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    Predefinito La Crisi, Il Mercato E Il Pensiero Liberale

    LA CRISI, IL MERCATO E IL PENSIERO LIBERALE *


    di Salvatore Rossi 20.11.2008

    Il ripensamento critico della finanza innescato dalla crisi finanziaria coinvolge la stessa nozione di economia di mercato. Ma chi ha fallito, lo Stato o il mercato? Paradossalmente lo Stato, che non ha saputo dare regole esaustive e supervisori attenti. Si è instaurata una religione liberistica che vede nell'intervento pubblico sempre e comunque una indebita compressione della libertà d'impresa. Anticipazione di un articolo più esteso che la rivista Il Mulino pubblicherà nel numero in uscita a dicembre.



    Il ripensamento critico della finanza che è stato innescato dalla crisi finanziaria sta coinvolgendo la stessa nozione di economia di mercato. Ma chi ha fallito in questa vicenda, lo Stato o il mercato? Lo Stato, vorrei sostenere, pur se in virtù di un paradosso.

    L'EREDITÀ DEL PENSIERO LIBERALE

    Un risultato secolare, solido e netto, del pensiero economico è che, il mercato, o è “regolato” o non è. Se lo Stato pratica un laissez faire assoluto, il libero mercato concorrenziale non dura a lungo, finisce con l’essere soffocato dalla naturale tendenza monopolistica dei soggetti che vi operano. È una legge di natura, una sorta di entropia. Il mercato concorrenziale è infatti il regime ottimo dal punto di vista dei “compratori”, cioè della collettività, perché mantiene i prezzi al livello più basso possibile; ma, per la stessa ragione, è quello pessimo dal punto di vista dei “venditori”, che sono una minoranza nella società, ma agguerrita, e si oppongono in ogni modo a quel regime. Occorrono regole esaustive e precise, regolatori e supervisori occhiuti, attenti, non catturabili dagli interessi dei “venditori”, a patto, s’intende, che l’apparato di regole e controlli sia il più possibile non distorsivo e non burocratico.
    Questa è, io ritengo, una eredità nobilissima del miglior pensiero liberale, contrario a far discendere dai grandi principi di libertà una “religione liberistica” nelle cose economiche. Scriveva Luigi Einaudi quasi ottanta anni fa:

    “Dalla frequenza dei casi in cui gli economisti, per ragioni contingenti, inclinano a raccomandare soluzioni liberistiche dei singoli problemi concreti, è sorto un terzo significato, che io direi religioso, della massima liberistica. Liberisti sarebbero in questa accezione coloro i quali accolgono la massima del lasciar fare e del lasciar passare quasi fosse un principio universale (…) Tutta la storia posteriore della dottrina sta a dimostrare che la scienza economica, come dianzi si chiarì, non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”. (1)

    Questa concezione religiosa che Einaudi così severamente stigmatizzava è risorta nella seconda metà del Novecento come conseguenza indesiderata di un serio dibattito sui fondamenti dell’economia pubblica. Da una critica serrata alla teoria standard della regolazione come basilare interesse pubblico (un lascito degli economisti che hanno lavorato fra il 1930 e il 1960) si venne traendo negli anni Sessanta la conclusione che ai fallimenti del mercato possano porre riparo i mercati stessi, o al più i tribunali civili, mentre l’autorità pubblica è di necessità incompetente, corrotta e “catturata” dagli interessi che dovrebbe dirimere, sicché essa può solo far peggio. (2)

