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  1. #1
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    Predefinito Silvestro II, il Papa mago

    Nell'imminenza dell'anno Mille, grande era l'attesa per la fine del mondo: il giorno dell'ira sarebbe arrivato allo scadere del millennio.

    Epidemie, guerre e carestie sembravano preannunciare l'estinzione dell'umanità ed era opinione corrente che la dissoluzione del mondo avrebbe avuto inizio da Roma, sentina di vizi e di peccati. E a Roma, l'ultimo giorno del 999, la basilica di San Pietro si riempì di fedeli in lacrime. Silvestro II celebrò la messa davanti ai presenti inginocchiati: avevano tutti il capo cosparso di cenere e attendevano, impauriti, la fine del mondo.

    Un silenzio di tomba regnava nell'antica basilica e solo quando il Papa pronunciò le parole di chiusura, "Ite, missa est", l'incubo svanì: la terra non si era aperta sotto i loro piedi, né era piovuto il fuoco che avrebbe dovuto incenerirli. E il pontefice avrebbe regnato ancora fino al 12 maggio del 1003.

    Chissà se è solo un caso che sia stato proprio Silvestro II a celebrare la messa più inquietante nella storia della cristianità… E chi era veramente questo papa? Un alchimista, un eretico, un mago? E chi ha ragione? Chi lo definisce un genio assoluto o chi in lui ha visto addirittura l’Anticristo?


  2. #2
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    Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac, nasce in Francia in un povero villaggio dell'Alvernia, nota terra di maghi. Veste l'abito monacale, ma ben presto abbandona il convento per studiare nelle scuole arabe della Spagna. A Cordova entra in contatto con circoli di saggi mussulmani e si appassiona alla cultura islamica. Per accedere all’arte magica, però, è costretto ad abiurare la propria fede e a sottoporsi a pratiche di iniziazione. Cosa apprenda esattamente in quegli anni iberici non si saprà mai. Di certo, però, al suo ritorno in Francia viene considerato l'"uomo più dotto dei suoi tempi", al punto da diventare precettore del figlio dell’Imperatore.

    Gregorovius lo descrive come "un genio che illumina di luce vivissima l'epoca sua". E, in effetti, la sua erudizione nel campo delle scienze è così sconfinata che viene fraintesa: molti diffidano di lui e, quando diventa Papa, buona parte del mondo ecclesiastico è spaventato.

    Burcardo, il vescovo di Worms, scrive pagine di angoscia pura. "… Gli affidano le chiavi della Chiesa di Roma perché stringa patti col Maligno, perché si allei con Asmodeo, Abadon e con Astaroth, per combattere insieme a questi gli altri Spiriti Mendaci, contro Mammon il Seduttore e contro i Vasi di Scelleratezza, contro Meririm, Behemoth, Sammael e Belzebub. Egli, il mago, il negromante, è ora divenuto pontefice, a condurre scellerati negozi con il Potere Inquietante, insinuando tenebre spesse nelle nostre deboli menti, blandendole con la sua vana saggezza, la sua falsa sapienza, la sua cupa furbizia. Eccolo, il segno. Sarà dunque un francese, il primo francese sul trono di Pietro, a farci rotolare nell'abisso finale, provocando con i suoi arditi disegni l'ira del padre, un'ira senza rimedio…"

    Gli anni del suo pontificato sono quelli che lo consegnano definitivamente alla leggenda. Silvestro II è infatti un Papa ossessionato dalla matematica e dagli esperimenti scientifici. Le sue invenzioni, che appaiono come pura fantascienza, hanno qualcosa di magico. Costruisce oggetti come il pallottoliere, il parafulmine, l’orologio meccanico e l’organo a vapore. Introduce la numerazione araba e il concetto di zero. La sua passione è l’astrolabio. Ma le conoscenze di Silvestro sono troppo profonde per i contemporanei, che non esitano a definirlo il "Papa Mago". Agli occhi dei suoi detrattori, infatti, solo contatti con il soprannaturale spiegherebbero il suo immenso sapere. Il cronista Raoul de Longchamp dà credito alla voce secondo cui si sarebbe costruito un Golem: una testa d’oro (o forse di bronzo), una sorta di oracolo in grado di rispondere, con un sì o un no, a qualsiasi domanda.

