OMNIA SUNT COMMUNIA

«Di destra io? Non scherziamo...
E' tutta colpa di Excalibur e Le Penn»


Boris Sollazzo


Settantacinque anni e non sentirli. Può sembrare un modo di dire, e neanche di quelli più originali, ma dopo una giornata passata con John Boorman è difficile non affermarlo. Nel ristorante del suo albergo di Verona, dove l'abbiamo incontrato in occasione del bel festival "Schermi d'Amore" (anteprima italiana del suo film Tiger's tail e premio alla carriera per lui), l'abbiamo visto pasteggiare con gusto, innaffiando il tutto con cascate di ottimo vino rosso, divertendosi a conversare con spirito e acume, smentendo il suo cinema "cattivo" (più in gioventù, a dir la verità). Persino quando quasi ti minaccia- «non più di dieci minuti per l'intervista» e poi rimane tre quarti d'ora a parlare, scherzare e soprattutto raccontare. E a discutere. «Sei giovane, e non capisci il valore del digitale? La spinta democratica, l'accessibilità totale che consente ai giovani registi, magari poco abbienti? Guarda, mi manca la pellicola, ma credo che d'ora in poi girerò solo in digitale. E' un mondo nuovo da esplorare, pieno di opportunità».
Che il vulcanico John sia uno che ha la pellaccia dura, lo dimostrano i suoi inizi. Impiegato in una lavanderia a secco, si avvicina al giornalismo - «la prossima volta io intervisto te» - e solo negli anni '50 usa la macchina da presa, ma per la tv e per fare documentari per la Bbc. Qui lo notano i Dave Clark Five che vogliono rispondere con lui e con Prendeteci se potete (1965) al Tutti per uno di Richard Lester e ai Beatles. Un flop, ma due anni dopo Boorman sarà già a Hollywood. Arrivano Senza un attimo di tregua, Duello nel pacifico, Leone l'ultimo e soprattutto Un tranquillo week-end di paura (1972). Inizia una carriera d'alti e bassi, di film imposti e voluti, di capolavori come Excalibur e Zardoz , di impegno civile e kolossal "sbagliati". Diventa il regista "fascio" per eccellenza, con la stessa ottusa facilità con cui Tolkien divenne un'icona di destra. Tra le altre cose, John, ci chiede giustizia anche di questo.

Iniziamo dalla fine. "The Tiger's tail", un gioiello ormai del 2006. Ma in Italia non è uscito.


Non è un film ricco, né facile. Ed è girato in digitale, e il pubblico, anche se non lo ammette, è tradizionalista e conservatore. E anche i critici (sorride malizioso). E' un'idea, quella di Tiger's tail che ho avuto tantissimi anni fa, bisogna ricordare che sono padre di due gemelli e sono sempre stato affascinato dal loro comportamento: dai giornali, per esempio, ritaglio tutte le storie di "riunione" di gemelli separati. Il soggetto nasce da quanto la somiglianza fisica possa nascondere una profonda diversità caratteriale e morale. Inizialmente dovevamo girare negli Stati Uniti, la parte era di Jack Nicholson, ma qualcosa non ha funzionato.

Poi che cosa è successo?


Dopo anni, vivendo in Irlanda, ho vissuto il boom economico del paese, e questa esperienza mi ha consentito di trovare la chiave drammatica e sociale del racconto. Ho deciso di rendere uno dei gemelli ricco e uno indigente, perché avevo visto con i miei occhi come l'arrivo di questa enorme ricchezza nel paese avesse provocato disparità e iniquità sociali, una divaricazione insopportabile tra chi diventava sempre più abbiente e chi sempre più povero.

Boorman che dice una cosa di sinistra. Ma lo sa che lei è l'eroe della destra europea?