    LA RELIGIONE LIBERISTICA

    Le correnti di pensiero sottostanti questa critica sono fra i punti più alti del pensiero economico del Novecento. Ma negli ultimi venti anni, soprattutto nel mondo anglosassone, si è costruita su di essa una vera e propria religione nel senso di Einaudi e oggi sul banco degli imputati stanno proprio alcune delle politiche nate da quella religione. La crisi finanziaria globale del 2007-2008 fa volgere l’evidenza empirica decisamente a suo sfavore.
    La religione liberistica che vede, o finge di vedere, nell’intervento pubblico sempre e comunque una indebita compressione della libertà d’impresa si configura come una forma diabolica di statalismo: lo Stato, alleandosi con interessi privati, toglie al mercato concorrenziale l’aria per respirare, che sono appunto le regole e i controlli che ne consentono il funzionamento. La crisi attuale è nata nel mondo finanziario, politico, culturale americano, ed è figlia di quello che, con una torsione lessicale, si può appunto chiamare un fallimento dello Stato. Lo Stato ha fallito per inazione, non per eccesso di azione; per non aver voluto vedere e contrastare una sequenza di evidenti fallimenti del mercato: la opacità degli strumenti finanziari “strutturati”, i conflitti d’interesse che hanno spesso reso inefficace e anzi controproducente il ruolo delle agenzie di rating, la frammentazione e dispersione dell’incentivo a monitorare il credito che è implicato dal modello di banca “origina e distribuisci”, e tanti altri.
    Recuperare una equilibrata concezione liberale di mercato ben regolato non deve farci precipitare nell’errore di segno opposto. Dalla difficilissima strettoia in cui l’economia planetaria si trova deve venir fuori un sistema finanziario diverso, non uno riportato a forme arcaiche. Un sistema in cui gli intermediari mettano in gioco più soldi propri e siano più attenti ai rischi, occupandosene comunque in presa diretta; che ubbidiscano a regole precise e incisive e siano sottoposti a una vigilanza organica, il più possibile coordinata a livello internazionale. Una buona analisi, buone regole, e una loro efficace applicazione rendono pieno e fruttuoso l’esercizio della libertà nell’agire economico, insostituibile motore di benessere.

    * Le opinioni qui espresse sono del tutto personali e non impegnano, in particolare, la responsabilità della Banca d’Italia.

    (1) L. Einaudi, 1931, Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello del liberalismo, in B. Croce, L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli, 1988.
    (2) Questa critica viene normalmente associata alla Scuola di diritto ed economia di Chicago e ai nomi di Coase, Stigler, Posner e altri.

    Tratto da www.lavoce.info

  2. #2
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    Rothbard e Taleb, due libri utili per capire la crisi

    di Alberto Mingardi

    Dio è morto, Marx è morto e anche Adam Smith non si sente tanto bene. La crisi finanziaria è stata interpretata come un duro colpo inferto all’“ideologia” liberista, e alla scienza economica su cui tradizionalmente fa perno. Come spesso accade, proprio chi denuncia l'“ideologismo” altrui in realtà sta inforcando occhiali ideologici. Le premesse di quanti vedono nella crisi il naufragio del libero mercato sono false: non è vero che il bubbone sia scoppiato in ambiti della vita economica dove vigeva il più sfrenato laissez-faire, non è vero che il mercato abbia mostrato di non sapersi regolare, anche perché era già minuziosamente regolato da altri (l’industria della regulation finanziaria, negli Usa, conta oltre 12mila occupati).

    Vale la pena volgersi altrove. Siamo in una fase complessa, il mondo cambia e vacillano i paradigmi. È giusto cercare di comprendere perché gli economisti non hanno capito la crisi. Due libri ci vengono in aiuto. Nessuno dei due è un instant book scritto sull’onda dell’emergenza. Uno è un saggio di un anno fa, tradotto dal Saggiatore, l’altro risale al 1963, ed è edito da Rubbettino.

