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    Exclamation Chiudere tutte le moschee: non sono luoghi di culto, ma centrali politiche wahhabite

    da: http://www.laciviltacattolica.it/qua...20moschea.html

    NOTE SULLA MOSCHEA
    KHALIL SAMIR S.I. (1)

    Che cos’è una moschea
    Ultimamente si è parlato di moschee in Italia; ma sull’argomento continua a permanere una cappa di genericità e approssimazione. Quando si discute sull’opportunità di costruire una moschea o di concedere terreni a questo scopo, è necessario anzitutto non dare per scontata la conoscenza dell’oggetto della discussione. La moschea non è una «chiesa» musulmana, ma un luogo che ha nell’islàm la sua funzione e le sue norme. Perciò si deve guardare all’islàm per capire che cosa essa è.
    Nella tradizione araba esistono due termini per indicare la moschea: masgid (passato in spagnolo sotto la voce «mezquita» e di là nelle lingue europee) e giâmi‘. Quest’ultimo vocabolo è il più diffuso nel mondo arabo-islamico. La prima parola deriva dalla radice sgd che significa «prostrarsi», la seconda dalla radice gm‘ che significa «radunare». La moschea (giâmi‘) è il luogo dove la comunità si raduna, per esaminare tutto ciò che la riguarda: questioni sociali, culturali, politiche, come anche per pregare; tutte le decisioni della comunità si prendono nella moschea. Voler limitare la moschea a «un luogo di preghiera» è fare violenza alla tradizione musulmana.
    Il venerdì (yawm al-giumu‘ah) è il giorno in cui la comunità si raduna (come indica il nome giumu‘ah). Si raduna a mezzogiorno per la preghiera pubblica, seguita dalla khutbah, cioè il discorso, che non è una predica. Nella khutbah vengono approfondite la questioni dell’ora presente: politiche, sociali, morali ecc. Il venerdì non è il giorno in cui non si lavora, come il sabato degli ebrei o la domenica dei cristiani, ma il giorno in cui i musulmani si ritrovano insieme come comunità. Ancora oggi, in Arabia Saudita, il venerdì è un giorno lavorativo; si chiudono i negozi soltanto all’ora del raduno in moschea a mezzogiorno.
    In molti Paesi musulmani, per esempio in Egitto, che è oggi il più popoloso Paese musulmano arabo, tutte le moschee sono sorvegliate il venerdì e le più importanti sono circondate dalla polizia speciale. Il motivo è semplice: le decisioni politiche partono dalla moschea, durante la khutbah del venerdì. Nella storia musulmana, quasi tutte le rivoluzioni e i sollevamenti popolari sono partiti dalle moschee. Lo jihâd, cioè «la guerra sul cammino di Dio» (fî sabîl Allâh) che obbliga ogni musulmano a difendere la comunità, è proclamata sempre nella moschea, alla khutbah del venerdì. In alcuni Paesi musulmani, il testo della khutbah dev’essere presentato prima alle autorità civili visto che gli imâm (che presiedono le riunioni della comunità) sono funzionari statali (2).
    È dunque scorretto, parlando della moschea, parlare unicamente di «luogo di culto». Com’è scorretto, parlando della libertà di costruire moschee, farlo in nome della libertà religiosa, visto che non è semplicemente un luogo religioso, ma una realtà multivalente (religiosa, culturale, sociale, politica ecc.). Non si deve poi dimenticare che il luogo dedicato alla preghiera del venerdì è considerato dai musulmani spazio sacro e rimane per sempre appannaggio della comunità, la quale decide chi ha facoltà di esservi ammesso e chi invece lo profanerebbe. Per questo motivo non si può prestare un terreno per 50 anni, per esempio, per edificarvi una moschea; questo terreno non potrà mai più essere reso.
    Esistono spesso, nelle città dei Paesi musulmani, piccoli «luoghi di preghiera», chiamati di solito musallâ (preghiera), da salât. Sono come «cappelle» che possono contenere circa una cinquantina di persone e che si trovano spesso al pian terreno di una casa, al posto di un appartamento. Questi luoghi, più discreti, sono generalmente utilizzati quasi unicamente per la preghiera del mezzogiorno, permettendo alla gente della strada o degli edifici vicini di pregare in pace.
    Le moschee hanno normalmente un minareto (manârah), da dove il muezzin (mu’abhdhin) lancia l’appello alla preghiera (adhân). I minareti hanno una funzione pratica e sono leggermente più alti delle case che li circondano. Hanno assunto spesso nella storia una funzione simbolica, di affermazione della presenza musulmana, e talvolta una funzione politica di affermazione della superiorità dell’islàm sulle altre religioni. Il loro scopo essenziale è di permettere alla voce umana di giungere a chi abita vicino.
    In questo secolo, si sono spesso posti altoparlanti sui minareti (soprattutto se c’è una chiesa vicina o un quartiere cristiano), e i muezzin hanno aggiunto altre cose all’appello alla preghiera (adhân), prolungandolo. Queste innovazioni sono contrarie alla tradizione musulmana (la sunnah) e i Paesi musulmani rigorosi le condannano, come per esempio l’Arabia Saudita, anche se la condanna non cambia le abitudini. In altri Stati, come per esempio l’Egitto, l’uso degli altoparlanti (a tutto volume) è limitato unicamente all’appello (che dura circa 2 minuti) ed è vietato per la preghiera dell’alba (salât alfagr), divieto di fatto non osservato. L’uso dei registratori per l’appello, che si diffonde in molti luoghi, è considerato contrario alla Tradizione.
    Infine è necessario chiedersi chi finanzi le moschee e i centri islamici. È risaputo che gran parte delle moschee e dei centri islamici in Europa sono finanziati da Governi musulmani, in particolare da quello dell’Arabia Saudita, che perciò ha il diritto di imporre i suoi imâm. Ora, è ben noto che nel mondo islamico sunnita l’Arabia Saudita rappresenta la tendenza più rigida, detta wahhabita (da ‘Abd al-Wahhâb, 1703-92). Non sono quindi questi imâm che potranno aiutare gli emigrati a inserirsi nella società occidentale, né ad assimilare la modernità, condizioni necessarie per una convivenza serena con gli autoctoni.