    Negli ambienti vaticani si diffonde la convinzione che il potere divinatorio del Golem derivi dal fatto che Silvestro vi abbia rinchiuso un demone per interrogarlo nei momenti di difficoltà. In verità, stando a quanto riporta il Migne nella "Patrologia Latina" (vol. CXXXIX), poteva trattarsi di una specie di "macchina analitica" il cui procedimento era molto semplice e corrispondeva al calcolo con due cifre: il codice binario (0 e 1), vale a dire lo stesso principio su cui si basano i nostri moderni computer.

    Per una strana coincidenza, tre secoli più tardi, nel processo contro i Templari, i membri del misterioso Ordine cavalleresco verranno accusati di possedere un antico Golem, in tutto e per tutto simile a quello di Silvestro II.


  3. #3
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    Come la sua vita, anche la sua morte è avvolta nella leggenda.

    Gli era stato predetto che sarebbe morto "non prima di dire messa a Gerusalemme". Silvestro interpreta la frase in senso letterale e individua Gerusalemme proprio nella città santa. Sarebbe quindi dipeso solo da lui decidere se recarvisi o meno.
    Ma il destino dispone diversamente: il 12 maggio 1003 gli capita di dire messa in Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. Venuto a conoscenza del nome della chiesa, che ignorava, comprende che è giunto il suo momento. Chiama i preti, i prelati, i cardinali e la gente e, dopo aver reso pubblica confessione, chiede che il suo corpo venga posto su un carro trainato dai buoi e sepolto nel luogo dove questi si sarebbero fermati.

    All’indomani della sua scomparsa, le sue invenzioni ("testa parlante" compresa) vengono distrutte e i documenti dati alle fiamme.

    La sua leggenda, però, continua: dalla sua tomba, ogni volta che un Papa muore, scende un rivolo d’acqua. Questo fino al 1648, quando la Curia decide finalmente di aprire il sepolcro. E la sorpresa è grande. Racconta il canonico Rasponi: "Il corpo di Silvestro era intatto, avvolto nelle vesti pontificali, le braccia disposte in croce, il capo coperto dalla sacra tiara. Ma in un istante quel corpo si dissolse nell'aria, che restò ancora impregnata dei soavi profumi posti nell'urna: null'altro rimase, se non la croce d'argento e l’anello pastorale."

    L’ultima cosa che ci rimane di lui è la misteriosa iscrizione tombale, contraddittoria come tutta la vita di Silvestro II: un continuo equilibrio tra due millenni, tra Bene e Male, tra Santità e Inferno. "L'Onnipotente Signore abbia pietà di lui. Gerberto d'Aurillac, arcivescovo di Reims, Ravenna, pontefice a Roma, luce della sapienza nell'Europa del Mille. Gerberto che portò la pace e, morendo, ripristinò il disordine."

  4. #4
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    Predefinito Una storia dell'anno Mille...

    Ritenuto dai contemporanei mago e stregone, Gerberto d'Aurillac fu in realtà uno spirito libero, amante della verità e della scienza, desideroso di coltivare il proprio ingegno anche oltre i limiti dell'ortodossia…



    *^*^*^*^*^*^*

    Mario Bacchiega

    SILVESTRO II
    IL PAPA MAGO


    Da Abstracta n° 28 (luglio – agosto 1988)


    Illustrazione di copertina da Silvestro II, il Papa mago di M. Bacchiega
    (ed. Bastogi 1981)


    La nascita di importanti personaggi medievali è sempre accompagnata da leggende piene di segni prodigiosi che ne annunciano il destino. Ma la nascita di Gerberto, il futuro Silvestro II, non fu accompagnata da questi segni. Si racconta solo che un mattino del 940 o 945, la data è incerta, quando Gerberto nacque, un gallo nel cortile di casa abbia cantato altissimo tre volte. È stato detto che questo è il segno ambiguo di Cristo e del tradimento di Pietro. Il gallo infatti, come Cristo, annuncia la luce liberatrice del giorno che fuga le tenebre e le paure della notte, così come cantano le laudi: «Surgamus ergo, gallus iacentes excitat».

