e di splendore, i primi caratterizzati da invasioni barbariche, disordine, perdita dell’unita e quindi miseria e guerre interne i secondi in cui l’unità, l’ordine e la pace permettono sviluppo economico e culturale. L’ultimo di tali periodi per i Cinesi è quello dell’800 e ‘900.
    L’impero cinese non ha retto nell’800 il confronto con gli europei che i Cinesi riuscirono a veder solo come barbari invasori assimilati quindi alle nazionalità che dai confini dell’impero si erano riversati periodicamente sul paese.
    Agli inizi del '900 poi l’impero stesso si dissolse proprio perché non fu in grado di respingere i nuovi barbari.
    E’ seguito un periodo estremamente disastroso per tutta la Cina, di anarchia e di miseria come era sempre accaduto nella storia in queste circostanze. La violenza dilagava, portata da quelli che in Occidente chiamiamo "i signori della guerra" (In cinese:
    junfa) che si spartivano il territorio in zone di influenza.
    A questo stato di cose cercò di porre riparo il Guomindang (allora: Kuo min tang) guidato da SunYat Sen: ebbe successo nell’ eliminare, l’uno dopo l’altro “i signori della guerra” ma poi dovette fronteggiare l’invasione dei nuovi barbari, i Giapponesi e si divise a sua volta nelle due correnti comunista (minoritaria) e anti comunista (maggioritaria).
    I giapponesi furono poi sconfitti ( non dai Cinesi ma dagli americani, ma non importa) e l’unità e l’ordine furono ristabilite dalle armate popolari guidate da Mao. A prescindere da ogni analisi storica sempre opinabile, sta di fatto quindi che la unità e la cacciata dei barbari della Cina si è realizzata con la presa del potere di Mao. Lo sviluppo spettacolare della Cina moderna è stata essa stessa possibile dalla unità, dall’ordine, dalla cacciata dei barbari.

    In questa prospettiva la Lunga Marcia diventa un mito fondante della Cina moderna: gli aspetti propriamente comunisti vengono messi in ombra, e risalta invece il piccolo gruppo di patrioti guidata da Mao che prepara l’unità e la indipendenza del grande paese. Più passa il tempo, più viene messo in ombra il credo politico, le intenzioni, gli errori stessi di Mao e la sua figura si staglia come il restauratore della grandezza della Cina. Quello che conta nella storia, quello che effettivamente gli uomini ricordano non sono le intenzioni, ma i fatti. La Cina che ora si proietta verso il futuro, che forse contenderà anche all’America il primato mondiale è proprio l’opposto di quello che Mao aveva proposto e cercato di imporre al prezzo di milioni di morti : ma comunque è la Cina che si è ricostituita sotto la guida di Mao ed è questo è quello che conta
    Che la Cina senza Mao avrebbe fatto meglio o più in fretta o avrebbe risparmiato orrori senza fine sono opinioni che possono essere sostenute da analisti: ma come è noto con i “se” e i “ma” non si fa la storia.

    PARTE SECONDA
    Il libretto Rosso è diviso in 33 capitoli ciascuno dei quali porta un titolo che ne indica l’argomento: prendiamo in esame sinteticamente l’opera, capitolo per capitolo. Da essi alla fine presentiamo una conclusione.
    I - Il Partito Comunista...
    Delinea il ruolo del PC comunista:
    Il nucleo dirigente della nostra causa è il Partito comunista cinese. Per fare la rivoluzione, occorre un partito rivoluzionario. Il Partito comunista cinese costituisce il nucleo dirigente dell'intero popolo cinese. Un partito disciplinato, armato della teoria marxista-leninista,
    e la funzione essenziale e indispensabile:
    Il Partito comunista cinese costituisce il nucleo dirigente dell'intero popolo cinese. Senza un simile nucleo, la causa del socialismo non riuscirebbe a trionfare.
    Si afferma l'idea del movimento comunista internazionale che la rivoluzione non può essere opera spontanea delle masse ma che esse debbano essere guidate da un partito formato da "professionisti della rivoluzione" che in realtà è la base teorica della soppressione della libertà in tutti i paesi del socialismo reale
    II. - Le classi e la lotta di classe
    Si prende in esame la lotta di classe che viene considerata, secondo il pensiero marxista, l'unico vero motore della teoria:
    Lotta di classe - certe classi sono vittoriose, altre vengono eliminate. Questa è la storia, la storia delle civiltà,da millenni. Interpretare la storia da questo punto di vista è quel che si dice materialismo storico;
    Si afferma l’internazionalismo proletario perchè :
    La lotta nazionale è in ultima analisi una lotta di classe nel senso che la liberazione della Cinaiin in effetti corrisponde alla liberazione delle masse degli sfruttati .
    La liberazione che deve venire in una azione violenta secondo il famosissima brano:
    ... la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza, è l'azione implacabile di una classe che abbatte il potere di un'altra classe.
    Ma la vittoria militare non significa vittoria finale perchè:
    Occorrerà ancora un periodo di tempo abbastanza lungo per decidere il risultato della lotta ideologica tra il socialismo e il capitalismo nel nostro paese. La ragione di ciò sta nel fatto che l'influenza della borghesia e degli intellettuali che provengono dalla vecchia società continuerà ancora a lungo nel nostro paese, così come la loro ideologia di classe. Nel nostro paese, l'ideologia borghese e piccolo borghese, le idee antimarxiste sussisteranno ancora a lungo.
    Occorre quindi una lotta dopo l'instaurazione della dittatura del proletariato: la qualcosa poi giustificò la violenta repressione verso intere classi sociali e chiunque sembrasse in qualche modo ancora partecipe della cultura borghese e feudale.
    Vengono quindi denunciati i mali del dogmatismo e del revisionismo:
    l dogmatismo e il revisionismo si contrappongono entrambi al marxismo.
    Il ripudio del dogmatismo permette di modificare la teoria marxista ogni volta che il potere lo ritenga necessario pur affermando che..
    Tuttavia, non si possono infrangere i principi fondamentali del marxismo senza cadere nell'errore.
    Ma sarà poi il partito decidere quali essi siano ma il maggior pericolo, il maggiore nemico è il revisionismo:
    I revisionisti o opportunisti di destra approvano il marxismo a parole e attaccano a loro volta il"dogmatismo." Ma di fatto, i loro attacchi mirano alla sostanza stessa del marxismo.
    Il che significa che anche quelli che si dichiaravano comunisti e da sempre avevano combattuto per esso potevano essere etichettati come opportunisti di destra o dogmatici come ,analogamente, in Russia si parlava di gruppi antipartito, di deviazionismo di destra o di sinistra.

