Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
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    Predefinito Caravaggio, una vita violenta


    Una vita violenta, finita su un litorale deserto, i piedi affondati nella sabbia, il corpo offeso dal male, la vista annebbiata in un miraggio impossibile. Una vita che rimane ancora oggi un enigma affascinante, come emerge da frammenti, pettegolezzi, "bugie alla polizia, reticenze in tribunale, confessioni estorte, denunce coatte, ricordi vendicativi": dall'infanzia in Lombardia, al lungo periodo di Roma, trascorso tra cortigiane, cardinali e seducenti fanciulli, che Caravaggio immortala senza nascondere le proprie inclinazioni sessuali. I suoi ultimi anni sono trionfali dal punto di vista professionale, ma catastrofici sul piano umano: bandito da Roma perché omicida, in continua fuga, imprigionato, evaso e di nuovo in fuga, finirà tragicamente i suoi giorni il 18 luglio 1610 su una spiaggia dell’Argentario, delirante di febbre, solo.

    Un primo rapporto di polizia del 1597 lo cita come provocatore in una rissa scoppiata tra Annuccia Bianchini, la prostituta ritratta nella Maddalena penitente, e le sue amiche Doralice e Livia. L’anno successivo viene arrestato perché "portava la spada senza licentia, et un paro de compassi". Intanto provoca scandali a ripetizione effigiando come Santa Caterina d’Alessandria la cortigiana Fillide Melandroni e ritraendo nudo come un lascivo Amore vincitore il suo aiuto, e forse amante, Cecco Boneri.


    Per Lena Agnoletti, la sua favorita, immortalata in modo sensuale nella Madonna dei Pellegrini e nella Madonna dei Palafrenieri, mette a rumore tutta la città, aggredendo a colpi di spada in testa il notaio Mariano Pasqualoni, censore della donna.

    Una vita trascorsa ad irridere la legge e la morale comune, nella severa Roma della Controriforma. E infine la tragica bravata.

  2. #2
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    Immaginate un campo di squash di quattrocento anni fa: quattro giocatori per parte, una corda tesa e una pallina che, veloce o ad effetto, le deve passare sopra. Immaginate il pubblico a bordo campo che schiamazza, tifa, scommette. Immaginate tutto questo in una serata di maggio, mentre Roma è in piazza e le campane suonano a festa. Immaginate che, mentre quelle stesse campane, poco dopo, iniziano a suonare a morto, un pittore, uno dei più grandi di tutti i tempi, stia fuggendo ferito. E con un delitto in più sulla coscienza.

    Un biografo ha scritto che "Caravaggio ama il buio. Lo utilizza in pittura, lo ricerca nella vita". E, in effetti, nella sua vita non mancano certo le zone oscure, a cominciare dal suo stesso nome…

    Nella sua prima biografia edita, opera di un contemporaneo, è chiamato Amerigi. Nella seconda Merigi. Quando aveva un anno, suo padre fu registrato come Merici, e poi come Morisi. In documenti della corte romana è chiamato Merisio e in un altro documento, risalente ad un anno prima della sua morte, Morigi. Ulteriori capricci della lingua scritta mutarono il suo nome in Morisius, Amarigi, Marigi, Marisi, Narigi, Moriggia, Marresi e Amerighi. Quanto a lui, si firmava Marisi. Gli amici, incerti sul suo cognome, lo chiamavano semplicemente Michelangelo, o Michele, o Michelagnolo, oppure genericamente “Caravaggio”, dal nome della cittadina in provincia di Bergamo dove quasi di certo non era nato, ma dove aveva trascorso parte dell’infanzia.
    Un cognome con quindici versioni, tre nomi di battesimo e qualche incertezza perfino sulla data di nascita: 1571 per i più, 1573 per i suoi amici romani. Sembra infatti che, giunto a Roma, si fosse tolto qualche anno, visto che cardinali e nobili ricercavano soprattutto artisti giovani, considerati più docili ed economici.

