Se il garbato e sobrio Gianni Letta d’uno colpo si è fatto acido e pungente, qualcosa è davvero cambiato. Siccome il suo obiettivo era il caparbio e permaloso Giulio Tremonti, autentico notabile di governo, qualcosa è cambiato, e in peggio. E poiché Letta si è fatto acido e pungente in pubblico, e davanti a Silvio Berlusconi, la scontata impressione è che il garbato Gianni intendesse divulgare il suo malumore, e non conservarlo, come sua abitudine, per gli incontri riservati.
E’ successo tutto ieri mattina, quando i presidenti di Regione si sono riuniti con il governo (e la rappresentanza era d’eccezione: oltre a Berlusconi e Letta c’erano i ministri Maurizio Sacconi, Raffele Fitto e Altero Matteoli) per avere delucidazioni su alcune vertenze finanziarie. Nessuno, insomma, aveva notato, o dato peso, all’assenza del titolare dell’Economia.
I governatori dovevano lamentare la mancanza di un confronto fra esecutivo ed enti locali su alcune norme della Manovra che hanno comportato ripercussioni sui bilanci regionali. Per esempio a proposito di bilanci sanitari, di denaro per le aree sottosviluppate, di fondi per la casa, e a proposito dei patti di stabilità. Tutte questioni tecniche con effetti concreti sul portafoglio dei governatori.
Berlusconi non è stato avaro di considerazioni. Come ha sottolineato il presidente emiliano, Vasco Errani, si è dilungato parecchio su questioni internazionali e sul prestigio del nostro paese. Poi si è molto rallegrato per la soluzione (provvisoria) del caso napoletano, e ha mostrato con orgoglio agli interlocutori la campagna pubblicitaria con cui vuole sottoporre al mondo intero la nuova vita campana.
Approdato infine alle questioni più urgenti, il premier si è detto dispiaciuto di una così scarsa collaborazione del governo, ha assicurato che, trascorsa l’estate, si porrà rimedio, che di vertici se ne faranno, eccome, e che lui stesso se ne propone come garante. «Non vi assicuro, naturalmente, che si troveranno soluzioni in grado di darvi piena soddisfazione, ma di certo ci siederemo a un tavolo», ha concluso il presidente del Consiglio, giustificando il ritardo con le numerose e gravi emergenze sin qui sopportate dal suo gabinetto.
E’ stato allora che Gianni Letta ha inaspettatamente preso la parola. E, più o meno, parlando a scatti come gli succede quando è nervoso, si così è rivolto a Berlusconi: «Caro presidente, se mi permette vorrei ringraziarla per le parole spese e per le rassicurazioni profuse. Credo che questa occasione sia stata utile per tutti. Spiace che qualche componente dell’esecutivo, che si fa vanto di portare avanti le ragioni del federalismo, e che con il termine federalismo si riempie la bocca quasi tutti i giorni, sia mancato proprio stavolta, che governo ed enti locali si sono incontrati in spirito federalista. Anzi, presidente, la prego di rimarcare, domani in consiglio dei ministri, che il federalismo comincia proprio dal confronto con le Regioni e che, chi ci crede e lo vuole, deve comportarsi di conseguenza». Berlusconi ha reagito con un mezzo sorriso gelato.
Impossibile dubitare che Letta si riferisse a Tremonti, sebbene non l’abbia nominato e sebbene fin lì fosse stato evocato una volta sola proprio da Berlusconi. «Poco fa Giulio mi ha intontito di cifre per convincermi a non prendere impegni sulla sanità, perché i vostri conti sarebbero sballati», aveva detto il premier. Poi il governatore della Puglia, Nichi Vendola, ha raccontato di una dura telefonata fra Letta e Tremonti, ampiamente smentita: «si è trattato di uno scontro virtuale, perché il ministro del Tesoro non era presente».
Resta la brusca lamentazione di Letta. Che lui non amasse il decisionismo da tritasassi di Tremonti era un aspetto noto. Che lui ci tenesse a dirlo davanti a una platea - con la certezza che sarebbe arrivato sui giornali - è un segnale importante. Che l’abbia fatto davanti a Berlusconi, è decisivo.