    III. - Il Socialismo e il Comunismo
    Si espone la classica distinzione fra socialismo e comunismo (della internazionale marxista).
    Si inizia con la affermazione della ineluttabilità oggettiva scientificamente dimostrata dell'avvento del comunismo:
    In ultima istanza, il regime socialista si sostituirà al regime capitalista; si tratta di una legge oggettiva,indipendente dalla volontà umana.
    ma la fase comunista vera e propria in cui lo stato sparirà, verrà in un secondo momento perchè intanto è necessaria la dittatura del proletariato, concetto piuttosto vago in Marx ma centrale in Lenin e nel movimento comunista :
    "Ma allora voi non volete sopprimere il potere dello Stato?" Si', noi vogliamo sopprimerlo, ma non ora; non possiamo ancora farlo. Perché? Perché l'imperialismo continua a esistere.
    e quindi la dittatura del proletariato deve
    La sua prima funzione è quella di esercitare la repressione, all'interno del paese, sulle classi e sugli elementi reazionari
    Si distingue fra popolo e nemici del popolo:
    L'esercizio della dittatura democratica popolare implica due metodi. Nei confronti dei nemici, noi
    applichiamo quello della dittatura; in altri termini: per tutto il tempo che sarà necessario, noi non
    permetteremo loro di partecipare all'attività politica, li obbligheremo a sottomettersi alle leggi del governo popolare, li costringeremo a lavorare con le loro mani affinché si trasformino in uomini nuovi. Per contro, nei confronti del popolo, non il metodo della coercizione, bensì il metodo democratico viene applicato; in altri termini: il popolo deve poter partecipare all'attività politica; occorre applicare, nei suoi confronti, i metodi democratici di educazione e di persuasione, invece che obbligarlo a fare questa o quest'altra cosa.

    Vi è anche presente la dottrina molto diffusa nei movimenti comunisti del tanto peggio tanto meglio:
    Delle caratteristiche della Cina, fatta di 600 milioni di persone, quella che colpisce è la povertà e lo spogliamento. Cose cattive, in apparenza, ma buone in realtà. La povertà induce alla trasformazione, all'azione, alla rivoluzione. Su un foglio bianco, tutto è possibile: ci si può scrivere o disegnare tutto ciò che c'è di più nuovo e di più bello.

    IV. - La giusta soluzione delle contraddizioni nel popolo
    Si ripropone la classica distinzione fra contraddizioni NELLA classe e contraddizioni FRA le classi:
    Le contraddizioni tra noi e i nostri nemici sono contraddizioni antagonistiche. In seno al popolo, le contraddizioni tra i lavoratori non sono antagonistiche.
    Siamo in presenza di due tipi di contraddizioni sociali le contraddizioni tra noi e i nostri nemici e le contraddizioni nel popolo. Si tratta di due tipi di contraddizione completamente diversi.

    Ovviamente diverso sarà il comportamento nei due casi: per i nemici c’è la eliminazione:
    L'eliminazione dei controrivoluzionari è una lotta che rientra nell'ambito delle contraddizioni tra noi e i nostri nemici.
    Per il popolo invece:
    Occorre criticare i difetti del popolo, ma occorre anche farlo partendo veramente dalla posizione del popolo;la nostra critica dev'essere ispirata dall'ardente desiderio di difenderlo e di educarlo.
    Chi potrà distinguere i due casi? ad esempio i fatti di Ungheria del 56 vengono considerati una manifestazione di antagonismo fra le classi :
    I reazionari all'interno di un paese socialista, in combutta con gli imperialisti, cercano di far trionfare il loro complotto approfittando delle contraddizioni nel popolo per fomentare la divisione e suscitare il disordine. Questa lezione, tratta dai fatti di Ungheria, merita la nostra attenzione.

    V. - La guerra e la pace
    Viene riproposta la classica concezione di Marx della guerra come un effetto della proprietà privata:
    Le guerre hanno avuto inizio con la comparsa della proprietà privata e delle classi, e sono la forma suprema di lotta, la forma alla quale si ricorre per risolvere i contrasti fra le classi, le nazioni, gli Stati.
    In linea di principio quindi si è contrari alla guerra ma la realtà presente richiede la guerra:
    Noi siamo favorevoli all'abolizione delle guerre; noi non vogliamo la guerra. Ma non si può abolire la guerra se non mediante la guerra.
    Infatti vi è distinzione:
    La storia insegna che le guerre si distinguono in due categorie: le guerre giuste e le guerre ingiuste.
    Conseguentemente la affermazione famosissima di Mao:
    Ogni comunista deve assimilare la seguente verità: che "il potere sta in fondo alla canna del fucile."
    E perfino la riaffermazione del noto detto di von Clausewitz:
    La guerra è la continuazione della politica.
    La guerra quindi marxisticamente è vissuta come una necessità per instaurare nel mondo il comunismo dopo di che la guerra non avrà più ragione di essere.

    VI. - L'imperialismo e tutti i reazionari sono tigri di carta
    Il titolo è una delle più famose affermazione di Mao che allora fu considerata estremamente preoccupante: ma è giustificata appieno dalla sua concezione infatti:
    Tutti i reazionari sono tigri di carta. Apparentemente sono terribili, ma in realtà non sono poi tanto potenti.
    Questo perché nell’ ottica marxista le forze produttive che li avevano supportate sono cambiate:
    In passato, la classe dei proprietari di schiavi, la classe feudale dei proprietari fondiari e la borghesia furono, prima della loro conquista del potere e per un certo periodo successivo, pieni di vitalità, rivoluzionariee e progressiste; erano vere tigri. Ma nel periodo successivo, mentre i loro antagonisti - le classi degli schiavi, i contadini e il proletariato - si facevano maturi e impegnavano la loro lotta contro di esse, una lotta vieppiù violenta, quelle classi dominanti si sono trasformate a poco a poco nel loro contrario, e sono diventate reazionarie, retrograde, tigri di carta.
    E anzi più essi combattono il popolo, più si avvicina la loro sconfitta:
    Un proverbio cinese definisce l'azione di certi sciocchi dicendo che "essi sollevano una pietra per lasciarsela cascare sui piedi." I reazionari di tutti i paesi sono precisamente degli sciocchi di questo genere. Le repressioni di ogni sorta che essi mettano in atto contro il popolo rivoluzionario non possono altro, in definitiva, che spingere il popolo a intensificare la rivoluzione.

    VII. - Avere il coraggio di lottare, avere il coraggio di vincere
    Si tratta di brani che riaffermano la potenza del popolo rivoluzionario:
    il popolo è imbattibile ! Popoli del mondo, unitevi, per abbattere gli aggressori americani e i loro lacchè! Basta che i popoli prestino orecchio soltanto al loro coraggio, che osino affrontare la lotta, sfidare le difficoltà, che avanzino a ondate successive, e il mondo intero apparterrà loro. I capitalisti diventano mostri non uomini veramente; I mostri verranno tutti annientati.
    se il popolo sarà unito e non conti sulla possibilità di fare accordi con i nemici di classe:
    I popoli oppressi e le nazioni oppresse non devono assolutamente contare, per la loro emancipazione, sulla "saggezza" dell'imperialismo e dei suoi lacchè. Questi popoli e queste nazioni potranno trionfare soltanto rafforzando la loro unità e perseverando nella lotta.

