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Discussione: 3d di lavoro

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    Fiamma dell'Occidente
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    TEORIA POLITICA

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    5. John Stuart Mill "Saggio sulla Libertà" FREE: http://www.mauronovelli.it/Stuart%20Mill%20Liberta.htm [spoiler="Commento di Beppi"] “Vi è un limite alla legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo contro ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico”. Lo scriveva Stuart Mill nel suo famosissimo saggio “On liberty” del 1859. Ci siamo trovati oggi, nel XXI secolo, nel bicentenario della nascita di questo grande liberale, di fronte ad una legge che proclamando il “dovere civico” del voto induce l’opinione collettiva ad interferire sull’indipendenza individuale considerando spregevoli coloro che, rivendicando il diritto di voto; invitano a disobbedire al dovere preteso dal potere politico. Il dovere, ossia l’obbligatorietà del voto è stato sempre richiesto da quei regimi politici che ritenevano formale la volontà popolare e che serviva solo a ratificare le scelte che i gerarchi avevano già compiuto per conto dei sudditi. Per questo l’invito a disobbedire alla pretesa del regime è stato un atto da liberali. Il “Saggio sulla Libertà” contiene la denuncia del pericolo della “uniformità” della società civile e della “tirannia della maggioranza”. Il rimedio è la libertà di parola che è l’unica salvaguardia delle differenze delle opinioni. “Nella nostra epoca - scrive Mill - il semplice esempio di anticonformismo, il mero rifiuto di piegarsi alla consuetudine, è di per se stesso un servigio all’umanità. Proprio perché la tirannia dell’opinione è tale da rendere riprovevole l’eccentricità per infrangere l’oppressione è auspicabile che gli uomini siano eccentrici”. Quanto è simile ad una famosa esortazione di Pasolini questa frase. Pasolini esortava i radicali ad essere sempre “irriconoscibili”. Per questo le istituzioni dovrebbero garantire la vita delle opinioni eccentriche. Per questo non sono liberali quelle istituzioni che, soffocando l’anticonformismo, lo rendono deplorevole. “...il valore di uno stato è il valore degli individui che lo compongono...uno stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi”. De Ruggiero, nella sua storia del liberalismo europeo, giudicò il saggio di Mill “suggestivo, eppure manchevole, che si appiattisce a poco a poco, e lascia infine un’impressione di scontento e di vuoto. Sarà stato il suo hegelismo ed il suo storicismo a fargli avere questa impressione, invece, al sottoscritto, l’impressione di “vuoto e di scontento” lo danno le istituzioni e la società presente: l’eccentricità viene sempre deplorata. (bl) (Aggiornamento di “Siate irriconoscibili” pubblicato da “Idea Liberale” n. 11, giugno-luglio 1998) SOMMARIO: I. Introduzione – II. Della libertà di pensiero e discussione – III. Dell’individualità come elemento del bene comune – IV Dei limiti all’autorità della società sull’individuo – V. Applicazioni [/spoiler] 6. AA. VV. “La teoria politica di Bruno Leoni” Rubettino, Soveria Mannelli (Cz) 2005[spoiler="Commento di Beppi"] Solo negli anni ’90 del secolo scorso ci si è resi conto dell’importanza del pensiero di Bruno Leoni. E dire che era lo studioso politico italiano più noto all’estero negli anni ’60. Infatti ricoprì l’incarico di segretario e presidente della Mont Pèlerin Society, il sodalizio culturale di liberali costituito da von Hayek. Solo nel 1995 l’editore Canovari (Liberilibri di Macerata) pubblicò in italiano “Freedom and the Law” che aveva visto la luce negli USA nel 1961. Grazie a Leonardo Morlino e a Raimondo Cubeddu il pensiero di questo studioso è stato portato alla conoscenza del grande pubblico. Se fosse stato conosciuto a suo tempo il liberalismo tricolore di tradizione moderata si sarebbe modernizzato da tempo. Prendiamo la diatriba tra liberalismo e liberismo che aveva messo l’uno contro l’altro Croce ed Einaudi, oppure il confronto tra liberali e liberals ed i rapporti tra diritto e mercato. Cubeddu nella introduzione al predetto testo di Leoni sottolinea che “la mitizzazione dello Stato come produttore di ordine tramite la legislazione e la pianificazione economico-sociale…è…uno dei temi sui quali Leoni si concentra, mostrandone le debolezze teoriche e i rischi politici…”. E negli anni ’60 la politica di piano e l’ipertrofia legislativa la facevano da padrone, mentre il normativismo positivista di influenza kelseniana-bobbiana influenzava grandemente anche il pensiero liberale. Oggi il clima è più favorevole ad un liberalismo che sostenga la centralità del mercato e dell’interesse dei consumatori nonché la concezione dell’ordinamento giuridico volto a tutelare la libertà individuale. Liberale, liberista è libertario è il trinomio necessario per individuare questo liberalismo moderno e modernizzatore che può essere anche utile a quei socialisti che ritengono necessario coniugare la libertà politica con il mercato e la libertà individuale. Il libro, curato da Antonio Masala e con una introduzione di Angelo Panebianco, raccoglie gli atti di un convegno tenutosi a Forlì il 28 e 29 marzo 2003 dedicato appunto alla teoria politica di Bruno Leoni. Cubeddu ricorda che l’idea del convegno venne a Mario Stoppino che voleva rendere onore al suo maestro. Purtroppo il convegno si è tenuto dopo la morte di Stoppino. Cubeddu, concludendo il convegno, non può non constatare che a trentacinque anni dalla scomparsa, Leoni ha finalmente conquistato il posto che gli spetta tra i protagonisti della cultura politica e giuridica della seconda metà del Novecento e tra i massimi esponenti del liberalismo italiano. E chi scrive non può non considerare il pensiero di Bruno Leoni una delle “luci” cui affidarsi per l’azione politica, soprattutto in questo periodo in cui la domanda di “cose” liberali sembra non trovare una “offerta” soddisfacente. (bl)[/spoiler] 7. Montesquieu "Lo spirito delle Leggi" UTET http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788802071800 [spoiler="Commento di Beppi"] Raymond Aron - in Francia si diceva che era meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron - sostiene che lo scopo di Locke è quello di limitare il potere del re per cui se oltrepassa certi limiti il popolo ha il diritto di reagire, mentre quello di Montesquieu è l'equilibrio dei poteri, quale condizione della libertà politica. Locke e Montesqiueu sono i padri del liberalismo moderno, per cui Aron giustamente fa risalire a loro l'origine del diritto alla rivoluzione se il potere abusa delle proprie prerogative e del principio per cui il potere deve essere limitato da altro potere, se si vuole salvaguardare la libertà individuale. Scrive Montesquieu nel cap. 6° del libro XI . Il principio dei pesi e dei contrappesi che deve dominare qualsiasi costituzione che ambisce a dirsi liberale, trova qui la sua fonte primaria. E la commistione e confusione dei poteri, senza adeguate contromisure, è la radice della crisi dello stato moderno che si crede liberale, ma che è al massimo semplicemente democratico solo perché formalmente la sovranità appartiene al popolo. La salvaguardia dei diritti individuali (civili, economici e sociali) è la caratteristica dello stato liberale, ma che può ben conciliarsi con la democrazia se la sovranità popolare rispetta il limite delle libertà individuali. Quest'anno ricorrono duecentocinquant'anni dalla morte di Montesquieu, ed i temi sollevati dal filosofo francese, sono ancora d'attualità. (bl)[/spoiler] 9. Ernesto Rossi "Il sillabo e dopo" Euro 14,46 http://www.kaosedizioni.com/schrossi_sillabo.htm [spoiler="Commento di Aguas"] Questo è un libro anticlericale. Lo hanno scritto otto pontefici: Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. «Io appartengo alla sparutissima schiera di coloro che credono ancora sia dovere di ogni uomo civile prendere la difesa dello Stato laico contro le ingerenze della Chiesa in Parlamento, nella scuola, nella pubblica amministrazione, e riten- gono che quest’obiettivo sia, nel nostro paese, più importante di qualsiasi altro – politico, giuridico o economico – in quanto il suo con- seguimento costituirebbe la premessa indispen- sabile per qualsiasi seria riforma di struttura: io sono, cioè, sulle posizioni di quello che la maggior parte degli esponenti della nostra sinistra democratica oggi definisce “vieto anticlericalismo” e “pregiudizio piccolo-borghese”.» Ernesto Rossi, 8 dicembre 1964[/spoiler] 11. Nicola Matteucci "Liberalismo" Il Mulino, Bologna 2005 http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788815107800 [spoiler="commento di Beppi"] Devo agli scritti del prof. Nicola Matteucci se ho avuto la consapevolezza che il liberalismo, come teoria politica, non era affatto superata dal socialismo, al contrario di quanto allora appariva. Nei primi anni ’70 dello scorso secolo, Nicola Matteucci tenne a Sirmione una corposa relazione che poi fu raccolta in un bel libro “Il liberalismo in un mondo in trasformazione” edito da Il Mulino. Lessi la relazione su “Biblioteca della libertà”, la bella rivista del “Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi”, di Torino. Nel 1992 la casa editrice, ripubblicando quella relazione, la faceva precedere e seguire da altri due scritti di Matteucci: “Ridefinire il liberalismo” e la “Rinascita del liberalismo”. L’agile volumetto che viene qui segnalato comprende proprio questi due scritti. Matteucci esclude che il liberalismo possa essere considerato solo una ideologia in quanto esso è una teoria politica in quanto Inoltre . Perciò >. Il liberalismo, afferma Matteucci si è dimostrato vitale in passato proprio come “risposta a sfida” ed oggi le sfide sono diverse. Infatti oggi . Di qui la sfida contemporanea al conservatorismo, almeno nel nostro paese ove le lobby corporative dettano sia l’agenda che le soluzioni politiche, con danni a carico dei cittadini senza potere. Se nella seconda parte del XX secolo in Italia abbiamo avuto più pensatori liberali che al tempo di Croce ed Einaudi, un merito deve essere riconosciuto al prof. Nicola Matteucci. (bl)[/spoiler] 12. Raimondo Cubeddu “Margini del Liberalismo”, Rubettino, Soveria Mannelli (Cz) 2003 http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788849805413 [spoiler="commento di Beppi"] E’ un libro che consiglierei a coloro che si credono “autentici liberali”. Cubeddu sottolinea coloro che, secondo lui, non sono liberali e coloro che lo sono “borderline”. Ritiene liberale Hayek ma non Keynes, Einaudi e non Croce, Popper e non Rawls. In realtà il liberalismo non è una ideologia con testi sacri inconfutabili. Il liberalismo è una filosofia politica, o meglio, una teoria politica basata soprattutto sul pragmatismo. Di qui tante ricette liberali e tanti pensatori liberali. Di qui la posizione del “marginalista mengeriano” Cubeddu che si confronta con il pensiero cattolico e l’opinione pubblica, la dottrina del diritto naturale e quella delle scelte collettive. Nelle pagine di questo libro rivive la tradizione della scuola “austriaca” (Carl Menger, von Mises, von Hayek e Popper) e si ricostruisce magistralmente il pensiero di tre pensatori italiani dello scorso secolo: Francesco Saverio Merlino, Carlo Antoni e Bruno Leoni. Perché lo consiglierei a coloro che sono convinti di essere gli “unici autentici liberali”? Perché Cubeddu, da buon liberale, sostiene che le azioni individuali producono sempre conseguenze sociali e queste possono essere inintenzionali pur essendo prodotte da azioni intenzionali. L’impredicibilità è la caratteristica del futuro, di qui la necessità di un sistema politico-culturale che possa facilmente adattarsi a fenomeni imprevisti affinché la libertà, la vita e il patrimonio individuale possano esplicare pienamente il proprio ruolo. La plasticità di un sistema politico-culturale, perciò, ha la necessità di fondarsi sul dubbio nei confronti delle proprie convinzioni e la tolleranza nei confronti delle convinzioni altrui. (bl)[/spoiler] 14. Murray Netwon Rothbard - Per una nuova Libertà il manifesto libertario (2° edizione) http://web2.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=58 also in English free.pdf: http://www.mises.org/rothbard/newliberty.asp [spoiler="Commento di Ronnie"]Questo libro godibilissimo e dalle caratteristiche di consultabilità di un manuale traccia la linea per il movimento di chi crede alla Società e rifiuta nettamente lo Stato, il movimento libertario da questo libro ha tratto trent'anni di buone idee espresse sinteticamente come si conviene ad un manifesto politico, quel che mancava all'enorme produzione teorica sul libertarismo. Un must. [/spoiler] 15. Murray Newton Rothbard - L'etica della Libertà Introduzione di Luigi Marco Bassani - Liberilibri - 1996, Pagine 430 Prezzo €18,59 http://web2.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=57 c'è in inglese gratis sul sito http://www.mises.org/rothbard/ethics/ethics.asp [spoiler="commento di Ronnie"]Questo è il libro più importante dell'intera opera di Murray Newton Rothbard, e forse ne contiene anche gli unici limiti. La teoria della giustizia del movimento libertario è esposta con chiarezza e coraggio, senza mezzi termini. La sistemazione teorica nel solco Lockeano del pensiero libertario Rothbardiano ancora era mancante, in quest'opera che lui stesso considerava coronamento del suo lavoro M.N.R. concludeva il suo sistema con la fondazione etica di ciò che l'economia Austriaca richiede e con il rigetto dell'utilitarismo. Un'opera che non puo' mancare ai liberali e ai libertari e rappresenta il limite massimo dei diritti individuali mai raggiunto nella costruzione giusnaturalistica e libertaria. [/spoiler]
    16. Friedrich A. Von Hayek - La via della servitù ; 15 € http://www.mises.org/store/Road-to-S...C0.aspx?AFID=1[spoiler=commento di liberal_]
    quello che considero il testo più importante del '900 per quanto riguarda il pensiero liberale: La via della schiavitù di Von Hayek. Non è tanto importante sotto il profilo culturale quanto sotto il profilo politico. Ha più una connotazione politica che filosofica. Cerca di aprire gli occhi ai lettori sul pericolo del socialismo strisciante. Dimostra come il passo sia breve tra la pianificazione economica, anche blanda, e il nazionalsocialismo. Dimostra come pochi oligarchi socialisti possano esautorare il parlamento e instaurare in pochi anni un regime. Denuncia il prolungarsi delle politiche economiche di guerra anche in tempo di pace, denuncia l'abbandono totale durante i primi anni del '900 di quel liberalismo che aveva connotato l'800 e di quella libertà che aveva reso il regno unito il faro mondiale del liberalismo. E' il testo che ha ispirato la Thatcher (lei stessa dice di aver avuto due grandi maestri: il padre droghiere e von hayek) e l'ha trasformata in quello straordinario personaggio che noi tutti conosciamo (e per quanto mi riguarda, amiamo). Insomma un testo essenziale. Purtroppo non è in commercio e quindi per leggerlo è necessario prenderlo in una biblioteca.[/spoiler] 17. Pascal Salin - Liberalismo
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=25
    [spoiler=commento di Jefferson]Libertà, responsabilità, proprietà. Sono questi i capisaldi del liberalismo. E il liberalismo è umanesimo. L’opera di Pascal Salin propone una rivalutazione profonda del pensiero liberale e, allo stesso tempo, un’applicazione concreta di questi principi nella soluzione dei problemi del nostro tempo. Dalla globalizzazione alla moneta unica europea, dalla legislazione sulla concorrenza alle leggi sull’immigrazione, dal monopolio pubblico della previdenza sociale ai problemi dell’ambiente, dai limiti di velocità alle politiche di stabilizzazione. Un’analisi liberale a tutto campo, che riscopre la centralità dell’individuo e il principio della responsabilità come base di un ordine sociale spontaneamente costituito.