    Probabilmente ha già commesso un crimine quando arriva a Roma nel 1591: ha vent’anni, forse diciotto. Qui trova un protettore importante, il Cardinale Francesco Maria Del Monte che lo ospita a Palazzo Firenze. Poi si trasferisce poco lontano, in vicolo del Divino Amore. E trascorre buona parte della sua vita in un piccolo reticolo di strade nel centro della Roma seicentesca: via della Scrofa, Campo Marzio, San Lorenzo in Lucina, via del Pozzo delle Cornacchie, la Rotonda. E poi via del Corso, dove abita Lena Antognetti, sua amante e modella.

    A San Lorenzo in Lucina abitano i Tomassoni, garanti dell’ordine a Campo Marzio: dettano legge, prestano soldi e proteggono le cortigiane. Ma c’è dell’altro: in una Roma divisa tra favorevoli alla Francia e favorevoli alla Spagna, i Tomassoni erano schierati col partito più forte, quello filo-spagnolo. Questo spiega in parte come mai questa potente famiglia detestasse Caravaggio: era in polemica con molti suoi colleghi per ragioni artistiche, era filo-francese, aveva rapporti stretti con alcune cortigiane, non accettava imposizioni da nessuno e, in più, doveva soldi al più giovane dei Tomassoni, l’arrogante Ranuccio.

    Il 28 maggio 1606, mentre Roma festeggia il primo anno di pontificato di Paolo V, Caravaggio e Ranuccio si danno appuntamento al campo di pallacorda, alle spalle di Palazzo Firenze. Con loro tre compagni per parte, che danno inizio a una partita al gioco più di moda in quel periodo. Ma, più che una partita, sembra un duello…

    Liberamente tratto dal sito www.voyager.rai.it

  3. #3
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    Roma, via di Pallacorda

    Via di Pallacorda si chiama così da secoli: nel '600 vi sorgevano i campi da gioco più frequentati della città. Dove le squadre di Ranuccio e Caravaggio si scontrarono oggi sorge un garage. Ed è qui che la vita del pittore cambiò per sempre.

    Si è sempre detto che lo scontro tra Caravaggio e Ranuccio fu casuale, nato da un litigio di gioco, magari reso più aspro da una scommessa. Le ricerche più recenti portano invece a ritenere che la lite avesse radici antiche. C’è ad esempio chi la collega al ferimento subito da Caravaggio alcuni mesi prima. Un ferimento su cui non aveva mai voluto dare spiegazioni e che alcuni collegano ad una questione di donne. Anzi, di Madonne...

    Caravaggio dipinse, a modo suo, più di una Madonna nel corso della sua vita. Clamoroso il caso della "Morte della Vergine", oggi al Louvre a Parigi. Il dipinto venne rifiutato dopo che si era venuto a sapere che Caravaggio aveva preso a modello il cadavere di una prostituta annegata nel Tevere.



    Un'altra celebre Madonna del Caravaggio è quella di Sant’Agostino, a Roma: è la cosiddetta "Madonna dei Pellegrini", dove la madre di Cristo ha i tratti di una nota cortigiana del tempo: Maddalena Antognetti, detta Lena.


    Lena viveva nel quartiere dove sorge questa chiesa, vicino a Campo Marzio, il regno dei Tomassoni, e vicino all’abitazione di Caravaggio. Nelle strade lì intorno tutti conoscevano Lena, che esercitava il mestiere più antico del mondo ed era anche la donna del pittore scandaloso. Che, forse, cercava di sottrarla al controllo dei Tomassoni.

    Poche ore dopo aver ucciso Ranuccio, Caravaggio, ferito, era già fuori Roma. Nella fuga era stato aiutato dal Cardinale Del Monte e dai principi Colonna che avevano molti feudi fuori città. L’idea era quella di far calmare le acque e rientrare a Roma.