    VIII. - La guerra popolare
    Si delinea il concetto di esercito non come un corpo a parte professionale secondo la tradizione ma come popolo in armi:
    Poiché la guerra rivoluzionaria è la guerra delle masse popolari, è possibile condurla soltanto se si mobilitano le masse popolari, soltanto se ci si appoggia sulle masse popolari.
    Segue poi una serie di principi tattici: ne riportiamo solo i primi due:
    1. Attaccare dapprima le forze nemiche disperse e isolate, e successivamente le forze nemiche concentrate e potenti.
    2. Impadronirsi dapprima delle Città piccole e medie e delle vaste regioni rurali, e successivamente delle grandi città.

    IX. - L'esercito popolare
    Viene delineato il principio che l’esercito non è solo un corpo combattente ma anche funzioni di lavoro politico:
    Noi abbiamo un esercito che combatte e un esercito del lavoro. Avendo due eserciti quali l'esercito combattente e l'esercito del lavoro, e quando l'esercito che combatte è capace sia di condurre la guerra che di lavorare nella produzione e, inoltre, di svolgere il lavoro tra le masse,noi possiamo superare tutte le difficoltà,
    Pur riaffermando il principio del primato del politico sul militare:
    Il nostro principio è: il Partito comanda ai fucili, mentre è inammissibile che i fucili comandino al Partito.

    X. - Il ruolo dirigente dei comitati di Partito
    Consta di una serie di suggerimenti, di norme pratiche per la collaborazione nella organizzazione con l’insistenza di attenersi ai dati oggettivi e la consultazione continua con la base, della collaborazione fra gli organi infiori e superiori
    Si fa l’esempio del pianoforte:
    Imparate a "suonare il pianoforte.” Per suonare il pianoforte, occorre muovere le dieci dita; è impossibile farlo con poche dita soltanto, lasciando immobili le altre. Tuttavia, se si premono le dieci dita tutte in una volta, non si dà melodia. Per fare della buona musica, occorre che i movimenti delle dita siano ritmati e coordinati……. Ovunque si ponga un problema, occorre premere sul tasto; è, questo, un metodo in cui dobbiamo acquisire una certa maestria. Certuni suonano bene il pianoforte, altri lo suonano male, e la differenza tra le melodie che ne traggono è enorme. I compagni dei comitati del Partito devono imparare a "suonare bene il pianoforte."
    Notiamo che se queste norme fossero state effettivamente seguite, sia pure un poco, non ci sarebbe stata la carestia che, alla fine degli anni ‘50, provocò milioni di morti.
    Tali citazioni però sono funzionali al movimento delle guardie rosse che volevano essere un movimento anti- autoritario.

    XI. - La linea di massa
    Si afferma come principio una illimitata fiducia nelle masse:
    Le masse popolari sono dotate di un potere creativo illimitato. Esse sono capaci di organizzarsi e di rivolgere i loro sforzi in tutti i settori e in tutti i rami in cui esse sono in grado di investire la loro energia; esse possono impegnarsi nei compiti produttivi, in larghezza come in profondità, e così creare un numero crescente di opere utili al loro benessere.
    e in tutto il capitolo si ribatte la critica all’autoritarismo:
    L'autoritarismo è un metodo pericoloso in ogni lavoro, poiché non considera fino a quale punto sono coscienti le masse, e viola il principio del libero consenso; è la manifestazione della malattia che si chiama fretta eccessiva.
    Come per il capitolo precedente si tratta di una base teorica per l’azione delle Guardie Rosse.
    Segue una serie sei capitoli che sono rivolti specificatamente all’esercito: si tenga presente che il libro era diretto all’inizio all’esercito.
    XII. Il lavoro politico
    XIII.I rapporti tra ufficiali e soldati
    XIV. I rapporti tra esercito e popolo
    XV. Le "tre democrazie"
    XVI. L'educazione e l'addestramento delle truppe
    XVII Al servizio del popolo

    Si insiste sulla importanza che i militari siano coscienti, educati politicamente e non solo dal punto di vista militare.
    La disciplina militare non deve diventare una frattura fra ufficiali e soldati così come l’ esercito non deve estraniarsi dal popolo:
    Molte persone immaginano che se non esistono buoni rapporti tra gli ufficiali e i soldati, tra l'esercito e il popolo, ciò è dovuto a metodi cattivi: io ho sempre spiegato loro che qui si tratta di un atteggiamento di fondo (o di un principio fondamentale), che consiste nel rispetto del soldato, nel rispetto del popolo. Da questo atteggiamento derivano la politica, i metodi e le forme adeguate.
    Si afferma il principio famoso dl “servire ll popolo” ,che divenne poi lo slogan di molti movimenti europei:
    Servire il popolo con tutto il nostro cuore senza mai staccarci, nemmeno per un solo istante dalle masse, in ogni cosa, partire dagli interessi del popolo e non da quelli dell'individuo o di un piccolo gruppo.
    Non bisogna sopravvalutare la bomba atomica. Infatti:
    La bomba atomica è una tigre di carta di cui i reazionari americani si servono per far paura alla gente. Ha un aspetto terribile, ma di fatto non è terribile. Certamente, la bomba atomica è un'arma che può provocare massacri immensi, ma soltanto il popolo decide l'esito di una guerra, e non una o due armi nuove.

    XVIII. - Il patriottismo e l'internazionalismo
    Si afferma con forza il principio dell’internazionalismo proletario che non è in contrasto con il patriottismo:
    Un comunista, che è internazionalista, può essere nello stesso tempo un patriota? Noi pensiamo che non soltanto può, ma deve esserlo.
    Infatti:
    La vittoria della Cina sui suoi aggressori imperialisti sarà un aiuto per i popoli degli altri paesi. Nella guerra di liberazione nazionale, il patriottismo è quindi un'applicazione dell'internazionalismo.
    E bisogna sempre essere vigili contro ogni nazionalismo:
    Evitiamo sempre di nutrire il minimo orgoglio ispirato da sciovinismo di grande potenza, di farci presuntuosi in seguito al nostro trionfo nella rivoluzione e per certi successi ottenuti nell'edificazione.

    XIX. - L'eroismo rivoluzionario
    Si loda l’esercito di liberazione non solo sul piano militare ma anche su quello politico ed economico:
    Nella lotta per liquidare il nemico, per aumentare e sviluppare la produzione industriale ed agricola, voi avete superato numerose difficoltà, dimostrando un coraggio, una saggezza e un entusiasmo ammirevoli.
    anche se si mette in guardia contro ogni eccessiva presunzione:
    Se diventerete presuntuosi - se sarete meno esigenti nei vostri confronti, non farete più sforzi per migliorarvi, non prenderete in considerazione l'opinione degli altri, non prenderete in considerazione l'opinione dei quadri e delle masse, non meriterete più l'appellativo di eroi del lavoro e di lavoratori modello.

