Buon Ferragosto a tutti
Riporto un interessante articolo di Francesco Scisci, che offre un ottimo spunto di riflessione sul rapporto tra la Cina e i media.
Prendiamo la Cina sul serio
Il problema non è parlare bene o male del Paese, ma forse ricominciare dal lavoro del cronista. Qualche idea sul giornalismo italiano nella Pechino olimpionica a partire da un articolo di Cavalera
di francesco sisci
Pechino --
Il 9 agosto Fabio Cavalera diceva sul Corriere della Sera dei giornalisti italiani arrivati a Pechino per le olimpiadi: “Alcuni hanno scritto che la Cina è deserta. Non ci sono turisti. Non è vero. Hanno scritto che Tiananmen era vuota. Non è vero, era piena di gente per vedere le riprese. E poi, come al solito... l'odore d' aglio... l'antipatia... e cose del genere.” Cavalera tocca un tasto estremamente delicato ma credo molto importante, fondamentale del nostro lavoro qui. Ed è qualcosa che non capisco del giornalismo italiano, e certamente è colpa mia.
Quando i cronisti arrivano a New York non fanno a gara a parlare male dell’America, a mostrare spocchia per odori, colori, sapori, che pure lì ci sono.
Non solo. C’è un’altra cosa che capisco di meno. Tutti sanno l’inglese, i giornali americani sono fruibili in tempo reale attraverso Internet, chi ha amici in America, politici, giornalisti, analisti, li può chiamare e rispodono senza problemi. Però dell’America, giustamente, parlano e scrivono i giornalisti che stanno in America e hanno molti più stimoli e motivi per parlarne.
In Cina quasi nessuno sa il cinese, pochissimi leggono direttamente giornali cinesi, analisti, politici, giornalisti non parlano al telefono e spesso non parlano proprio ai cronisti. Però di Cina parlano tutti quelli che sono in Italia, come se fosse più facile, più scontato, più ovvio.
Per carità, non credo che scrivere di Cina debba essere una specie di privilegio riservato a una sorta di setta esoterica forte del fatto di sapere la “misteriosa” lingua cinese e di stare in Cina. Se bastasse ciò ogni tassista, usciere d’albergo, cameriere di ristorante, nato e cresciuto a Pechino e parente del cugino del cognato del giardiniere della nonna del presidente Hu Jintao avrebbe più diritto a parlare di Cina di qualunque straniero o di qualunque cinese non di Pechino.
Detto ciò le distanze tra la cronaca da Pechino e la cronaca da New York, il rispetto accordato alle cronache da New York e non a quelle da Pechino, dovrebbe spingerci tutti a un grammo di prudenza in più nel parlare di Cina.
Non è questione di diritti umani, di libertà, di democrazia, ma di complessità. La Cina è molto diversa e molto strutturata. Inoltre, le cose cambiano a velocità supersonica su una scala immensa, grande quanto la sua popolazione. Infine, è un protagonista politico, economico e culturale globale, e il suo peso in queste aree è destinato a crescere non a diminuire. Tutte ragioni che dovrebbero spingerci a prendere la Cina molto sul serio (perdonatemi) da qui, non dall’Italia. Per il semplice motivo che qui è Cina e in Italia c’è l’Italia. Non il contrario.
Certo, l’immaginario italiano, quello che ha visto il sorgere e il cadere di imperi e regni è scettico e cinico rispetto a nuove grandi potenze.
Alberto Sordi in “Un americano a Roma” di Steno era la macchietta dell’Italia affascinata dall’America nel dopo guerra. Era una iniezione di fiducia poderosa a un’Italia precipitata dalle vette della retorica dell’Italia imperiale di Mussolini giù nella realtà di una Italietta che non sapeva a che santo votarsi per salvare la pelle.
In ciò quando Sordi, Nando Moriconi, storceva al bocca al sandwich americano e invece addentava vorace la italica pasta al grido “spaghetto ti anniento, ti distruggo”, ci centivamo, ci sentiamo ancora, tutti un po’ meglio.
Oggi i fratelli Vanzina, eredi di Steno, potrebbero rifare il fim e chiamarlo “Un cinese a Roma” e alla famosa scena il sandwich potrebbe essere sostituito con una ciotola di riso da mangiare con i bastoncini. Tutti rideremmo e ci sentiremmo più salvi.
Ma forse il giornalismo dovrebbe fare altro, specialmente adesso. Dovremmo cercare di capire davvero come stanno le cose. Se si vuole questo è un dovere morale di questo mestiere di cronisti. In termini strutturali dovrebbe essere un problema essenziale dello stato e delle imprese: se l’opinione pubblica non capisce davvero cosa succede in Cina e intorno alla Cina, l’Italia va verso il sottosviluppo, diventiamo tutti più poveri e l’Italia prima o poi finisce.
Sono frasi esagerate? Certo, possiamo sorridere come a pensare al film di Steno. Oppure le olimpiadi di Pechino dovrebbero allarmarci. In 30 anni un Paese di oltre un miliardo di persone è passato dalla linea della sopravvivenza a organizzare uno spettacolo enorme come la cerimonia di apertura dei giochi. L’Italia in questi 30 anni è rimasta sostanzialmente uguale. Forse dovremmo cercare di capire davvero cosa sta succedendo con questa accelerazione, e anche cosa è successo in Italia, come la si può fare ripartire.
Cavalera, cronista di razza, riparte dall’abc di questo nostro mestiere vede e scrive: qualcuno scrive che non c’era gente a piazza Tiananmen, non è vero; dicono che non ci sono turisti, di nuovo non è vero. Se forse cominciassimo tutti a raccontare le cose che vediamo per come le vediamo e ci astenessimo dai pregiudizi, dall’antipatia e anche (vogliamo dirlo?) dal razzismo e alzassimo le mani davanti a quello che non capiamo, che non rientra nei nostri schemi, forse saremmo un passo avanti.
Quindi una preghiera: basta con la supponenza spiritosa, basta con il mandarla in vacca, basta con il complottismo più o meno alla moda, basta con l’esotismo coloniale, basta con le discettazioni sul mondo fatte dal tavolino di Roma. Queste non sono formule esorcistiche che sconfiggono il diavolo-Cina. Il diavolo-Cina si nutre di tutta questa magia d’accatto. Quello che lo sconfigge davvero è prenderlo sul serio, molto sul serio.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...asp?ID_blog=98
Graditi spunti e riflessioni
Saluti,
Stefano





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