    (2002) pp. 682

    ISBN: 88-498-0179-3

    €. 33,57 [/spoiler] 19. Carlo Stagnaro e David B.Kopel - Io sparo che me la cavo: quando essere armati è un diritto
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=77
    [spoiler=commento di Jefferson]Libriccino piccolo piccolo, ma denso di significati: il tema del libero porto d'armi, troppo spesso sottovalutato o addirittura ignorato nel nostro paese, merita la ribalta.[/spoiler] 20. Sergio Ricossa: da liberale a libertario LINK [spoiler=commento di Jefferson]Cinquant'anni fa gli pareva sufficiente dirsi liberale, o liberale einaudiano. Ma i tempi cambiano, la memoria di Luigi Einaudi sbiadisce a dispetto delle dichiarazioni dei suoi allievi improvvisati, lo stato si fa sempre pù prepotente. E così, a Sergio Ricossa, l'etichetta liberale comincia ad andare stretta. E' tempo di battere nuove strade, di cercare nuove prospettive. Il tutto nel segno dell'ironia e di un'istintiva simpatia per i paradossiintelligenti. In trenta articoli apparsi nel corso degli ultimi ventiquattro anni sulle pagine de "Il Giornale", "Da liberale a libertario" ripercorre le tappe dell'evoluzione del pensiero di Ricossa, economista di fama e fra le migliori penne della stampa nazionale, dal liberimo einaudiano all'anarco-individualismo. Un itinerario complesso e lineare al tempo, affascinante e coinvolgente, che passa per tutte le sfaccettature e tutte le dimensioni della libertà individuale. Dai ritratti dei grandi del passato (come Adam Smith e Ludwig von Mises), ai commenti di attualità. Dal diritto di coniare monete rigorosamente private alle clamorose smentite delle "Cassandre" del capitalismo. Autentica "bussola" per orientarsi nel pensiero liberista e libertario, questa raccolta di scritti è assieme un tuffo nel passato e un volo nel futuro. Per non dimenticare la storia e guardare con speranza al domani. Ma è anche testimonianza - grazie al lungo dialogo fra Ricossa e il curatore del volume, Alberto Mingardi - della grandezza, non solo "scientifica" ma anche morale ed umana, del padre spirituale dei libertari della nuova generazione. Sergio Ricossa: Nato a Torino nel 1927, accademico dei Lincei, membro della Mont Pèlerin Society, editorialista de "Il Giornale", Sergio Ricossa è l'esponente più noto e brillante del mondo libertario. Ordinario di politica economica presso la facoltà di Economia dell'Università di Torino, Ë autore di innumerevoli pubblicazioni scientifiche e di pamphlet di grande successo. Da sempre innamorato della libertà, è capace di tratteggiarla con grande maestria. In un articolo di giornale o su una tela.[/spoiler] 22. Ludwig Von Mises - Liberalismo
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=51
    [spoiler=commento di Jefferson]Lo stile di Mises è semplice, diretto, snello: un "bignamino" indispensabile per la biblioteca di ogni vero liberale.[/spoiler] 23. Dario Antiseri - Cattolici a difesa del mercato
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=150
    [spoiler=commento di Jefferson]Dedicato a chi pensa che cattolicesimo e libero mercato siano in contraddizione.[/spoiler] 26. Walter Block - Difendere l'indifendibile
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=60
    [spoiler=commento di Jefferson]Vivamente consigliato, specialmente a chi si sente culturalmente conservatore (come il sottoscritto), smonta pezzo per pezzo molti "miti" del 21° secolo[/spoiler]
    28. Raimondo Cubeddu - Atlante del liberalismo LINK
    [spoiler=commento di Jefferson]Per districarsi fra i mille termini, interpretazioni e fraintendimenti della galassia liberale.[/spoiler] 29. Frédéric Bastiat - La legge LINK
    [spoiler=commento]Recensione di Carlo Zucchi In questo brillantissimo pamphlet del 1850 (anno della sua morte) Frederic Bastiat intraprende un’aperta difesa dei diritti individuali naturali che lo induce a riconoscere nella libertà che è propria dell’ordine di mercato l’unico modo legittimo, pacifico e davvero liberale di intendere le relazioni interpersonali. Alla pari, se non meglio, di tanti trattati di filosofia del diritto, La Legge mostra al lettore quale funzione debba avere la legge in un ordine autenticamente liberale. Secondo Bastiat, “Non è perché gli uomini hanno emanato delle leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà preesistono che gli uomini fanno le Leggi”. Scopo della legge, quindi, è difendere il diritto di proprietà opponendo la forza collettiva alla spoliazione operata da chi cerca di appropriarsi con la forza di quanto prodotto dal lavoro altrui. Proprio in quegli anni, attorno alla metà dell’Ottocento, si delineano i contorni dell’ideale democratico imperniato sul concetto roussoviano di Volontè generale, e Bastiat intravede appunto la pericolosità derivante dal fatto che la volontà generale può arrivare ad essere più “dispotica” di un monarca assoluto. A tal proposito dice: “Fino a quest’epoca la spoliazione legale era esercitata dal piccolo numero sul grande numero… Appena le classi diseredate hanno recuperato i loro diritti politici, il primo pensiero che le assale non è di liberarsi dalla spoliazione, ma di organizzare contro le altre classi, un sistema di rappresaglie…”. La difesa del diritto di proprietà, quindi, e non una decisione presa a maggioranza deve essere il giusto criterio in base al quale giudicare la giustezza o meno di una legge. Una volta accettata la spoliazione come mezzo legale di redistribuzione del reddito, allora chiunque si sente in diritto di depredare chiunque in nome di qualsiasi interesse, sia questo l’agricoltura, piuttosto che il lavoro, o l’istruzione o il protezionismo commerciale. Ognuno con pari diritto (o con pari torto) a pretendere leggi in proprio favore. Nella seconda parte del suo pamphlet, Bastiat ripercorre tutte le tappe che hanno portato il suo paese, la Francia, ad essere la culla dello statalismo, elencando tutti gli intellettuali che nel corso dei secoli hanno posato, ognuno, il proprio mattoncino all’edificio statalista, senza risparmiare persino esponenti ritenuti campioni di liberalismo come Montesquieu con il suo Espirit de Loi. Qualche parola meritano anche la prefazione di Nicola Iannello e l’introduzione di Carlo Lottieri. La prima ripercorre brillantemente le tappe che hanno segnato la vita e le opere di Bastiat, queste ultime concentrate in un breve quanto entusiasmante periodo di soli 7 anni, dal 1844 al 1850, data della sua morte. Nella sua prefazione, Iannello sottolinea come con Bastiat, di cui La Legge è una delle opere più fortunate, si sia compiuta una rinascita del liberalismo classico di matrice giusnaturalistica e non è un caso che autori come Nock, Ayn Rand, Rothbard, Hayek e James Buchanan abbiano tutti preso qualcosa dal pensiero dell’economista francese. Altrettanto interessante è l’analisi fatta da Carlo Lottieri nell’introduzione. Ponendo l’accento sul connubio tra Bastiat e le ragioni del diritto naturale, si può dedurre come il diritto non sia soltanto il diritto positivo che impregna le legislazioni moderne, nelle quali la “non coincidenza” tra legalità (il sistema delle istituzioni politiche e giuridiche in vigore) e legittimità (quell’ordine disarmato che può fare continuamente appello ai nostri scrupoli morali) è sempre più evidente. Altresì Lottieri pone in evidenza come quello di Bastiat sia un pensiero “realista” in quanto cattolico (di matrice tomista), e che l’individualismo di cui è permeato il pensiero dell’economista francese risiede nel fatto che ogni singolo uomo è stato concepito a immagine e somiglianza di Dio e come tale è meritevole di rispetto. Nel cattolicesimo Bastiat non trovò alcun limite alla propria passione per una libertà individuale senza compromessi. In questo senso, dice Lottieri, egli non fu un “cattolico liberale”, ma fu liberale, proprio perché cattolico.
    [/spoiler] 30. Gilberto Oneto - Piccolo è libero
    http://www.maschiselvatici.it/abbiamoletto/oneto.htm
    [spoiler=commento]Recensione di Carlo LottieriSono trascorsi quattro anni da quando, nell'estate del 2001, Gianfranco Miglio se n'è andato. Lo scienziato politico più controcorrente dell'Italia del ventesimo secolo ha lasciato però lezioni importanti: insegnando - in primo luogo - che la vita sociale deve nascere dal consenso e quindi da patti liberamente sottoscritti; che la politica statuale degli ultimi secoli è stata dominata da irresponsabilità e degrado civile; che la civiltà occidentale ha preservato alcune delle sue migliori qualità non già nei grandi Stati che dominano la scena internazionale, ma in piccole istituzioni gelose delle loro antiche libertà. Non è quindi un caso se Gilberto Oneto, da anni direttore dei Quaderni Padani (la migliore rivista dell'indipendentismo settentrionale), ha voluto dedicato proprio al professore comasco il suo ultimo lavoro (Piccolo è libero. Il ruolo dei piccoli Stati nella storia dell'Europa moderna), edito da Leonardo Facco (leofacco@tin.it) e in vendita a 15 euro. Il volume, che reca in copertina la fotografia di una Landsgemeinde (assemblea popolare) del piccolo cantone di Glarus, si segnala per molte ragioni. A partire dalla frase ad esergo, che recita: "Dedicato a Gianfranco Miglio, che avrebbe voluto essere cittadino di uno Stato più piccolo e più libero". Per giunta, questo di Oneto è un testo di notevole interesse per le molte informazioni sul nostro passato: sul quell'insieme di città libere, ducati, contee, repubbliche e castelli che ancora nell'Ottocento caratterizzavano la geografia politica del Vecchio Continente. Rievocando quel mondo che non c'è più, Oneto mostra come la storia moderna sia passata come un rullo compressore su una rete articolata di antiche autonomie, che il giacobinismo e il nazionalismo hanno soppresso con la forza delle armi. Ma il volume evidenzia pure come almeno una parte di quel mondo sia vivo tuttora e come - in Europa e in altre parti del mondo - permangano istituzioni davvero minuscole, che favoriscono una convivenza di migliore qualità: dai cantoni svizzeri alla Città del Vaticano, dal Lussemburgo a Monaco. Soprattutto, però, il volume si sforza di evidenziare come - sul piano teorico - le piccole comunità offrano un'affascinante alternativa di fronte al fallimento degli Stati moderni: non solo distruttori di risorse e responsabili di guerre sanguinose, ma vere e proprie macchine da guerra schierate contro i diritti, le fedi e i valori dei loro "sudditi". Se dieci secoli di monarchia e due secoli di repubblica, in Francia, hanno quasi totalmente cancellato ogni tradizione locale e - specie nell'età moderna - hanno imposto una nuova "religione civile" sulle ceneri del cattolicesimo di un tempo, quella delle piccole comunità è una civiltà in cui può è ancora legittimo essere provenzali, bretoni o alsaziani, e dove non c'è alcuna ideologia immanente che pretenda di sostituirsi alle fedi liberamente adottate. In questo universo è anche possibile - come in età medievale - fare emergere dal nulla un proprio principato, come fece nel 1967 Michael Bates, proprietario di una piattaforma di 550 metri quadrati al largo delle coste inglesi, che proclamò l'indipendenza del suo possedimento e ebbe numerosi riconoscimenti dalla stessa Gran Bretagna, dato che in tutta una serie di cause intentate contro di lui dal governo londinese (per ragioni fiscali, ad esempio) i tribunali di Sua Maestà si sono dichiarati incompetenti proprio perché quel territorio si trova fuori dalle acque territoriali. Il caso di Sealand - questo è il nome dell'istituzione creata da Bates - è poco più che una curiosità, ma dimostra che anche in ambito istituzionale vi può essere spazio per la libertà d'iniziativa che caratterizza l'economia libera. E se quella di Sealand è una realtà poco nota, tutti conoscono Montecarlo, un paesotto della costa ligure che in meno di un secolo è diventato una realtà di primissimo piano e un centro economico di rilievo. E il successo di Montecarlo - detto anche "Grimaldi Spa" - attesta quanti benefici possano derivare dalla facoltà di amministrarsi da sé: riducendo le tasse, eliminando gli sprechi, cancellando ogni normativa inutile, facendo ponti d'oro a chiunque sia interessato ad investire e portare sviluppo. È quasi una regola aurea: le libertà individuali e la prosperità fioriscono nei piccoli Stati ben più che in quelli grandi, dato che le realtà di dimensioni ridotte offrono maggiori garanzie di poter vivere entro un ordine giuridico rispettoso dei diritti dei singoli. In effetti, come sottolinea Carlo Stagnaro nella prefazione, le piccole realtà non possono chiudersi al libero commercio, dato che hanno bisogno di molti beni e servizi prodotti all'esterno. Per giunta, esse evitano di costruire pesanti apparati parassitari, dato se qualcuno pretende di gravare sulle spalle di altri è facilmente individuato e deve subire la reazione dei concittadini. Soltanto negli Stati grandi o medio-grandi (l'Italia, ad esempio) è possibile una massiccia redistribuzione delle risorse; ovvero, come disse Miglio stesso, è possibile che qualcuno possa "mettere la mano nella tasca di un cittadino e trasferire le risorse di quel cittadino ad altri cittadini". Nella sua difesa delle virtù dei piccoli Stati contro il gigantismo delle super-potenze Oneto riesce quindi assai convincente. Anche perché la sua è una invettiva contro la retorica patriottarda, i luoghi comuni dei libri di testo, le verità obbligate e la pigrizia di un sistema informativo che troppo spesso è asservito alle verità di regime. Egli scende in campo non solo contro lo statalismo otto-novecentesco (variamente nazionalista, socialista, coloniale, guerrafondaio), ma anche contro il mito dei grandi uomini, dei grandi partiti, dei grandi eserciti. Alla Persia o all'Egitto degli imperi mastodontici egli oppone la civiltà della piccola Atene, dove sono fiorite la filosofia classica e la democrazia antica. Alla potenza di fuoco delle armate russe o americane che hanno sconvolto il "secolo breve" egli oppone quelle piccole città tardo-medievali in cui è fiorita la cultura mercantile che ha dato vita al capitalismo europeo. Alla megalomania degli Stati egli oppone la dignità dei piccoli borghi, delle minoranze orgogliose, delle comunità consapevoli. Nello stesso pensiero di Miglio vi è più di una traccia per cogliere le ragioni profonde della superiorità delle piccole comunità. Nella sue Lezioni di politica pura vi è quella "teoria della doppia obbligazione" (politica e giuridica) che sottolinea proprio come il diritto sia l'universo della responsabilità, dei piccoli numeri, del rispetto reciproco, mentre la politica è per sua natura marcata dall'irresponsabilità, dai grandi numeri, dalla prepotenza. L'obbligo giuridico è limitato nel tempo e nel contenuto, e si preoccupa degli interessi delle parti (come avviene, appunto, nelle comunità care a Oneto), mentre l'obbligo politico si vuole perpetuo, indeterminato, e non ha timore di chiedere ogni genere di sacrificio a quanti sono coinvolti nelle sue spire. Leggendo Piccolo è bello si percepisce come Oneto insegua con coerenza il sogno di una sua Contea tolkieniana, che riconduca le relazioni sociali "a dimensioni umane", e lo faccia con la consapevolezza che Montecarlo o Vaduz sono oggi realtà assai civili e moderne anche se sono all'interno di piccole realtà, e - anzi - proprio per quello.