    Ma l’eco del delitto questa volta fu davvero grande, anche perché i Tomassoni, erano ben introdotti in città. Papa Paolo V emise un bando capitale contro di lui: in pratica chiunque, incontrandolo, poteva ucciderlo e riscuotere la taglia. Iniziò così una lunga fuga che portò Caravaggio a Napoli, a Malta, in Sicilia, ancora a Napoli. Poi nel 1610, quattro anni dopo la morte di Ranuccio, Caravaggio giunse a Porto Ercole dove sperava di essere raggiunto dal perdono del Papa. Ma il 18 agosto il pittore morì (probabilmente) di malaria, a 39 anni, senza sapere che pochi giorni dopo la grazia arriverà davvero. Troppo tardi.

    Liberamente tratto dal sito www.voyager.rai.it

  4. #4
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    Caravaggio, vittima sacrificale

    Povero Caravaggio, perseguitato tutta la vita per essere un uomo apertamente trasgressivo, e infine assassinato per aver amato un giovane e bellissimo paggio: il favorito del Gran Maestro dei Cavalieri di Malta. Uno dei più grandi geni pittorici mai nati, accusato per secoli di essere stato un vero e proprio bandito da strada, ha trovato finalmente un avvocato difensore. Si tratta di uno scrittore australiano, Peter Robb, che, rivisitando tutte le sue opere e tutti i documenti di una vita tormentata, ha creduto di trovarsi di fronte a una vittima sacrificale e ha scritto la sua accorata difesa in un libro dal titolo L'enigma Caravaggio (Mondadori), uscito nel 2001.

    Partiamo dalla fine del saggio, dalla notizia più clamorosa: Michelangelo Merisi non morì di malaria sulla spiaggia di Porto Ercole. Questa fu solo una bugia messa in piedi all'ultimo momento per coprire un delitto a sfondo sessuale, commissionato dal potentissimo Wignacourt ed eseguito con la complicità di almeno due nobili italiani: Costanza Colonna e suo figlio, Fabrizio Sforza Colonna, legato a doppio filo ai Cavalieri di Malta. Madre e figlio aiutarono gli assassini per fare un piacere a qualcuno che si era sentito tradito e voleva vendicarsi. Qualcuno che aveva accolto Caravaggio e poi lo aveva fatto arrestare. Prima di finire in galera, il pittore venne convocato davanti all'assemblea dei Cavalieri che, su richiesta del Gran maestro Wignacourt, ne aveva decretato l'espulsione come "membrum putridum et foetidum". Una sentenza infamante di cui non si conobbe mai la ragione.

    Perché questo silenzio? A partire da tale interrogativo, Robb ricostruisce una storia verosimile, anche se non provata, che narra di un Caravaggio omosessuale senza inibizioni, innamoratosi a Malta di un giovane e bellissimo paggio. Il pittore non sa resistere al fascino di quel ragazzo attraente e pericoloso. E fa l'errore imperdonabile di commettere sodomia con un giovane aristocratico, oltretutto desiderato dal Gran maestro dei Cavalieri di Malta. In piena Controriforma, la sodomia veniva considerata un reato grave ma, fosse stato per questo, Caravaggio avrebbe potuto salvarsi. Era con chi e contro chi l'aveva praticata a condannarlo: un artigiano qualunque che fa suo un aristocratico, per di più strappandolo dalle braccia del Gran Maestro, era veramente troppo e meritava una punizione esemplare. E fu così.

    Siccome non si doveva sapere che il giovane e nobilissimo paggio era sodomita, si evitò il processo lasciando evadere Caravaggio dalle prigioni dell'isola. Il pittore in fuga venne raggiunto in Italia e fu ucciso senza pietà. I reati poi non vanno quasi mai da soli e fu così che all'assassinio si aggiunse il furto: furono infatti rubate tutte le ultime opere che il pittore portava con sé.

