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  1. #1
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Predefinito Martino sulla Globalizzazione

    La globalizzazione ci ha reso tutti più ricchi. Nell'ultimo Occasional Paper dell'Istituto Bruno Leoni, intitolato "Lo scenario economico internazionale" (PDF), Antonio Martino riflette sugli enormi benefici che la globalizzazione ha portato all'Europa e a tutto il mondo, compresi i paesi più svantaggiati.

    "Le tesi dei protezionisti - scrive Martino - sono diventate in apparenza più raffinate, restando tuttavia grossolanamente false nella sostanza. E’ di moda oggi sostenere che il protezionismo è reso necessario per contrastare la concorrenza ‘sleale’ di Paesi che, come la Cina e l’India (immaginosamente accomunate col termine ‘Cindia’), praticano il ‘dumping sociale’ e quello ambientale perché i loro standard di protezione sono più bassi dei nostri. Si tratta di una crudele sciocchezza: i salari e le condizioni di lavoro nei Paesi poveri sono meno elevati dei nostri per la semplice ragione che quei Paesi sono più poveri di noi e lo stesso vale per gli standard di protezione ambientale. Sostenere che dobbiamo gravare i loro prodotti di oneri tariffari equivale a dire che i Paesi poveri devono essere puniti per la loro povertà".

    Commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL: "Questo Occasional Paper di Martino è un utile strumento di lavoro per chi voglia testare le idee liberiste in un momento di crisi. Martino dimostra efficacemente come le attuali difficoltà economiche non possano e non debbano essere ostacolo all'adozione di misure pro-mercato. Anzi, è semmai ancora più urgente liberare l'economia europea e renderla più compatibile con la globalizzazione: il maggiore impulso dai mercati internazionali e la maggiore concorrenzialità sono la più efficace delle ricette per tornare a crescere".

    L'Occasional Paper di Antonio Martino, "Lo scenario economico internazionale", è liberamente scaricabile qui (PDF).


    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6957

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  2. #2
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    "Viviamo in un’epoca straordinaria: non abbiamo mai vissuto così a lungo né così bene, non siamo mai stati così ben nutriti, curati, abbigliati, intrattenuti, trasportati e ricchi nella millenaria storia dell’umanità. Gli straordinari vantaggi di cui godiamo non ci sono stati graziosamente elargiti dalla Provvidenza divina e non sono il frutto di illuminate politiche riformatrici. Sono il risultato del lavoro, dell’impegno e dell’intelligenza di miliardi di uomini e donne, ognuno dei quali si è dedicato al suo lavoro per ricavarne un beneficio personale e, così facendo, ha anche non intenzionalmente realizzato l’interesse dei suoi simili. E’ stato il coordinamento spontaneo dell’attività di miliardi di persone in tutti i Paesi del mondo che nel corso dei secoli ha consentito all’umanità di crescere, di prosperare, di progredire. La libertà delle relazioni economiche fra persone diverse non solo all’interno di uno stesso Paese ma anche abitanti in Paesi diversi, la “mano invisibile” del mercato, ha fatto raggiungere alla condizione umana livelli sempre più alti. Non possiamo consentire alla miopia degli incolti di intralciare il funzionamento dell’unico vero motore di crescita e di benessere diffuso. Come in passato, se vogliamo guardare al futuro con speranza e con ottimismo dobbiamo impedire alle forze ostili all’apertura internazionale di prevalere."