    XX. - Edificare il paese con diligenza ed economia
    Si danno vari consigli per una amministrazione oculata e attenta della produzione alla quale devono partecipare ampiamente anche l’esercito come anche i quadri amministrativi :
    Alcuni sostengono che se le unità militari partecipano alla produzione, esse non possono combattere ed occuparsi di esercitazioni o di altro lavoro, e che se le amministrazioni si occupano della produzione, non possono fare il loro dovere. Ciò è falso.

    XXI. - Contare sulle proprie forze e lottare con tenacia
    L’internazionalismo proletario non significa che noi dobbiamo aspettare l’aiuto esterno:
    Certo, noi non siamo soli: tutti i paesi e tutti i popoli del mondo in lotta contro l'imperialismo sono nostri amici. Tuttavia, noi insistiamo sulla necessità di contare sulle nostre forze. Appoggiandoci alle forze che noi stessi abbiamo organizzato, noi possiamo vincere tutti i reazionari cinesi e stranieri.
    Vi è poi il racconto tradizionale cinese delle due montagne che indica che la costanza si può raggiungere qualsiasi obbiettivo:
    "Come Yu Kung spostò le montagne." In essa si narra che, in tempi remoti, nella Cina settentrionale viveva un vecchio che si chiamava: Yu Kung dei Monti del Nord. La sua casa dava a sud, su due grandi montagne: Taihangscian e Wangwuscian, che ne sbarravano gli accessi. Yu Kung decise di spianare queste montagne, insieme coi figli, servendosi di zappe. Un altro vecchio, che si chiamava Gi So, quando li vide scoppiò in una risata e disse: "Lavorate per niente: non è possibile che riusciate a spianare due montagne così grandi." Yu Kung gli rispose: "Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si seguiranno le une alle altre incessantemente. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte, quanto più lavoreremo, tanto più esse diminuiranno; perché non potremmo spianarle?"
    Smentita con queste parole la conclusione errata cui era giunto Gi So, senza esitare un istante Yu Kung cominciò a scavare giorno per giorno le montagne. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due angeli che portarono via le montagne. Anche oggi due grandi montagne opprimono con tutta la loro pesantezza il popolo cinese: una di esse si chiama imperialismo, l'altra feudalesimo.


    XXII. - Metodi di lavoro e di pensiero
    È una sintesi della filosofia marxista come correntemente veniva interpretato nel movimento comunista: La fede nel progresso inarrestabile:
    La storia dell'umanità è un costante movimento dal regno della necessità verso il regno della libertà. Il processo è senza fine.
    Il carattere di classe e di prassi della filosofia :
    La filosofia marxista - il materialismo dialettico- presenta due evidenti particolarità. la prima è il suo carattere di classe: essa afferma apertamente che il materialismo dialettico serve il proletariato; la seconda è il suo carattere pratico: essa pone l'accento sul fatto che la teoria dipende dalla pratica, che la teoria si fonda sulla pratica e, a sua volta, serve la pratica.
    Le idee nascono dalla realtà sociale:
    Da dove provengono le idee giuste? Cadono dal cielo? No. Sono innate? No. Esse non possono venire che dalla pratica sociale, da tre specie di pratica sociale: la lotta per la produzione, la lotta di classe e la sperimentazione scientifiche
    Si spiega anche la formazione della mente attraverso gli stimoli esterni :
    Innumerevoli fenomeni del mondo oggettivo si riflettono nel cervello attraverso il canale dei cinque organi di senso - la vista, l'udito, l'olfatto, il gusto e il tatto; così si costituisce, inizialmente, la conoscenza sensibile.
    la relatività storica del pensiero:
    L'esistenza sociale degli uomini determina il loro pensiero.
    Ma si distingue accuratamente dal materialismo meccanicistico:
    Pur riconoscendo che nel corso generale dello sviluppo storico ciò che è materiale determina lo spirituale, l'essere sociale determina la coscienza sociale, riconosciamo anche e dobbiamo riconoscere l'azione di ritorno dello spirituale sul materiale, della coscienza sociale sull'essere sociale, della sovrastruttura sulla base economica. Facendo questo,non contraddiciamo il materiale, bensì , evitando di cadere nel materialismo meccanicistico, ci atteniamo fermamente al materialismo dialettico.
    Insiste sulla centralità della prassi:
    La filosofia marxista considera che l'essenziale non è tanto di capire le leggi del mondo oggettivo per essere in grado di spiegarlo, ma di utilizzare la conoscenza di queste leggi per trasformare attivamente il mondo.
    La vacuità dell’idealismo rispetto al materialismo :
    Non c'è al mondo nulla di più comodo che l'atteggiamento idealistico e metafisico, poiché esso permette di asserire qualunque cosa, senza tener conto della realtà oggettiva e senza sottoporsi alla verifica da parte della stessa. Al contrario, il materialismo e la dialettica esigono sforzi; esigono che si parta dalla realtà oggettiva, che ci si sottoponga al suo controllo.

    XXIII. - Indagini e ricerche
    Si ribadisce l’importanza di valutare oggettivamente i fatti:
    Noi dobbiamo partire dalla situazione reale che esiste all'interno e fuori del paese, della provincia, del distretto, del circondarioo, dedurre dalla situazione reale le leggi che le sono proprie e non le leggi che sono frutto della nostra immaginazione, dobbiamo cioè trovare negli avvenimenti che si succedono intorno a noi il loro nesso intrinseco.
    e di valutare con grande lucidità i fatti ( si citano dei proverbi cinesi ):
    Compiere indagini è un po' come "portare il feto per dieci lune" e la soluzione del problema è come il "giorno del parto." Indagare su un problema significa risolverlo.

    XXIV. - Autoeducazione ideologica
    Si riferisce soprattutto all’importanza di subordinare la parte al tutto, di seguire le esigenze generali e non quelle proprie come invece si fa nel liberalismo:
    Nelle collettività rivoluzionarie il liberalismo è estremamente dannoso. E' un corrosivo che distrugge l'unità, che mina la solidarietà, che induce alla passività e crea disaccordo. Esso priva le file rivoluzionarie di compattezza nell'organizzazione e di severità nella disciplina, si oppone a che le nostre direttive politiche siano integralmente applicate e separa le organizzazioni del partito dalle masse che esse dirigono. E' una tendenza estremamente pericolosa.
    da cui si deduce l’importanza di non allontanarsi dalle decisioni del partito
    Il malinteso spirito "d'indipendenza" é, di solito, inseparabile della tendenza a mettere il proprio "io" in primo piano. I suoi esponenti di solito affrontano in modo sbagliato la questione dei rapporti tra l'individuo e il Partito. A parole, anch'essi rispettano il Partito, ma nella realtà essi pongono la loro persona in primo piano e il Partito in secondo.

    XXV. - L'unità
    Capitolo molto breve in cui si ribadisce l’importanza dell’unità:
    Soltanto attraverso l'unità del Partito comunista si può ottenere l'unità di tutta la classe e di tutta la nazione;soltanto con l'unità di tutta la classe e di tutta la nazione si può vincere il nemico e portare a termine la rivoluzione nazionale e democratica.