    Alcuni elementi di giudizio
    Non è possibile né giusto impedire ai musulmani di avere luoghi di preghiera in Occidente. Sarebbe probabilmente più adatto al contesto sociologico degli emigrati (che rappresentano la stragrande maggioranza dei musulmani in Italia) avere musallâ, ossia «cappelle», dove potrebbero ritrovarsi più comodamente per pregare. Sarebbero anche meno costose per loro. Rimane un rischio: la moltiplicazione dei piccoli luoghi di preghiera rende più difficile il controllo su quanto vi si svolge.
    La moschea, in quanto centro socio-politico-culturale musulmano, non può entrare nella categoria dei «luoghi di culto», non essendo esclusivamente un luogo di preghiera. Alla pubblica amministrazione spetta studiare come esercitare un certo controllo su tali centri, vista la loro funzione politica tradizionale.
    L’opposizione che si vede un po’ dappertutto in Europa riguardo all’edificazione di moschee può provenire dalla xenofobia, ma è anche probabile che derivi dal timore che essa sia un atto politico di affermazione di un’identità diversa sotto tutti gli aspetti, troppo estranea alla cultura e alla civiltà occidentale.
    Se un tale centro musulmano potesse aiutare gli emigrati a integrarsi nella società italiana locale e nazionale, con corsi adatti e altri servizi, sarebbe da incoraggiare, poiché lo scopo è di costituire insieme, emigrati e autoctoni, una società comune e solidale. Potrebbe essere incoraggiata (anche materialmente) la formazione di gruppi o associazioni misti, composti da emigrati (musulmani e non musulmani) e autoctoni, per rinforzare l’integrazione dei primi nella società italiana e l’apertura dei secondi agli emigrati. Ma, tenendo conto della tradizione musulmana multisecolare di non distinguere religione, tradizioni, cultura, vita sociale e politica, sembra importante che i responsabili si informino bene per operare queste distinzioni e siano molto attenti a non incoraggiare la politicizzazione (sotto qualunque forma) dei gruppi di emigrati (musulmani e non musulmani).
    Infine è utile notare un piccolo particolare: secondo i dati ufficiali, gli emigrati musulmani rappresentano circa un terzo di tutti gli immigrati in Italia. Eppure, fanno parlare di sé molto più degli altri emigrati, che sono la maggioranza (i due terzi). Ci sembra che il motivo sia proprio la tendenza dei musulmani a politicizzare la loro presenza, a renderla visibile (sia per tendenza naturale, sia perché esistono potenti lobbies di musulmani italiani o stranieri). Sono questa politicizzazione e questa tendenza ad affermare la propria identità come diversa dagli altri che suscitano le reazioni di rigetto o di rifiuto. Non sarebbe più conforme agli interessi dei musulmani stessi cercare di vivere la loro vita (e la loro fede) in maniera discreta e integrata?

