I mezzi di informazione di massa, così come non a caso il partito della guerra, non sono interessati dal riportare i fatti. La loro preoccupazione è la– “narrativa,” una narrativa non necessariamente basata sulla realtà, destinata a convincere il pubblico che ciò che i nostri governanti stanno facendo o progettando di fare è niente di meno che buono e giusto. La descrizione della povera, piccola Georgia filo-occidentale non è altro che un racconto. La “democrazia del mercato libero” georgiana esiste solo nello stesso universo alternativo in cui si trovano le famose “armi di distruzione di massa” irachene e l'uomo di Piltdown, ma non sentirete molti altri mezzi di comunicazione dirlo.

Per questo ho tradotto questo nuovo articolo di Justin Raimondo sull'argomento, tratto dal sito Antiwar.com, per il quale l'autore sollecita, per quanto possibile, a fornire un contributo volontario, così che possa sopravvivere una voce indipendente tra le più importanti dei nostri tempi.
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Bill Kristol ed il mito menscevico della Georgia democratica

Di Justin Raimondo


Sul comandante in capo dei bombardieri da tastiera americani, il redattore di Weekly Standard Bill Kristol, si può sempre contare se si vuole sapere quale sia non solo il contenuto della linea del partito neoconservatore, ma anche, nel dettaglio, l'impulso che la motiva. Nella sua ultima perorazione dalla sua colonna sul New York Times, l'architetto intellettuale della nostra disastrosa guerra in Iraq presenta una spiegazione razionale per un altro catastrofico errore nel regno della politica estera, questa volta nel Caucaso:
“Nell'agosto 1924, la piccola nazione della Georgia, occupata dalla Russia sovietica dal 1921, insorse contro il dominio sovietico. Il 16 settembre 1924, il Times di Londra riportò un appello del presidente della Repubblica Georgiana alla Lega delle Nazioni. Anche se nell'Assemblea ‘è stato fatto un riferimento simpatetico agli sforzi del suo paese,’ scrisse il Times, ‘si è concluso che la Lega non è in grado di offrire aiuto materiale, e che l'influenza morale che può essere una forza potente con i paesi civilizzati è improbabile che faccia una qualsiasi impressione sulla Russia sovietica.’
‘Improbabile’ era un eufemismo. I georgiani non poterono godere della libertà fino al 1991.”
Vi siete fatti un'idea: nel mondo di Kristol, la Russia di Putin è l'URSS di Stalin e la povera, piccola, tenera Georgia – un bastione della libertà – corre il pericolo di essere divorata dall'insaziabile orso russo. Nel frattempo, il mondo si ferma, impotente, mentre appelli vengono elevati ad una nazione impermeabile al concetto stesso di moralità.

Per cominciare, l'analogia storica di Kristol è ingannevole: la Georgia nel 1924 era molto lontana dall'essere una democrazia. Quello che non ci dice è che era sotto il controllo dei menscevichi, una fazione dei Social-democratici Russi (successivamente rinominati come Partito Comunista) sconfitti dai bolscevichi di Lenin ma in effetti pochissimo differenti dai loro rivali di fazione. Lo scrittore britannico Carl Bechhofer ha così descritto il regime menscevico georgiano:
“Lo Stato Social-Democratico Libero ed Indipendente della Georgia rimarrà sempre nella mia memoria come un classico esempio di ‘piccola nazione’ imperialista. Sia nell'appropriazione territoriale all'esterno che nella tirannia burocratica all'interno, il suo sciovinismo era oltre ogni limite.”
George Hewitt, un professore di lingue circasse all'Università di Londra, cita il variopinto e cosmopolita Bechhofer in un illuminante saggio che espone il grave errore che permea la politica americana nella regione:
“Nella speranza di prevenire la proliferazione di un numero imprevedibile di piccoli stati, la comunità internazionale nella sua saggezza collettiva decretò che avrebbe riconosciuto soltanto le repubbliche unioniste costituenti dell'URSS e, così, non avrebbe dato alcun incoraggiamento al desiderio di autodeterminazione che caratterizza alcune minoranze etniche che vivono nelle regioni dotate di autonomia solo di basso livello secondo il sistema amministrativo sovietico (come la Repubblica Autonoma di Abcazia e la Regione Autonoma dell'Ossezia del Sud, entrambe entità di basso livello all'interno della repubblica unionista della Georgia sovietica). Fu un'enorme ironia che, nell'adozione di questa posizione, l'occidente stesse efficacemente suggellando le divisioni create per il suo feudo da nientemeno che il dittatore sovietico Iosep Besarionis-dze Dzhughashvili, un georgiano meglio conosciuto nel mondo come Joseph Vissarionovich Stalin.”
Oltre a rammentare la politica stalinista di imprigionare le minoranze etniche all'interno di più grandi entità amministrative, rifiutare di riconoscere l'Ossezia del Sud e l'Abcazia come stati indipendenti permette agli Stati Uniti ed alla Comunità Europea di mantenere la fiction dell'“espansionismo” russo. Secondo Washington, i russi hanno invaso la “Georgia”; l'invasione da parte di Saakashvili dell'Ossezia del Sud non si qualifica come aggressione, dal momento che non si può invadere il proprio paese. Vedete, l'Ossezia del Sud e l'Abcazia fanno parte della Georgia. Proprio come un piccolo mammifero fa parte dell'anaconda che lo ha inghiottito intero.

