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  1. #1
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    Predefinito I missili e l'oro nero di Mosca

    Per frenare la Russia bisogna tornare a considerarla una grande potenza

    Pier Ferdinando Casini esprime preoccupazione per la sudditanza dell’Europa a una “dittatura” energetica russa.
    In effetti la dipendenza dalle forniture russe, rese ancora più preziose dalla crescita della domanda internazionale, e quindi della concorrenza di potenziali acquirenti come la Cina, rappresenta una condizione decisiva per le capacità produttive e di consumo dell’Europa.
    Per la verità non da oggi.
    Man mano che questa sua forza condizionante si è accresciuta (il polo energetico alternativo è rappresentato dai paesi arabi), la Russia ha elevato non solo il prezzo del gas, ma anche quello politico richiesto all’Europa, e che consiste, di fatto, nella sua restituzione allo status di grande potenza globale e non solo regionale.
    Mosca si sta svincolando dagli impegni di unità contro il pericolo terroristico e la disseminazione nucleare, rendendo meno efficace la reazione internazionale al programma iraniano di arricchimento dell’uranio.

    Approfittando di un’ingenuità rodomontesca del governo filo occidentale georgiano, la Russia ha mostrato i muscoli della sua potenza militare, anche per impedire che si costruiscano oleodotti che trasportino il petrolio del Caspio a occidente senza passare per il proprio territorio.
    Rispondere in termini politici alla sfida di Mosca, che non ha il carattere della guerra fredda ma si colloca sul terreno della lotta per i nuovi equilibri di potere, richiederebbe l’esistenza simmetrica di un potere europeo, la cui assenza non è surrogabile dalla sola buona volontà di Sarkozy.

    da www.ilfoglio.it alle 21,50 del 19 08 08

    saluti

  2. #2
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    Le paure di uno zar