    Gerberto nacque dunque nella piccola località di Belliac, vicino ad Aurillac, nella Francia meridionale, nel segno incerto della luce e della tenebra. Di lui non si conosce né il padre né la madre, poiché nei suoi scritti (lettere) non li nomina mai, né una sola lettera è a loro diretta: forse Gerberto non amava ricordare l’infanzia, forse aveva dei risentimenti. Comunque, come nella antica tradizione, anche Gerberto, come i maghi, i grandi sacerdoti, è senza padre e senza madre perché questo genere di uomini entra nel destino direttamente.

    La città di Aurillac non è stata fondata da nessuno, ma si è sviluppata spontaneamente, per aggregazione di case attorno all’abbazia benedettina fatta costruire nell’anno 896 da un signorotto, tale Geraud, poi fatto santo per riconoscenza. È probabilmente il 952 quando Gerberto, ragazzo di primo pelo, viene accolto in questa abbazia a fare il monaco e avviato alle scienze del trivio e del quadrivio. Essendo incerta la data di nascita, a diciassette o a vent’anni, non si sa bene, avviene uno degli episodi largamente discussi dai biografi: Gerberto lascia l’abbazia di Aurillac e va in Spagna, avamposto islamico di raffinata civiltà dalla quale l’Europa cristiana ritiene doversi proteggere. Ai dotti dell’Islam è riconosciuta grande autorità: elaborano in una struttura unitaria tutto il sapere dell’epoca. I cronisti (Guillaume de Malmesbury) dicono che Gerberto sia fuggito dal monastero e sia andato in Spagna per conoscere gli insegnamenti dei sapienti islamici, impartiti in una atmosfera segreta e affascinante. Egli studia presso gli arabi astrologia: «... in due anni apprese il significato del canto degli uccelli, la tecnica per evocare le ombre dei morti e possedere tutte quelle qualità dannose e salutari» (G. de Malmesbury, Historia, lib. II). Alberico di Trois, Fontaines, Vincenzo di Beauvais, Martino Polano sono concordi nel dire che Gerberto sia vissuto per molti anni presso i mori di Cordova e Siviglia, imparando la magia, la negromanzia «e tutte le scienze proibite al cristiano».

    Se le scuole arabe sono aperte ai credenti di qualsiasi fede, non è altrettanto facile accedere alle scuole della moschea, ove l’insegnamento è riservatissimo e talvolta esige delle iniziazioni. A questo proposito pare che Gerberto sia stato iniziato ed abbia assunto un nome segreto: Neptanabo. Ed è così che, non più monaco benedettino, Gerberto diviene apostata. Ovviamente, per il resto della sua vita non dirà a nessuno questa singolare esperienza di lucida libertà morale. Guillaume de Malmesbury, cronista impietoso, racconta che, in Spagna, Gerberto si innamora di una giovane islamica che gli appare bella come la primavera: è la figlia di un saggio che Gerberto frequenta e che ha rifiutato di vendergli il libro della sua scienza, un libro con preghiere, suppliche, nomi di Dio, formule divinatorie. Gerberto, con la frequentazione della casa del maestro, conosce sia la «scienza segreta» sia il mondo femminile. Forse è questa la sua unica stagione d’amore. Gerberto, accordatosi con la ragazza che ama, ubriaca il genitore di lei, prende il volume che questi conserva sotto il cuscino quando dorme e scappa.
    Il maestro, svegliatosi e accortosi del furto e della fuga, guidato dalle stelle insegue il fuggitivo.
    Gerberto, aiutato dagli astri che ha interrogato e aggrappatosi sotto un ponte, sospeso, senza toccare né terra né acqua, perfettamente «isolato», disorienta l’inseguitore e gli sfugge di mano.
    G. de Malmesbury scrive che Gerberto invocò poi il diavolo per essere trasportato al di là del mare.
    Ormai Gerberto frequenta, con saggezza, angeli e dèmoni. […]