E' una cosa che mi fa infuriare. Io non posso che collocarmi a sinistra, chi mi conosce e chi ha visto i miei film - tutti! - non dovrebbe avere dubbi. Il crollo del comunismo, nonostante i difetti e le storture di quel sistema, ha fatto sì che più nulla potesse opporsi al capitalismo e ai suoi eccessi, e io ne sento tutto il pericolo schiacciante, la follia. E peraltro non è neanche la prima volta che mostro così apertamente quello che penso, ricordo un altro film, con Marcello Mastroianni (che vinse il premio alla migliore interpretazione a Cannes nel 1970). Era Leone l'ultimo , lui era un uomo ricco con vita tranquilla, sicura e al riparo di tutto, ma scopriva di vivere grazie agli affitti pagati da poveracci dei quartieri neri. A quel punto diventava un rivoluzionario.

Come si spiega questo equivoco, allora?


E' tutta colpa di Excalibur e di Jean-Marie Le Pen. Nel corso delle riunioni e dei comizi per la sua candidatura alle presidenziali francesi presentava le scene iniziali di quel film. Mi ha considerato una nuova Leni Riefehnstahl, e così i suoi adepti e, naturalmente, i suoi nemici. Questo, nonostante io e la Warner lo avessimo subito citato in giudizio! Faccio fatica a capire come si possa generalizzare o distorcere così il pensiero e lo spirito di un film e di un regista.

Si dice che lei ami molto gli attori. Una leggenda anche questa?


Amo gli attori, sono grato a questa categoria, in particolare a chi di loro è così generoso e coraggioso da mettersi a completa disposizione del cineasta e della macchina da presa. Ricordo che in Excalibur lavorai con Gabriel Byrne, Liam Neeson ed Helen Mirren, erano al loro esordio! L'ho presi per mano, una cosa che mi è capitato di fare altre volte, posso dire di riuscire a capire l'immenso talento che si nasconde anche dietro a uno sconosciuto, e di saperlo portare per mano nel progetto. Quando invece incrocio il cammino con interpreti affermati come Lee Marvin, Jon Voight e Brendan Gleeson è un enorme piacere reciproco lavorare vicini, continuare a imparare l'uno dall'altro, approfondire il livello del lavoro sul set ma anche i rapporti.

E cosa ricorda di Marcello Mastroianni?


Era un attore straordinario, tecnicamente molto dotato e geniale, trovava sempre la migliore soluzione ad ogni difficoltà, e lo faceva con intelligenza e ironia. Ricordo ancora quando gli dissi, nel film, che doveva fare un movimento molto particolare per arrivare al punto che gli avevo segnato a terra. Ero preoccupato, non era affatto facile, e mi premuravo di chiedergli continuamente se era un problema. Lui a un certo punto si girò e mi disse "Tranquillo John, con tutti i film che ho fatto con Sophia Loren e le acrobazie per farla riprendere solo dal profilo buono, questo sarà un gioco da ragazzi. Posso farcela, posso andare dove vuoi". Era un attore sempre calmo e rilassato: in una scena che si svolgeva in un letto lui si addormentò durante l'allestimento del set. E risuccesse anche in quella successiva, qualche decina di minuti dopo. Dovetti svegliarlo! Era pienamente a suo agio sul lavoro, sempre. Un'altra volta stavamo girando e avevamo fretta perché la luce stava finendo. I tizi degli effetti speciali non sapevano come aiutarci, dovevano creare l'effetto visivo di uno sparo sulla sua mano, e non ci riuscivano. Come se fosse la cosa più naturale del mondo si pitturò il buco della pallottola sulla mano, poi con una sincronia spaventosa la girò mentre lo riprendevo. Bene, a film finito e montato, sembrava che gli avessero sparato. Era incredibile, uno come lui ne nasce uno ogni cent'anni.
Parla dei suoi attori come fossero di famiglia…
Rimango amico con i miei attori, sono stato amico fraterno di Lee Marvin, tanto da avergli dedicato un documentario sulla sua vita, e ho un rapporto splendido con Voight e Gleeson. La relazione regista-attore è come l'amore, come un matrimonio che alla fine del film ha un divorzio amichevole. Infatti i sentimenti profondi nati sul set si radicano e ci legano reciprocamente. La separazione poi è dolce. E a differenza della vita, mai definitiva.