    XXVI. - La disciplina
    Si enuncia il principio del centralismo democratico, cardine di tutti i partiti comunisti storicamente costituiti:
    In seno al popolo, la democrazia è correlativa al centralismo, alla libertà e alla disciplina. Sono due aspetti contraddittori di un tutto unico; sono in contraddizione, ma nello stesso tempo uniti, e noi non dobbiamo sottolineare unilateralmente uno degli aspetti e negare l'altro. In seno al popolo, non si può fare a meno di libertà, ma neanche fare a meno di disciplina; non si può fare a meno di democrazia, ma neanche si può fare a meno di centralismo. Questa unità della democrazia e del centralismo, della libertà e della disciplina costituisce il nostro centralismo democratico. Sotto un tale regime, il popolo gode di una democrazia e di una libertà ampie, ma nello stesso tempo deve stare nei limiti della disciplina socialista.
    In concreto però si afferma una concezione autoritaria e fortemente gerarchica
    Bisogna riaffermare la disciplina del Partito, e cioè:
    1. sottomissione dell'individuo all'organizzazione;
    2. sottomissione della minoranza alla maggioranza;
    3. sottomissione del grado inferiore al grado superiore;
    4. sottomissione dell'insieme del Partito al Comitato centrale. Chiunque viola queste regole didisciplina sabota l'unità del Partito.


    XXVII. - La critica e l'autocritica
    E un breve capitolo tutto rivolto all’importanza che i comunisti imparino dai propri errori perché il partito comunista è sicuro di essere nel giusto:
    Il Partito comunista non teme la critica, perché noi siamo marxisti e la verità è dalla nostra parte, e le masse fondamentali - gli operai e i contadini - stanno dalla nostra parte.
    Quindi la critica deve essere fondata :
    Nella critica in seno al Partito mettere in guardia i compagni contro i giudizi soggettivi, arbitrari, e la critica banale; gli interventi devono essere fondati e le critiche avere un senso politico preciso.
    Resta comunque salda l’idea che il comunismo ha la verità ultima e definitiva:
    Noi comunisti cinesi, che prendiamo per punto di partenza l'interesse supremo della grande massa del popolo cinese, che abbiamo fiducia nella assoluta giustezza della nostra causa, non abbiamo timore di sacrificare, in nome di questa causa, tutto quello che possediamo di personale, e siamo sempre pronti a dare per essa la nostra vita.

    XXVIII. - I Comunisti
    Si delinea la figura del buon comunista:
    Un comunista deve essere franco e schietto, devoto e attivo, considerare gli interessi della rivoluzione al di sopra della propria vita e subordinare i suoi interessi personali a quelli della rivoluzione. Deve rimaner fedele, sempre ed ovunque, ai principi giusti e condurre una lotta instancabile contro tutte le idee e le azioni sbagliate, in modo da consolidare la vita collettiva del Partito e rafforzare i legami tra il Partito e le masse. Deve infine preoccuparsi più del Partito e delle masse che dell'individuo, più degli altri che di se stesso. Solo così meriterà il nome di comunista.
    Il suo criterio supremo è il bene del popolo:
    Mai, in nessun momento, in nessun luogo, un comunista deve mettere in primo piano i propri interessi personali; deve invece subordinarli sempre agli interessi della nazione e delle masse popolari.

    XXIX. - I quadri
    Importanza della formazione delle nuove generazioni di quadri :
    Per essere certi che il nostro Partito e il nostro paese non cambieranno colore, dobbiamo non soltanto avere una linea e una politica giuste, ma educare e formare milioni di continuatori della causa rivoluzionaria del proletariato.
    che possano portare avanti il comunismo senza cadere nel revisionismo alla kruscev:
    se esiste una generazione giovane capace di portare avanti la causa rivoluzionaria marxista-leninista intrapresa dalla vecchia generazione di rivoluzionari proletari, se la direzione del nostro Partito e del nostro paese resterà sempre nelle mani dei rivoluzionari proletari, se i nostri discendenti continueranno ad avanzare sulla buona strada tracciata dal marxismo-leninismo, se riusciamo ad impedire ad un revisionismo alla Kruscev.

    XXX. - I giovani
    Il mondo nuovo costruito da comunisti naturalmente appartiene ai giovani:
    Il mondo è vostro quanto nostro, ma, in fin dei conti, è a voi che appartiene. Voi giovani siete dinamici, in piena espansione, come il sole alle otto o alle. nove del mattino. In voi risiede la speranza......Il mondo appartiene a voi. A voi appartiene l'avvenire della Cina.
    I giovani sono i migliori rivoluzionari :
    I giovani costituiscono la forza più attiva, più dinamica della nostra società. Sono i più appassionati allo studio, i meno aggrappati a idee conservatrici, e così è soprattutto nell'epoca del socialismo.
    Ma devono pure seguire gli anziani :
    Naturalmente, i giovani debbono imparare dai vecchi e dagli adulti e assicurarsene, per quanto è possibile, il consenso, prima di intraprendere qualsiasi utile attività.
    XXXI. - Le donne
    Viene istituito un parallelo fra l’autoritarismo della società feudale e quello al quale era sottoposta la donna:
    Oltre che a questi poteri, la donna è sottoposta al potere dell'uomo (potestà maritale). Questi quattro poteri: politico, di clan, religioso e maritale, rispecchiano l'insieme dell'ideologia e del sistema feudale-patriarcale e sono le quattro grosse corde che tengono avvinto il popolo cinese, e in particolare i contadini.
    Si afferma però che in ambito contadino la gerarchia uomo donna non era cosi rigida:
    Per quanto riguarda la potestà maritale, essa nelle famiglie povere non è mai stata molto forte, dato che le donne erano costrette dalle condizioni economiche a lavorare per mantenere la famiglia in misura maggiore che non le donne delle classi abbienti, e in casa avevano quindi diritto di parola e spesso di decisione.
    Non ci sono però accenni al posto della donna nella famiglia: sembrerebbe però che la maggiore preoccupazione sia quella di inserire le donne nel processo produttivo:
    E' di primaria importanza per l'edificazione della grande società socialista inserire in massa le donne nelle attività produttive. Il principio "a eguale lavoro uguale salario" deve essere applicato nella produzione. Una vera eguaglianza tra l'uomo e la donna è realizzabile solo nel corso del processo di trasformazione socialista di tutta la società.

    XXXII. - La cultura e l'arte
    Se afferma il carattere classista dell’arte rifiutando una sua autonomia politica:
    Nel mondo contemporaneo ogni cultura, ogni letteratura e ogni arte appartiene a una classe determinata e si rifà ad una ben definita linea politica. L'arte per l'arte, l'arte al di sopra delle classi, l'arte che si sviluppa fuori della politica e indipendentemente da essa, nella realtà non esiste.
    Quindi gli artisti debbono mettersi al servizio del proletariato:
    gradualmente deve passare dalla parte del proletariato, dalla parte degli operai, dei contadini e dei soldati, andando tra loro, gettandosi in pieno nella lotta pratica, studiando il marxismo e la società. Solo cosi noi avremo una letteratura e un'arte che possano servire realmente agli operai, ai contadini e ai soldati, una letteratura e un'arte autenticamente proletarie.