    L'Indipendente, 30 settembre 2005 [/spoiler] 31. Ayn Rand - La virtù dell'egoismo
    http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788885140400
    [spoiler=commento]Recensione di Carlo Zucchi Straconosciuta negli Stati Uniti, per nulla in Italia, Ayn Rand ha visto in passato tradotti in italiano The Fountainhead, Atlas Shrugged e, soprattutto, We the Living (Noi vivi), del 1936, che ha conosciuto un grosso successo presso il grande pubblico italiano grazie al film, ispirato al romanzo, Noi vivi. Addio Kira, sceneggiato da Corrado Alvaro, Orio Vergani e Anton Giulio Majano, diretto da Goffredo Alessandrini e interpretato da Alida Valli, Rossano Brazzi e Fosco Giachetti. Dopo il grande successo riscosso, venne sequestrato dalla censura fascista, tratta in inganno in un primo momento dall’indirizzo anti-bolscevico della trama. Sembra che Mussolini in persona ne abbia disposto il ritiro dalle sale, reso furioso dalla carica universalmente anti-totalitaria del film. Questo libro presenta l’etica randiana, basata sulla metafisica realistica dell’”egoismo razionale”: la vita dell’uomo come fine e valore in se. Ne discende una concezione politica imperniata sui diritti umani intesi come diritti di proprietà, sul capitalismo come unica società razionale coerente con la libertà e la prosperità, sul governo limitato come garanzia di difesa esterna, ordine interno e risoluzione delle controversie. Estranea ai circuiti accademici convenzionali, il suo pensiero di Ayn Rand non è mai stato giudicato degno di un’indagine scientifica seria, anche a causa della scelta del romanzo quale forma di espressione. Inoltre, la pretesa di fornire un sistema chiuso e oggettivo di comprensione della realtà che non ha mai contemplato il contraddittorio con gli avversari come momento positivo, ha certamente reso difficile servirsi del confronto come possibilità di diffusione del proprio pensiero. Sinteticamente, il pensiero “oggettivista” randiano enuclea 4 parti della filosofia: metafisica, epistemologia, etica e politica, specificandole rispettivamente come: “realtà oggettiva”, “ragione”, “interesse per sé” e “capitalismo”. Nelle 4 parti componenti la propria filosofia, Ayn Rand è fortemente debitrice verso Aristotele. Dal punto di vista metafisico, secondo Ayn Rand, “La realtà esiste in quanto oggettivo assoluto – i fatti sono fatti, indipendenti dai sentimenti, desideri, speranze o paure dell’uomo” – e coerente con questa impostazione del problema dell’essere è la centralità della ragione nel campo della conoscenza. Il riferimento dell’epistemologia randiana è il logos aristotelico: “La ragione è il solo mezzo dell’uomo per percepire la realtà, la sua sola fonte di conoscenza, la sua sola guida per l’azione e il suo fondamentale mezzo di sopravvivenza”. Dal punto di vista etico-politico, invece, l’essere oggettivo dell’uomo è indagato per mezzo della ragione, attraverso un’etica basata su una metafisica che pone la vita come fine e valore in sé, e l’oggettivismo indica l’”egoismo razionale” come cardine di questa etica. Secondo Ayn Rand, egoismo razionale è la “cura del proprio interesse”, analogamente a quanto asseriva Aristotele che distingueva appunto un uso corrente da un uso filosofico dell’egoismo, dove il primo è quello della maggior parte degli uomini, che compiace le passioni e la parte irrazionale dell’anima, attribuendo a sé la maggior parte nelle ricchezze, negli onori e nei piaceri del corpo, mentre il secondo è quello di chi compie più di tutti le azioni giuste o secondo le virtù e si procura decoro, attribuendosi le cose più belle e buone godendo della parte più elevata di sé. Questo nesso tra egoismo e virtù è quello che ritroviamo nell’etica randiana, secondo la quale la cura di sé è un compito morale dell’individuo che coinvolge la parte più elevata della personalità e procura l’autentico bene tanto del singolo che della comunità. Secondo Ayn Rand, quindi, la società non esiste in quanto entità a sé, ma rappresenta un insieme di individui: Molto può essere appreso sulla società studiando l’uomo; […] nulla può essere appreso sull’uomo studiando la società”. Da questo individualismo metodologico deriva un individualismo politico radicale che riconosce solo il singolo come soggetto morale, portatore di conoscenza, titolare di diritti e produttore di ricchezza. A livello di istituzioni sociali, l’egoismo è in armonia con una società capitalistica fondata sui diritti individuali – primo fra tutti il diritto di proprietà – e il governo limitato che da questi diritti trae l’unica legittimità. All’opposto sta l’etica altruistica, che fonda lo statalismo e il collettivismo. Politicamente, Ayn Rand si autodefinisce una radical for capitalism. In senso lato appartiene alla famiglia liberale, con una forte connotazione favorevole al laissez-faire. L’egoismo come valore è la virtù dell’individuo. La coerenza della posizione di Ayn Rand sta nel proporre una filosofia morale che da un lato si incardina su una metafisica che àncora il concetto di natura umana alla realtà dell’esistenza, e che dall’altro si traduce in una prospettiva politica negativa dove l’individuo è sovrano e il governo servo. Alla politica non viene affidata la creazione di alcun valore , solo gli individui nell’esercizio della loro libertà possono praticare valori morali, anzi, l’unico valore morale è nella libera azione di individui che realizzano la loro natura.[/spoiler] 32. Hans Herman Hoppe - Democrazia: il dio che ha fallito
    http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788885140776
    [spoiler=commento]Recensione di Guglielmo Piombini Fedele alla sua linea editoriale, la Liberilibri di Macerata ha dato da poco alle stampe uno dei testi di filosofia politica più provocatori degli ultimi anni: “Democrazia: il dio che ha fallito”, di Hans-Hermann Hoppe (pp. 463, € 19,00, a cura di Alberto Mingardi). Per molti liberali contemporanei l’impianto revisionistico di questo libro, osserva il prof. Raimondo Cubeddu nella prefazione, rappresenta un susseguirsi di impietose pugnalate alle convinzioni più profonde e care. Hoppe, tedesco di nascita ma trasferitosi da tempo negli Stati Uniti, è infatti uno dei massimi esponenti del libertarismo, la versione più radicale del liberalismo contemporaneo. Tutto dunque ci si sarebbe aspettato da un anarco-capitalista, tranne che la rivalutazione delle monarchie tradizionali.
    Hoppe, che insegna economia all’università del Nevada, parte dal presupposto che le fonti della civiltà e della prosperità umana sono la proprietà privata, il libero mercato e la libertà individuale, e che le diverse forme di governo vanno valutate secondo la loro capacità di tutelare questi beni. Se analizzate da questa visuale, non sembra che le performance delle democrazie siano state migliori di quelle dei regimi politici dell’Ancien Régime. Nell’era democratica iniziata con la Rivoluzione francese e affermatasi definitivamente dopo la prima guerra mondiale, le tasse, le spese statali, il debito pubblico, l’inflazione monetaria, le burocrazie, le leggi e le regolamentazioni sono aumentate in maniera esponenziale. Nella millenaria epoca monarchica i re non amministrarono mai più del 5-10 per cento del reddito nazionale, mentre con l’avvento della democrazia la spesa pubblica oggi è arrivata a superare il 50 per cento del PIL. Rispetto al Settecento anche le guerre, da limitate dispute territoriali che non coinvolgevano la popolazione civile, si sono trasformate in guerre ideologiche di massa. Secondo Hoppe la maggiore tendenza statalista delle democrazie rispetto alle monarchie dipende dal più breve orizzonte temporale dei governanti democratici. Come un proprietario, il re è interessato alla prosperità di lungo periodo del proprio regno, per aumentare le proprie entrate fiscali e per trasmetterlo in buone condizioni alla discendenza. Il governante democratico è invece un custode temporaneo che gestisce la cosa pubblica per conto della collettività. La sua prospettiva temporale è limitata, perché difficilmente possono interessarlo quegli investimenti e quelle riforme che daranno frutti in un momento successivo alla scadenza della sua carica. Questo sistematico orientamento al presente spiega gli enormi debiti pubblici che affliggono tutte le democrazie contemporanee. Piuttosto che ad un padrone che ha a cuore il buon nome e il decoro dell’abitazione, il governante democratico assomiglia ad un inquilino provvisorio, poco interessato alla manutenzione ma intenzionato a sfruttare il bene prima che passi in altre mani. La superiorità del governo privato rispetto al governo pubblico, secondo Hoppe, è dimostrata dall’enorme attrattiva che godono realtà come il Principato di Monaco o le “gated communities”, città interamente private in forte espansione negli Stati Uniti. Hoppe, inoltre, difende il tradizionalismo non solo dal punto di vista politico, ma anche culturale. A suo avviso una società fondata sull’economia di mercato esprime una cultura conservatrice, mentre il progressismo culturale va di pari passo con l’edificazione dello Stato assistenziale. Di per sé, infatti, il capitalismo non è un sistema gaudente o materialistico, ma è anzi un sistema che impone a tutti elevati livelli di etica del lavoro, impegno, affidabilità, responsabilità, previdenza, prudenza. Il vecchio ordine “vittoriano” del laissez-faire non era licenzioso e libertino; non produceva permissivismo, ma un rigido ambiente di lavoro e risparmio. Chi non si atteneva a questi standard veniva colpito dalle dure sanzioni del mercato. Non è un caso che in Occidente la contestazione dei valori tradizionali sia iniziata, a partire dalla rivoluzione culturale degli anni sessanta del Novecento, proprio mentre si ampliava a dismisura il sistema pubblico di welfare. Per Hoppe sono dunque incoerenti sia i left-libertarian analoghi ai nostri radicali, liberisti in economia ma progressisti sul piano culturale, sia i conservatori populisti che difendono lo statalismo, come la nostra destra sociale. Mantenere le istituzioni centrali dell’attuale stato assistenziale e pretendere il ritorno alle norme e condotte tradizionali sono obiettivi incompatibili. Si può avere l’uno (il socialismo del welfare) o l’altro (i valori tradizionali), ma non entrambi, perché i pilastri del corrente Stato sociale - conclude Hoppe - sono la causa delle attuali anomalie sociali e culturali.[/spoiler] 33. David Friedman - L'ingranaggio della libertà LINK
    [spoiler=commento] Grazie a Liberilibri, è possibile leggere anche in italiano David Friedman, figlio del celeberrimo Milton, profeta della Reaganomics e della Supplly Side. Libertario anarco-capitalista, arrivò persino a dare del socialista a suo padre Milton, pur condividendo con lui un approccio in certo qual modo utilitarista ed empirista. A differenza di altri libertari, è proprio dall’indagine economico-empirica (e non dalla deduzione di un diritto morale) che Friedman trae conferma del ruolo essenziale che il diritto naturale di proprietà e il principio di non aggressione giocano per realizzare una società di uomini liberi. Prendendo spunto dal celeberrimo slogan di John Fitzgerald Kennedy: “Non chiederti cosa può fare la nazione per te, chiediti cosa puoi fare tu per la nazione”, David Friedman ha coniato il controslogan “Non chiederti cosa può fare lo Stato per te, chiediti che cosa lo Stato ti sta facendo”. Battuta che ben esemplifica le posizioni del nostro autore. Al pari di molti altri liberali, anche meno radicali di lui, Friedman parte dalla strenua difesa della proprietà, elemento imprescindibile su cui si fonda la libertà, condannando l’etica di Robin Hood, il cui motto “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, pur ispirato da nobili propositi, finisce unicamente per rendere insicuri i diritti di proprietà, e con essi i commerci e tutti gli elementi basilari della convivenza civile. Secondo gli stessi principi, Friedman condanna ogni forma di pauperismo che porta a vedere in chi è ricco la causa dell’altrui povertà. Grazie a un efficiente ordinamento di diritti di proprietà è possibile creare le condizioni affinchè possa diventare più ricco sia chi è lo è già, sia chi è povero, perché l’economia non è un gioco a somma zero in cui uno guadagna soltanto nella misura in cui un altro perde. Anche riguardo alla teoria marxiana dello sfruttamento, Friedman esprime un dissenso assai marcato, sbugiardando le tesi di Marx ed Engels relative a una presunta età dell’oro pre-capitalistica, durante la quale i lavoratori vivevano in condizioni migliori in quanto non venivano sfruttati dal sistema capitalistico fondato sulla proprietà privata.[/font]
    [font=Arial]L’ingranaggio della libertà muove dalla constatazione che “sembra esserci una stretta correlazione tra le leggi che rendono libera la gente e quelle che la rendono felice”. E sulla base di questo assunto, David Friedman avvia un’analisi concreta di vari settori in cui, con vantaggio di tutti, “sarebbe possibile riappropriarsi degli spazi di autonomia confiscati dalle cricche di politici, legislatori e burocrati che costituiscono le mille membra del Moloch statale”. Scuola, sanità previdenza, giustizia, sistema viario, sicurezza, tutela ambientale, mass-media e tanti altri servizi vengono riprogettati da Friedman sulla base di principi non coercitivi, dimostrando come lo Stato sia la negazione di efficienza e giustizia, le quali non nascono da obblighi, divieti e costrizioni, ma dalla cooperazione di individui liberi e consenzienti. Nella terza parte del libro Friedman delinea la differenza tra anarchia e caos. Se il secondo identifica una situazione di disordine totale, l’anarchismo è quella teoria secondo cui lo Stato è indesiderabile sotto ogni forma. Anarchia, quindi non significa caos, ma è bensì un ordine che presuppone il rispetto dei diritti di proprietà sui propri beni e sul proprio corpo, ma non la presenza di un organo avente il monopolio dell’uso della coercizione, come può essere lo Stato. Non sta infatti scritto in cielo che debba essere lo Stato ad assicurare certi servizi, come l’ordine pubblico o la produzione legislativa. Non sta scritto in cielo quale sia l’ambito di occupazione degli imprenditori, né tanto meno quale sia l’ambito in cui lo Stato deve agire in regime di monopolio escludendo gli imprenditori privati, dalla cui azione concorrenziale scaturiscono sempre soluzioni innovative. Come dice H. L. Mencken nella citazione sottostante al capitolo 28 relativo all’anarchia e al governo: “Allora lo stato è utile e necessario? Anche il medico lo è. Ma lo chiameremmo se ogni volta che viene per curarci un mal di pancia o un ronzio alle orecchie si arrogasse il diritto di far razzia dell’argento di famiglia, di usare i nostri spazzolini da denti, e di esercitare le droit de seigneur sulla domestica?”.[/spoiler] 34. Alexis Henri Charles de Clérel, visconte di Tocqueville- La democrazia in America
    http://www.internetbookshop.it/ser/s...sbn=8817118575