    Silvestro II e il diavolo
    Cod. Pal. germ. 137, Folio 216v Martinus Oppaviensis,
    Chronicon pontificum et imperatorum


    L’insegnamento di Gerberto
    Il suo sapere spazia in diversi campi.

    a) La matematica
    È giunto a noi Xabacus di Gerberto. Si tratta di numerologia sacra. I cronisti del XIII secolo dicono che la numerologia di Gerberto è un «enigma vivente». Raoul de Longchamp, nel 1216 scrive che «... Gerberto avendo sottomesso un demonio fermandolo in una testa d’oro, un golem, le questioni difficili gli venivano spiegate dal demonio». Ed i passaggi oscuri venivano chiamati i «salti di Gerberto». A certi livelli la matematica confina con la mistica. I sacerdoti antichi operavano allo stesso modo, componendo geroglifici per la loro sapienza. I calcoli di Gerberto sono giochi oracolari. Nella sua matematica, riaffiora la saggezza magica che anche oggi turba le anime semplici. […]

    b) La fisica
    Pare che Gerberto abbia scoperto, prima di Papin, la forza del vapore (Vincenzo de Beauvais Speculum maius). Per l’abbazia di Aurillac ha costruito un orologio idraulico azionato — attraverso dei tubi — dal vapore, «ventus». È una cosa straordinaria, perché a quell’epoca si conosce solo la meridiana. Edoardo Fournier, che descrive il funzionamento dell’orologio, dice che Gerberto ebbe anche, per primo, l’idea di far funzionare, con il vapore, le canne musicali di un organo. Organo che fu donato all’abbazia di Bobbio. Ma l’orologio e l’organo non sono lo scopo degli studi di Gerberto. In realtà lo scopo è la ricerca, inconfessata, del «ventus» generatore o, come dicevano gli alchimisti dell’epoca, della «energia primaria», l’essenza del mondo, «la forza di ogni forza più forte del vapore», il «fuoco sacro» più caldo di tutti i vapori. Gerberto segue una tradizione antica che gli iniziati medievali chiamano «ricerca della materia prima», «corpo igneo» dello spirito santo che trasforma le cose e gli uomini. La gente dell’epoca dice che quella di Gerberto è opera del diavolo più che dell’uomo, perché modifica la spontaneità del creato.

    e) La magia
    Ascelino vescovo di Laon accusa Gerberto di negromanzia. Effettivamente Gerberto preferisce un cristianesimo in prospettiva magica perché in questa visione del mondo c’è scienza ed amore mentre nel cristianesimo c’è solo amore. Egli preferisce essere come Melchiar, re di Nubia, il più anziano dei tre re magi, portatore dell’oro, la saggia luce della stella. I re magi, portatori di certezze sapienziali, sono tre perché devono superare le limitate prospettive, e vedere in tutte le direzioni.
    Gerberto, durante la sua permanenza a Reims, secondo la cronaca di G. de Malmesbury, costruisce dunque un «golem». Raul de Longchamp, un cronista del XIII secolo, dice che Gerberto quando aveva un problema insolubile consultava il demonio racchiuso nella testa d’oro di cui ho detto sopra. La testa rispondeva con cenni del capo. Il Golem — si sa — non parlava, ma le risposte accennate con il capo erano infallibili. […]
    Gerberto, secondo certe fonti, anche da Papa tenne sempre con sé il «golem». I cronisti faranno rimbalzare la notizia del «golem papale» da monastero a monastero, trasformando il Papa filosofo in Papa mago. A partire dal XIII secolo la notizia del «golem papale» fu accettata da tutti e riportata in tutte le biografie sia pure, a volte, per criticarla. […]