    XXXIII. - Lo studio
    Si afferma il fine eminentemente pratico e politico della conoscenza che non può essere considerata una attività autonoma :
    Ci sono due modi d'imparare. Uno, dogmatico, consiste nell'essere ricettivi a tutto, convenga o non convenga al nostro paese. Non è un buon modo. L'altro consiste nel far lavorare il cervello e imparare ciò che corrisponde alle condizioni del nostro paese, cioè assimilare l'esperienza che ci può esser utile. Questo è il modo che dobbiamo adottare noi .
    Il marxismo teorico è il quadro generale e va applicato ma senza dogmatismo:
    La teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin ha un valore universale. Non va considerata come un dogma, come una guida per l'azione. Non bisogna accontentarsi di imparare la terminologia e la fraseologia marxista-leninista, ma studiare il marxismo-leninismo in quanto scienza della rivoluzione. Non bisogna soltanto le leggi generali, stabilite da Marx, Engels, Lenin e Stalin basandosi sul loro studio ampio e profondo vita reale e dell'esperienza della rivoluzione, bisogna anche studiare che posizione e che metodo essi adottano per esaminare e risolvere i problemi.
    ma lo studio non deve mai essere sentito come concluso ma va sempre approfondito:
    Il nostro peggiore nemico nello studio è la sicumera; chiunque voglia realmente imparare cominci con il liberarsene. "Istruirsi e non ritenersi mai soddisfatti" e "insegnare senza stancarsi mai", tale deve esser il nostro atteggiamento.

    CONCLUSIONE
    Nel valutare se il Libretto Rosso sia un opera propriamente marxista e se in essa si riversa il patrimonio culturale cinese dobbiamo, innanzitutto, liberarci da un pregiudizio proprio europeo. Se pensiamo alla cultura della Cina, il nostro pensiero va immediatamente ad antichi pensatori come Confucio e Lao tzu, immaginando che la cultura cinese sia rimasta immobile per migliaia di anni, come se essa non avesse avuto "storia".
    Ma l'impressione di immobilità è del tutto errata: la Cina ha avuto una storia culturale e filosofica ricca almeno come quella dell'Occidente: la persistenza dei grandi maestri classici ( Confucio soprattutto ma anche Lao-tzu, Mo tse e tanti altri) non significa che la loro influenza sia stata costante e immutabile: in realtà si sono avuti periodi di eclisse e di ripresa e, soprattutto, sono stati interpretati in modo molto diverso. E’ un fenomeno analogo a quanto avvenuto in Europa con il classicismo greco romano: si ispirarono al classicismo il Medio Evo, il Rinascimento, l’Illuminismo, il Romanticismo e anche il Fascismo: ma si tratta di interpretazioni ben diverse, niente affatto assimilabili.
    In particolare, fra l’ 800 e il ‘900 la Cina ha reagito alle stimolazioni venute dall’Occidente e ha rielaborato una sua cultura moderna di cui il marxismo stesso ne è un esempio
    La Cina non è solo il paese di Confucio: è anche il paese degli scontri e degli incontri fra un antichissima civiltà e le nuove idee importate dall'occidente.
    Di tutto questo travaglio spirituale e civile, antico e moderno, in verità non troviamo alcuna traccia nel Libretto Rosso: il nome stesso di Confucio non viene mai citato come non vi ricorrono i nomi di tutti gli altri pensatori significativi della tradizione antica e moderna, nè dei contemporanei. Nemmeno il nome di Sun-yat-sen , fondatore della Cina moderna e molto rispettato dai comunisti cinesi viene mai citato.
    Nemmeno si trova mai un richiamo a K'ang Yu-wei (1857-1927 ) di cui per altro Mao ebbe grande stima e le cui opere furono integralmente pubblicate solo nel 1935. Leader di un movimento culturale molto ampio, egli sosteneva, di fronte all'invadenza della cultura occidentale un ritorno a Confucio di cui però veniva data una particolare lettura.
    Secondo essa vi sono periodi di "disordine" e di "pace crescente". Il capitalismo, il nazionalismo, l'individualismo occidentale sono un momento di disordine a cui bisogna reagire ritornando al pensiero confuciano. Esso viene visto soprattutto come anelito alla giustizia sociale in una prospettiva socialista e internazionalista. Si tratta, come si vede, di un pensiero che intende dichiaratamente tornare alla tradizione cinese ma in effetti ingloba in sè gli ideali della sinistra occidentale.

    Ne tanto meno vi sono accenni al movimento rivale di Hu Shih,(1891-1962) seguace del Dewey che invitò a tenere delle conferenze all'università di Pechino e l'iniziativa ebbe enorme successo. Promosse pure una ampia "rivoluzione letteraria" che ebbe fra i suoi effetti quello di sostituire la lingua cinese classica, ormai solo scritta, con quella effettivamente parlata.((HU SHIH (1891-1962) studiò negli Stati Uniti, e fu alunno di Dewey. Egli respinse l'opinione corrente che l’Occidente, nella sua prosperità, fosse materialista mentre l’Oriente, nella sua povertà spiritualista e sosteneva che i termini materialismo e spiritualismo fossero mal definiti . Riteneva "altamente spirituale" che una civiltà potesse incarnare delle idee in macchinari ed altre opere d’ingegno, sollevando così la gente dalla miseria. Affermava che effettivamente un’automobile poteva definirsi materiale, ma che non c'era però nulla di spirituale in un risciò tirato da un essere umano. Nel 1919 invitò Dewey e Russell a tenere delle conferenze all'università di Pechino e l'iniziativa ebbe enorme successo. Fu quindi esponente di una cultura che avvicinava la Cina essenzialmente ai modelli di democrazia occidentale a carattere pragmatico e individualista più specificatamente americana. Per questo fatto fu poi aspramente criticato dai comunisti e additato da Mao come un esponente del capitalismo e come tale "demonizzato".)).
    Nè si vede nel Libretto Rosso alcun accostamento a quei movimenti che in Cina avevano rappresentato violente rivoluzioni dei poveri contro i ricchi, simili ai nostri movimenti pauperistici medioevali o alle "jaquerie" nella Francia moderna ma che ebbero in Cina una vastità e una ampiezza assolutamente non confrontabili con quelli occidentali. Non si accenna mai ai Turbanti Gialli, la grande rivolta contadina che si accompagnò nel II secolo d.C. alla fine dell’imperò cinese antico degli Han.
    Nemmeno poi si accenna alla rivolta dei Taiping ("adoratori del cielo") che, nella seconda meta dell’Ottocento, sconvolse la Cina e che provoco più morti di qualunque altra rivoluzione della storia (forse 30 milioni); eppure le loro istanze di uguaglianze e giustizia sociale furono molto simili a quelle che poco più di 50 anni dopo ispirarono il comunismo cinese .