    Cominciamo da quest’ultimo, “La grande depressione” di Murray N. Rothbard, accompagnato da una densa introduzione di Lorenzo Infantino. Perché la grande depressione è stata tanto grave? Come mai la distruzione di ricchezza non è riuscita ad arrestarsi? La risposta classica a questa domanda verte sull’instabilità del capitalismo. Il crollo del 1929 fu invece la conseguenza inevitabile dell’espansione monetaria avvenuta a partire dal 1924. La descrizione che Rothbard fa di quel periodo collima in modo sorprendente con l’antefatto della crisi che stiamo vivendo. È il credito facile, a drogare i segnali di mercato. Intervenendo, poi, Stato e Banca centrale evitano «una vasta, ma rapida, deflazione» per determinare uno stallo di più lunga durata. Per Rothbard, la recessione è il modo in cui l’economia «impara» dalle delusioni del boom. Rappresenta un drammatico, ma necessario, processo di aggiustamento. Hayek arrivò al punto di scrivere che, eliminando la politica monetaria, non vi sarebbero più su e giù sull’ottovolante del capitalismo. L’instabilità cui guardare per capire la crisi non è quella determinata dalla continua innovazione imprenditoriale, ma il balletto di regole e interventi. Questa posizione è, però, largamente minoritaria fra gli economisti – i quali, in questi mesi, si sono invece prodotti in una appassionata difesa dei loro colleghi che occupano la tolda di comando dell’economia mondiale, a cominciare da Ben Bernanke.

    “Il cigno nero” di Nassim Taleb spiega perché le cose sono andate in questo modo. Scrive Taleb: «Chi ha un basso grado di arroganza epistemica non è molto visibile, come le persone timide alle feste». È difficile dire: non lo so, quasi non siamo «predisposti per rispettare le persone umili». Viviamo nell’adorazione di una “espertocrazia”, i cui scientifici vaticini speriamo possano offrirci rifugio dall’incertezza. Per Taleb, è meglio disporre di strumenti per comprendere il mondo che arroccarsi in una matematica che ci permette «di avere torto in modo molto preciso». Siamo di nuovo al “problema dell’induzione”: ogni osservazione di un cigno bianco conferma la teoria che tutti i cigni sono bianchi. Ma che succede quando appare un cigno nero? Noi siamo abituati a pensare il mondo come fossimo in “Mediocristan”, paese di fantasia dove tutto converge verso la medietà, l’ampiezza delle variazioni si riduce man mano che ci allontaniamo da ciò che è “medio”. Il Mediocristan è rappresentabile attraverso la curva di Gauss, è un luogo dove tutto è predicibile, e le probabilità che passi un cigno nero, un evento che sconvolge i modelli, sono solo un rompicapo da computer.

    Però viviamo sempre più in “Estremistan”. Il Mediocristan somiglia a una statistica sulla statura, l’Estremistan a una statistica sulla ricchezza. Le differenze nella distribuzione non sono “gaussiane” – viene piuttosto in soccorso Benoit Mandelbrot e con lui la geometria “frattale” (un frattale è un oggetto che si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse). Essa può aiutarci a comprendere meglio le distribuzioni dei rischi, a trasformare tanti cigni neri in più gestibili “cigni grigi”. Però non cambia un fatto ineludibile: l’imponderabile accade. Quello di Taleb è un saggio divulgativo e originale, coltissimo, che si chiude con un coraggioso j’accuse all’indirizzo del mainstream della scienza economica. Paul Samuelson, in un articolo recente, con inaudita violenza verbale ha sputato sui cadaveri di Hayek e Friedman, imputando loro l’attuale tracollo. Taleb indica invece proprio in Samuelson uno dei principali responsabili. Non è questione di “regole”, ma dell’aver caricato l’economia del fardello di un eccessivo formalismo, abbandonando il reale per la bellezza dei modelli. Modelli che sono usciti dai libri di testo per informare lo sviluppo della finanza moderna. Il liberista è epistemologicamente umile. Con Hayek, sa che la libertà serve proprio per fare posto all’imprevedibile e all’impredicibile.

    Da Il Riformista, 25 novembre 2008

  3. #3
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    Marx non se la passa bene;Smith sta peggio; Mazzini guarda sereno ad una nuova società che si sta delineando e che, per le più diverse strade, finirà col riscoprire il suo disegno; Cattaneo sorride sulla crisi dei sistemi chiusi.

