Convegno 2007: Patria diversis gentibus una? Unità politica e identità etniche nell'Italia antica

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Riassunti degli interventi

Dominique Briquel (Paris), Il ruolo della componente etrusca nella difesa della religione nazionale dei Romani contro le externae superstitiones

Nel I sec. a. C. esisteva un vivace dibattito sull'apporto delle diverse parti dell'Italia riunita sotto l'egemonia di Roma, alla costruzione del mondo romano. Questo riguardava particolarmente il ruolo dell'Etruria, attorno al quale furono espressi pareri contrastanti, come fu evidenziato da D. Musti per gli storici (Tendenze nella storiografia romana e greca su Roma arcaica, studi su Livio e Dionigi d'Alicarnasso, Roma, 1970) e da M. Sordi, con un gruppo dei suoi alllievi, per la poesia (« L'integrazione dell'Italia nello stato romano attraverso la poesia e la cultura protoaugustea », Contributi dell'Istituto di Storia Antica, 1, 1972, p. 146-175). Siamo dunque di fronte ad un gioco di concorrenza tra i popoli della penisola, nel quale ciascuno cercava a mettere in rilievo il particolare debito di Roma verso sé e a presentare in un modo sfavorevole gli altri.
Tale dibattito si capisce in un tempo nel quale la prossimità cronologica dei tempi dell'indipendenza rendeva ancora vivace il senso di appartenenza a componenti diverse e spesso contrastanti dell'Italia. Invece nel periodo dell'Impero già avanzato, l'esistenza di ethnè diversi nella penisola, ciascuno con la sua propria lingua e una cultura autonoma, apparteneva a un remoto passato. Non si può dire per esempio che il riferimento ai Sabini, che aveva suscitato tanto interesse nell'età classica, abbia conservato la pur minima importanza. Il ricordo del passato dei diversi popoli dell'Italia preromana non esce dalla mera erudizione.
Invece, lo stesso non si può dire nel caso degli Etruschi. Certo non esisteva più, da tempo, una civiltà etrusca autonoma. I tratti più salienti della cultura nazionale, come la lingua, non esistevano più: l'iscrizione etrusca più tarda che possediamo, un documento bilingue etrusco-latino su una urna in marmo, proveniente da Arezzo, risale al regno di Tiberio. Ma si continuava a parlare di Etruschi, a riferirsi a loro: l'antica cultura etrusca continuava ad avere una grande importanza nella religione ufficiale, attraverso la scienza sacra degli aruspici. Veniva così operata una identificazione tra Etruschi e gli specialisti della scienza religiosa di tradizione etrusca, e l'Etrusca disciplina continuava a mantenere vivo il riferimento a quell'ethnos dell'Italia dei tempi anteriori alla conquista militare e all'unificazione linguistica e culturale compiuta da Roma - diversamente di tanti altri popoli che non rappresentavano più niente nel mondo romano di età imperiale.
Nei tempi della repubblica, il senato s'era rivolto verso gli aruspici per rispondere ai bisogni religiosi della res publica. In uno stato divenuto monarchico, l'imperatore aveva a sua disposizione i suoi aruspici personali, che intervenivano sia nei casi di prodigi, sia per permettere al principe di approffitare delle capacità divinatoria degli specialisti della Etrusca disciplina, in particolare attraverso l'osservazione del fegato delle vittime sacrificiali. Esisteva anche una aruspicina ufficiale a livello municipale: corpi locali di aruspici sono attestati in molte città del mondo romano, in Gallia, Belgio, Germania, Norico, Mesia, Dacia. Accanto agli specialisti ufficiali, l'aruspicina privata, già fiorente nei tempi precedenti, s'era diffusa in tutte le parti dell'impero romano - almeno nella sua metà occidentale, di lingua latina, quella orientale, di lingua greca, avendo altre tradizioni mantiche: il recente studio di M.-L. Haack (Prosopographie des haruspices romains, Pisa-Roma, 2006) enumera più di cento iscrizioni di aruspici. Lungi dell'avere provocato un deperimento dell'antica scienza religiosa degli Etruschi, il periodo imperiale, con l'estensione che aveva dato al dominio di Roma, le aveva concesso una estensione che era impensabile nel periodo dell'indipendenza etrusca.
