E’ finalmente disponibile il testo del nuovo “Statuto dei Lavoratori” cinesi o, per usare la teminologia ufficiale, ”Legge sul contratto di lavoro“.
E’ un provvedimento che regola il contratto individuale, indicandone tre tipologie:
contratto a termine, contratto a scadenza “aperta”, contratto a progetto.
Parifica anche i diritti dei lavoratori assunti da “agenzie di fornitura lavoro” - noi diremmo ‘interinali’ - con quelli degli assunti direttamente dalle aziende.
La legge - si diceva - delinea con precisione i termini del contratto individuale, ma apre uno spiraglio anche alla regolamentazione collettiva, adottabile nella contrattazione “di secondo livello” (mi si passi la semplificazione) e relativa ad alcune materie specifiche.
In pratica, i lavoratori assunti possono mettersi sotto il cappello del Zhōnghuá Quánguó Zǒnggōng Huì, il sindacato di Stato (l’unico ammesso), e contrattare con il datore di lavoro “salari, orario di lavoro, riposo, permessi, sicurezza e igiene sul luogo di lavoro, assicurazioni, benefit, eccetera”.
[Confermo che anche nel testo cinese c’è quell’”eccetera” che potenzialmente apre lo spettro delle materie regolabili da un contratto collettivo: 企业职工一方与用人单位通过平等协商,可以就劳动报酬、工作时间、休息休假、劳动安全卫生、保险福利等事项 订立集体合同。集体合同草案应当提交职工代表大会或者全体职工讨论通过。]
Inoltre, tali contratti collettivi tra sindacato unico e imprese possono essere stipulati anche a livello di settore, “in industrie come le construzioni, quelle minerarie, i servizi alimentari, etc., per aree al di sotto del livello nazionale”.
Nessun contratto nazionale, quindi, ma si possono prevedere più contratti a livello di provincia.
Il nuovo provvedimento offre anche alcune garanzie - molto simili a quelle della giurisprudenza europea - contro i licenziamenti arbitrari.
Delinea infine le norme relative alle agenzie di collocamento, il lavoro part-time e la responsabilità legale dei contraenti.
Le reazioni internazionali alla legge sono state abbastanza positive, ma con alcuni distinguo.
Le organizzazioni imprenditoriali hanno espresso qualche timore sul fatto che la legge possa di fatto essere applicata solo alle aziende straniere, rendendole meno competitive rispetto a quelle cinesi.
Molti osservatori hanno invece sottolineato che i diritti del lavoro, in Cina, sono sempre estremamente avanzati sulla carta, ma non vengono poi applicati nella pratica.
Il problema sarà proprio quello di verificare quanto questa legge sarà rispettata anche dalle imprese più piccole, negli angoli remoti del Paese. Soprattutto quando si pensa che spesso gli interessi dei funzionari locali sono del tutto organici a quelli degli imprenditori. Anzi, talvolta l’una e l’altra funzione coincidono nella stessa persona.
Mi riprometto di intervistare un giurista del lavoro per analizzare il testo da un punto di vista interno alla scienza legale e per confrontarlo con la legislazione europea.
Nel frattempo suggerisco di leggere il commento di China Labour Bulletin.
La nuova legge sul contratto di lavoro





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