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Discussione: Una sola libertà

  1. #1
    Austrian libertarian
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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Predefinito Una sola libertà

    Luigi Camillo Berneri, una delle figure più importanti nella storia anarchica italiana: collaborò con Errico Malatesta a Umanità Nuova, ma anche con riviste antiautoritarie non anarchiche, come Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti. In polemica con Trotzki che la considerava un “assurdo storico,” individuava nella burocrazia sovietica la naturale conseguenza dell'aver mantenuto l'apparato satale, e la identificava con lo strumento coercitivo dello stato accentratore.

    Soprattutto, parlando di economia Berneri dichiarava: “sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti, sul terreno politico sono intransigenti al cento per cento!” Ovvero, se la critica allo stato e la negazione del principio di autorità erano mete irrinunciabili, la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. La collettivizzazione coatta era quindi da condannare se frutto dell'imposizione e non della libera scelta: l'anarchia non doveva portare ad una società dell'armonia assoluta, ma alla società della tolleranza.

    Berneri verrà ucciso dai comunisti durante la guerra civile spagnola, falciato dal fuoco dei mitra alle spalle, poco dopo aver commemorato a Radio Barcellona la morte di Gramsci che aveva scritto su Ordine Nuovo: “Non ammetteremo mai di essere avversari degli anarchici, avversarie sono due idee contradditorie, non due idee diverse.”

    Di seguito pubblico una sua lettera a Piero Gobetti, che dimostra quanto labili siano in realtà le barriere tra i pochi che, nel nome della libertà, si oppongono al potere oppressivo dello stato.
    ___________________________

    Il liberismo nell'Internazionale

    di Camillo Berneri


    Caro Gobetti,

    m'è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l'articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto “l'Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone.”

    Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano “da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni,” formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L'Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. - Garnier, Paris, 1851, p. 108).

    L'errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell'Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l'anarchismo "tradizionalmente e storicamente socialista" in quanto ha per base della sua dottrina economica "la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale" (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero - 1910, n. 14, p. 213).

    Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L'Internazionale nacque in Francia, nell'atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l'idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L'influenza praudhoniana, dunque, è parallela all'anti-comunismo e all'anti-collettivismo.

    Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice “La libertà dell'industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo.” E ancora: “I paesi d'Europa ove il commercio e l'industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo.” L'entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia.” In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.

    Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano “attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti,” e non si impressiona punto all'idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.

    Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che “la presenza di terre libere e la possibilità per l'operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l'indipendenza del lavoratore” (Cfr. Oeuvres, I, 29).

    La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l'espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell'anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell'Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l'attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l'Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.

    Se il collettivismo dell'Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: “L'Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione... Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà... Bisogna tendere alla creazione d'un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro.” Saverio Friscia, nella “Risposta di un internazionalista a Mazzini,” (pubblicata sopra il giornale bakunista L'Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l'approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: “Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale.” Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l'assioma “chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?”. E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: “Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell'ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell'eguaglianza e della solidarietà umana?.”

    In questa risposta del Friscia è netta l'opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell'eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere.

    Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all'Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt'ora.

    Tuo C. Berneri.

    http://gongoro.blogspot.com/2008/08/...la-libert.html

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  2. #2
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    Grande Camillo.

  3. #3
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    Comunque guardate che siete voi quelli che contrappongono libertà e socialismo, mica noialtri E' uno ziliardo di anni che vi facciamo presente la cosa, ma ogni non giusnaturalista non anarcocapitalista non paleoconservatore è automaticamente un nazista ...

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Abbott Visualizza Messaggio
    Luigi Camillo Berneri, una delle figure più importanti nella storia anarchica italiana: collaborò con Errico Malatesta a Umanità Nuova, ma anche con riviste antiautoritarie non anarchiche, come Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti. In polemica con Trotzki che la considerava un “assurdo storico,” individuava nella burocrazia sovietica la naturale conseguenza dell'aver mantenuto l'apparato satale, e la identificava con lo strumento coercitivo dello stato accentratore.

    Soprattutto, parlando di economia Berneri dichiarava: “sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti, sul terreno politico sono intransigenti al cento per cento!” Ovvero, se la critica allo stato e la negazione del principio di autorità erano mete irrinunciabili, la forma economica anarchica doveva rimanere aperta, e che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti. La collettivizzazione coatta era quindi da condannare se frutto dell'imposizione e non della libera scelta: l'anarchia non doveva portare ad una società dell'armonia assoluta, ma alla società della tolleranza.