    [spoiler=commento]Recensione di Carlo Zucchi Uno dei classici del pensiero politico dell’Ottocento, se non del pensiero politico tout court. Pubblicato nel 1835 (prima parte) e nel 1840 (seconda parte) a seguito del viaggio di studio compiuto da Alexis de Tocqueville nel 1831-32, esamina il funzionamento delle istituzioni politiche, amministrative e giudiziarie americane. In queste pagine Tocqueville profetizza l’avvento della società di massa prevedendone gli aspetti rilevanti e persino i dettagli. Un saggio che, letto fra le righe, si rivela tutt’altro che tenero nei confronti del sistema democratico, di cui critica le tendenze allora assai poco conosciute, dato che la democrazia rappresentativa era ancora un fenomeno piuttosto recente. La tirannia della maggioranza è la degenerazione classica dei governi democratici. È nella loro essenza che il dominio della maggioranza tenda a diventare assoluto, poiché “fuori della maggioranza, nelle democrazie, non vi è nulla che resista”. Tocqueville non condivide l’assioma secondo cui “nell’impero della maggioranza” dimori la saggezza e, di conseguenza, rifiuta che “gli interessi della maggioranza debbano essere preferiti a quelli della minoranza”. Ciò che ripugnò Tocqueville dell’America (che pur amava) non fu l’estrema libertà, bensì la mancanza di indipendenza di spirito. “In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile attorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti, lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne…”. Naturalmente, Tocqueville aveva di fronte a sé l’America ancora agricola dei primi anni Trenta dell’Ottocento, in cui le condizioni di uguaglianza giuridica coincidevano con condizioni di eguaglianza economica. E proprio le condizioni di eguaglianza furono tra le novità che attirarono maggiormente l’attenzione di Tocqueville durante la sua permanenza in America. Più studiava la società americana, più vedeva nell’uguaglianza di condizioni la forza generatrice da cui pareva derivare ogni fatto particolare. Ma le condizioni di uguaglianza di quell’America coesistevano con condizioni di libertà che in Europa mancavano. Il concetto di uguaglianza degli europei, però, si identificava con condizioni di eguaglianza di fatto del tutto incompatibili con lo spirito di libertà che animava l’America. Tocqueville, tra l’altro, non mancò di profetizzare la fine dell’eguaglianza di condizioni non appena la rivoluzione industriale avrebbe preso piedi negli Stati Uniti. Anche in tal caso Tocqueville fu buon profeta, predicendo l’avvento di una nuova “Aristocrazia del denaro” rappresentata dai futuri magnati della grande industria. Altre considerazioni di Tocqueville riguardarono il comportamento assunto dalle persone in tempi di democrazia. L’uguaglianza sarebbe debordata in mediocrità; mediocrità di desideri, spesso di breve periodo, tali da incutere una certa inquietudine nello spirito dei cittadini democratici. Alla mediocrità nei gusti e dei desideri faceva riscontro una mediocrità dell’arte e degli scritti, poiché, in mancanza di mecenati dal gusto raffinato, agli artisti non rimaneva che lavorare per il mercato, i cui gusti borghesi erano improntati alla mediocrità più assoluta. Ma il più grande pericolo dell’era moderna Tocqueville lo vide nell’espansione della sfera statale nella vita dei cittadini. Cittadini che, in nome del proprio benessere, cedevano sempre più la loro libertà allo Stato, che li sollevava da ogni responsabilità fino a risparmiare loro persino “la fatica di vivere”. Anche la profezia dell’avvento del Welfare State che tanti danni morali produrrà nel Novecento non mancò di avverarsi. Da buon cattolico, Tocqueville riteneva la religione elemento indispensabile alla salute morale del cittadino in tempi di democrazia, ma voleva strenuamente che la religione non si immischiasse negli affari politici. Quando la religione cerca di fondare il suo regno soltanto sull’immortalità, che tormenta ugualmente il cuore di tutti gli uomini, può aspirare all’universalità, ma, quando si unisce a un governo aumenta il suo potere su alcuni e perde la speranza di regnare su tutti gli altri. Tocqueville vedeva poi nello spirito di associazione la caratteristica che rendeva gli americani impermeabili al potere. Facendo un paragone con la Francia, Tocqueville diceva che se un francese voleva qualcosa lo chiedeva al governo, mentre un americano fonda un’associazione. Se oggi la Francia può legittimamente considerarsi la patria dello statalismo e gli Stati Uniti la patria dell’individualismo non bisogna andare a cercare troppo lontano nel tempo il perché.[/spoiler] 37. Lorenzo Infantino - Ignoranza e libertà
    http://www.internetbookshop.it/code/...A-LIBERTA.html
    [spoiler=commento]La libertà si afferma solo dove gli uomini riconoscono la propria ignoranza e fallibilità. Intervista all'autore di Carlo Stagnaro. Gli studiosi italiani che riescono a “bucare” il mercato straniero sono davvero pochi. E’ dunque di particolare rilievo la recente pubblicazione, per la prestigiosa casa editrice Routledge di Londra, del libro di Lorenzo Infantino, Ignorance and Liberty (pp.224, $90,00), traduzione dell’omonimo saggio Ignoranza e libertà (Rubbettino). L’autore, professore di Metodologia delle scienze sociali presso la Luiss – Guido Carli di Roma, è uno dei (pochi) discepoli che Friedrich von Hayek e gli altri esponenti della scuola austriaca dell’economia contano nel nostro paese. Un liberale col pedigree, dunque: conscio della fallibilità dell’uomo, e quindi strenuo sostenitore della necessità d’un sistema politico libero che permetta e, anzi, incentivi la cooperazione sociale. Da qui anche l’appassionata difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione. E’ a partire da questo dato antropologico ch’egli imbastisce la propria critica dell’interventismo statale, di tutte le utopistiche “terze vie”, della presunzione fatale dei socialisti. Nessuno è perfetto, e meno di tutti lo sono coloro che hanno la pretesa d’indirizzare, con gli strumenti del potere statale, la vita degli altri. Il Tempo ha approfondito questi temi con Infantino stesso. Professor Infantino, il senso profondo del suo libro è che la libertà ci viene imposta dalla fallibilità umana. Perché? L’intera tradizione liberale, fin dai suoi prodromi ateniesi, pone instancabilmente in evidenza la condizione di ignoranza e di fallibilità dell’essere umano. Dal che discende la necessità di limitare il potere, perché nessuno può essere considerato onnisciente, e di affidarsi alla cooperazione sociale per la soluzione dei nostri problemi. Di qui deriva anche l’uguaglianza dinanzi alla legge, che è un mezzo attraverso cui uomini che si riconoscono ignoranti e fallibili alimentano un processo finalizzato alla scoperta del nuovo e all’individuazione degli errori. Spesso il liberalismo viene associato all’individualismo. Individualismo e cooperazione possono andare di pari passo, lungo la stessa strada? È una domanda molto pertinente. Friedrich von Hayek ci ha magistralmente raccomandato di distinguere fra l’individualismo “vero” e l’individualismo “falso”. Il vero individualista è colui che, consapevole dei propri limiti, ritiene che le soluzioni possano essere trovate solo tramite il coinvolgimento di ciascuno in un grandissimo processo di cooperazione. Ed è questo l’individualismo che sta alla base del liberalismo e di cui non possiamo fare a meno. C’è poi un falso individualismo, che è quello che si trova all’interno di certo utilitarismo e che serve da luogo comune a tutti gli oppositori della società liberale. L’individualismo viene in questo caso fatto coincidere con l’egoismo. Ma l’egoismo è un tratto umano che può colpire tutti, in misura non inferiore anche i collettivisti. Quel che bisogna comprendere è che la libera cooperazione sociale, basata sull’uguaglianza dinanzi alla legge, è un sistema che tende a limitare l’egoismo di ciascuno. Perché ritiene che il socialismo – cioè il tentativo di accentrare i mezzi di produzione nelle mani del ceto politico (e burocratico) – non possa funzionare? In altri termini: condivide o no la tesi di quanti sostengono che il comunismo sia fallito a causa del tradimento degli ideali di Marx e Lenin? Comincio dalla seconda parte della domanda. Non c’è stato alcun tradimento degli ideali di Marx e Lenin. Essi intendevano abbattere la società libera. E si sono comportati coerentemente. Altra cosa sono le promesse che essi hanno formulato. Ma gli strumenti – la soppressione della proprietà privata, del mercato e delle istituzioni connesse – non sono irrilevanti rispetto ai fini. Non ci può essere – vengo così alla prima parte della domanda – libertà politica ove non ci sia libertà economica. È a quest’ultima che dobbiamo la possibilità di procacciarci i mezzi per tutte le nostre finalità. Quando il mezzo è il monopolio degli apparati burocratico-coercitivi dello Stato, nessuno può disporre delle risorse necessarie al raggiungimento di fini individualmente decisi.Dopo il crollo del muro di Berlino, sembra essersi imposta nel dibattito politico la ricerca di una “terza via” tra economia di mercato e socialismo. Può esistere una siffatta “terza via”? La ricerca della “terza via” non è qualcosa di nuovo. È una tentazione ritornante. Già Francesco Ferrara parlava di «germanesimo economico», volendosi riferire a quella ottocentesca cultura tedesca che, pur senza puntare alla pianificazione centralizzata, riteneva necessario intervenire politicamente sul mercato attraverso un vasto sistema di interferenze. È da quella cultura che è nato il nazismo. Occorre perciò essere molto cauti. E non bisogna illudersi di potersi sottrarre al processo di globalizzazione. Se vogliamo stare dentro quel processo, e trarre i vantaggi che ne conseguono, è indispensabile dare più spazio al mercato e meno agli interventi autoritativi di quei soggetti che Weber ha icasticamente chiamato «mestieranti della politica». Lei rifiuta perciò il “primato” della politica? Il “primato” della politica si può realizzare in diversi gradi: dal totalitarismo allo Stato burocratico-assistenziale. Esso nasce sempre dall’idea che ci debba essere un “apparato” a cui delegare la soluzione dei nostri problemi. Quel che dobbiamo comprendere è che tale idea è sempre funzionale all’allargamento della sfera di intervento della politica nella nostra vita. Ed è disfunzionale allo sviluppo della nostra libertà e del nostro benessere.[/spoiler] 39. Friedrich A. von Hayek - Perchè non sono un conservatore
    - Ideazione 1997 - pag. 85 € 6,20
    http://www.internetbookshop.it/code/...-non-sono.html
    [spoiler=Commento di Beppi]Nel 1997 “Ideazione” pubblicò un libretto in cui era contenuto sia lo scritto “Perché non sono conservatore” che “La concorrenza come procedimento di scoperta”, pubblicato nel 1988 dall’editore Armando in “Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee” “Perché non sono conservatore” è la conclusione de “La Società Libera” Von Hayek dichiara di essere liberale con la conseguente incompatibilità con il conservatorismo. Non sono pochi quelli che, in Italia, ritengono il conservatorismo compatibile con il liberalismo. Generalmente sono coloro che hanno ancora una visione politica che si basa sulla contrapposizione sinistra/destra. “Uno dei tratti fondamentali dell’atteggiamento conservatore – afferma von Hayek – è il timore del cambiamento, una timida sfiducia del nuovo in quanto tale, mentre la posizione liberale si basa sul coraggio e la fiducia, sull’esser pronti a lasciar andare le cose per il loro verso, anche se non possiamo prevedere dove ci porteranno.” Conseguentemente sono conservatori non solo coloro che sono antiliberisti ma si comportano da timidi libertari ma anche i timidi liberisti che sono, per di più, anche antilibertari, pur dichiarandosi riformisti o moderati. Quindi la contrapposizione non è tanto sinistra/destra ma tra liberali e conservatori. “(Il liberale) – dice von Hayek – condivide con il conservatore la sfiducia nella ragione, nella misura in cui il liberale è perfettamente consapevole che non conosciamo tutte le risposte e in cui dubita delle esattezza delle risposte che può dare o anche della possibilità di riuscire a trovare tutte le risposte.” Il dubbio è l’altra medaglia della tolleranza. Il dubbio verso le proprie convinzioni e la tolleranza nei confronti delle convinzioni altrui. Il liberale non dovrà mai essere colui che dice “Dio è dalla nostra parte”. Il termine “liberale” è stato screditato, secondo von Hayek, pertanto è importante interrogarsi sul nome da dare al partito della libertà. Questo è anche un nostro interrogativo in questo inizio del XXI secolo. Perché non potrebbe essere “Partito per la Riforma” visto che non abbiamo conosciuto “la Riforma protestante, che ha aperto la strada al concetto di responsabilità individuale”? (bl)[/spoiler] 40. Friedrich A. von Hayek - Legge, Legislazione e Libertà
    - 2000 Il Saggiatore pag 592 € 6,46
    http://www.internetbookshop.it/code/...e-liberta.html
    [spoiler=commento di Beppi]Negli USA i tre libri, di cui è composta quest’opera di von Hayek, uscirono separatamente. Il primo, “Rules and order” nel 1973, il secondo “The mirage of social justice” nel 1976 e il terzo “The political order of free people” nel 1979. Nel 1982 la raccolta di questi tre saggi fu pubblicata in USA con il titolo “Law, legislation and liberty” e solo nell’ottobre del 1994 è apparsa la traduzione in italiano. Il sottotitolo, “Una nuova enunciazione dei principi liberali della giustizia e della economia politica”, serviva a soddisfare l’autore al quale il titolo dato alla raccolta proprio non piaceva. L’avrebbe voluto intitolare “The constitution of liberty” ma questo era il titolo di una suo precedente libro del 1960. L’opera spiega le tre concezioni su cui si basa “[…] il mantenimento di una società di uomini liberi:[…]” La prima è che “[…] un ordine sociale autogenerantosi o spontaneo e la struttura ordinata di una organizzazione sono due cose molto diverse e che tale differenza dipende da due generi molto diversi di regole o leggi che prevalgono al loro interno. […]”. La seconda concezione “[…] è che ciò che oggi viene denominata come giustizia ‘sociale’ o distributiva, ha senso solo all’interno del secondo di questi tipi di struttura ordinata – l’organizzazione –, e che invece è privo di senso rispetto a, e del tutto incompatibile, con quel tipo di ordine spontaneo che Adam Smith chiamò ‘la grande società’ e sir Karl Popper denominò ‘la società aperta’. […]”. La terza, infine, “[…] è che il modello predominante di istituzioni democratiche liberali, in cui è lo stesso corpo legislativo a porre delle regole di giusta condotta e le direttive per l’attività di governo, conduce necessariamente ad una graduale trasformazione dell’ordine spontaneo di una società libera verso un sistema totalitario asservito a qualche coalizione rappresentativa di interessi organizzati:[…]” Il primo volume (“Regole e ordine”) è dedicato interamente alla prima concezione, mentre il secondo (“Il miraggio della giustizia sociale”) è dedicato alla seconda concezione, e il terzo volume (“Il sistema politico di un popolo libero”) riguarda la terza concezione. (bl)
    [/spoiler] 46. Anarchia, stato e utopia - Robert Nozick
    edizioni net 2005
    http://www.omnialibri.info/libri/ana...-e-utopia.html