    Conclusione
    Da ciò che abbiamo detto si possono trarre alcune conclusioni.
    Tenuto conto della natura polivalente (e spesso politica) della moschea nella tradizione musulmana, la costruzione di moschee, contrariamente a quella delle chiese, può essere un atto politicamente ambivalente. Potrebbe favorire il contrasto tra la popolazione musulmana (spesso costituita da immigrati) e quella non musulmana (generalmente costituita da italiani autoctoni), oppure favorire l’integrazione della popolazione musulmana nel tessuto della società italiana. Perciò tocca alle autorità civili discernere, caso per caso, le possibilità di successo di questa seconda ipotesi, ed enunciare le condizioni che favoriscano il raggiungimento di tale scopo, che cioè la moschea serva ad aiutare i musulmani a integrarsi nella loro nuova società.
    Questo si potrebbe ottenere con diverse misure concrete: proponendo corsi di lingua italiana (anziché solo di lingua araba); assicurando servizi sociali per aiutare gli emigrati ad avere una vita più dignitosa e più integrata; offrendo servizi particolari alle donne, visto che spesso non partecipano agli incontri misti, ma nello stesso tempo incoraggiando la loro integrazione in una società mista; esigendo la distinzione tra centro culturale e luogo di preghiera; controllando la khutbah (spesso tradotta erroneamente con «predica») fatta nel quadro della preghiera di mezzogiorno del venerdì; assicurandosi che la distinzione, fondamentale in Italia, tra religione e politica sia chiara, e aiutando la comunità musulmana a mantenerla.
    Nell’autorizzare la costruzione di una moschea è ragionevole tener conto dei cittadini musulmani della zona in questione, per decidere della sua dimensione. Non sembra invece ragionevole tener conto dei non residenti, cioè di chi non ha fatto l’opzione di vivere in questo Paese e di impegnarsi ad assumere tutti gli obblighi che ne derivano, poiché lo scopo ultimo è creare una comunità solidale tra gli italiani e chi è emigrato in Italia.

    NOTE
    1 L’Autore è un arabo nato in Egitto, fondatore e direttore del CEDRAC (Centro di Documentazione e Ricerche Arabe Cristiane) dell’Università Saint-Joseph di Beirut (fondata nel 1875) e professore all’Istituto islamo-cristiano. Insegna Islamologia a Roma (dal 1975) al Pontificio Istituto Orientale e al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica.
    2 Sulla funzione politica della moschea si possono consultare i tre libri (in arabo) dello scrittore libico Al-Sadek Al-Nayhoum, nato a Bengasi nel 1937, emigrato a Ginevra nel 1976 ove ha tenuto all’Università corsi sulle religioni comparate e vi è morto nel novembre 1994. I suoi libri sono attualmente vietati in Libano, ma sono stati ristampati in Siria nel 2000 dalla casa editrice libano-inglese Riad El-Rayyes Books. Il primo è intitolato Al-Islâm fî al-Asr: Man Saraqa al-Gâmi’ wa-Ayna Dhahaba Yawm al-Gumu’ah? (cioè L’islàm imprigionato: chi ha rubato la moschea e dove è andato il venerdì?).