L'importanza dell'aspetto religioso nella percezione dell'identità degli Etruschi, cioè, dietro di essa, l'importanza delle scienza religiosa di tradizione etrusca nella società, è un fenomeno che si lascia percepire già nei tempi classici, nel I sec. a. C. Rispetto alle vecchie rappresentazioni degli Etruschi, legate ad una loro percezione negativa, sia quella della pirateria, sia quella che insisteva sulla truphè etrusca e ne faceva un popolo incapace di qualunque attività virile, emerge l'immagine, secondo la nota formula di Livio (5, 1, 7), di una gente ante alias magis dedita religionibus, cioè più di tutte le altre addetta alle pratiche religiose.
Ma, nella religione nazionale dei Romani, non veniva più sentita una reale differenza tra ciò che era di origine etrusca e ciò che era genuinamente romano. È significativo che, nel discorso che l'imperatore Claudio pronunciò nel 47 davanti al senato per dare una nuova vitalità al corpo degli aruspici, egli accennasse alla loro scienza sacra come « la più vecchia scienza dell'Italia », uetustissima Italiae disciplina: non appariva più come una dottrina etrusca, l'Etrusca disciplina in senso stretto, bensì era divenuta un bene comune di tutti gli abitanti della penisola. Insomma, l'Etrusca disciplina faceva ora parte del mos maiorum dei Romani.
Questo spiega come, se il mos maiorum dei Romani sembrava messo in pericolo in materia di religione, ll'Etrusca disciplina potesse apparire come il suo migliore baluardo. Ora, durante il periodo imperiale, la religione tradizionale poteva sembrare messa in pericolo dallo sviluppo di nuove forme di religiosità, che potevano apparire più adatte alle attese spirituali degli uomini di quel tempo, specialmente dalle cosidette « religioni orientali », tra le quali, naturalmente, c'era la religione nata in Giudea, inizialmente all'interno del giudaismo, dall'insegnamento di Gesù. Una situazione di concorrenza religiosa, e di messa in crisi della vecchia religione nazionale, s'era dunque creata, nella quale la componente etrusca di essa fu chiamata alla riscossa. È significativo che già uno degli scopi di Claudio era di lottare contro le externae supersititiones, superstizioni straniere (Tacito, Annali, 11, 15, 1). Nel periodo posteriore, quando le persecuzioni si svilupperano apertamente contro i cristiani, la difesa della religione tradizionale si appoggiò chiaramente sui rappresentanti della sua componente etrusca. La Grande Persecuzione, dal 303 in poi, fu decisa da Diocleziano al seguito di un sacrificio offerto dall'imperatore, nel quale il capo degli aruspici imperiali lo avvertì che gli dei rifiutavano di mandare segni, come ci si attendeva. Questa gravissima situazione, che rischiava di provocare i peggiori danni per l'impero, era dovuta, secondo gli aruspici, alla presenza di cristiani. Si vede dunque che, grazie alla loro posizione nelle religione ufficiale dello stato, e accanto alla persona del principe, gli specialisti della scienza religiosa etrusca furono direttamente coinvolti nell'offensiva contro il cristianesimo. Ma questo era il segno di una ostilità generale del corpo contro la nuova religione: ne abbiamo la conferma negli scritti degli autori cristiani, che non nascondano il loro odio verso gli aruspici.
L'importanza che l'Etrusca disciplina ebbe nella resistenza della vecchia religione romana contro le novità religiose, e specialmente l'espansione del cristianesimo, non si limita però allo sfruttamento della posizione privilegiata della quale godeva nell'impero. Intellettualmente, l'antica tradizione etrusca offriva aspetti che, meglio delle altre componenti della religione nazionale, potevano rispondere alle attese dei contemporanei. Tra tali aspetti, c'era già il fatto che era, in gran parte, una scienza divinatoria. Siamo, per riprendere la famosa espressione del Dodds, in quellà età di angoscia (Pagan and Christians in an Age of Anxiety, Some Aspects of Religious Experience from Marcus Aurelius to Constantine, Cambridge, 1965), che spingeva gli uomini a domandarsi con timore quale era il destino che li aspettava e a chiederne i segreti alla divinità. Il pagano Celso, nel suo libro contro i cristiani, poteva chiedere : « Esiste qualche cosa che sia più divino che la previsione e la predizione del futuro? »: era un compito essenziale della religione, come era concepita in quel tempo.