    Manca poi del tutto il concetto fondamentale che ha ispirato tutta la civiltà cinese: il sentirsi il “centro” del mondo: al di fuori non vi sono che popoli barbari e nulla che sia fuori della Cina può essere veramente importante.
    Della tradizione cinese nel Libretto Rosso rimane solo qualche proverbio, qualche racconto popolare che potrebbero d’altra parte appartenere a qualunque altro popolo.
    Invece sono presenti tutti i punti del movimento internazionale comunista ispirato al marxismo-lenilismo: dai principi filosofici a quelli pratici adottati dal movimento comunista internazionale, come abbiamo ampiamente mostrato nell'analisi del testo.
    Ogni successo cinese viene sempre presentato con l’avvertenza che bisogna guardarsi da ogni sciovinismo e lo si deve considerarlo come un successo dell’internazionalismo proletario.
    Non si vede quindi come si possa considerare il Libretto Rosso come qualcosa di diverso da quello che programmaticamente voleva essere: una esposizione del marxismo-lenilismo che ripudiasse radicalmente il passato per costruire l’uomo nuovo del comunismo: non a caso l’autore del Libretto Rosso faceva conto sui giovanissimi che dl passato nulla sapevano.
    Giovanni De Sio Cesari
    ( http://www.giovannidesio.it/ )


  4. #34
    Dalla parte del torto!
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    Cioè compagni, cioè,
    quando Muntzer, Pietro e io una decina d' anni fa fondammo il comunitarismo italiano come corrente politica di pensiero, chi c' avesse detto mai che 'sto forum comunitarista diventava lo sfiatatoio dei dinosauri dello stalinismo italiano- europeo?
    Caro Filippo intervengo solo per dirti che le posizioni "staliniste" di Danko sono sue posizioni personali e nulla hanno a che spartire con le posizioni "comunitariste". Anche perchè dividersi tra stalinisti ed antistalinisti nel 2008 mi sembra molto simile a quelli che si dividono ancora tra guelfi e ghibellini...
    Sinistra Nazionale!

  5. #35
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    Danko, se fossi in te pubblicherei i libri interi, così almeno tutti evitiamo di leggere il thread e festa finita...!!! E dai, metti il link di quello che consigli di leggere, così poi, se uno è interessato va a leggerselo, altrimenti si continua la discussione su quello che c'è...

    Intervieni quando ti criticano, entra nel merito.

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Poi guarda non è la prima volta che continui a sventagliare a noi il fantasma dell'ideologia. Ideologia secondo Marx è la cristallizzazione borghese delle teorie. Tu con le teorie di Preve stai facendo questo con l'aggravante (conseguente) che usi poi questo tuo ideologismo per portare avanti attacchi generici invece di entrare in rapporto dialettico (un difetto che per contrapasso viene di solito imputato agli stalinisti).
    Questo tuo ideologismo inoltre ti porta a fare errori qualitativi di valutazione. Per te diventa adesione a ciò che viene postato in una discussione già il semplice fatto di lasciarla aperta la discussione (ed infatti come ti ho fatto notare dopo ti senti in dovere di intervenire nella stessa salvo poi lamentarti di dover perdere tempo nel farlo). E' tipico dell'ideologismo il dover ogni volta riaffermare un concetto in contrapposizione ad un altro perchè a parità di cristallizzazione di un archetipo diventa verità quella che viene espressa per ultima in ordine temporale.
    Personalmente visto che ho già più volte espresso le mie opinioni su Stalin ho letto il documento postato da Danko e non ho avuto dopo il bisogno di stare a riproporre qualche cosa che già avevo detto.
    In quanto riguarda l'ideologia credo sia bene riprodurre in questa sezione la definizione che ne dava Preve nella rivista Koiné anno X n°2-4, nel suo eccellente articolo La crisi culturale della terza età del capitalismo. Leggiamo pagina 16-17:
    L'ideologia è una rappresentazione del mondo, o più esattamente un insieme organico e gerarchizzato di rappresentazioni, che risponde immediatamente (e cioè senza mediazione ulteriore filosofica e scientifica) al problema del conferimento di senso e di prospettiva alla vita quotidiana, non appena questa vita quotidiana diventa oggetto di autoriflessione, o più esattamente diventa un concetto trascendentale riflessivo. Come del resto avviene per la religione, di cui l'ideologia (anche quella atea, ed anzi soprattutto quella atea) è sempre una forma impoverita, semplificata e privata delle sue dimensionei esistenziali più importanti, si tratta di una antropomorfizzazione e di una conseguente soggettivizzazione (individuale o di gruppo) del mondo dei significati umani.

    Solo in malafede si potrebbe affermare che la posta in gioco, in questa discussione, è una rappresentazione del mondo che risponde immediatamente al problema del conferimento di senso e di prospettiva alla vita quotidiana. Nello specifico io ho affermato, in modo perentorio (perché chi vuole capire quello che è lo stalinismo già lo ha capito) ma nondimeno esatto, che tra comunitarismo e stalinismo c'è non dico un mare, ma un sistema solare o forse l'intero universo (addirittura).

    Detto questo rimane la questione del pluralismo di questo spazio di discussione. Che sia pluralista non me lo sogno di negarlo. Ma si vuole dire che questo pluralismo è fino a se stesso? Che si cerca questo famoso "rapporto dialettico" per dialettizare cosa poi? Quel che già cinquant'anni fa è stato dialettizato da Bordiga, la sinistra germano-ollandese, Socialisme ou barbarie, poi i situazionisti, Camatte, Preve e la lista non finisce qui.

    Se si vuole crescere si deve anche scegliere accuratamente i propri interlocutori. A me non interessa intavolare la discussione sullo stalinismo perché ritengo che se si puo discutere di questo in questa sede, allora perché non discutere del ciclo di riproduzione delle lumache amazoniche o della presenza di una base extra-terrestra sotto-marina al largo delle coste australiane. Oppure si vada sul forum di destra radicale a discutere se Fiore è abbastanza in gamba per costruire il prossimo Reich millenario.

    Delle due cose, l'una: o siete voi che avete troppo compiacenza verso certe realtà nemiche del progetto comunitarista, o sono io che mi sono sbagliato circa l'impostazione filosofico-politica del progetto comunitarista.

  7. #37
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Spiega spiega. Cos'ha che non va il forum?



    Senti, a me questa cosa che hai scritto proprio mi dà ai nervi. Secondo te ci sono due begli intellettuali e tanti piccoli coglioni come noi che "ideologizzano" quello che scrivono gli intellettuali. Per tua conoscenza, sappi che quello che elaboriamo INSIEME a Costanzo (La Grassa non è nella nostra Redazione) è frutto delle nostre COMUNI ricerche. Siamo in costante rapporto dialettico. Quindi, per favore, prima di scrivere la stronzata della pietrificazione ideologica, cerca di informarti meglio.

    Se poi volete discutere di altri temi, non avete che da postare voialtri qualcosa. Non lamentatevi se ci sono compagni stalinisti, trotzkisti o altri che postano le loro cose. Datevi da fare per discutere di temi a voi più cari.