    Una fine terribile, dunque, quella del genio più grande del barocco. Una fine dovuta ad una vita certo sregolata, ma che un secolo prima sarebbe stata tollerata. Fu la Controriforma a chiudere tutti gli spazi, anche minimi, di libertà. Caravaggio fu una vittima della sua epoca, ma anche dei tanti nemici che aveva e che lo invidiavano per la sua bravura irraggiungibile e per le radicali novità che introdusse nella pittura: basti pensare che non disegnava le immagini, ma partiva subito col colore. E che dire del fatto che inventò la natura morta e che mise su tela una sessualità conturbante? E come dimenticare quelle sue Sante, quelle sue Madonne così… terrestri?

    Un artista a lui contemporaneo come Baglione e, più tardi, un raffinato intellettuale come Bellori lo hanno dipinto come un pazzo, un collerico sempre pronto a menar le mani: tanto violento da uccidere per un banale litigio di gioco un aristocratico come Ranuccio Tomassoni. Robb cerca con pazienza le ragioni del delitto e sostiene che, semmai, era vero il contrario: Caravaggio arrivò al duello perché continuamente provocato da quel nobile filo-spagnolo, rissoso e in malafede.

    A forza di sparlare di lui, colleghi e critici del suo tempo e di epoche successive, sono riusciti perfino a nascondere la sua potenza innovatrice, fino a quando uno dei più grandi critici italiani, Roberto Longhi, ci ha restituito tutta intera la grandezza di Caravaggio. Il suo genio era indiscutibile, ma la sua vita restava quella di un bandito. Ora, secondo Robb, la riabilitazione è totale: criminale non era lui, criminali erano gli altri.

    Liberamente tratto da un vecchio articolo de Il Nuovo (21 ottobre 2001) provvidenzialmente salvato

  5. #5
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    Entrambi omosessuali, vissero spregiudicatamente, furono coinvolti in inchieste giudiziarie devastanti, provocarono l'odio feroce dei nemici e misero a dura prova la benevolenza di amici e protettori. E finirono entrambi tragicamente i loro giorni su un litorale deserto.


    *^*^*^*^*^*

    Davide Varì

    CARAVAGGIO E PASOLINI
    DUE VICENDE ESISTENZIALI DALLE FORTI AFFINITÀ


    «C'è una forte affinità tra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio - ha scritto Federico Zeri - perchè in tutt'e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi». Così seducente è la somiglianza della vicenda esistenziale e della tragica fine dei due, che in molti sono andati alla ricerca di analogie, evidenze e tratti comuni tra il pittore lombardo e l'intellettuale, poeta, romanziere e regista friulano.


    Caravaggio, Suonatore di liuto (1596 ca.)


    Difficile resistere al richiamo di due esistenze vissute sotto il segno dell'eresia e dello scandalo. L'una, quella del pittore, nel cuore della Roma papalina, «nella città tra manieristica e bigotta di Sisto V - scrive Roberto Longhi, magnifico critico di Caravaggio - dove egli doveva sembrare un irregolare se non proprio un eretico»; l'altro nel cuore dell'Italia piccolo-borghese degli anni sessanta-settanta, spesso altrettanto bigotta e chiusa. Problemi con la giustizia, risse, alcove, censure ed infine la morte, violenta e prematura, consumata per entrambi a pochi passi dal mare. Un richiamo, quello della comparazione tra i due, cui non ha resistito neanche Cesare Garboli, l'ultimo dei grandi critici letterari italiani. Nel numero di aprile-giugno 1970 della rivista "Nuovi Argomenti" lo stesso Garboli ricordava quanto fosse difficile scindere l'esperienza "eversiva" del Pasolini "romano" dall'immagine del Caravaggio: «Si direbbe che il Pasolini lavorasse, allora, non allo specchio del Caravaggio ma allo specchio del Caravaggio "romano". Quello, per intenderci, che finge per Maddalena la povera ciociarella tradita, gli sciolti capelli che si asciugano al sole nella stanzetta smobiliata, o quello dei bacchi rifatti su torpidi e assonnati garzoni d'osteria, o quello, infine, della Vergine morta e gonfia a gambe scoperte, come una popolana del rione, a dirla gentilmente, o una mignotta agli ultimi rantoli nella stanzaccia spartita dal tendone».


