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Sulle Piccole Patrie - Parte 3


Commentiamo direttamente quanto espresso sul tema delle Piccole Patrie, sia nel nostro intervento, sia nella discussione ospitata su Politica On Line.

Ci sembra che ci siano alcune risposte ovvie, ma il cui senso è solo reattivo e non abbastanza utile. Ad esempio, il riferimento alla riunificazione italiana. Tralasciando che il concetto d'Italia è più vecchio dei tumulti ottocenteschi, anche la Storia successiva si pone al di là dell'ipotesi riunificatrice "massonica". Che ci potessero essere interessi internazionali alla riunificazione, ciò non toglie che l'Italia unita ha poi espresso anche momenti e figure che con le dinamiche mondialiste stridevano (ad esempio: il fascismo, piaccia o no, oppure Enrico Mattei. Forse col tempo inseriremo anche alcuni politici della Prima Repubblica, piacciano o meno. Ecc.). E stiamo parlando di momenti e figure di grossa rilevanza, indipendentemente da giudizi positivi o negativi sugli stessi.

Quindi, ci sembra che parlare d'Italia e ricavarne una automatica equivalenza col mondialismo è fuori-luogo. Il che non significa emendare l'Italia contemporanea dalle sue colpe, riassumibili in grettezza intellettuale e servilismo politico, prima e più ancora che non la mancanza di autonomia di questo o quel territorio italiano. Maurizio Blondet, non a caso, di recente ha parlato di leggi italiote, le quali sono frutto di genti meridionali, così come settentrionali, testimoniando una comune matrice, in negativo: ognuno tira acqua al proprio mulino, a danno altrui. Il che non testimonia una qualche colpa di una delle parti (parti italiane), ma la comune colpa di tutti rispetto a questioni più ampie e importanti (a partire dall'ordinamento legislativo). Il che ci fa essere gretti, ma anche servili (verso poteri esterni e stranieri). E magari sarebbe il caso di capire questa "comunanza in negativo" di cosa sia frutto.

Qualcuno risponderà accusando i meridionali, i quali a loro volta potrebbero accusare i settentrionali per l'unificazione e per il retrocedere rispetto al "paradiso borbonico". Ma se la colpa è una influenza estera ed esterna, allora siamo "punto a capo". Ed è la ragione principale di quel nostro intervento.

Il riferimento all'interesse supposto degli anglo-americani per il primo periodo leghista è soprattutto una provocazione (anche se dovrebbero essere gli stessi leghisti a prenderla seriamente, mentre altri movimenti autonomisti/secessionisti l'hanno già fatto, persino da alcuni anni. E non facciamo nomi: ognuno si presenterà e interverrà se vorrà). La ragione, dicevamo, è capire quanto il risentimento, giusto o meno, tra cittadini della Repubblica Italiana, secondo linee regionalistiche, possa essere elemento di forza non per l'emergere di nostre identità perdute o poco rispettate, ma per forze straniere già ora preponderanti.

Qua non c'entra alcunchè la "concezione fascista centralista", un po' perchè nessuno l'ha incensata, un po' perchè si continua a rinviare il confronto col problema principale, ossia come essere realmente indipendenti, non solo formalmente. Avete presente fiamminghi e valloni? Se il Belgio crolla e si spezza, siamo sicuri di cosa capiterà, dal punto di vista identitario, alle due parti? Già esistono sondaggi che riportano quanto i valloni sognino la Grande Francia. Non vorremmo sbagliare, ma anche tra i fiamminghi c'è chi ha proposto l'unione all'Olanda. Ma tralasciando queste riunificazioni (anti-secessioniste, a nostro parere), se i due spezzoni rimanessero distinti, su che basi sarebbero realmente più indipendenti? Come provvederebbero alle questioni economiche, militari, immigratorie, ecc.?

E non è in discussione la realtà identitaria delle varie componenti regionali (in Belgio come in Italia o altrove), ma la loro possibilità d'esistenza indipendente, senza voler fare i conti con alleanze internazionali che tendono a riguardare Stati compiutamente organizzati (e, "leggi italiote" o meno, l'Italia qualche chances, come già detto, ce l'ha).

A nostro parere, il difetto preponderante di qualunque discorso identitario delle Piccole Patrie è l'essere troppo concentrato in sè, anche quando vede influenze straniere (intese per non-italiane). Tali influenze finiscono per essere solo spiegazioni del risentimento, senza costituire impulso per dinamiche politiche attive (di nuovo: dove sono gli alleati internazionali?). Il riconoscimento internazionale dell'indipendenza non serve a molto, quanto semmai l'alleanza con nazioni ordinate in una data maniera. Altrimenti... anche la regione kosovara sarebbe un esempio per gli indipendentisti...

In pratica, quello che ogni indipendentista o secessionista, ma anche ogni autonomista o federalista dovrebbe fare non è solo invocare la sua (piccola) Patria, quanto spostare la Nazione di cui è cittadino verso determinate posizioni, per poi, una volta modificato in una data maniera anche il quadro delle forze e alleanze internazionali, chiedere il giusto riconoscimento "interno" (richiesta che può benissimo accompagnarsi alla prima fase, senza necessariamente costituire un "secondo capitolo").

Ossia, fare il contrario di quello che ci sembra venga fatto al momento, dove c'è solo la preoccupazione interna, ma non quella esterna (fondamentale).