    di Sergio Romano



    Nel Corriere di ieri Alberto Ronchey si è chiesto quali siano le motivazioni della politica di Putin. Un disegno geopolitico o «geoenergetico » per la riconquista dello spazio imperiale perduto dopo la disintegrazione dell'Unione Sovietica? Il timore dei due colossi — gli Usa e la Cina — che incombono sulle sue frontiere? La mia interpretazione è personale e potrà sembrare a qualche lettore troppo «filo-russa». Ma non intendo assolvere Putin dai suoi peccati e giustificare le sue intemperanze. Voglio soltanto ricordare che non è possibile trattare con un grande Stato senza cercare di comprenderne le percezioni, le ambizioni e le paure. Putin è uno zar restauratore e modernizzatore. Vuole restituire ai suoi connazionali l'orgoglio perduto. Vuole preparare il suo Paese ad affrontare le sfide del futuro. Vuole instaurare un sistema economico che assicuri la prosperità e la crescita civile della società russa. Per raggiungere questo scopo non poteva permettere che le maggiori risorse naturali della nazione (soprattutto petrolio e gas) restassero nelle mani di oligarchi o di società straniere che hanno conquistato pezzi di ricchezza russa nel momento della sua maggiore prostrazione. Per sbarazzarsi di questi corsari dell'economia ha agito senza scrupoli.
    Ma non è stato più spiccio e spregiudicato di quanto siano state le sue vittime negli anni in cui creavano i loro imperi economici. Putin sperava di realizzare questi obiettivi in un clima di cooperazione internazionale con gli Stati Uniti, l'Europa, la Cina e le altre maggiori potenze. Ha manifestato solidarietà a Bush dopo gli attentati dell'11 settembre. Lo ha aiutato a vincere la guerra afghana autorizzando le forze armate americane a utilizzare lo spazio aereo russo e a creare basi in Asia Centrale. Ha stretto buoni rapporti con alcuni leader occidentali: Berlusconi, Chirac, Schröder. E ha colto un primo risultato positivo nel luglio del 2002, a Pratica di Mare, quando i Paesi del Patto Atlantico hanno accettato di creare una nuova organizzazione: il Consiglio Nato- Russia. Molti sperarono (io fra questi) che la vecchia Nato, costituita per contrastare un nemico ormai defunto, si sarebbe trasformata sino a diventare l'organizzazione per la sicurezza collettiva dell'intero continente europeo, dall'Atlantico agli Urali. Negli anni seguenti la tendenza alla cooperazione si è bruscamente invertita. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iraq. La vecchia Nato, improvvisamente ringiovanita e ringalluzzita, si è allargata verso Est sino a comprendere territori (le tre repubbliche del Baltico) che appartenevano all'Impero zarista e all'Urss. Quando i russi hanno lanciato i primi ammonimenti, gli Stati Uniti hanno rincarato la dose con due iniziative obiettivamente anti-russe.
    In primo luogo gli Stati Uniti hanno messo all'ordine del giorno l'ingresso nella Nato della Ucraina e della Georgia. In secondo luogo hanno cominciato a trattare con la Polonia e la Repubblica Ceca l'installazione di basi antimissilistiche che sono teoricamente anti-iraniane e concretamente anti-russe. Quando Mosca ha fatto comprendere che l'indipendenza del Kosovo avrebbe aperto il vaso di Pandora in cui erano finiti tutti i conflitti etnici irrisolti dell'era post-sovietica, gli Stati Uniti e l'Europa hanno ignorato le sue obiezioni. Quando qualcuno a Mosca, dopo lo scoppio della crisi georgiana, ha proposto la convocazione del Consiglio Nato-Russia, la Nato ha risposto con la convocazione di un Consiglio Atlantico che ha accusato Mosca di avere fatto un uso sproporzionato della forza; quasi che non vi fossero state altre circostanze recenti — i 78 giorni durante i quali la Nato ha bombardato la Serbia, i 35 giorni durante i quali Israele ha bombardato il Libano — in cui l'uso della forza poteva essere considerato, da altri punti di vista, «sproporzionato». E più recentemente, infine, gli Stati Uniti, per strappare alla Polonia una base missilistica, le hanno promesso una fornitura di missili Patriot: un'arma che, per la sua gittata, può essere usata soltanto contro missili russi. I polacchi li avevano chiesti perché sapevano che l'esistenza di una base anti-missilistica americana nel loro territorio starebbe stata considerata a Mosca un gesto ostile.
    E volevano disporre di armi che avrebbero meglio garantito la sicurezza del loro Paese. Dando i Patriot alla Polonia gli Stati Uniti hanno implicitamente ammesso che il loro «scudo» è anti-russo. Ciò che dovrebbe maggiormente sconcertare gli europei è il fatto che tutto questo avvenga in una situazione in cui Russia e Ue hanno eccellenti ragioni per andare d'accordo. I russi hanno petrolio e gas; noi abbiamo i capitali, le tecnologie e la cultura economica di cui la Russia ha bisogno per recuperare il tempo perduto. Esistono le condizioni per una intesa simile a quella che la Francia propose alla Germania e ad altri Paesi europei dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il problema, allora, era la ricostruzione di un continente distrutto. Per evitare che i sopravvissuti cominciassero a contendersi i due beni di cui avevano maggiormente bisogno, Jean Monnet e Robert Schuman proposero la creazione della «Comunità europea per il carbone e l'acciaio»: una organizzazione che avrebbe reso possibile l'uso congiunto e solidale di due fondamentali risorse. Oggi, dopo la fine della guerra fredda, occorre una «Comunità euro-russa per gli idrocarburi e lo sviluppo». Se imboccheremo questa strada persino gli Stati Uniti (se non questa presidenza, la prossima) scopriranno che vi sono altri modi per vivere con la Russia e, alla fine, ce ne saranno grati.
    20 agosto 2008

    www.corriere.it

    che ne dite?
    Mi pare sensato.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Gigione Visualizza Messaggio
    Le paure di uno zar



