Fasulla e incredibile, insomma Napoli
«Paradossopoli», ovvero il ritratto di una città dove evadere le regole è un’arte
«La realtà ha superato tutte le mie immaginazioni.
Sono profondamente turbato»
G. D’Annunzio, da Napoli.
IMMAGINATE una città composta da centinaia di finti pazzi e finti invalidi civili che a danno della collettività percepiscono (vere) pensioni; una città composta da migliaia di camorristi, che soffocano l’economia e costringono ad espatriare; una città composta da migliaia di abusivi: il parcheggiatore di automobili, il conducente di pulmini scolastici, l’autista di (finti) taxi; una città composta da centinaia di imbroglioni, come finti preti che bussano alla porta per benedire la casa intascando l’offerta, o impeccabili signori (di fuori) che spillano soldi a sprovveduti passanti (fingono di essere intimi amici di un congiunto che si trova in forte difficoltà finanziaria e ha bisogno di aiuto); una città composta da migliaia di individui che si inventano ogni giorno un mestiere, spesso a danno della gente.
A QUESTA CITTÀ, nella quale il cittadino onesto deve fare i conti giornalieri con l’illegalità, è rimasta un’unica speranza, ed è una speranza metafisica: l’intervento del Padreterno, di San Gennaro o dell’Addolorata, trafitta da tante spade quanti sono i guai di Napoli.
Sì, perché proprio di Napoli stiamo parlando, e dei colpi inferti al cittadino dalla stessa Giustizia o Legalità (gli Enti locali, il Comune, il Tribunale), che spesso agisce in modo “abusivo”, “falso”, “cinese” pure lei.
E ci spieghiamo.
Da qualche settimana è in libreria un volume dal titolo assai curioso: Paradossopoli. Napoli e l’arte di evadere le regole, scritto da Alessandro Migliaccio, giovane (e coraggioso) giornalista delle Iene. Paradossopoli – come recita il risvolto della copertina - è Napoli, cioè l’assurdo groviglio di contraddizioni, lassismo politico e morale, corruzione e malaffare; il Paese in cui è possibile entrare indisturbati nel Palazzo di Giustizia con una pistola, rubare fascicoli e pc; il Paese in cui il Comune apre cantieri che non osservano le norme di sicurezza; che acquista automezzi ecologici, ma non li usa, facendo circolare quelli vecchi e inquinanti, eccetera.
SI TRATTA DI VENTI inchieste (denominate paradossi) avviate da Migliaccio, di altrettante denuncie alla Finanza, alle Asl, ai quotidiani, alla Polizia Municipale, e relative conseguenze, qualche volta spiacevoli, come gli schiaffi presi dal comandante dei Vigili urbani. Si scopre ad esempio che in città viaggiano autobus di linea dotati di freni cinesi, che tutto fanno fuorché arrestare il veicolo; che nel maggiore ospedale del Mezzogiorno (il Cardarelli) si può essere distesi su lettighe sporche di sangue, quando il lavabarelle giace inutilizzato nel sotterraneo; che la sede dei vigili urbani è utilizzata come lavaggio delle automobili; che motoambulanze (regalate dal sindaco di Ravenna) sono ferme in deposito (mancano i libretti di circolazione) mentre la gente muore in ambulanze bloccate nel traffico; che si acquistano filobus nuovi, ma a circolare sono quelli vecchi, dal momento che la centrale elettrica non è in grado di sostenere un elevato invio di corrente; che le telecamere dei vigili urbani collocate in varie strade filmano ma non memorizzano le immagini; che le officine autorizzate rilasciano il bollino blu senza effettuare i test, o che molte auto di servizio ne sono sprovviste, come quella (udite udite) del sindaco Rosa Russo Iervolino, che messa davanti al fatto se ne esce con un sorriso.
Queste e tante altre cose si leggono nel libro della “iena”. Cose che, parafrasando il “Non è vero… ma ci credo” di Peppino De Filippo, potrebbero far esclamare a un cittadino del Nord: “Non ci credo… ma è pur vero”.
E’ pur vero sì, perché, signori, non stiamo parlando di una città normale, ma di Napoli. Cioè di Paradossopoli.
da: Il Resto del Carlino - ed. Nazionale - pag. 29 - 30 aprile 2010 -




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