    49. Difesa della società Naturale - Edmund Burke
    Liberilibri 78 pagine euro 12,39 http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=226
    [spoiler=commento di -Duca-]A Vindication of Natural Society può essere letta come un'elegante parodia dei temi e dello stile del deismo libertino che denuncia i mali della civiltà per concludere che ogni governo è pessimo, che guerra, tirannia e corruzione nascono dall'allontanarsi dallo stato di natura.
    Progettata forse per attaccare i principî "anarchici" dei filosofi che pretendono di fondare lo Stato sui teoremi della ragione, senza tener conto della complessità della natura umana, oltre e contro il suo intento satirico, si trasforma in una denuncia dei mali della società mercantile, che rappresentano il lato oscuro, non eliminabile del progresso civile.
    Ma questo scritto - il primo di Burke - può anche ribaltare la chiave di lettura della personalità del suo autore. Vi compare infatti, sorprendentemente, un Burke anarcoide e libertario! Non è affatto implausibile pensare che, dietro lo schermo di un'apparente parodia, egli sentisse autenticamente quanto scriveva nella sua Difesa, che egli fosse strutturalmente un libertario, divenuto poi liberal-conservatore perché orripilato dagli eccessi, non già della libertà della Rivoluzione francese, ma da quelli del dispotismo che essa generava.[/spoiler] 50. Cato's Letters - John Trenchard, Thomas Gordon
    Liberilibri 96 pagine euro 12,39
    http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788885140301
    [spoiler=commento di -Duca-]Le Cato's Letters (1720-25) di Thomas Gordon e John Trenchard furono il testo più diffuso e più letto fra i coloni americani di ogni strato sociale e costituirono il breviario laico delle libertà politiche, economiche, religiose, irrinunciabili per i cittadini della Nuova America. Nel loro costante richiamo alla assoluta necessità di porre rigorosi limiti al potere di ogni governo, i rivoluzionari americani rinvennero persuasivi argomenti storico-filosofici per legittimare la rivolta contro gli arbitrî della madrepatria, contro la sua tirannia fiscale, la violazione delle libertà individuali, la coscrizione obbligatoria e permanente, la censura sulla stampa. Può sicuramente affermarsi che alla vastissima circolazione di questa opera devono molto la forte coscienza civile e la sempreviva componente libertaria dell'animo americano.[/spoiler]
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    TEORIA ECONOMICA
    ***