  4. #4
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    Smith sta prendendo tutti a schiaffi, Keynes ne approffitta per scavare e riempire nuove e inutili buche, Marx ha appena vinto l'Isola dei famosi e potrebbe essere il primo di una lunga serie di successi.
    Quanto a Mazzini e Cattaneo, urlano disperati ma nessuno li ascolta (come sempre).

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    Smith sta prendendo tutti a schiaffi, Keynes ne approffitta per scavare e riempire nuove e inutili buche, Marx ha appena vinto l'Isola dei famosi e potrebbe essere il primo di una lunga serie di successi.
    Quanto a Mazzini e Cattaneo, urlano disperati ma nessuno li ascolta (come sempre).
    quella delle inutili buche di Keynes è una delle battute con cui i liberisti si consolano dall'essere fuori dalla storia. Anche negli Usa si ironizzava su Keynes, poi col conflitto mondiale organizzarono l'economia in modo tale che Keynes fu rivalutato. Snith sta prendendo a schiaffi soltanto i suoi pessimi discepoli che non hanno capito che la sua era una lezione pragmatica e non un dogma da conservare.

  6. #6
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    Quand'anche gli economisti classici, neo-classici ed austriaci avessero ragione nel rivendicare la superiore efficienza dell'attuale sistema liberistico rispetto ad altri sistemi regolati; mi chiedo fino a che punto possano ritenersi moralmente accettabili alcune peculiarità dello scambio finanziario intermediato, ad esempio: l'assenza di rischi propria del Broker il quale si limita a compiere e farsi pagare le prestazioni di servizio, senza dover prendere a titolo di prestito risorse finanziarie da dover successivamente restituire (con gli interessi) al cliente... Mi rammarica il pensiero che alla fin fine quelli che ne subiscono le peggiori conseguenze sono i piccoli risparmiatori mentre altri attori coinvolti nelle vicende continuano a passarla liscia. In questo sistema ci sono palesi sperequazioni di rischi e di responsabilità.

  7. #7
    la Banda Fratelli
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    Francamente assisto inerte alla disputa tra economisti di varia scuola economica. Non ho a cuore un particolare modello e pur volendo non saprei propugnare o confutare l'una o l'altra tesi essendo sprovvisto dell'erudizione specifica dell'esperto economista. Piuttosto mi diverte affrontare la questione analizzandola sotto il profilo filosofico che è uno strato superiore all'economia.

    Dei pensatori citati nel thread, ritengo che un repubblicano debba guardare con maggiore interesse all'insegnamento di Carlo Cattaneo il quale ci metteva in guardia dalle "costruzioni aprioristiche" e dalle "generalizzazioni affrettate". Sono d'accordo con Edera Rossa quando scrive che molti discepoli di Adam Smith hanno preso l'insegnamento del maestro come fosse un testo sacro quando era solo una formulazione pragmatica contingente il suo periodo storico.

    Io credo che l'approccio repubblicano all'economia debba fondarsi su due principi:

    • Utilitarismo: massimo sviluppo economico per il maggior numero di persone.
      .
    • Libertà e Responsabilità: secondo Mazzini la libertà è condizione necessaria al Progresso, ergo non va messa in discussione. Sebene la parola "liberi" non significa secondo il nostro essere in possesso della licenza di "far quel che si vuole", bensì poter "scegliere liberamente come fare il bene" per se stessi e per gli altri.

      Siccome l'uomo è, aimé, un animale egoista, il modo migliore per fargli compiere buone azioni senza violare la sua libertà individuale è quello di legare il suo utile all'utile di altri uomini ai quali è relazionato. In altre parole "responsabilizzarlo" facendogli pagare le colpe dei suoi errori e ricompensandolo dei benefici collettivi prodotti dal suo buon operato.

