III — Petrarca, Roma e l’ Italia.

Questo è il mio Eticona ‘folto di ombre e sacro ad Apollo.» (Famil.
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Invitato da Parigi e da Roma, preferi Roma: « Vergognandomi però un poco di seguire solo il mio giudizio, cosi egli racconta, andai a Roma dal grande re e fìloso/o Roberto d’Angiò, affinché giudicasse se ero degno di tanto; e fui stimato degno. Così andai a Roma e nella domenica di Pasqua (8 aprile 1341), nel palazzo del Campidoglio, fui incoronato dal senatore Orso dell’Anguillara, con grande festa dei Romani che poterono essere presenti ».

un’aspirazione ideale e politica. Dante in politica, è ancora medioevale: sta per il Comune fiorentino e per l’impero romano universale; ma col Petrarca comincia un’idea nuova che i secoli seguenti chiariranno: il senso nazionale clasicamente ispirato.
Non più Firenze è il sogno del nuovo esule, tanto che — pur richiamato — rifiuta di tornarvi; ma è Roma classica ; e per essa anche la sua figliola, l’Italia. Nel Petrarca c’è il senso romano, con un orgoglio latino per cui si sente superiore ai « barbari ». Ciò che a lui importa è che Roma ritorni grande; del modo si preoccupa meno: richiama i papi dalla cattività avignonese; invoca l’imperatore, deridendo poi Carlo di Lussemburgo per la sua inutile discesa; esalta Cola di Rienzo, quando il tribuno sembra dar gloria alla città eterna. E per Roma il Petrarca ama tutta l’Italia, «il bel paese — ch’Appennin parte e ‘i mar circonda e l’Alpe » (Caizz. n. 146), scrivendo fieramente: « Quanto pi viaggio, tanto pii la mia ammira zione va fermandosi sulla sola Italia » (Famil. I, ); e specialmente la vuole in pace e unita. Via i barbari, qui calati come milizie mercenarie a costo di cacciarli ‘con la forza; cerchino i principi e le città di reggersi in accordo...; ma — e qui il Petrarca è veramente precursore — meglio arebbe che la nazione potesse unirsi in un solo Stato. « Certo, data la condizione presente delle cose, e in cosi implacabile discordia civile, non c’è da dubitare che il governo di un solo principe sia il mezzo migliore er riuscire e restaurare le forze d’Italia ». (Famil. III, 7) Balena qui, prima che al’ Machiavelli, il lontano ideale della nostra unità politica.
Le poesie politihe, che il Petrarca ha voluto mettere anche nel Canzoniere d’amore, nascono da questi sentimenti. Sono i tre sonetti d’invettiva contro i papi avignonesi (n. 136-138); o una canzone incitante alla Crociata (n. ); ma sono specialmente le due solenni e commosse canzoni più note, una delle quali — la Canzone di Roma — canta quello Spirto gentil che, come senatore romano, potrà salvare la città dolorosa, cosi grande in passato e cosi misera oggi; l’altra — la Canzone ai Signori italiani —. inveisce contro i barbari qui mercenari ed esorta i principi a dar pace alla patria turbata, ché il popolo — degno discendente del latino —sarà degnamente con loro: « Virtù contra furore — prenderà l’arme e fia ‘il combatter corto, — ché l’antico valore — ne l’italici cor non è ancor morto. »
Il Petrarca vero precursore dell' ’ Umanesimo.

Tutto, di Roma, era sacro e caro al Petrarca: la grande storia, i monumenti solenni anche nelle loro rovine, autentiche glorie religiose.

Augusto Vincitelli
MAESTRI E POETI DELLA LETTERATUTA ITALIANA VOLUME 1
mondadori editore