    Queste considerazioni sono a mio avviso deprimenti. Purtroppo non vengono dalla sinistra, ma dalla destra. A parlare è un uomo che ho stimato molto e che adesso mi accorgo essere distante anni luce da me. E' Antonio Martino. Martino è tra i liberali il più "conservatore", ma questo testo non fa che allontanare i veri conservatori dai liberali. Il mio conservatorismo ha un sapore antico e nulla ha a che vedere con l'apologia della globalizzazione fattaci di questo liberal-progressista wiggish.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    "Viviamo in un’epoca straordinaria: non abbiamo mai vissuto così a lungo né così bene, non siamo mai stati così ben nutriti, curati, abbigliati, intrattenuti, trasportati e ricchi nella millenaria storia dell’umanità. Gli straordinari vantaggi di cui godiamo non ci sono stati graziosamente elargiti dalla Provvidenza divina e non sono il frutto di illuminate politiche riformatrici. Sono il risultato del lavoro, dell’impegno e dell’intelligenza di miliardi di uomini e donne, ognuno dei quali si è dedicato al suo lavoro per ricavarne un beneficio personale e, così facendo, ha anche non intenzionalmente realizzato l’interesse dei suoi simili. E’ stato il coordinamento spontaneo dell’attività di miliardi di persone in tutti i Paesi del mondo che nel corso dei secoli ha consentito all’umanità di crescere, di prosperare, di progredire. La libertà delle relazioni economiche fra persone diverse non solo all’interno di uno stesso Paese ma anche abitanti in Paesi diversi, la “mano invisibile” del mercato, ha fatto raggiungere alla condizione umana livelli sempre più alti. Non possiamo consentire alla miopia degli incolti di intralciare il funzionamento dell’unico vero motore di crescita e di benessere diffuso. Come in passato, se vogliamo guardare al futuro con speranza e con ottimismo dobbiamo impedire alle forze ostili all’apertura internazionale di prevalere."


    Queste considerazioni sono a mio avviso deprimenti. Purtroppo non vengono dalla sinistra, ma dalla destra. A parlare è un uomo che ho stimato molto e che adesso mi accorgo essere distante anni luce da me. E' Antonio Martino. Martino è tra i liberali il più "conservatore", ma questo testo non fa che allontanare i veri conservatori dai liberali. Il mio conservatorismo ha un sapore antico e nulla ha a che vedere con l'apologia della globalizzazione fattaci di questo liberal-progressista wiggish.
    Guarda se sei un sostenitore di Naomi Klein allora non so chi è di sinistra...
    Ti faccio notare che le nostre idee in america sono definite come right-wing...

  4. #4
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    "Globalizzazione è un termine nuovo per un fenomeno antico: da sempre i cittadini di Paesi diversi, anche lontani, intrattengono rapporti commerciali reciprocamente vantaggiosi. Grazie ad essi, le conoscenze varcano i confini di un Paese e si diffondono in altri, le più efficienti tecniche di produzione divengono accessibili anche ad altri Paesi, la tendenza alla specializzazione produttiva si diffonde, la concorrenza internazionale sprona la ricerca di una sempre maggiore efficienza, il ventaglio di alternative offerte ai consumatori si amplia ed il benessere si diffonde nel mondo. Non solo, ma, quando sono impegnati a commerciare con reciproco vantaggio, i Paesi sono meno inclini alla litigiosità; come sosteneva Bastiat nel diciannovesimo secolo: “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Il libero commercio internazionale forse non costituisce condizione sufficiente di pace ma credo ne sia condizione necessaria, perché il tentativo di impedirlo col protezionismo è stato spesso causa di guerre, commerciali prima guerreggiate poi.
    Rispetto al passato, la globalizzazione degli ultimi due decenni differisce soprattutto perché, grazie al progresso delle comunicazioni, riguarda in misura che non ha precedenti la mobilità internazionale dei capitali. E’ questa, a mio parere, la causa prima della rivoluzione planetaria di cui si è detto. Il fatto che i capitali possano spostarsi da un Paese ad un altro, infatti, dà vita ad un “meccanismo di filtro” che penalizza i comportamenti sbagliati e premia quelli virtuosi. Un Paese che tiranneggia i suoi cittadini scoprirà presto che i capitali hanno varcato le frontiere per approdare in Paesi meno liberticidi. Un Paese che non garantisce la stabilità del potere d’acquisto della moneta
    avrà la stessa esperienza perché i capitali andranno verso Paesi dove l’inflazione è bassa. I Paesi che tartassano i propri cittadini, quelli che si danno a politiche di finanza allegra, quelli che impediscono con restrizioni varie il libero svolgimento delle attività produttive, avranno tutti la stessa esperienza: verranno penalizzati dalla fuga dei capitali verso lidi più accoglienti. La concorrenza internazionale fra politiche diverse pone in essere un circolo virtuoso che fa sì che sia nell’interesse di ogni Paese tutelare il potere d’acquisto della propria moneta, gestire con prudenza i conti pubblici, non abusare del torchio fiscale, rispettare le libertà dei cittadini, consentire il libero svolgersi delle attività produttive – in una parola, grazie alla mobilità internazionale dei capitali, conviene a tutti i Paesi l’adozione di politiche liberali.
    Significa questo che l’abuso della sovranità nazionale è diventato impossibile? Sfortunatamente non è così. Gli Stati nazionali possono sempre abusare della propria sovranità e continuano a farlo, spesso a danno dei propri cittadini. Significa questo che siamo alla “fine della storia”, che d’ora in avanti tutti i Paesi diverranno liberali? Ovviamente no. Sarebbe sbagliato, tuttavia, negare l’esistenza del fenomeno ed ancora più sbagliato revocarne in dubbio la desiderabilità."