    © La Civiltà Cattolica 2001 I 599-603 quaderno 3618

  2. #2
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    Predefinito Sempre più musulmani chiedono la messa al bando dell'Ucoii (fratelli musulmani)

    da: http://www.amislam.com/giornale7.htm


    6 ottobre 2006
    Ucoii fuorilegge

    di Filippo Facci

    Se è vero che non esiste un estremista islamico che non vada in moschea, è anche vero che i musulmani che ci vanno, in Italia, sono solo il 5 per cento. Se ne deduce che il 95 per cento degli islamici sia da considerarsi moderato, e se ne deduce, ancora, che individuare gli estremisti nelle moschee non dovrebbe essere poi così difficile. L'idea infatti è semplicissima, peraltro già accennata dal giornalista Magdi Allam e dal leader musulmano Abdul Hadi Palazzi: dichiarare l'Ucoii fuorilegge, sbatterli fuori. L'Ucoii corrisponde a quei «Fratelli Musulmani» che legittimano il terrorismo suicida in Israele e quello che massacra gli americani e gli occidentali in Irak, sono quelli che dopo la strage di Nassirya dissero che la colpa degli italiani era di essere lì, sono quelli che l'estate scorsa pubblicarono un comunicato dove Israele veniva paragonato a Hitler. Più in generale sono poche centinaia di persone, rispetto a un milione di musulmani, che si sono auto-nominate rappresentanti della religione islamica col rischio che l'opinione pubblica pensi che ogni musulmano sia come loro: finanziatori dei terroristi iracheni, esaltatori di Hamas, solidali con Ahmadinejad, gente che oltre alle moschee sta cercando di gestire delle scuole, che esalta l'inferiorità della donna e l'impossibilità per un musulmano di abbandonare la propria religione. Non servono Consulte o Carte dei valori: basta la Costituzione, per liberarcene.

  3. #3
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  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Chandra Bose Visualizza Messaggio
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    Emigra, allora.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  5. #5
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    da: http://www.amislam.com/giornale7.htm


    6 ottobre 2006
    Ucoii fuorilegge

    di Filippo Facci

    Se è vero che non esiste un estremista islamico che non vada in moschea, è anche vero che i musulmani che ci vanno, in Italia, sono solo il 5 per cento. Se ne deduce che il 95 per cento degli islamici sia da considerarsi moderato, e se ne deduce, ancora, che individuare gli estremisti nelle moschee non dovrebbe essere poi così difficile. L'idea infatti è semplicissima, peraltro già accennata dal giornalista Magdi Allam e dal leader musulmano Abdul Hadi Palazzi: dichiarare l'Ucoii fuorilegge, sbatterli fuori. L'Ucoii corrisponde a quei «Fratelli Musulmani» che legittimano il terrorismo suicida in Israele e quello che massacra gli americani e gli occidentali in Irak, sono quelli che dopo la strage di Nassirya dissero che la colpa degli italiani era di essere lì, sono quelli che l'estate scorsa pubblicarono un comunicato dove Israele veniva paragonato a Hitler. Più in generale sono poche centinaia di persone, rispetto a un milione di musulmani, che si sono auto-nominate rappresentanti della religione islamica col rischio che l'opinione pubblica pensi che ogni musulmano sia come loro: finanziatori dei terroristi iracheni, esaltatori di Hamas, solidali con Ahmadinejad, gente che oltre alle moschee sta cercando di gestire delle scuole, che esalta l'inferiorità della donna e l'impossibilità per un musulmano di abbandonare la propria religione. Non servono Consulte o Carte dei valori: basta la Costituzione, per liberarcene.
    Iafet a cosa ti sei ridotto ( o meglio a cosa vi siete ridotti ) :
    citare Magdi Allam e Palazzi....