    Ed è a Napoli che i due, Pier Paolo Pasolini e Michelangelo Merisi da Caravaggio, sembrano incontrarsi per la prima volta. La Napoli che lo stesso Pasolini definiva «l'ultima metropoli plebea, l'ultimo grande villaggio». La Napoli di Gennariello, lo scugnizzo immaginato dalla penna dello scrittore che miracolosamente e quasi fedelmente ritroviamo dipinto in molti quadri del Caravaggio. «I tuoi occhi devono essere neri e brillanti, la tua bocca un po' grossa, il tuo viso abbastanza regolare, i tuoi capelli devono essere corti sulla nuca e dietro le orecchie, mentre non ho difficoltà a concederti un bel ciuffo, alto, guerresco e magari anche un po' esagerato e buffo sulla fronte», scrive Pasolini in "Lettere Luterane". Una descrizione quasi, di molti soggetti caravaggeschi. Tratti fisici e immateriali che ritroviamo nel "Suonatore di liuto" e nel volto, inondato dalla luce divina, del protagonista della "Vocazione di san Matteo". Insomma, solo Napoli poteva rimandare e custodire l'idea di un'osmosi tra i due.


    Caravaggio, Vocazione di San Matteo (1599 ca.)

    «Successe in Campo Marzio una questione - così narrano le cronache giudiziarie di allora - tra un tal Ranuccio Terani, che vi restò morto, et dall'altra Michelangiolo da Caravaggio che non si trova ove sia», un omicidio compiuto per «interessi di gioco et di 10 scudi che il morto aveva vinto al pittore». Ed è proprio nella capitale mediterranea che Michelangelo Merisi ripara per scampare al bando capitale emesso dopo l'omicidio. L'inizio di una fuga che lo porterà fino a Malta passando per Siracusa e Messina. Un viaggio verso la morte consumata sulla spiaggia di Porto Ercole per una febbre malarica non curata. Gli anni napoletani e siciliani saranno, però, anni intensi e fecondi. Anche Pasolini ebbe innumerevoli problemi con la giustizia e con il cosiddetto ordine morale. Corruzione di minorenne, stato di ubriachezza, contenuto pornografico, sono solo alcune delle voci di denuncia di altrettanti processi. Nessun omicidio per lui ma una sorta di perenne stato d'incomprensione delle norme e della giustizia del tempo.

    Ma c'è una cosa, su tutte, che unisce i due. La compassione per gli ultimi. Per i brutti, gli sporchi ed i cattivi. «Qui degli umili sento compagnia / il mio pensiero farsi / più puro dove più turpe è la via», scrive Umberto Saba in Città Vecchia. Ma il poeta triestino è solo di passaggio. Nutre la propria coscienza con la visione di quelle vite disperate e gettate via nelle ombre delle strade, ma non si ferma assieme alla «prostituta, al marinaio, al vecchio che bestemmia alla femmina che bega». C'è pietas, ma non compartecipazione. Pasolini e Caravaggio invece no, loro passano e si fermano. Vivono fino in fondo il mondo che rappresentano. Il pittore perso nel sottobosco delle osterie del seicento e lo scrittore perso nella Roma delle borgate. Li spinge qualcosa, una necessità, che arriva direttamente dall'anima e dal ventre. L'amore febbrile per la vita. La «strana gioia di vivere» (così ha scritto Sandro Penna) che li pervade: «Amo la vita così ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l'erba, la giovinezza: … e io divoro, divoro, divoro… Come andrà a finire, non lo so». Una confessione ed una premonizione insieme. Era avvezzo alle premonizioni Pier Paolo Pasolini. E' l'intellettuale dell' "Io so", la denuncia spietata e lucida nei confronti dell'Italia piccolo-borghese e corrotta. Un amore per la vita spezzato in una notte disperata ad Ostia. Come un cerchio che si chiude il suo assassino era un ragazzo di vita, uno di quelli tratteggiati nei suoi romanzi e filmati nelle sue pellicole.