    Martino come Fukuyama sembra augurarsi la fine della Storia (e con essa della politica) a vantaggio di un'economia liberale globalizzata, grazie alla quale saremo tutti più liberi, più sani, più ricchi. Questa è l'utopia dei filosofi radicali di Manchester, il cui utilitarismo fece da battistrada alle teorie di Carlo Marx. Meno male che c'è Tremonti...

  5. #5
    Austrian libertarian
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Meno male che c'è Tremonti...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da (Controcorrente Visualizza Messaggio
    Guarda se sei un sostenitore di Naomi Klein allora non so chi è di sinistra...
    Ti faccio notare che le nostre idee in america sono definite come right-wing...

    Eh no, amico mio! Queste idee sono definite "libertarian" e al massimo, fra chi di politica non capisce un cazzo, "conservative". Buchanan è un "right-winger" e guarda caso lui è un protezionista nemico acerrimo della globalizzazione...

    PS: Il "popolo di Seattle" non è contro la globalizzazione (no-global) quanto a favore di una globalizzazione diversa (new global). Solo la Vera Destra combatte a difesa dello Stato-nazione!

  7. #7
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    Dipende quali fini si vogliono conseguire. La prasseologia e in particolare la catallassi, ci dicono quali mezzi usare per incrementare la prosperità, ovvero massimizzare la produzione e non sprecare inutili risorse. In genere le masse vedono nel futuro un miglioramento, quindi si attendono politiche che aumentino la ricchezza, piuttosto che il contrario. Se invece, si vogliono affermare teleologie ascetiche, o di ritorno all'arcadia, è assolutamente obbligatorio contestare in tutti i modi la globalizzazione, attraverso dazi, protezionismi e in ultima istanza, interventi di igiene mondiale!
    Questo ci dice la scienze economica. La rivoluzione industriale e il conseguente boom economico non sono accidenti della storia, o effetti propulsivi di forze produttive mitiche(il materialismo storico è roba da storici dilettanti diceva Weber), ma della conseguente apertura ideale suggerita dagli illuministi scozzesi, dai giusnaturalisti, dai fisiocratici e dalla nascente economia politica. Cosi come, gli eventi nefasti del XX secolo, nascono dalla negazione delle leggi economiche e dal polilogismo razziale o di classe. In futuro, possiamo imparare da questi orrori, e affidarci alla razionalità, all'utilitarismo e al pragmatismo. Oppure possiamo rifugiarsi nel mito, nell'irrazionalismo e nell'idealismo. Francamente non mi va di andare in guerra e quindi mi auguro una distensione sempre maggiore tra le nazioni attraverso la totale abolizione dei dazi e una conseguente apertura ai diritti civili in Cina e India.

  8. #8
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    parole sante quelle di martino, comunque sottolinerei questo passaggio che reputo importante