    Troppo facile sparare nel mucchio.
    Stavo dicendo che, in questo interesse compaciente verso lo stalinismo, non riconosco lo spirito di libertà nella ri-elaborazione del massimo pensiero portato avanti da Preve ma anche da voialtri che fatte la rivista. Puntavo un pericolo, quello di una petrificazione ideologica che sarebbe come una regressione riguardo ad alcuni punti centrali chiariti nei vostri lavori.

    Poi Outis mi ricordo che un giorno ti dissi onorato quando io avevo detto che una tua presa di posizione mi ricordava i situazionisti. Ebbene come tu sai questi situazionisti mai e poi mai hanno speso una parola per discutere con i stalinisti. Ne hanno speso assai, invece, per insultarli. Non dico che si deve giungere a questa estremità, ma intanto mi meraviglio che questi testi postati da Danko destino anche un piccolo interesse.

  8. #38
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    In quanto riguarda l'ideologia credo sia bene riprodurre in questa sezione la definizione che ne dava Preve nella rivista Koiné anno X n°2-4, nel suo eccellente articolo La crisi culturale della terza età del capitalismo. Leggiamo pagina 16-17:
    L'ideologia è una rappresentazione del mondo, o più esattamente un insieme organico e gerarchizzato di rappresentazioni, che risponde immediatamente (e cioè senza mediazione ulteriore filosofica e scientifica) al problema del conferimento di senso e di prospettiva alla vita quotidiana, non appena questa vita quotidiana diventa oggetto di autoriflessione, o più esattamente diventa un concetto trascendentale riflessivo. Come del resto avviene per la religione, di cui l'ideologia (anche quella atea, ed anzi soprattutto quella atea) è sempre una forma impoverita, semplificata e privata delle sue dimensionei esistenziali più importanti, si tratta di una antropomorfizzazione e di una conseguente soggettivizzazione (individuale o di gruppo) del mondo dei significati umani.

    Solo in malafede si potrebbe affermare che la posta in gioco, in questa discussione, è una rappresentazione del mondo che risponde immediatamente al problema del conferimento di senso e di prospettiva alla vita quotidiana. Nello specifico io ho affermato, in modo perentorio (perché chi vuole capire quello che è lo stalinismo già lo ha capito) ma nondimeno esatto, che tra comunitarismo e stalinismo c'è non dico un mare, ma un sistema solare o forse l'intero universo (addirittura).

    Detto questo rimane la questione del pluralismo di questo spazio di discussione. Che sia pluralista non me lo sogno di negarlo. Ma si vuole dire che questo pluralismo è fino a se stesso? Che si cerca questo famoso "rapporto dialettico" per dialettizare cosa poi? Quel che già cinquant'anni fa è stato dialettizato da Bordiga, la sinistra germano-ollandese, Socialisme ou barbarie, poi i situazionisti, Camatte, Preve e la lista non finisce qui.

    Se si vuole crescere si deve anche scegliere accuratamente i propri interlocutori. A me non interessa intavolare la discussione sullo stalinismo perché ritengo che se si puo discutere di questo in questa sede, allora perché non discutere del ciclo di riproduzione delle lumache amazoniche o della presenza di una base extra-terrestra sotto-marina al largo delle coste australiane. Oppure si vada sul forum di destra radicale a discutere se Fiore è abbastanza in gamba per costruire il prossimo Reich millenario.

    Delle due cose, l'una: o siete voi che avete troppo compiacenza verso certe realtà nemiche del progetto comunitarista, o sono io che mi sono sbagliato circa l'impostazione filosofico-politica del progetto comunitarista.

    Ohhhhhhhhhhhh ma è una semplice discussione su di un forum aperto a tutti. E' vero che noi utilizziamo questo spazio non come un semplice contenitore per perdere tepo ma come strumento di diffusione delle idee ma di certo questo forum non esaurisce il nostro mondo politico. Ridimensiona l'importanza capitale che stai dando a una semplice discussione. Un rapporto dialettico può anche essere puramente finalizzato al piacere intellettuale. Ce lo possiamo permettere. Da quello che dici e dalla solennità con cui dici le cose sembra che tu consideri il mondo dell'agire politico tutto concentrato dentro questo spazio. Sarebbe un errore gravissimo.

  9. #39
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Detto questo rimane la questione del pluralismo di questo spazio di discussione. Che sia pluralista non me lo sogno di negarlo. Ma si vuole dire che questo pluralismo è fino a se stesso? Che si cerca questo famoso "rapporto dialettico" per dialettizare cosa poi? Quel che già cinquant'anni fa è stato dialettizato da Bordiga, la sinistra germano-ollandese, Socialisme ou barbarie, poi i situazionisti, Camatte, Preve e la lista non finisce qui.

    Se si vuole crescere si deve anche scegliere accuratamente i propri interlocutori. A me non interessa intavolare la discussione sullo stalinismo perché ritengo che se si puo discutere di questo in questa sede, allora perché non discutere del ciclo di riproduzione delle lumache amazoniche o della presenza di una base extra-terrestra sotto-marina al largo delle coste australiane. Oppure si vada sul forum di destra radicale a discutere se Fiore è abbastanza in gamba per costruire il prossimo Reich millenario.

    Delle due cose, l'una: o siete voi che avete troppo compiacenza verso certe realtà nemiche del progetto comunitarista, o sono io che mi sono sbagliato circa l'impostazione filosofico-politica del progetto comunitarista.
    Speriamo di innestarci in quel filone che hai descritto prima...

    Per quanto riguarda le discussioni, ti ricordo che è un forum. Stai tranquillo che nell'attività politica-culturale vagliamo per bene le nostre collaborazioni.

  10. #40
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Stavo dicendo che, in questo interesse compaciente verso lo stalinismo, non riconosco lo spirito di libertà nella ri-elaborazione del massimo pensiero portato avanti da Preve ma anche da voialtri che fatte la rivista. Puntavo un pericolo, quello di una petrificazione ideologica che sarebbe come una regressione riguardo ad alcuni punti centrali chiariti nei vostri lavori.
    Non è un interesse compiacente, ma solo una parte storica molto importante che non va sottovalutata, come non va esaltata. E' solo storia, per me. Poi, che vada difesa l'esperienza storica sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale per me è fuori dubbio, soprattutto quando gli anticomunisti attaccano Stalin per attaccare il comunismo. Che si debba criticare l'esperienza stalinista è anche fuori dubbio, ma sempre in un contesto storico.

    Poi Outis mi ricordo che un giorno ti dissi onorato quando io avevo detto che una tua presa di posizione mi ricordava i situazionisti. Ebbene come tu sai questi situazionisti mai e poi mai hanno speso una parola per discutere con i stalinisti. Ne hanno speso assai, invece, per insultarli. Non dico che si deve giungere a questa estremità, ma intanto mi meraviglio che questi testi postati da Danko destino anche un piccolo interesse.
    L'interesse qui è stato riscosso da vari temi. Non vedo perché non potremmo più parlare di Stalin e del comunismo sovietico. Non esageriamo.

 

 
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