Ma questo aspetto ebbe certamente una minore importanza, rispetto al cristianesimo, di un altro aspetto della vecchia religione etrusca. Un punto centrale della nuova religione, che si riferiva ad un salvatore morto e risuscitato, era di proporre all'attesa dell'uomo una prospettiva di vita dopo la morte, fatta di felicità e di consolazione delle pene sofferte nella vita terrena. Rispondeva così certo meglio all'attesa degli uomini della vecchia religione nazionale, che poteva offrire loro soltanto nozioni vaghe, come quelle di lemuri o di mani, e un mondo dell'aldilà che si riduceva al nome dell'Orco, sul quale non si sapeva nulla. Ma, diversamente dei Romani, gli Etruschi avevano idee precise sull'aldilà, idee che erano esposte in una particolare categoria dei loro libri sacri, i libri dell'Acheronte: grazie a particolari sacrifici, era possibile per gli uomini diventare dei animales, cioè dèi formati da una anima. Tale dottrina, che permetteva di sperare in una felicità eterna raggiunta attraverso semplici mezzi rituali, può sembrarci meccanica, se non puerile; ebbe però un certo successo nel periodo finale dell'Impero, come mostrano le non poche allusioni che vi fanno autori sia cristiani, sia pagani. Appare così essere stata, in quel tempo, una delle teorie che la religione pagana poteva proporre come alternativa alla nuova fede cristiana.
Dunque gli elementi di origine etrusca che erano stati integrati nella religione romana potevano apparire come i più capaci, all'interno di essa, di resistere a quelle externae superstitiones delle quali, già nel 47, l'imperatore Claudio denunziava il pericolo che rappresentavano per la tradizione religiosa nazionale. Più delle altre sue componenti, quella etrusca offriva punti che ne facevano una valida alternativa proprio rispetto al cristianesimo. Come è stato sottolineato da molti, la religione etrusca era una religione del libro: gli aruspici avevano a loro disposizione i libri sacri nei quali era conservata la loro scienza religiosa. La religione etrusca aveva dunque un punto di riferimento fermo, che le consentiva una solidità dottrinale che non avevano altri aspetti del paganesimo tradizionale. Soprattutto, la religione etrusca era una religione rivelata: la disciplina non appariva come il risultato dell'opera di uomini, bensi di una rivelazione, fatta da esseri soprannaturali, quelle figure profetiche che avevano insegnato i suoi principi agli Etruschi, nei primi tempi dell'esistenza della nazione, il bambino Tagete o la ninfa Vegoia. Così, in un tempo in quale si aspettava che una verità non venisse soltanto dall'uomo, ma fosse il risultato di una rivelazione fatta da esseri divini, la religione etrusca forniva una risposta nazionale, propriamente italiana e romana, alle religioni venute dall'estero, come quelle giudaica e cristiana, con i loro libri sacri e i loro profeti.
Questo attaccamento alla tradizione etrusca non significa che essa sia rimasta come era prima e non abbia subito cambiamenti, anche importanti. Per esempio, un lemma del lessico bizantino della Souda ci ha conservato un preteso racconto etrusco della creazione, che è una parafrasi del Libro della Genesi, con aggiunta di certi elementi di origine iranica.
Tali sforzi della vecchia tradizione etrusca per offrire qualche cosa di simile a ciò che offriva la giovane religione cristiana o le altre novità spirituali che si diffondevano nell'impero romano, possono apparirci ridicoli e, certo, un tardo tentativo di aggiornamento del genere non bastò a impedire ciò che doveva succedere, la sparizione dell'antica religione nazionale e il passagio degli abitanti dell'impero romano al cristianesimo. Ma traduce anche, con questi ultimi esempi, in una forma forse eccessiva, la capacità di adattamento, di risposta alle rinnovate esigenze religiose degli uomini di quel tempo, che conservava la componente etrusca della religione romana. Essa possedeva, dall'origine, aspetti che si rivelevano in sintonia con le attese della tarda Antichità, offriva anche certe possibilità di sviluppo che le conferivano una capacità innovativa che era quasi sola ad avere all'interno della religione romana. Mentre tanti altri aspetti del mos maiorum in materia di religione erano ridotti a mere sopravvivenze del passato, l'aruspicina rimaneva viva e poteva sembrare portare le speranze dei difensori della religione tradizionale, nella quale era integrata da secoli.

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