Hewitt continua precisando:
“Se l'Unione Sovietica fosse crollata durante il primo decennio della sua esistenza negli anni 20, prima che lo status dell'Abcazia venisse ridotto per volontà di Stalin nel febbraio del 1931 da vera e propria repubblica, che aderì alla Federazione Transcaucasica il 13 dicembre 1922 alleata con la Georgia, a quello di repubblica autonoma all'interno della Georgia, e se la Lega delle Nazioni di allora avesse adottato lo stesso principio di riconoscimento successivamente esercitato dal suo successore, le Nazioni Unite, allora l'Abcazia avrebbe goduto per decenni dell'indipendenza e dell'appartenenza di diritto alla cosiddetta comunità internazionale.”
Così per l'Ossezia, che oggi è divisa in Nord e Sud, con quest'ultima sotto il tallone– georgiano – come disposto dal mezzo Osseto (dal lato paterno) e mezzo georgiano Stalin .

I lettori del libro del 1998 di Hewitt, The Abkhazians: A Handbook, noteranno quanto efficacemente distrugge il mito di Kristol della povera, piccola Georgia, la cui presunta storia “democratica” riflette il suo attuale orientamento “pro-occidentale” ed il suo valore generale:
“La politica aggressiva del governo della Georgia verso l'Abcazia ha provocato estremo fastidio fra i locali abcazi, armeni, russi, greci e una percentuale significativa di kartveli, che in effetti contribuì a facilitare l'istituzione del potere sovietico nella regione il 4 marzo del 1921.”
Il crollo del comunismo menscevico in Georgia venne celebrata dalle mini-nazioni prigioniere della regione “come una liberazione dalla repressione e dall'intromissione della Repubblica Georgiana.” Le cose sono rimaste praticamente immutate dal– 1921 – anche se non nel senso che Kristol vorrebbe farci credere.

Kristol fa del sentimentalismo sulla vecchia Repubblica Georgiana, ma i suoi leader e fondatori menscevichi erano, come nota Hewitt, autoritari impenitenti:
“La politica di questo stato è stata caratterizzata abbastanza accuratamente da uno dei suoi eminenti attivisti, il giurista-internazionalista Zurab Avalov (Avalishvili). Nel suo libro L'indipendenza della Georgia nella politica internazionale, 1918-1921 (Parigi, 1924), segnalava: 'all'inizio del 1921, la Georgia ha avuto nella persona del proprio governo e sotto forma dell'Assemblea Costituente una semplice creatura dell'organizzazione di partito ... la democrazia georgiana dal 1917 al 1921, una forma di dittatura social-democratica (cioè, della destra del marxismo), fu un periodo di preparazione per il trionfo della dittatura sovietica in Georgia.”
Questa tradizione dittatoriale è oggi continuata dal presidente Mikheil Saakashvili che, durante le fortemente contestate elezioni, ha usato la polizia contro i dimostranti ferendo 500 persone, ed ha chiuso i media indipendenti con la stessa alacrità mostrata dai suoi predecessori menscevichi. È ben poco sorprendente se Kristol considera questo servile regime di gangster insignificanti con grandi ambizioni regionali come un certo tipo di modello, l'alleato ideale degli Stati Uniti per il cui destino potremmo persino andare a combattere.

La Georgia, nella visione di Kristol, è degna non solo del supporto degli Stati Uniti, ma di essere membro di una immaginaria “Lega delle Democrazie,” un progetto neocon sollecitato da John McCain e spinto dall'ala del GOP dominata dai neoconservatori come la risposta “conservatrice” alle Nazioni Unite. In breve, una NATO allargata, anche se con una patinatura ideologica come solo Kristol (o un marxista) potrebbe fornire.