    1. Adam Smith - "La ricchezza delle nazioni" 12.90 € http://www.internetbookshop.it/code/...E-NAZIONI.html
    [spoiler=commento di Elendil]Nel maggio del 1776, più di duecento anni fa, si pubblicava La ricchezza delle nazioni, con cui Adam Smith fondava la moderna scienza economica: ancor prima del pieno dispiegarsi della rivoluzione industriale questo testo ha offerto alcune delle principali categorie di interpretazione della nascente società capitalistica (divisione del lavoro, definizione delle classi, valore-lavoro) e straordinarie intuizioni sulla società borghese e sul suo evolversi. Al di là di ogni intento celebrativo, va ancora oggi riconosciuta la assoluta attualità delle questioni teoriche e pratiche trattate da Smith nel suo imponente lavoro. Non c’è nessuna questione di teoria e di politica economica che non sia stata in qualche modo almeno impostata ne La ricchezza delle nazioni, tanto che tutti gli sviluppi successivi del pensiero economico si trovano, magari allo stato embrionale, compresenti in questo libro fondamentale.[/spoiler]
    2. Ludwig Von Mises - "Human Action" (1949)
    A) Mises Institute edition free.pdf http://www.mises.org/resources/3250
    B) se interessati Ronnie et altri hanno ebook integrale italiano UTET
    C) è possibile il download italiano gratuito qui [spoiler="commento di Liberalemisesiano"]Non so se vi è capitato di leggere Human Action di Von Mises io me ne sono innamorato, ritengo che questo possa anzi debba essere considerato il pensiero liberale liberista classico, per antonomasia e secondo me più che mai attuale...ma dopo aver letto il celebre studioso mi sorge una domanda, che cosa mai vorrà dire liberalsocialismo????[/spoiler] 8. Oscar Giannino "Contro le tasse" Mondadori € 12
    http://www.bol.it/libri/scheda/ea978...FE0343707B78B1
    [spoiler=commento]Il giornalista economico Oscar Giannino si inserisce nell'antico dibattito "contro le tasse", e tenta di dare alcune risposte attraverso una panoramica che parte dalle origini storiche della querelle e giunge fino a oggi. Nel mondo globalizzato di oggi è la concorrenza tra i diversi ordinamenti giuridico-fiscali che costringe i governi a studiare sempre nuove misure di intervento. In Italia si è provato a fare di tutto pur di arginare l'esplosione della pressione fiscale: Giannino analizza quindi l'esperienza degli ultimi quindici anni, durante l'alternanza di governi di centrodestra e centrosinistra, e dimostra che, senza un limite costituzionale al prelievo fiscale, il rischio di veder sorgere una mobilitazione civile permanente contro lo stato si fa sempre più probabile.[/spoiler] 13. Murray Newton Rothbard - Man Economy & State - Power & Market; Mises Institute free.pdf http://www.mises.org/rothbard/mes.asp
    [spoiler="commento di Ronnie"]il trattato generale di economia del più grande libertario del novecento e di uno dei più grandi intellettuali nella storia -capace di spaziare dalla matematica alla storia, all'economia e al diritto senza mai perdere lucidità-, padre del movimento libertario e animatore instancabile della nuova generazione della scuola austriaca negli US nonchè dell'attività politica del Libertarian Party. Questo libro è il logico coronamento di quel che Ludwig Von Mises aveva iniziato con Human Action: la sistemazione teorica dell'economia Austriaca. [/spoiler] 18. Murray Newton Rothbard - Lo stato falsario
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=417
    [spoiler=commento di Jefferson] Genere: Saggi
    Editore: Leonardo Facco Editore
    Pagine: 108, anno 2005
    Descrizione:
    La distruzione del “sistema aureo” e la progressiva appropriazione della politica monetaria da parte degli Stati hanno condotto il mondo ad un’instabilità monetaria le cui manifestazioni – inflazione ed erosione continua del potere d’acquisto delle valute – hanno avuto gravi ripercussioni sulla vita economica di tutti i giorni (ciclicità, depressioni, cattiva allocazione delle risorse). La moneta è, tra le questioni economiche, quella più incrostata da secoli di ingerenza governativa. Eppure, una banca centrale e un’unità cartacea mondiali, emanazione del “governo unico mondiale”, restano l’obiettivo finale dei leader politici di tendenza keynesiana. Sarebbe un danno senza eguali, incalcolabile. E in questo senso l’euro – di cui stiamo subendo l’influenza - ha già dimostrato i suoi effetti peggiori.[/spoiler] 21. E. von Böhm-Bawerk - La conclusione del sistema marxiano
    http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788845311291
    [spoiler=commento di Jefferson]Considerata ancora oggi la miglior critica alle teorie marxiane del valore e del plusvalore, La conclusione del sistema marxiano non costituisce però un attacco personale a Marx, né semplicemente la dissezione dell’opera di un teorico da parte di un altro teorico; essa è piuttosto l’esposizione sistematica del motivo per cui la «nuova economia» respinse totalmente il sistema marxiano. Come scrive Paul Sweezy, «Böhm-Bawerk, nella sua ben nota storia delle teorie del capitale e dell’interesse, aveva dedicato un intero capitolo alla critica delle teorie del valore e del plusvalore esposte nel primo volume del Capitale. Egli aveva osservato, tra l’altro, come Marx sapesse bene che, di fatto, le merci in condizioni di capitalismo avanzato non si vendono ai loro valori. Aveva anche preso nota della promessa di Marx di risolvere tale problema in un volume successivo, promessa che, ne era persuaso, Marx non avrebbe potuto mantenere. Perciò, quando comparve finalmente il terzo volume con la dettagliata trattazione dell’argomento, Böhm-Bawerk senza dubbio si sentì impegnato a esaminarlo con la massima cura e a pronunziare il proprio verdetto». È questa l’origine del presente saggio, che contiene la parte più importante di tutti gli scritti di Böhm-Bawerk sull’economia marxista.