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    Citazione Originariamente Scritto da jmimmo82 Visualizza Messaggio
    Quand'anche gli economisti classici, neo-classici ed austriaci avessero ragione nel rivendicare la superiore efficienza dell'attuale sistema liberistico rispetto ad altri sistemi regolati; mi chiedo fino a che punto possano ritenersi moralmente accettabili alcune peculiarità dello scambio finanziario intermediato, ad esempio: l'assenza di rischi propria del Broker il quale si limita a compiere e farsi pagare le prestazioni di servizio, senza dover prendere a titolo di prestito risorse finanziarie da dover successivamente restituire (con gli interessi) al cliente... Mi rammarica il pensiero che alla fin fine quelli che ne subiscono le peggiori conseguenze sono i piccoli risparmiatori mentre altri attori coinvolti nelle vicende continuano a passarla liscia. In questo sistema ci sono palesi sperequazioni di rischi e di responsabilità.
    Non mi sembra che i liberali sostengano che quello attuale sia un sistema liberistico.
    Anzi trovano le cause dell'attuale crisi proprio nella mancanza di libertà economica.

    I piccoli risparmiatori pagheranno sempre finchè si comporteranno da comparse nel mondo politico ed economico.

    Citazione Originariamente Scritto da jmimmo82 Visualizza Messaggio
    Francamente assisto inerte alla disputa tra economisti di varia scuola economica. Non ho a cuore un particolare modello e pur volendo non saprei propugnare o confutare l'una o l'altra tesi essendo sprovvisto dell'erudizione specifica dell'esperto economista. Piuttosto mi diverte affrontare la questione analizzandola sotto il profilo filosofico che è uno strato superiore all'economia.

    Dei pensatori citati nel thread, ritengo che un repubblicano debba guardare con maggiore interesse all'insegnamento di Carlo Cattaneo il quale ci metteva in guardia dalle "costruzioni aprioristiche" e dalle "generalizzazioni affrettate". Sono d'accordo con Edera Rossa quando scrive che molti discepoli di Adam Smith hanno preso l'insegnamento del maestro come fosse un testo sacro quando era solo una formulazione pragmatica contingente il suo periodo storico.
    Io ho citato A. Smith perchè considerato padre del liberalismo, ma nessuno oggi lo prende più alla lettera.
    Il pensiero liberale si è parecchio sviluppato soprattutto nell'ultimo secolo e ha abbandonato (o rielaborato) alcune teorie di Smith (ad esempio la teoria del valore).

    Io credo che l'approccio repubblicano all'economia debba fondarsi su due principi:
    • Utilitarismo: massimo sviluppo economico per il maggior numero di persone.
      .
    • Libertà e Responsabilità: secondo Mazzini la libertà è condizione necessaria al Progresso, ergo non va messa in discussione. Sebene la parola "liberi" non significa secondo il nostro essere in possesso della licenza di "far quel che si vuole", bensì poter "scegliere liberamente come fare il bene" per se stessi e per gli altri.

      Siccome l'uomo è, aimé, un animale egoista, il modo migliore per fargli compiere buone azioni senza violare la sua libertà individuale è quello di legare il suo utile all'utile di altri uomini ai quali è relazionato. In altre parole "responsabilizzarlo" facendogli pagare le colpe dei suoi errori e ricompensandolo dei benefici collettivi prodotti dal suo buon operato.
    Il primo principio senz'altro il capitalismo l'ha raggiunto. La storia ci insegna che negli ultimi 3 secoli in occidente abbiamo avuto massimo sviluppo economico per il maggior numero di persone.

    Il secondo è stato raggiunto meno, ma questo a causa della forte presenza dello stato (soprattutto nel XX secolo) che ha spesso protetto e quindi deresponsabilizzato coloro che hanno causato crisi più o meno gravi.

  9. #9
    la Banda Fratelli
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    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    Non mi sembra che i liberali sostengano che quello attuale sia un sistema liberistico.
    Anzi trovano le cause dell'attuale crisi proprio nella mancanza di libertà economica.