  6. #6
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    «E' tempo che gli uomini di buona volontà di ogni fede e di ogni nazione ammettano che un pericolo tremendo minaccia l'umanità. Di fronte a questo pericolo che minaccia l'esistenza di noi tutti, non possiamo permetterci di tirare avanti come se niente fosse. Bisogna invece mettere da parte le controversie internazionali o locali, e fronteggiare tutti assieme con questo pericolo. Siamo minacciati da un'ideologia perversa ed estremista che pervade le menti di individui fanatici, cioè dall'ideologia wahhabita-salafita, da un credo religioso minoritario e fondamentalista che è alimentato dai petrodollari... Il modo più efficace per sconfiggere l'estremismo islamista consiste nello spiegare cosa veramente è l'Islam, sia ai musulmani che ai non-musulmani. Senza questa spiegazione, si continuerà a confondere l'Islam con questa questa sua deformazione estremista, contribuendo così da un lato a radicalizzare i musulmani, e dall'altro ad alimentare l'ostilità verso l'Islam nel resto del mondo... Da parte loro, i musulmani debbo contribuire a far conoscere il vero Islam e a screditare l'ideologia estremista. Per riuscire nell'impresa, abbiamo bisogno della comprensione e del sostegno di coloro che condividono il nostro punto di vista, delle organizzazioni e dei governi del resto del mondo. Dobbiamo illuminare i cuori e le menti dell'umanità, ed offrire una visione alternativa dell'Islam, una visione che bandisca l'ideologia fanatica dell'odio e la ricacci nelle tenebre da cui proviene».

    [Shaykh Abdurrahman Wahid, ex presidente dell'Indonesia, da un articolo sul "Wall Street Journal " del 27 dicembre 2005]

  7. #7
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    «L'obbiettivo dei terroristi islamisti non è la distruzione dell'Occidente, ma la distruzione dell'Islam moderato, per prendere il potere nei paesi arabi; l'Europa è un obbiettivo secondario: indebolendola si vuole condizionare il futuro del mondo musulmano all'interno della comunità internazionale [...]. Non legherei il problema della presenza o meno di soldati in Iraq e la possibilità di essere presi di mira da terroristi. Direi che questa è solo parte di un quadro più ampio, legato a una lotta all'interno dell'Islam, con gli estremisti che cercano di creare conflitti tra Oriente e Occidente e guerre interreligiose».

    [S. M. Re Abdullah II degli Hashemiti di Giordania, da una intervista al "Corriere della sera" del 22 marzo 2004]

  8. #8
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    «L'obbiettivo dei terroristi islamisti non è la distruzione dell'Occidente, ma la distruzione dell'Islam moderato, per prendere il potere nei paesi arabi; l'Europa è un obbiettivo secondario: indebolendola si vuole condizionare il futuro del mondo musulmano all'interno della comunità internazionale [...]. Non legherei il problema della presenza o meno di soldati in Iraq e la possibilità di essere presi di mira da terroristi. Direi che questa è solo parte di un quadro più ampio, legato a una lotta all'interno dell'Islam, con gli estremisti che cercano di creare conflitti tra Oriente e Occidente e guerre interreligiose».

    [S. M. Re Abdullah II degli Hashemiti di Giordania, da una intervista al "Corriere della sera" del 22 marzo 2004]
    S.M. è notoriamente circonciso e ci sono possibilità che egli sia addirittura un rabbino.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Emigra, allora.
    Spiacente per te, ma devo difendere la mia terra, c'è ancora gente che conta su di me.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Chandra Bose Visualizza Messaggio
    Spiacente per te, ma devo difendere la mia terra, c'è ancora gente che conta su di me.
    Appunto, che ci fai ancora in Italia?
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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