    Che gli statalisti di tutto il mondo siano furibondi per via dei limiti che la globalizzazione
    impone all’abuso del potere statale è comprensibile, così come non stupisce che
    gli orfani del comunismo sovietico siano ferocemente (ed in molti casi violentemente)
    avversi al fenomeno. Ma non sono soltanto i no-global e gli orfani di Stalin gli avversari
    della libertà economica internazionale, ci sono come sempre anche i difensori degli
    interessi corporativi, quanti sono costretti dal libero commercio internazionale a rinunziare
    alle rendite cui sono abituati. Come sostenuto con la consueta efficacia da Adam
    Smith, i fautori delle restrizioni al commercio internazionale sono stati “non i consumatori,
    il cui interesse è stato totalmente trascurato, ma i produttori .. e tra costoro i
    nostri mercanti e manifattori” (Ricchezza delle nazioni, edizione italiana, Utet, Torino
    1958, pag. 602)
    Le tesi dei protezionisti sono diventate in apparenza più raffinate, restando tuttavia
    grossolanamente false nella sostanza. E’ di moda oggi sostenere che il protezionismo
    è reso necessario per contrastare la concorrenza “sleale” di Paesi che, come la Cina e
    l’India (immaginosamente accomunate col termine “Cindia”), praticano il “dumping
    sociale” e quello ambientale perché i loro standard di protezione sono più bassi dei
    nostri. Si tratta di una crudele sciocchezza: i salari e le condizioni di lavoro nei Paesi poveri
    sono meno elevati dei nostri per la semplice ragione che quei Paesi sono più poveri
    di noi e lo stesso vale per gli standard di protezione ambientale. Anche in Italia i salari
    e la protezione ambientale erano bassi quando eravamo poveri, hanno raggiunto il
    livello attuale grazie allo sviluppo economico, al fatto che siamo diventati meno poveri.
    Lo stesso accadrà in Cina ed in India quando, grazie alla crescita economica, quei Paesi
    potranno permettersi salari più alti e standard di protezione sociale ed ambientale più
    alti. Sostenere che dobbiamo gravare i loro prodotti di oneri tariffari equivale a dire che
    i Paesi poveri devono essere puniti per la loro povertà.

    Né queste sciocche misure protezionistiche vanno a vantaggio dei Paesi che le adottano,
    perché le alternative offerte ai consumatori si restringono – hanno una minore
    scelta e devono subire prezzi più alti – e perché, sottraendo i produttori nazionali
    alla disciplina della concorrenza internazionale, li si condanna a livelli di efficienza più
    bassi di quanto sarebbero altrimenti. Né va sottaciuto che, inevitabilmente, i provvedimenti
    restrittivi finiscono col produrne altri per ritorsione col risultato che il livello
    complessivo del commercio internazionale si riduce con danno per tutti i Paesi.
    Le interferenze statali nel funzionamento dei mercati sono responsabili anche della
    recente impennata dei prezzi dei prodotti alimentari. L’Unione Europea, il Giappone e,
    in misura minore, gli Stati Uniti da tempo adottano una serie di incentivi e misure dirette
    a scoraggiare la produzione: le politiche di “set aside” che inducono gli agricoltori
    americani a non coltivare per intero i fondi di loro proprietà, le quote massime imposte
    alla produzione di certi cibi, come le famigerate “quote latte” della politica agricola europea
    e la miriade di altre misure introdotte col nobile proposito di difendere il reddito
    degli agricoltori hanno di fatto reso più rigida l’offerta col risultato che l’aumento della
    domanda si è scaricato prevalentemente sui prezzi anziché incentivare la produzione.
    Anche in questo caso si tratta di miopi provvedimenti di chiusura al commercio internazionale
    che, per tutelare i produttori nazionali, danneggiano i consumatori e condannano
    i Paesi poveri al sottosviluppo.

    http://brunoleonimedia.servingfreedo...58_Martino.pdf

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da benfy Visualizza Messaggio
    parole sante quelle di martino, comunque sottolinerei questo passaggio che reputo importante