    Berneri verrà ucciso dai comunisti durante la guerra civile spagnola, falciato dal fuoco dei mitra alle spalle, poco dopo aver commemorato a Radio Barcellona la morte di Gramsci che aveva scritto su Ordine Nuovo: “Non ammetteremo mai di essere avversari degli anarchici, avversarie sono due idee contradditorie, non due idee diverse.”

    Di seguito pubblico una sua lettera a Piero Gobetti, che dimostra quanto labili siano in realtà le barriere tra i pochi che, nel nome della libertà, si oppongono al potere oppressivo dello stato.
    ___________________________

    Il liberismo nell'Internazionale

    di Camillo Berneri


    Caro Gobetti,

    m'è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l'articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto “l'Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone.”

    Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano “da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni,” formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L'Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. - Garnier, Paris, 1851, p. 108).

    L'errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell'Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l'anarchismo "tradizionalmente e storicamente socialista" in quanto ha per base della sua dottrina economica "la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale" (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero - 1910, n. 14, p. 213).

    Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L'Internazionale nacque in Francia, nell'atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l'idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L'influenza praudhoniana, dunque, è parallela all'anti-comunismo e all'anti-collettivismo.

    Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice “La libertà dell'industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo.” E ancora: “I paesi d'Europa ove il commercio e l'industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo.” L'entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia.” In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.

    Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano “attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti,” e non si impressiona punto all'idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.

    Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che “la presenza di terre libere e la possibilità per l'operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l'indipendenza del lavoratore” (Cfr. Oeuvres, I, 29).

    La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l'espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell'anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell'Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l'attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l'Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.

    Se il collettivismo dell'Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: “L'Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione... Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà... Bisogna tendere alla creazione d'un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro.” Saverio Friscia, nella “Risposta di un internazionalista a Mazzini,” (pubblicata sopra il giornale bakunista L'Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l'approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: “Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale.” Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l'assioma “chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?”. E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: “Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell'ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell'eguaglianza e della solidarietà umana?.”

    In questa risposta del Friscia è netta l'opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell'eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere.

    Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all'Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt'ora.

    Tuo C. Berneri.

    http://gongoro.blogspot.com/2008/08/...la-libert.html



    cavolo bellissimo articolo!!!!!!!!!!!!!

  5. #5
    Ran Tasipi
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    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Comunque guardate che siete voi quelli che contrappongono libertà e socialismo, mica noialtri E' uno ziliardo di anni che vi facciamo presente la cosa, ma ogni non giusnaturalista non anarcocapitalista non paleoconservatore è automaticamente un nazista ...

    Certo, dacché il socialismo propriamente inteso nega il diritto alla proprietà privata dei mezzi produttivi. Se invece per socialismo intendete prprietà comune dei mezzi ma su base volontaria problemi, almeno per quanto mi riguarda, non ce ne sono, anche se rimango coi miei dubbi che tale modello possa funzionare. Forse dovreste essere voi a fare un po' di chiarezza.

  6. #6
    Chap Socialist
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    Citazione Originariamente Scritto da H.I.M. Visualizza Messaggio
    Certo, dacché il socialismo propriamente inteso nega il diritto alla proprietà privata dei mezzi produttivi. Se invece per socialismo intendete prprietà comune dei mezzi ma su base volontaria problemi, almeno per quanto mi riguarda, non ce ne sono, anche se rimango coi miei dubbi che tale modello possa funzionare. Forse dovreste essere voi a fare un po' di chiarezza.
    Ma l'equivoco che commettete voi, grosso quanto il nostro, è scambiare "proprietà non privata" con "proprietà dello Stato" che è un'aggiunta di Lenin (neanche la Seconda Internazionale del Vulgarmarxismus sosteneva ciò, tranne che per alcuni comparti produttivi, vedi Otto Bauer !)

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da H.I.M. Visualizza Messaggio
    Certo, dacché il socialismo propriamente inteso nega il diritto alla proprietà privata dei mezzi produttivi. Se invece per socialismo intendete prprietà comune dei mezzi ma su base volontaria problemi, almeno per quanto mi riguarda, non ce ne sono, anche se rimango coi miei dubbi che tale modello possa funzionare. Forse dovreste essere voi a fare un po' di chiarezza.
    quoto.