    di Sergio Romano



    Nel Corriere di ieri Alberto Ronchey si è chiesto quali siano le motivazioni della politica di Putin. Un disegno geopolitico o «geoenergetico » per la riconquista dello spazio imperiale perduto dopo la disintegrazione dell'Unione Sovietica? Il timore dei due colossi — gli Usa e la Cina — che incombono sulle sue frontiere? La mia interpretazione è personale e potrà sembrare a qualche lettore troppo «filo-russa». Ma non intendo assolvere Putin dai suoi peccati e giustificare le sue intemperanze. Voglio soltanto ricordare che non è possibile trattare con un grande Stato senza cercare di comprenderne le percezioni, le ambizioni e le paure. Putin è uno zar restauratore e modernizzatore. Vuole restituire ai suoi connazionali l'orgoglio perduto. Vuole preparare il suo Paese ad affrontare le sfide del futuro. Vuole instaurare un sistema economico che assicuri la prosperità e la crescita civile della società russa. Per raggiungere questo scopo non poteva permettere che le maggiori risorse naturali della nazione (soprattutto petrolio e gas) restassero nelle mani di oligarchi o di società straniere che hanno conquistato pezzi di ricchezza russa nel momento della sua maggiore prostrazione. Per sbarazzarsi di questi corsari dell'economia ha agito senza scrupoli.
    Ma non è stato più spiccio e spregiudicato di quanto siano state le sue vittime negli anni in cui creavano i loro imperi economici. Putin sperava di realizzare questi obiettivi in un clima di cooperazione internazionale con gli Stati Uniti, l'Europa, la Cina e le altre maggiori potenze. Ha manifestato solidarietà a Bush dopo gli attentati dell'11 settembre. Lo ha aiutato a vincere la guerra afghana autorizzando le forze armate americane a utilizzare lo spazio aereo russo e a creare basi in Asia Centrale. Ha stretto buoni rapporti con alcuni leader occidentali: Berlusconi, Chirac, Schröder. E ha colto un primo risultato positivo nel luglio del 2002, a Pratica di Mare, quando i Paesi del Patto Atlantico hanno accettato di creare una nuova organizzazione: il Consiglio Nato- Russia. Molti sperarono (io fra questi) che la vecchia Nato, costituita per contrastare un nemico ormai defunto, si sarebbe trasformata sino a diventare l'organizzazione per la sicurezza collettiva dell'intero continente europeo, dall'Atlantico agli Urali. Negli anni seguenti la tendenza alla cooperazione si è bruscamente invertita. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iraq. La vecchia Nato, improvvisamente ringiovanita e ringalluzzita, si è allargata verso Est sino a comprendere territori (le tre repubbliche del Baltico) che appartenevano all'Impero zarista e all'Urss. Quando i russi hanno lanciato i primi ammonimenti, gli Stati Uniti hanno rincarato la dose con due iniziative obiettivamente anti-russe.
    In primo luogo gli Stati Uniti hanno messo all'ordine del giorno l'ingresso nella Nato della Ucraina e della Georgia. In secondo luogo hanno cominciato a trattare con la Polonia e la Repubblica Ceca l'installazione di basi antimissilistiche che sono teoricamente anti-iraniane e concretamente anti-russe. Quando Mosca ha fatto comprendere che l'indipendenza del Kosovo avrebbe aperto il vaso di Pandora in cui erano finiti tutti i conflitti etnici irrisolti dell'era post-sovietica, gli Stati Uniti e l'Europa hanno ignorato le sue obiezioni. Quando qualcuno a Mosca, dopo lo scoppio della crisi georgiana, ha proposto la convocazione del Consiglio Nato-Russia, la Nato ha risposto con la convocazione di un Consiglio Atlantico che ha accusato Mosca di avere fatto un uso sproporzionato della forza; quasi che non vi fossero state altre circostanze recenti — i 78 giorni durante i quali la Nato ha bombardato la Serbia, i 35 giorni durante i quali Israele ha bombardato il Libano — in cui l'uso della forza poteva essere considerato, da altri punti di vista, «sproporzionato». E più recentemente, infine, gli Stati Uniti, per strappare alla Polonia una base missilistica, le hanno promesso una fornitura di missili Patriot: un'arma che, per la sua gittata, può essere usata soltanto contro missili russi. I polacchi li avevano chiesti perché sapevano che l'esistenza di una base anti-missilistica americana nel loro territorio starebbe stata considerata a Mosca un gesto ostile.
    E volevano disporre di armi che avrebbero meglio garantito la sicurezza del loro Paese. Dando i Patriot alla Polonia gli Stati Uniti hanno implicitamente ammesso che il loro «scudo» è anti-russo. Ciò che dovrebbe maggiormente sconcertare gli europei è il fatto che tutto questo avvenga in una situazione in cui Russia e Ue hanno eccellenti ragioni per andare d'accordo. I russi hanno petrolio e gas; noi abbiamo i capitali, le tecnologie e la cultura economica di cui la Russia ha bisogno per recuperare il tempo perduto. Esistono le condizioni per una intesa simile a quella che la Francia propose alla Germania e ad altri Paesi europei dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il problema, allora, era la ricostruzione di un continente distrutto. Per evitare che i sopravvissuti cominciassero a contendersi i due beni di cui avevano maggiormente bisogno, Jean Monnet e Robert Schuman proposero la creazione della «Comunità europea per il carbone e l'acciaio»: una organizzazione che avrebbe reso possibile l'uso congiunto e solidale di due fondamentali risorse. Oggi, dopo la fine della guerra fredda, occorre una «Comunità euro-russa per gli idrocarburi e lo sviluppo». Se imboccheremo questa strada persino gli Stati Uniti (se non questa presidenza, la prossima) scopriranno che vi sono altri modi per vivere con la Russia e, alla fine, ce ne saranno grati.
    20 agosto 2008