    Sommario

    Nota introduttiva di Massimiliano Finazzer Flory
    Introduzione di Paul M. Sweezy
    Premessa
    I. La teoria del valore e del plusvalore
    II. La teoria del saggio medio del profitto e dei prezzi di produzione
    III. Il problema della contraddizione
    IV. L’apologia di Werner Sombart
    Note

    Eugen von Böhm-Bawerk (1851-1914) nacque a Vienna da una famiglia della grande aristocrazia burocratica che di fatto dominava l’impero austriaco. Fra il 1895 e il 1904 fu ministro delle Finanze e, dal 1904 fino alla morte, tenne una cattedra di Economia politica all’Università di Vienna. Come economista, Böhm-Bawerk fu il principale esponente della nuova teoria del valore soggettivo o dell’utilità marginale e, con Menger e Wieser, fu uno dei fondatori della cosiddetta «scuola austriaca». Nella sua qualità di studioso di massima reputazione internazionale, guidò il contrattacco scientifico alla rapida ascesa teorica e organizzativa del marxismo.[/spoiler] 24. Dario Antiseri - Carl Menger, Joseph Schumpeter, Friedrich von Wieser, Eugen von Boehm-Bawerk, Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek :epistemologia dell'economia nel "marginalismo" austriaco
    http://www.societalibera.org/recensi...006_05_02.html
    [spoiler=commento di Jefferson]Le discussioni (e i relativi risultati) su problemi di metodologia della storiografia e delle scienze sociali interessano ed hanno interessato, e non da oggi, filosofi, sociologi, storici, antropologi, psicologi e non pochi economisti. Sennonché, si dà il caso che i risultati metodologici degli economisti sono stati, in gran parte, ignorati da filosofi, storici e sociologi, sia in Europa che negli Stati Uniti con la conseguenza che uno sguardo retrospettivo sulle vicende del Methodenstreit nelle scienze sociali permette di affermare che la sostanziale assenza di feconde 'contaminazioni' tra l'epistemologia degli economisti da una parte e quella degli storici e dei sociologi dall'altra non ha contribuito ad una migliore e più profonda soluzione dei problemi metodologici nelle scienze sociali.
    Il presente volume Epistemologia dell'economia del marginalismo austriaco porta a conoscenza i contributi dei marginalisti austriaci alla metodologia dell'economia e, più ampiamente delle scienze sociali. Lo scontro tra Carl Menger e Gustav Schmoller sul primato o meno del teorico; le decise critiche di Friedrich von Wieser nei riguardi della concezione 'pragmatica' (cioè ‘machiana’) di Joseph ScLumpeter; la ripresa di temi mengeriani negli scritti epistemologici di Eugen von Bohm Bawerk; i teoremi 'prasseologici' e l'individualismo metodologico di Ludwig von Mises; la critica del 'costruttivismo', la metodologia individualistica e il compito dello scienziato sociale (quale analisi delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali) in Friedrich A. von Hayek: sono queste le tematiche di fondo affrontate dai più prestigiosi rappresentanti della Scuola austriaca di economia e all'interno delle quali si intessono riflessioni riguardanti i nuclei centrali della metodologia: il rapporto tra scienze fisico naturalistiche e scienze storico sociali; la spiegazione in fisica e in storiografia; questioni logiche connesse con l'idea di ‘verità’'; I'ipoteticità o meno della base empirica della scienza; il ruolo dell'immaginazione e lo sfruttamento dell'errore negli sviluppi della ricerca; il primato del teorico (deduttivismo) o dell'osservazione (induttivismo); il rapporto della scienza economica con la psicologia ecc.
    Il volume arricchito di una documentatissima e funzionale (per ricerche in metodologia) bibliografia proposta da Enzo Grillo è un lavoro che si inserisce in un più ampio progetto di indagini sull'epistemologia dell'economia prima della Scuola austriaca e da analisi di ricerche successive agli Austriaci, con speciale riguardo ai neo austriaci interessati al rapporto tra economia ed ermeneutica.