    Che gli statalisti di tutto il mondo siano furibondi per via dei limiti che la globalizzazione
    impone all’abuso del potere statale è comprensibile, così come non stupisce che
    gli orfani del comunismo sovietico siano ferocemente (ed in molti casi violentemente)
    avversi al fenomeno. Ma non sono soltanto i no-global e gli orfani di Stalin gli avversari
    della libertà economica internazionale, ci sono come sempre anche i difensori degli
    interessi corporativi, quanti sono costretti dal libero commercio internazionale a rinunziare
    alle rendite cui sono abituati. Come sostenuto con la consueta efficacia da Adam
    Smith, i fautori delle restrizioni al commercio internazionale sono stati “non i consumatori,
    il cui interesse è stato totalmente trascurato, ma i produttori .. e tra costoro i
    nostri mercanti e manifattori” (Ricchezza delle nazioni, edizione italiana, Utet, Torino
    1958, pag. 602)
    Le tesi dei protezionisti sono diventate in apparenza più raffinate, restando tuttavia
    grossolanamente false nella sostanza. E’ di moda oggi sostenere che il protezionismo
    è reso necessario per contrastare la concorrenza “sleale” di Paesi che, come la Cina e
    l’India (immaginosamente accomunate col termine “Cindia”), praticano il “dumping
    sociale” e quello ambientale perché i loro standard di protezione sono più bassi dei
    nostri. Si tratta di una crudele sciocchezza: i salari e le condizioni di lavoro nei Paesi poveri
    sono meno elevati dei nostri per la semplice ragione che quei Paesi sono più poveri
    di noi e lo stesso vale per gli standard di protezione ambientale. Anche in Italia i salari
    e la protezione ambientale erano bassi quando eravamo poveri, hanno raggiunto il
    livello attuale grazie allo sviluppo economico, al fatto che siamo diventati meno poveri.
    Lo stesso accadrà in Cina ed in India quando, grazie alla crescita economica, quei Paesi
    potranno permettersi salari più alti e standard di protezione sociale ed ambientale più
    alti. Sostenere che dobbiamo gravare i loro prodotti di oneri tariffari equivale a dire che
    i Paesi poveri devono essere puniti per la loro povertà.
    Né queste sciocche misure protezionistiche vanno a vantaggio dei Paesi che le adottano,
    perché le alternative offerte ai consumatori si restringono – hanno una minore
    scelta e devono subire prezzi più alti – e perché, sottraendo i produttori nazionali
    alla disciplina della concorrenza internazionale, li si condanna a livelli di efficienza più
    bassi di quanto sarebbero altrimenti. Né va sottaciuto che, inevitabilmente, i provvedimenti
    restrittivi finiscono col produrne altri per ritorsione col risultato che il livello
    complessivo del commercio internazionale si riduce con danno per tutti i Paesi.
    Le interferenze statali nel funzionamento dei mercati sono responsabili anche della
    recente impennata dei prezzi dei prodotti alimentari. L’Unione Europea, il Giappone e,
    in misura minore, gli Stati Uniti da tempo adottano una serie di incentivi e misure dirette
    a scoraggiare la produzione: le politiche di “set aside” che inducono gli agricoltori
    americani a non coltivare per intero i fondi di loro proprietà, le quote massime imposte
    alla produzione di certi cibi, come le famigerate “quote latte” della politica agricola europea
    e la miriade di altre misure introdotte col nobile proposito di difendere il reddito
    degli agricoltori hanno di fatto reso più rigida l’offerta col risultato che l’aumento della
    domanda si è scaricato prevalentemente sui prezzi anziché incentivare la produzione.
    Anche in questo caso si tratta di miopi provvedimenti di chiusura al commercio internazionale
    che, per tutelare i produttori nazionali, danneggiano i consumatori e condannano
    i Paesi poveri al sottosviluppo.

    http://brunoleonimedia.servingfreedo...58_Martino.pdf
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  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Rochefoucauld Visualizza Messaggio
    Dipende quali fini si vogliono conseguire. La prasseologia e in particolare la catallassi, ci dicono quali mezzi usare per incrementare la prosperità, ovvero massimizzare la produzione e non sprecare inutili risorse. In genere le masse vedono nel futuro un miglioramento, quindi si attendono politiche che aumentino la ricchezza, piuttosto che il contrario. Se invece, si vogliono affermare teleologie ascetiche, o di ritorno all'arcadia, è assolutamente obbligatorio contestare in tutti i modi la globalizzazione, attraverso dazi, protezionismi e in ultima istanza, interventi di igiene mondiale!
    Questo ci dice la scienze economica. La rivoluzione industriale e il conseguente boom economico non sono accidenti della storia, o effetti propulsivi di forze produttive mitiche(il materialismo storico è roba da storici dilettanti diceva Weber), ma della conseguente apertura ideale suggerita dagli illuministi scozzesi, dai giusnaturalisti, dai fisiocratici e dalla nascente economia politica. Cosi come, gli eventi nefasti del XX secolo, nascono dalla negazione delle leggi economiche e dal polilogismo razziale o di classe. In futuro, possiamo imparare da questi orrori, e affidarci alla razionalità, all'utilitarismo e al pragmatismo. Oppure possiamo rifugiarsi nel mito, nell'irrazionalismo e nell'idealismo. Francamente non mi va di andare in guerra e quindi mi auguro una distensione sempre maggiore tra le nazioni attraverso la totale abolizione dei dazi e una conseguente apertura ai diritti civili in Cina e India.
    Esatto. Bravissimo

 

 
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