    Gerberto Papa
    Il 18 gennaio 999 Papa Gregorio V, il giovanissimo cugino d’Ottone III, all’età di 27 anni muore avvelenato dopo soli tre anni di pontificato, vittima delle solite lotte nobiliari, con Papa e antipapa, per conquistare il vertice della Chiesa. È in questa occasione che Gerberto, filando rapido davanti a tutti i prelati d’Europa, alla soglia dei sessant’anni, viene eletto Papa dall’imperatore, dal clero e dal popolo romano. L’elezione di Gerberto però non è immeritata: la vita non gli ha mai dato ciò che non fosse già suo; è l’uomo più colto del suo secolo.
    Gerberto dunque, il 9 febbraio 999, arriva vibrante al supremo trono della Chiesa. Il cardinale Baronio scrive che Gerberto fu indegno di questo onore (cfr. M. Bacchiega, Silvestro II, Papa mago, Ed. Bastogi). Aggiunge che Gerberto ha ottenuto il trono di Pietro a seguito di un patto col diavolo a cui avrebbe venduto l’anima. Anche il monaco Elgardo di Fleury ricorda un costante sogno di papato di Gerberto e gli attribuisce una profezìa sibillina: «Scandit ab R Gearbertus in R post papa viget R». È l’argomento delle tre R: Reims, Ravenna, Roma.
    Questo discorso delle «tre R» di Gerberto merita una riflessione. Pronunciata ritualmente, il suono della «erre» ha ripercussione ad alti livelli, quello della luce, della conoscenza. La R è il principio dei Re destinati a regnare e Gerberto aveva due «erre» anche nel nome: un predestinato? Reims, Ravenna, Roma è il ritmo di una forza superiore. […]

    Morte di Gerberto
    L’antifonario di San Gregorio Magno (m. 604) prevedeva, al Venerdì santo, l’adorazione della croce nella chiesa romana detta «in Hierusalem». L’antico impianto della chiesa è oggi inglobato nella basilica sessoriana detta anche «Santa Croce in Gerusalemme».
    Secondo le cronache Gerberto Papa avrebbe chiesto al «Golem», che aveva sempre tenuto con sé, notizie relative alla propria morte: sarebbe morto, prima o dopo, aver cantato la messa a Gerusalemme? La risposta del Golem predisse la morte di Gerberto dopo la messa a Gerusalemme, e Gerberto quindi decise che mai sarebbe andato pellegrino in Palestina a Gerusalemme. Non aveva però considerato che «Gerusalemme» era a Roma! La morte, come per tutti, era sempre vicina e sempre lontana.
    Il 12 maggio 1003, dopo aver cantato la messa nella basilica «quae est Jerusalem» Gerberto è colto da malore. Solo allora si rende conto dell’equivoco e capisce che è arrivata la fine; né può evitarla: tutte le uscite della cattedrale sono sorvegliate dagli angeli della morte. Un velo sereno gli scende sul volto, e con gli occhi da cui si allontana la visione guarda in giro cercando angeli e arcangeli. Ai cardinali presenti ordina che il suo cadavere sia collocato su un carro trainato da buoi e sepolto dove i buoi si fermeranno. I buoi che trainano il carro con la bara si fermano nell’atrio della chiesa del Laterano. Qui Gerberto viene sepolto e si trova tuttora. […]



    Incisione del XVI secolo

    Dice la tradizione che dalla tomba di Silvestro II nell’imminenza della morte di ogni Papa scaturisce acqua: è il miracolo di Gerberto. Acqua come trasformazione, come il passare un fiume. Una trasformazione inferiore, perché quella superiore è data dal fuoco. Gli gnostici, ì maghi, ì catari distinguevano un battesimo d’acqua (quello inferiore) e un battesimo di fuoco (quello superiore). Nel 1684 il sepolcro di Gerberto in San Giovanni in Laterano viene aperto. Il cadavere è trovato incartapecorito, profumato, ancora avvolto negli indumenti pontificiali. Quasi un corpo dì gloria. Subito dopo l’aria esterna, irrompendo nel sarcofago, alchemicamente dissolve l’involucro incorrotto di Gerberto in cenere e sali. Così Gerberto, dopo aver offerto miracolosamente la sua immagine, entra nell’invisibile.


    M. Bacchiega - da Abstracta n° 28 (luglio – agosto 1988), Stile Regina editrice

  5. #5
    faccia di merda
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    Predefinito

    una grande figura di dotto, in anticipo sui tempi

 

 

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