    (2005) pp. 1236

    ISBN: 88-498-1150-0

    €. 42,00 [/spoiler] 25. Carlo Lottieri, Guglielmo Piombini - Privatizziamo il chiaro di luna
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=34
    [spoiler=commento di Jefferson]Ambiente e privatizzazioni, un tema quanto mai attuale visto da una prospettiva "nuova"[/spoiler] 35. Lorenzo Infantino - L'ordine senza piano
    http://www.luissbookstore.it/catalogo/scheda.php?id=150
    [spoiler=commento]INDICE DEL LIBRO 1. Introduzione
    2. Bernard de Mandeville e Adam Smith: la teoria della "Grande Sociatà"
    3. Quale metodo? Una questione di filosofia delle scienze sociali
    4. Durkheim e l'applicazione del metodo collettivistixo
    5. E' possibile una lettura individualistica di Durkheim?
    6. Economisti e sociologi a confronto: Carl Menger e Georg Simmel, Ludwig von Mises e Max Weber
    7. Il primo Parsons tra sociologia ed economia
    8. Conclusioni

    Recensione di Carlo Zucchi
    Questo libro, pubblicato anche in inglese per la prestigiosa casa editrice Routledge di Londra, con il titolo Individualism in Modern Thought, e del quale si annuncia anche una edizione tedesca, espone brillantemente, nella più pura tradizione "austriaca", le ragioni dell’individualismo metodologico. Combatte uno degli errori più frequenti che si commettono nell’àmbito delle scienze sociali che consiste nella reificazione dei concetti collettivi, collocando invece al centro della sua riflessione l’azione umana e la moltitudine di eventi non prevedibili che da essa derivano; conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali che costituiscono un "ordine senza piano", la cui analisi deve compiersi in termini individualistici. La reificazione dei concetti porta all’errore di conferire contenuto autonomo e distinto, rispetto all’agire individuale, a concetti come “classe”, “Stato”, “partito”, “Chiesa”, “razza” e “società”, e porta inoltre a considerare le azioni individuali alla stregua di conseguenze e mai di cause.
    Gli argomenti di Infantino, densi e ben strutturati, rappresentano un notevole contributo alla comprensione delle scienze sociali sulla falsa riga di una alleanza intellettuale anglo-austriaca. K.H Mackintosh, del Quarterly Journal of Austrian Economics, espone e giudica così il contenuto di Ordine senza piano: "Il Professor Infantino ha applicato le sue notevoli capacità al fine di liberare le scienze sociali dalle deformanti servitù del collettivismo metodologico. Basandosi sull’individualismo metodologico iniziato e sviluppato da Bernard de Mandeville, Adam Smith, Herbert Spencer, Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek y Karl Popper, presenta una precisa formulazione della teoria dell’ordine non intenzionale [...]. Coloro che hanno familiarità con le fonti del Professor Infantino saranno contenti di vedere come queste si utilizzino con efficacia e facilità. Coloro che invece leggeranno il libro con occhio critico apprezzeranno le sue ben documentate inviti a fare un bilancio delle opere su cui si basano le proprie tesi".
    Il Professor Infantino ci mostra, riferendosi a Karl Popper, che “ciò che esiste veramente sono gli uomini”, mentre “ciò che non esiste è la società”, intesa come entità sdoppiata dagli individui. Inoltre, la società è un “legame interno” (Simmel) ai rapporti di interazione che gli individui pongono in essere sulla base di idee, norme e credenze. Se le azioni umane generassero soltanto esiti voluti non ci sarebbe bisogno delle scienze sociali, in quanto le azioni degli attori rivelerebbero già tutto, ma poiché “volere è potere” è soltanto un proverbio, le scienze sociali si propongono proprio di indagare le conseguenze delle azioni umane a prescindere dalle intenzioni di chi le pone in essere. Il fatto, poi che le origini e il mutamento delle norme sociali vengano ancor oggi ritenuti spesso conseguenza dell’intervento di forze misteriose e non il risultato di azioni umane, ci fa comprendere l’importanza delle scienze sociali. [/spoiler] 36. Lorenzo Infantino - Metodo e mercato
    LINK
    [spoiler=commento]Perchè non ci può essere crescita della conoscenza, del benessere e dello sviluppo sociale senza competizione.
    1. L'individualismo metodologico nelle pagine dei suoi fondatori
    2. Ecologia della razionalità: in economia politica e nella ricerca scientifica
    3. Mises e la metodologia delle scienza sociali
    4. Hayek: economia, metodo e diritto
    5. L'imprenditorialità come esplorazione dell'ignoto
    6. Conclusioni[/spoiler] 38. Josè Pinera - Pensioni: una riforma per sopravvivere
    http://www.brunoleoni.com/nextpage.a...ice=0000001837
    [spoiler=commento]Il volume raccoglie gli scritti di José Piñera, sul tema della riforma delle pensioni realizzata quando era Ministro del lavoro e della previdenza sociale in Cile nel 1981. Riforma che ha visto debuttare il primo sistema previdenziale a "capitalizzazione individuale". La riforma di Piñera riuscì a salvare il Cile dal baratro dello sfacelo economico attraverso un sistema semplice, eppure ingegnoso, consistente nella possibilità per i cittadini di scegliere il fondo pensione di loro preferenza e di essere liberi di decidere quando andare in pensione. Prefazione di Giancarlo Pagliarini.[/spoiler] 42.
    La scuola austriaca contro Keynes e Cambridge - L. von Mises, F.A. von Hayek, E. Mantoux, L. Lachmann, M.N. Rothbard, I. M. Kirzner,
    Rubbettino Editore Pagine: 320 http://unilibro.it/find_buy/Scheda/l...cambridge_.htm

    43.
    La grande Depressione - Murray Newton Rothbard
    Rubbettino Prezzo € 29,00
    http://www.internetbookshop.it/code/9788849815863/rothbard-murray-n-/grande-depressione.html

    45. La denazionalizzazione della moneta - Friedrich A. von Hayek
    2001 ETAS Prezzo € 13,94
    http://www.internetbookshop.it/code/...la-moneta.html

    51. La scuola Austriaca. Mercato e creatività individuale. - Jesus Huerta De Soto
    Rubettino Editore La biblioteca Austriaca. 2003 214 pag. euro 12
    http://web.venet.net/libridelponte/det-libro.asp?ID=180

    [spoiler=commento di -Duca-] Questo libro formalizza sinteticamente le principali differenze tra la scuola austriaca e la scuola neoclassica, viene analizzata inoltre la "funzione imprenditoriale", ovvero l'azione umana, dal punto di vista austriacoAll'interno comprende anche una rassegna sul pensiero e i contributi dati all'economia da parte dei principali esponenti della scuola austriaca.[/spoiler]52. Introduzione alla scuola austriaca - Pietro Monsurrò
    15 lezioni a cura dell'Istituto Bruno Leoni (testo in 3d su POL; testo al link su IBL)
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    LETTERATURA STORICA E NARRATIVA

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    3. Andrew Gamble “Friedrich A. Von Hayek” Il Mulino, Bologna 2005 19.50 € http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788815096876
    [spoiler="Commento di Beppi"]
    <<L’evoluzione delle idee ha le sue leggi specifiche e dipende in misura assai ampia da sviluppi che non siamo in grado di prevedere. Con questo intendo dire che io sto cercando di dare un certo indirizzo all’opinione pubblica, senza però presumere di essere in grado di prevedere quale sarà davvero l’indirizzo che essa prenderà>>. L’impredicibilità degli effetti inintenzionali delle azioni intenzionali è uno dei fondamenti dell’insegnamento di von Hayek. E’ lui stesso che ce lo ricorda nella sua autobiografia con questa frase che chiude il libro di Andrew Gamble. Di qui la non definitiva sconfitta del socialismo e il trionfo del liberalismo. L’eclissi del socialismo alla fine del secolo XX e in questi primi anni del secolo XXI può essere solo temporaneo ed un suo risveglio può ricevere linfa anche dal pensiero di von Hayek. Quindi i liberali non hanno vinto una volta per tutte. Anzi i conservatori potrebbero prendere il sopravvento in questi anni, in cui la sicurezza viene spesso, troppo spesso, preferita alla libertà. Conciliare libertà e responsabilità con l’altruismo e con la solidarietà, da un lato e con la sicurezza e l’autorità dall’altro è il compito dell’uomo moderno.
    E’ significativo il destino del liberale von Hayek. Lui, antisocialista ed anticonservatore, si è posto come antagonista del liberale Keynes. Il confronto tra liberali, anzi come von Hayek sosteneva, tra liberali veri e quelli falsi ossia i razionalisti critici contro i costruttivisti è il vero nocciolo della lotta politica. Il liberale costruttivista, infatti, è facilmente preso a rimorchio dai socialisti e dai conservatori, mentre il conservatore ed il socialista se hanno una visione da razionalisti critici ben possono essere dalla parte dei liberali per modernizzare le istituzioni, il mercato e la società civile. (bl)[/spoiler] 10. Giuseppe Bedeschi “Storia del pensiero liberale” Laterza, Roma – Bari 2004 http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788842073741[spoiler="commento di Beppi"]
    Questo libro del prof. Bedeschi, riedito per l’ennesima volta, fa comprendere quanto le idee liberali ci sono familiari. Pur dicendoci liberali , però, è l’azione liberale quella che manca. E’ facili dirsi, ma è difficile essere liberali. Infatti non si sanno coltivare le virtù del dubbio e della tolleranza. Dubbio sulle proprie convinzioni e tolleranza, conseguente, nei confronti delle convinzioni altrui. E’ una prassi difficile da praticare di qui la necessità di un comportamento umile che vorremmo attuato anche da coloro che da anni si dicono liberali ma che non hanno saputo (o potuto) contribuire a rendere liberale l’Italia postfascista.
    Comunque il libro del prof. Bedeschi, pur tra diverse “dimenticanze” (ma è inevitabile: il pensiero liberale non è unico. Di liberalismi ve ne sono diversi: se ne era accorto anche De Ruggiero negli anni ’30 dello scorso secolo!), è utile per rintracciare le radici di un pensiero che si fonda soprattutto sulle libertà individuali e sulle limitazioni del Potere. E’ questo il minimo comun denominatore che dovrebbe tenere uniti moderati e radicali, riformisti e riformatori cui l’Italia così com’è non piace. Di qui la necessità di un programma politico di modernizzazione delle istituzioni, del mercato e della società civile. Ossia realizzare la rivoluzione liberale. (bl)[/spoiler] 47. Antifona - Ayn Rand - Liberilibri €13
    http://www.libreriauniversitaria.it/.../9788885140585
    [spoiler=commento di -Duca-]
    La vicenda si svolge in una società dove, in nome dell'uguaglianza, all'individuo è stato sottratto ogni spazio di libertà.
    Il processo di collettivizzazione ha realizzato non solo l'esproprio dei beni privati, ma anche quello della persona stessa. Il nome, il pensiero, i sentimenti di ognuno sono proprietà collettiva, appartengono ai "nostri fratelli". La presa di coscienza del valore della diversità e dell'"egoismo" da parte dei protagonisti consentirà di abbattere questa mostruosa società di uguali.
    Nel panorama della letteratura distopica, Anthem (uscito a Londra nel 1938), aldilà del chiaro significato filosofico e politico, rappresenta un piccolo capolavoro di scrittura per il suo scarno, pacato e denso lirismo.[/spoiler] 27. Alvaro Vargas Llosa - Il mito Che Guevara e il futuro della libertà
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.as...ice=0000001943
    [spoiler=commento di Jefferson]Senz'altro utile per spiegare ai nostri coetanei e ai nostri figli che un criminale non puo' e non deve essere un mito.[/spoiler]
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    P R I M O_M I N I S T R O_D I _P O L
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