....che è una pecora davanti ai lupi
Tony Blankley, editorialista politico del Washington Time, noto commentatore radiotelevisivo americano e ex-addetto stampa del Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, è nato e cresciuto in Inghilterra e ha vissuto poi in America. Disquisisce, conoscendo da vicino la materia, su le reazioni europea e americana alla guerra lanciata contro l’occidente dal fanatismo islamico.
E riesce a immaginare, più realisticamente di altri, i probabili sviluppi dello scontro di civiltà di qua e di là dell’Atlantico.
Sarà possibile una vittoria dell’Occidente tanto diviso per stili di vita, mentalità e politiche differenti?, si chiede Blankley.
Il primo passo da cui parte il suo ragionamento è: “valutare, con fredda logica e obiettività, il modo in cui l’occidente sta rispondendo alla minaccia islamista, e come potremmo e dovremmo rispondere”.
Blankley non si illude che, malgrado, i molti attentati che hanno insanguinato anche le strade dell’Europa, “in gran parte dell’Occidente e sopratutto in Europa, si nega ciecamente che l’islam radicale stia trasformando il mondo” e aggiunge:
“La maggior parte delle elite europee e troppi politici e giornalisti americani credono di trovarsi alle solite sfide economiche e politiche. Sono come pecore che non riescono ad avvertire la presenza dei branchi di lupi nel bosco”
.
Come può Blankley esser certo di non peccare di allarmismo?
Passi di analisi di studiosi di terrorismo internazionale, di uomini della polizia e di unità investigative, di giornalisti, americani e non americani, vengono riportati a mo’ di prove dell’entità del pericolo che ci circonda nel più inquietante capitolo del libro: “La minaccia”.
Non è facile arrivare in fondo a queste pagine, senza dimenticare o voler dimenticare, che quello che si sta leggendo non è l’ennesimo romanzo apocalittico da cui tra un po’ una produzione hollywoodiana tirerà fuori un film ad effetti speciali e si comprende bene perché giornali e televisioni non insistano su queste notizie o le offrano al pubblico in maniera veloce.
Solo qualche esempio.
Nel febbraio 2005 Ronald Noble, direttore dell’Interpol (l’alto ufficio di coordinamento di tutte le polizie europee) ha annunciato: “Vi è una concreta minaccia di un attentato terroristico biologico di Al-Qaida, ma il mondo non è ancora preparato. Il numero degli attacchi terroristici avvenuti in tutto il mondo, e le prove raccolte che rivelano i piani di Al-Qaida nel campo delle armi biologiche e chimiche confermano, a sufficienza, la mia preoccupazione a riguardo”.
Oppure la dichiarazione, sempre del febbraio 2005, di Porter Gross, direttore della CIA, secondo cui Al-Qaida e altri militanti stavano cercando armi chimiche.
Anche quanto detto da Michael Scheurer, critico severo dell’operato del Presidente americano Bush, è di aiuto alle ragioni di Blankley. In “Imperial Hubris”, Scheurer scrive: “Gli americani, e le elite in particolare, rifiutano di comprendere che il loro Paese è impegnato in una guerra mortale contro un nemico che ci ha avvertito in ogni sua mossa e intenzione. Qualsiasi cosa accada, a noi, ai nostri figli e al nostro paese, eravamo stati avvisati e abbiamo scelto di non lottare con tutte le nostre forze”.
La presa di coscienza di questo genere di realtà e la constatazione che le forze di polizia, americane e europee, non hanno la forza necessaria a tenere sotto controllo i confini e neppure ad arrestare tutti i clandestini che entrano illecitamente, non convince Blankley a non essere ottimista sulle possibilità dell’Occidente di vincere la sfida che l’attende.
Scrive: “Nel settembre 2001, l’intera nazione passò dall’indifferenza o ignoranza della minaccia terroristica islamistica a una paura divorante, proprio come sessant’anni prima, il 7 dicembre 1941, gli americani avevano abbandonato l’isolazionismo compiaciuto per unirsi al mondo in guerra”
Con ritardo, anche l’Europa ha capito il pericolo di quanto stava accadendo dopo la morte del regista olandese Theo van Gogh, ucciso ad Amsterdam nel novembre del 2004 da un fanatico mussulmano.
Come in America dopo l’11 settembre per gli europei quel giorno è stato l’inizio della rivolta contro la prepotenza islamica.
Blankley si compiace che gli europei con minor timidezza degli americani difendano la storia e cultura occidentale. Subito dopo l’uccisione del regista olandese Schroeder, cancelliere social democratico tedesco dell’epoca, chiese di vietare il velo alle insegnanti nelle scuole pubbliche, mentre Geert Wilders, politico conservatore olandese, dichiarò pubblicamente che Arafat era stato “un leder terrorista”.
In Francia, a Marsiglia, nel dicembre 2004, duemila persone manifestarono per denunciare l’oscurantismo e il fondamentalismo islamico che imprigiona le donne, e perfino il socialista francese Villepin, allora ministro degli interni, ordinò la deportazione degli imam che sostenevano il diritto dei mariti di picchiare le mogli.
E Angela Merkel, oggi primo ministro tedesco, annunciò che la società multiculturale era un fallimento.
Tutto ciò incoraggia Blankley a pensare a un risveglio della presa di coscienza della minaccia e una rinascita dell’orgoglio e della identità culturale occidentale, rinvigorita dal superamento di credi puramente materialistici, relativistici, capace di salvare la democrazia con lo stesso slancio e lo stesso successo che negli anni ’40.
Il libro pubblicato negli Stati Uniti nel 2005 contiene anche la previsione di un inquietante serie di possibili attentati che, per fortuna, non si sono verificati nel 2007.
Abbiamo quindi ragione di credere che alcune scelte fatte dall’occidente sono risultate positive?
L’Iraq di questi giorni potrebbe indurre a pensarlo, ma non è ancora il momento di abbassare la guardia, soprattutto in Italia, dove è mancata, almeno fino ad oggi, una classe politica in grado di prendere decisioni coraggiose.
(Tony Blankley, “L’ultima chance dell’occidente”, Rubbettino, 212 pp., € 15)
di Elisabetta Galeffi su www.ilfoglio.it 15 08 08
saluti




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