Come li sceglie?


E' difficile da spiegare, ma io penso a loro solo a un certo punto del progetto stesso, dopo la scrittura e la scelta delle location. Devo vederli in quei luoghi e pensare alle parole che diranno. Ora, per esempio, sono anni che lavoro a un kolossal, le Memorie di Adriano (tratto dal romanzo di Margherite Yourcenar, che avrà ambientazioni e coproduzione italiane) ma gli interpreti non li ho ancora scelti. Ma anche nella scelta la dinamica è simile a quella dei sentimenti, è come avere un colpo di fulmine: mi capita di provinare tanti interpreti di grande talento, ma a un certo punto sento una fitta: vedo quell'unico uomo o donna che tocca la parte intangibile del suo ruolo, e capisco che non può che essere suo il personaggio.

La foresta di smeraldo, Rangoon, In my country. Ecologia, Birmania, riconciliazione sudafricana. Prima di lei non ne parlava nessuno. Si sente un pò una Cassandra?


(Ride) Evidentemente vengo attirato da certe questioni e certi posti. Lo considero un grande privilegio saper e poter esplorare luoghi geografici e dell'anima così speciali, nel bene e nel male. Il punto è che io trovo che ci sia una certa responsabilità sociale in questo lavoro, che non va rifiutata per pavidità né negata in nome dell'arte. Bisogna assumersela. Tutti i film sono politici, anche quelli che si rifiutano di esserlo, perché già la negazione è un atto politico. Dei peggiori, peraltro. Trovo che si debba parlare, inoltre, di ciò che le persone ignorano, rivolgere gli occhi lì dove nessuno guarda. In Tiger's Tail in fondo io parlo della perdita d'identità, di un uomo e di un paese intero, uno dei problemi principali della nostra società attuale, per cui molti cercano riferimenti fittizi, dalla ricchezza alla religione, e vengono strumentalizzati. Dobbiamo capire chi siamo, a cosa apparteniamo, al di là di queste cose.

Lei sembra più romantico e spiritoso del suo cinema. Anche se ne "Il sarto di Panama"…


Sì, lo ammetto, sono un romanticone e uno molto spiritoso, ma per ora sono riuscito quasi esclusivamente ad esprimerlo con amici e famiglia, di solito attorno a una tavola imbandita e innaffiata con buon vino rosso. Racconto spesso storie divertenti, adoro ridere. Ammetto che la commedia per me è un genere difficilissimo e mi spaventa davvero tanto.

Non posso non chiederle cos'ha provato quando ha visto il "suo" "Signore degli anelli"


Avevo scritto un lungo progetto sul Signore degli anelli , non nascondo che è stata una mia piccola grande ossessione, ero convinto che un tale capolavoro dovesse trovare spazio nella storia del cinema e speravo di poterglielo dare io. Ci ho lavorato trent'anni fa. Ma dopo aver visto quante risorse e quanto talento ci ha messo Peter Jackson, ho capito che io non avrei mai potuto farlo così bene. Anche perché ricordo le difficoltose e precarie soluzioni che noi, senza digitale ed effetti speciali, avevamo ideato. Lui invece l'ha fatto nelle condizioni migliori, anche se questo non diminuisce la mia stima per lui. Ancora mi chiedo come abbia fatto a non rimettere la vita e il senno di fronte a un'opera tanto difficile e monumentale. Puoi crederci o no, ma sono pieno di ammirazione e timore reverenziale per lui. Rivedo i tre film e mi dico "Hai capito questo buffo ciccione? Ce l'ha fatta!"

Se non fosse stato un regista?


Avrei fatto lo scrittore, il narratore, l'autore di romanzi. Oppure il comico!


03/08/2008 Liberazione



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