    www.corriere.it

    che ne dite?
    Mi pare sensato.
    Mi pare un articolo molto sensato; ma qui ci sono solo fans degli amerikani alla Johnny Riotta. Dubito che colgano la sensatezza di Sergio Romano...

  4. #4
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    Sergio Romano si conferma un grande !

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da canapone 59 Visualizza Messaggio
    Mi pare un articolo molto sensato; ma qui ci sono solo fans degli amerikani alla Johnny Riotta. Dubito che colgano la sensatezza di Sergio Romano...
    Guarda, io non sono certo un sovietico nostalgico, ne tantomeno un esperto in politica estera, è un gioco molto grande, mi pare già impossibile capire la politica italiana.

    Ma non mi pare normale questo repentino mutamento dei rapporti tra Russia e Nato.
    O meglio, in realtà repentino non è stato ne tantomeno unilaterale.
    Troppe analogie tra la protezione dei diritti dell'Ossezia e "l'esportazione di democrazia", a cominciare dal '91.
    La Russia vuole riprendersi il suo ruolo e qualcosa mi dice che se si troverà un intesa, non solo si eviterà il peggio, ma se ne avvantaggerebbe tutto l'occidente, USA compresi.

    Putin non sarà un democratico, ma tanto meno un idiota.
    Bisognerebbe recuperare, peccato non contare un cazzo, perchè questa volta il gioco si fa pericoloso.

  6. #6
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    LE RAGIONI DELLA RUSSIA
    di Max Gallo

