Fra le proposte per la “tutela del risparmio”, illustrate dal senatore Elio Lannutti (“Italia dei valori”), primo firmatario dei relativi otto disegni di legge, che prevedrebbero fra l’altro la proprietà popolare della moneta e la “restituzione allo Stato italiano” di quanto incassato dalla banca “d’Italia” a titolo di “diritto di signoraggio”, ve ne è anche una finalizzata a sollecitare la vendita delle riserve auree italiane (http://www.diritto-oggi.it/archives/00034338.html). Lannutti propone infatti di contribuire a risanare il debito pubblico attraverso la vendita dell’oro “della Banca d’Italia”, cioè di quell’oro mediante il quale la cartamoneta era “pagabile a vista al portatore”! Pagabile solo in teoria però. Perché di fatto quell’oro non fu mai restituito agli italiani possessori di valuta “pagabile a vista”. Ed ora, in nome del risanamento dell’economia, l’armata Brancaleone, anzi l’armata “Brankitalia dei valori”, o “Brancavalori”, vuole addirittura vendere l’oro! Sorgono due domande. Prima domanda: chi è il proprietario che vende l’oro? Seconda domanda: chi è il non proprietario che compra l’oro? La risposta a queste due domande sembra essere una sola: la “Banca d’Italia”, che con questa ennesima truffa legale sarebbe promossa a “Istituto del diritto... di Stato”! Altro che Stato di diritto. Questo mio parere poggia sull’ultimo libro di Lannutti, in cui è presente una colossale contraddizione, o svista, di cui il senatore mostra di non accorgersi. Se infatti Lannutti parla nel suo libro di “debito pubblico” e di “prodotto interno lordo” rispettivamente come di cose generate da “politiche economiche di finanza allegra, attivate dagli anni Settanta” (E. Lannutti, “La repubblica delle banche”, Bologna, 2008, p. 227) e di “vecchia tirannia” (p. 69) perché nel medesimo libro queste stesse cose sono indirettamente ed acriticamente postulanti l’esigenza di “risanare il debito” (p. 220) senza spiegare come mai diventi così importante che gli italiani tartassati da queste così allegre tirannie debbano vendere poi il loro oro per sopperire agli ulteriori danni da quelle generati? In altre parole come fa a divenire seria la finanza allegra nella testa di Lannutti? Se il debito pubblico è una truffa fatta al pubblico da parte di truffatori che non sono il pubblico, perché dovrebbe pagarlo il pubblico in luogo dei truffatori? Non sarebbe ora di finirla con questi giochetti? Perché Lannutti, Di Pietro, Grillo, e &, e tutti coloro che continuano ad illudersi che mediante una magistratura “reset” o alla Chavez, o mediante governi alla Tizio o alla Caio, sia possibile avere uno Stato etico in cui non vi sia corruzione, quando la storia ha dimostrato che ciò è impossibile? Già dal tempo di Aristotele si parlava infatti dell’impossibilità di provare la disonestà finanziaria di un pubblico ufficiale, in quanto paragonabile a quella di scoprire “quanta acqua può bere un pesce che nuota liberamente nell’acqua” o di “non assaggiare il miele posto sulla lingua”, “perché è difficile quanto maneggiare i soldi del re senza assaggiarne almeno una piccola parte” (Kautilya, “Arhtashastra”, in Brioschi, “Breve storia della corruzione”, Milano, 2004). A quando dunque il risveglio anti-usura dell’io se il politicismo di destra e di sinistra forma di continuo “fotografi” della realtà che hanno come principale obiettivo la creazione di ideologie a loro favorevoli, poggianti su mezze verità, funzionali ai loro interessi, e mascherate da rivoluzionarie proposte? Questa continuità di intenti non è altro che l’evoluzione… della corruzione stessa! L’evoluzione storica della corruzione abbisogna di questi soldatini del nulla, conformi al cosiddetto nichilismo giuridico. Esiste perfino un volume sul nichilismo giuridico, che già dal titolo dovrebbe far pensare alla mancanza di logica di questi novelli scribi e farisei (Irti, “Nichilismo giuridico”, Bari, 2005), o da magistrati che poi sono costretti a dire che “la giustizia italiana non funziona perché programmata per non funzionare” (Tinti, “Toghe rotte”, Milano, 2007). A quando la fine dell’imbecillità e della crassa ignoranza (perfino nella sintassi e grammatica italiana) di coloro che paghiamo 20 mila euro al mese per sparare continue stupidaggini? Oggi la maggior parte di coloro che combattono il signoraggio lo combatte senza alcuna reale base culturale, o fingendo di possederla secondo la finzione tipica della cosiddetta cultura del pensiero-debole, per il quale basta citare un aforisma o un autore per apparire colti o saggi agli occhi degli sciocchi. E ciò genera come conseguenza rimedi peggiori del male che si vuole curare. Questo “ignorantismo”, che io chiamo da anni “mentecattocomunismo” è un fatto in atto soprattutto dal tempo di Marx, che nel suo manifesto dei comunisti scriveva: “il proletario si servirà del suo dominio politico per strappare alla borghesia tutto il capitale e per accentrare tutti gli strumenti nelle mani dello Stato, vale a dire del popolo stesso”. “Ma lo Stato non è il “popolo stesso”: lo Stato è lo Stato, e il popolo è il popolo! Lo Stato è sempre gestito da un comando centrale, che non è affatto il popolo, anche se chi comanda viene eletto da un tonnellaggio prevalente di carne popolare. Dire che lo Stato è il popolo è una solenne castroneria!” (Paolo Pasotto, “La pentola magica, ovvero prolegomeni di una cultura a venire”, Bologna, 2005).
Per concludere, mi sembra di poter dire che questo nuovo partito di valori “ideali”, che si propone di restituire il maltolto attraverso ulteriori sottrazioni di valori reali in nome della legalità, è qualcosa da cui bisognerebbe guardarsi come dalla peste, se non si vuole assistere al prosciugamento completo di ciò che dovrebbe appartenere all’intero organismo sociale, in cui ogni individuo dovrebbe sentirsi parte in quanto socio contribuente di uno Stato di diritto moderno.