No, non è un errore di stampa: ho scritto marxista con intenzione. La tirata di Kristol che richiede il supporto degli Stati Uniti alla Georgia, con i suoi appelli all'emozione intrecciata con false analogie storiche, trasuda appiccicosa retorica ideologica. È come un piccolo Lenin, che ci esorta a seguire la luminosa bandiera dell'internazionalismo “democratico” fino all'altra parte della terra, che è certamente dove è situata l'Ossezia del Sud, almeno per quanto riguarda gli americani. Si sente, nelle esortazioni di Kristol, il tono opprimente del vecchio commissario sovietico, anche se della varietà menscevica piuttosto che di quella bolscevica, e questo ci riporta in mente un appunto fatto dall'ultimo Murray N. Rothbard nel suo discorso giustamente famoso del 1992 al John Randolph Club:
“Crescendo, scoprii che l'argomento principale contro il laissez-faire, e a favore del socialismo, era che il socialismo ed il comunismo erano inevitabili: ‘Non potete rimettere indietro l'orologio!’ salmodiavano, ‘non potete rimettere indietro l'orologio.’ Ma l'orologio dell'un tempo potente Unione Sovietica, l'orologio del marxismo-leninismo, una dottrina che dominava un tempo metà del mondo, non solo è tornato indietro, ma giace a terra guasto e rotto per sempre. Ma non dobbiamo riposare soddisfatti di questa vittoria. Perché anche se il marxismo-bolscevismo è finito per sempre, ancora rimane, affliggendoci ovunque, il suo malvagio cugino: chiamatelo ‘marxismo morbido,’ ‘marxismo-umanesimo,’ ‘marxismo-bernsteinismo,’ ‘marxismo-trotskyismo,’ ‘marxismo-freudianismo,’ insomma, chiamiamolo semplicemente ‘menscevismo,’ o ‘ social-democrazia.’
La social-democrazia è ancora qui in tutte le sue varianti, definisce tutto il nostro rispettabile spettro politico, dalla vittimologia e dal femminismo avanzati a sinistra fino al neoconservatorismo a destra. Ora siamo intrappolati, in America, all'interno di una fantasia menscevica, con gli stretti confini del rispettabile dibattito decisi per noi dalle varie marche di marxisti. Ora è nostro compito, il compito della rinascente destra, del movimento paleo, di rompere quei legami, di finire il lavoro, finire per sempre il marxismo.”
Naturalmente, i neoconservatori, dei quali Kristol è il capobanda, arrivano dalla sinistra dello schieramento e i loro antecedenti storici risalgono fino alle sette scismatiche marxiste degli anni 30 ed alle epiche battaglie fra Trotsky e Stalin (erano sostenitori del primo). Erano, in breve, i menscevichi americani del loro tempo. Nella loro egira dall'estrema sinistra alla destra neocon – solo quella intrapresa da Ulisse è un'odissea meglio documentata – hanno mantenuto tuttavia le caratteristiche rivelatrici della loro eredità menscevica, che Kristol sostiene fieramente fino ad oggi.

In un momento in cui la gente sta perdendo la propria casa e gli economisti stanno cominciando a parlare di un'altra Grande Depressione, la proposta di Kristol di spedire più milioni in “aiuti” alla Georgia è oscena. Questo è il vero anti-americanismo – spedire i dollari dei contribuenti ad un despota georgiano mentre la gente in questo paese sta soffrendo. È inoltre un suicidio politico per i repubblicani la prospettiva di intervenire nei problemi interni della Georgia mentre siamo già impantanati nella palude irachena, da cui sembrano esserci poche speranze di liberarsi in fretta. Eccolo qua Kristol, il grande stratega del GOP. Lui ed i suoi colleghi neocon stanno trascinando giù il Partito Repubblicano insieme alla loro declinante credibilità.

Il mito della povera, piccola Georgia, una neonata e di promettente “democrazia” minacciata, oppressa e battuta da Putin-la-reincarnazione-di-Stalin è falsa dall'inizio alla fine. È una versione Bizarro World di ciò che sta realmente accadendo in Ossezia del Sud e più in generale nella regione: ovvero, la versione stranamente e consistentemente invertita della realtà in cui sopra è sotto, il nero è bianco, e i georgiani non hanno invaso l'Ossezia del Sud, uccidendo migliaia di persone e spingendone molte di più verso nord.

Secondo i nostri media “liberi,” i georgiani non hanno invaso la terra degli Osseti – hanno soltanto provato a “riprendersela,” come un bambino senza spargimenti di sangue e perfino abbastanza allegramente riprenderebbe una palla da un compagno di giochi. Quei cattivi Russkies, d'altra parte, hanno invaso, affondato ed intensificato il loro attacco alla Georgia. Almeno, queste sono le parole che i nostri “reporter” stanno usando. Come George Orwell sottolineò, la corruzione della lingua è una forma di controllo ed i media americani collusi con il governo sono esperti in questo, particolarmente nei loro resoconti di guerra.

http://gongoro.blogspot.com/2008/08/...a-georgia.html