  8. #8
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    Ma l'equivoco che commettete voi, grosso quanto il nostro, è scambiare "proprietà non privata" con "proprietà dello Stato" che è un'aggiunta di Lenin

    Guarda che la risposta è già nell'articolo (dove tra l'altro era saltato un pezzo, ora l'ho corretto):

    l'idea di Berneri era che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti.

    Ovvero: tolleranza. Poi quale dei due sistemi sarà migliore, o comunque preferito dalle persone, si vedrà. Alla fine nessuno ha la sfera di cristallo, e anche se Mises ha dimostrato l'inefficacia del socialismo nel creare ricchezza, non è detto che gli uomini liberi di un possibile futuro non preferiscano essere più poveri e mettere tutto in comune. Io ne dubito, ma neanche mi sogno di impedire ad altri di provare questa esperienza, anzi: vorrei proprio vederla mettere in pratica, per vedere se fa al caso mio. Alla stessa maniera vorrei che chi la pensa diversamente fosse libero di organizzarsi come crede, ed è qui che spesso vedo i socialisti, così come i democratici, alzare un muro, o tutti così, o tutti cosà.

    Io sono veramente stufo di tutti quelli che "Mr. President, I have a plan!"

  9. #9
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    quoto, il concetto chiave si chiama tolleranza e volontarietà.

  10. #10
    Chap Socialist
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    Citazione Originariamente Scritto da Paxtibi Visualizza Messaggio
    Ma l'equivoco che commettete voi, grosso quanto il nostro, è scambiare "proprietà non privata" con "proprietà dello Stato" che è un'aggiunta di Lenin

    Guarda che la risposta è già nell'articolo (dove tra l'altro era saltato un pezzo, ora l'ho corretto):

    l'idea di Berneri era che si dovesse sperimentare la libera concorrenza tra lavoro e commercio individuali e lavoro e commercio collettivisti.

    Ovvero: tolleranza. Poi quale dei due sistemi sarà migliore, o comunque preferito dalle persone, si vedrà. Alla fine nessuno ha la sfera di cristallo, e anche se Mises ha dimostrato l'inefficacia del socialismo nel creare ricchezza, non è detto che gli uomini liberi di un possibile futuro non preferiscano essere più poveri e mettere tutto in comune. Io ne dubito, ma neanche mi sogno di impedire ad altri di provare questa esperienza, anzi: vorrei proprio vederla mettere in pratica, per vedere se fa al caso mio. Alla stessa maniera vorrei che chi la pensa diversamente fosse libero di organizzarsi come crede, ed è qui che spesso vedo i socialisti, così come i democratici, alzare un muro, o tutti così, o tutti cosà.

    Io sono veramente stufo di tutti quelli che "Mr. President, I have a plan!"
    Von Mises ha dimostrato l'inefficacia dell'economia pianificata Per quanto mi riguarda, Socialismo è l'eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e il loro passaggio a una proprietà socializzata, non la fine del libero mercato o delle libertà individuali ^^
    E' chiaro che qualunque sistema non si basi su un accordo tra persone libero e spontaneo non può comunque reggere, alla lunga. E' il motivo per cui preferisco il federalismo (che mette in concorrenza diversi modelli) e il proporzionale razionalizzato, o maggioritario a più turni / su voto trasferibile (che pur garantendo stabilità, permette la maggior espressione possibile di individualità politiche) agli Stati centralizzati e al FPTP.
    Non è comunque questione di fare tutti così o tutti cosà: l'anarchia, nell'attuale contesto economico-politico, è semplicemente infattibile, sia in versione capitalista che in versione collettivista o socialista di mercato. Perciò, stante l'esistenza dello Stato, bisogna conviverci. Scartando le velleitarie ipotesi di abbatterlo tramite i conti in banca off shore, che peraltro mi puzzano di egoismo (ma io sono Socialista, quindi tutto torna ), preferisco battermi per la Socializzazione e la Devoluzione dei Poteri dentro il meccanismo statale, chiedendo maggiore partecipazione, democrazia diretta e garanzia dei miei diritti e delle mie libertà. Tantopiù che uno Stato che si limiti a fare da agenzia di protezione e da assicurazione sociale, lasciando gli individui e le collettività liberi di incontrarsi nel resto delle questioni, non mi sembra un obiettivo così' indesiderabile. Sono una persona pragmatica e, se ritengo improbabile che il Diritto Internazionale possa prendere il posto del Diritto Positivo garantendo la medesima equità, non mi faccio problemi ad accettarlo e a regolarmi di conseguenza !!

 

 
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