    I piccoli risparmiatori pagheranno sempre finchè si comporteranno da comparse nel mondo politico ed economico.
    Quel "liberistico" era in riferimento al tema del thread, ossia, il mercato finanziario nel quale non vi sono -in tutti i casi- regole fondate su una concezione di responsabilità e di tutela del piccolo investitore/risparmiatore. Per altri settori di mercato, sono d'accordo che ci sia troppo poco liberismo.

    A scanzo di equivoci, con il termine liberismo intendo: poche regole al mercato, ridotto carico fiscale.

    Mentre con liberismo selvaggio intendo: numero di regole tendenti a zero, carico fiscale molto ridotto.


    Io ho citato A. Smith perchè considerato padre del liberalismo, ma nessuno oggi lo prende più alla lettera.
    Il pensiero liberale si è parecchio sviluppato soprattutto nell'ultimo secolo e ha abbandonato (o rielaborato) alcune teorie di Smith (ad esempio la teoria del valore).
    Certo, Adam Smith tanto per dire "una" delle filosofie liberistiche. Ho risposto a voi che l'avete tirato in ballo, ma avrei potuto dire marginalisti, neoclassici ed austriaci piuttosto che classici. Tutti questi condividono la visione liberistica e si differenziano dalla teoria keynesiana alla quale alludevo per indicarne l'antitetico.

  10. #10
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    Dei pensatori citati nel thread, ritengo che un repubblicano debba guardare con maggiore interesse all'insegnamento di Carlo Cattaneo il quale ci metteva in guardia dalle "costruzioni aprioristiche" e dalle "generalizzazioni affrettate". Sono d'accordo con Edera Rossa quando scrive che molti discepoli di Adam Smith hanno preso l'insegnamento del maestro come fosse un testo sacro quando era solo una formulazione pragmatica contingente il suo periodo storico.

    Io credo che l'approccio repubblicano all'economia debba fondarsi su due principi:
    • Utilitarismo: massimo sviluppo economico per il maggior numero di persone.
      .
    • Libertà e Responsabilità: secondo Mazzini la libertà è condizione necessaria al Progresso, ergo non va messa in discussione. Sebene la parola "liberi" non significa secondo il nostro essere in possesso della licenza di "far quel che si vuole", bensì poter "scegliere liberamente come fare il bene" per se stessi e per gli altri.

      Siccome l'uomo è, aimé, un animale egoista, il modo migliore per fargli compiere buone azioni senza violare la sua libertà individuale è quello di legare il suo utile all'utile di altri uomini ai quali è relazionato. In altre parole "responsabilizzarlo" facendogli pagare le colpe dei suoi errori e ricompensandolo dei benefici collettivi prodotti dal suo buon operato.
    per la verità Mazzinio si dichiarava contrario all'utilitarismo benthamiano, mentre Cattaneo parlava di saggio Bentham. Si trattava allora, e si tratta oggi , di vedere cosa si intendse con tale termine. Credo che per certi aspetti esso vada inteso in modo abbastanza analogo a quello usato da V. Pareto quando parla di ofemilità ; in altri termini noi possiamo anche dire che lo scopo della azione individuale non è necessariamente materialema può essere anche di tipo civile , sociale, od altro, in tal caso il metodo offerto aiuta comunque a cogliere la razionalità con la quale si opera tra mezzi, sforzi e fini che ci si è proposti. Credo che , in questo senso, Cattaneo fosse più nel giusto. Mazzini ne diede una interpretazione più attenta ai valori che all'opportunità di un metodo. Oggi che nel mondo esiste un movimento antiutilitarista, vien da pensare come il pensiero mazziniano sui doveri sia ancora una delle poche strade per uscire dalle secche di una politca troppo volta al risultato immediato ( che porta voti) e non a costruire il futuro.

 

 
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