    Pier Paolo Pasolini


    Poco a nord di Ostia, a Porto Ercole, nel 1655 un'altra di vita spezzata sulla riva del mare. Moriva Michelangelo Merisi da Caravaggio. «Una vicenda tormentosa e sciagurata», (così l'ha definita Roberto Longhi) quella del geniale pittore lombardo. Un'altra vita amata e vissuta ferocemente e disperatamente. Una vita buttata tra le bettole cenciose e rissose della Roma papalina e nelle stanze torbide e passionali, dove si rifugiava con i suoi giovani amanti. Ragazzi e ragazze di vita in pieno seicento, nel cuore di Santa Romana Chiesa. Basti pensare alla Morte della Madonna. Una delle opere in assoluto più belle e potenti di Caravaggio. Leggenda vuole che il volto della Madonna venne ispirato da quello di una prostituta morta annegata nel Tevere. Un volto gonfio ed umanissimo, quello di Maria, segnato ed avvezzo alle sofferenze della vita quotidiana. Il divino che trova strada e si incarna nel volto degli ultimi e dei dimenticati, mai opera fu più bella.

    Davide Varì - da un vecchio numero di Liberazione

    http://www.cinetecadibologna.it/sito...vaggio&PPP.htm

  6. #6
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    ciao,
    sono silvia, un ragazza di Roma, vegetariana, amante della natura e appassionata di Caravaggio (sarà un elemento comune alle "Silvie"?)

    Ti ringrazio per l'interessantissimo tema da voi trattato e per aver riportato l'articolo di
    se amate vi consiglio a tal proposito, se non l'avessi già fatto, di leggere un libro di cui ricordo solo l'argomento: Artemisia Gentileschi. E' la storia di una pittrice del 600, Artemisia, che riprende si ispira all'arte caravaggesca pur con evidenti influenze manieristiche e la cui vita è stata travagliata quasi come quella del nostro caro Caravaggio!!l'ho trovato un romanzo molto interessante e coinvolgente..aiuta a capire meglio l'atmosfera che i pittori e soprattutto le pittrici respiravano nell'Italia del 600!! Spero ti possa interessare il mio consiglio!!!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Vegetaryan Visualizza Messaggio
    ciao,
    sono silvia, un ragazza di Roma, vegetariana, amante della natura e appassionata di Caravaggio (sarà un elemento comune alle "Silvie"?)
    Dici? Benvenuta nel forum, Silvia...

    Ti ringrazio per l'interessantissimo tema da voi trattato e per aver riportato l'articolo di
    se amate vi consiglio a tal proposito, se non l'avessi già fatto, di leggere un libro di cui ricordo solo l'argomento: Artemisia Gentileschi. E' la storia di una pittrice del 600, Artemisia, che riprende si ispira all'arte caravaggesca pur con evidenti influenze manieristiche e la cui vita è stata travagliata quasi come quella del nostro caro Caravaggio!!l'ho trovato un romanzo molto interessante e coinvolgente..aiuta a capire meglio l'atmosfera che i pittori e soprattutto le pittrici respiravano nell'Italia del 600!! Spero ti possa interessare il mio consiglio!!!
    Ti ringrazio. Cercando in rete, ho trovato questi due titoli: "Artemisia Gentileschi. La pittura della passione" di Tiziana Agnati e Francesca Torres e "La passione di Artemisia" di Susan Vreeland. A quale dei due ti riferisci (sempre che non sia un terzo)?

 

 

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