    In Georgia s’è aperto un nuovo periodo pericoloso per i rapporti internazionali. A scanso del peggio, innanzitutto spazziamo via le idee false: qui non c’è un conflitto fra democrazia e totalitarismo, fra il presidente dei Diritti dell’Uomo, il georgiano Saakashvili, e l’incarnazione del Kgb, i nostalgici dello stalinismo Putin e Medvedev. La realtà è più complessa.
    In primo luogo, georgiani erano Stalin, Beria e Ordzonikidze, che fece dell’Urss una potenza industriale. La statua di Stalin sulla piazza di Gori è gigantesca... Nel 1923, Stalin e Lenin accordarono l’autonomia alle minoranze della Georgia, specie osseti e abkazi. Dovevano appoggiarsi alle minoranze per spezzare il nazionalismo georgiano, già nemico dell’Impero zarista. Nel 1992, dopo uno scontro armato coi georgiani, osseti e abkazi riebbero di fatto lo statuto autonomo perso dopo il crollo dell’Urss. E i russi hanno tutelato queste minoranze. S’era trovato un compromesso, come testimonia l’oppositrice democratica del presidente Saakashvili, la franco-georgiana Salomé Zaurabisvili, ministro degli Esteri della Georgia, destituita nel 2005; per lei, il regime di Saakashvili, scaturito da una rivoluzione d’ispirazione democratica, democratico non è più, perché limita la libertà di stampa e si fonda su nazionalismo e autoritarismo. Come il sistema russo costruito da Putin.
    Ma la crisi non si limita all’attrito fra due nazionalismi autoritari: quello russo, imperiale; e quello di un piccolo popolo che ha sempre resistito al potente vicino e che, talora, prende, come s’è visto, il controllo dell’Impero. La questione centrale non è neanche quella del petrolio, sebbene sia vero che gasdotti e oleodotti attraverso la Georgia aggirano il territorio russo, per togliere a Mosca il controllo dei rifornimenti all’Europa. Da questo punto di vista, la Georgia è area cruciale.
    Il nodo della nuova situazione internazionale è in realtà la Russia nei rapporti con Europa e Stati Uniti, insomma con l’Occidente. Domanda brutale: che fare con la Russia? Il periodo dal 1917 in poi, proseguito con la Guerra fredda fino al 1989, ha segnato la permanenza di questo plurisecolare problema geopolitico. La Russia è Occidente o Asia? I russi sono soci o rivali? Interesse degli occidentali è respingerli, indebolirli o arrivare a un’intesa?
    È evidente che, dalla fine dell’Urss, gli Stati Uniti - trascinando gli europei, più prudenti - vogliono impedire che la Russia torni grande potenza internazionale. Washington ha voluto stravincere la Guerra fredda. Le basi militari americane - oggi anche lo scudo antimissile - circondano da vicino la Russia. Gli Stati Uniti hanno sostenuto, per non dir suscitato, «rivoluzioni» democratiche in Georgia, Ucraina, ecc. E hanno goduto dell’appoggio dei popoli - georgiani, baltici, ucraini, polacchi - che erano stati colonizzati dai sovietici. Culmine dell’offensiva è stato disgregare la Jugoslavia, coi bombardamenti aerei su Belgrado, per finire con l’indipendenza del Kosovo.
    Ogni volta la Russia è stata messa davanti al fatto compiuto, umiliata, cacciata indietro in nome dei «diritti dell'uomo»... ben poco invocati quando, come accade ora, la Turchia bombarda i curdi in Irak e agisce con l’esercito nel «Kurdistan». Ma oggi la Russia ha potenti risorse - materie prime, gas e petrolio - e non retrocede più. E poi è stato il presidente Saakashvili a intervenire militarmente nell’Ossezia del sud, rompendo il precario compromesso.
    Si notino le somiglianze fra vecchia e nuova situazione internazionale. La Guerra fredda è tramontata: poste ideologiche in gioco non ce ne sono più. I russi non vogliono imporre un modello sociale e politico. Vogliono controllare una sfera d’influenza e difendere gli interessi nazionali. Europa e Stati Uniti invocano i diritti dell’uomo, ma anche i loro scopi sono meno ideologici che geopolitici. Il grosso rischio è che - a margine dei grandi insiemi (Europa, Stati Uniti, Russia, Cina, ecc.) - qualche potenza minore forzi la mano ai protettori. Nel 1914 fu il ruolo dei serbi, che trascinarono le grandi alleanze nella guerra generale. Sarajevo = Tbilisi? Chi vuol pensare il XXI secolo, analizzi il XIX, più che il XX. Nella partita a scacchi della politica internazionale, l’ideologia non è più la «regina», ma un pedone qualsiasi. E spesso una pura chimera.
    Max Gallo
    (Traduzione

    di Maurizio Cabona)

    www.ilgiornale.it

  7. #7
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    Mosca non vota il testo francese,
    Abkhazia approva l'indipendenza.
    Il ritiro procede ma con lentezza
    MOSCA
    Nuova e ferma presa di posizione di George W. Bush sul conflitto nel Caucaso che oppone la Russia alla filo-occidentale Georgia: il presidente americano, intervenendo oggi a un raduno di reduci di guerra in Florida, ha ribadito che Mosca deve ritirarsi dal territorio georgiano. «Adesso», ha quindi aggiunto, «il mondo deve battersi per la libertà in Georgia. Gli Stati Uniti - ha incalzato Bush - appoggeranno l’indipendenza e l’integrità territoriale della Repubblica caucasica».

    Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha anche ribadito che le province indipendentiste di Abkhazia e Ossezia del Sud «fanno parte della Georgia». Ma intanto, nel vuoto d’iniziative diplomatiche incisive da parte della comunità internazionale, le repubbliche separatiste caucasiche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, teatri del conflitto russo-georgiano che ha sconvolto le agende politiche delle cancellerie, fanno passi ulteriori per separare i loro destini da quelli di Tbilisi.

    Il Parlamento dell’Abkhazia ha chiesto il riconoscimento da parte di Mosca. Analogo appello è venuto dall’Ossezia del Nord rispetto al riconoscimento russo dei cugini dell’Ossezia del sud, i quali dovrebbero far partire la richiesta nei prossimi giorni, secondo quanto ha dichiarato il suo presidente Eduard Kokoity. Un riconoscimento possibile, secondo quanto ha detto oggi il presidente del Consiglio della Federazione, la camera alta russa, Sergei Mironov. La sua assemblea dovrebbe discutere la questione già nella sessione di lavori dell’inizio della prossima settimana.

    La Russia, insomma, potrebbe proporre alla comunità internazionale un fatto compiuto: la frantumazione della Georgia, il paese che - assieme all’Ucraina - ha chiesto all’Alleanza atlantica (Nato) l’integrazione. Questo mentre il ripiegamento delle forze russe dalla Georgia, che è previsto dall’accordo in sei punti proposto dall’Unione europea, procede con grande lentezza. Sia la Germania, sia gli Stati uniti, sia ancora la Gran Bretagna hanno espresso oggi la loro insoddisfazione per il ritmo snervante del ritiro delle armate di Mosca. Anche se la Casa bianca ha ammesso oggi di vedere «i primi segni» del ritiro.

    Intanto è fumata nera al Consiglio di sicurezza dell’Onu: la Russia ha respinto la bozza delle Nazioni Unite che dovrebbe ratificare l’accordo per il cessate il fuoco. Secondo l’ambasciatore al palazzo di vetro, Vitaly Churkin, essa contraddice l’intesa tra Mosca e Tbilisi, affermando che le posizioni militari russe devono tornare a essere quelle prima del conflitto. Mosca insiste invece sulla necessità, sancita nell’accordo, di mantenere posizioni militari nella parte georgiana del confine con l’Ossezia del sud. La Russia, ha lasciato intendere l’ambasciatore, porrebbe il veto alla risoluzione, che per Mosca deve riprendere interamente il piano di pace in sei punti mediato dal presidente francese, presidente di turno dell’UE, Nicolas Sarkozy. Churkin ha evitato a tutti quella che ha definito «una perdita di tempo», ovvero la messa al voto della bozza di risoluzione.

    www.lastampa.it

    Due cose: primo, il mondo potrebbe anche essersi rotto ilcazzo di battersi perchè lo comanda lo sceriffo di Washington (peraltro in dissolvenza), secondo, Se l'Abkazzolandia o l'Ossezia volgiono l'indipendenza, non vedo perchè non debbano ottenerla, che sò più stronzi dei kosovari?
    Forse mi sbaglio,mah..

  8. #8
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    Predefinito "Mi metto nei panni della Russia"

    Roma. “Prudenza”, dice scandendo la parola il signor ministro della Difesa.

    Prudenza?
    “Grande prudenza”, risponde scandendo persino con maggior forza.

    Prudenza?
    “Estrema prudenza”.

    Chiaro. Ignazio La Russa – pur non logisticamente dislocato all’altro capo del pianeta come il ministro Frattini – ha seguito con attenzione (e apprensione) i fatti della guerra in Georgia. Il paese di Saakashvili preme per entrare nella Nato al più presto, a tenersi largo entro il 2009. E il ministro della Difesa italiano cosa ne pensa?

    Prudenza, appunto. E aggiunge: “In epoca non sospetta, e in particolare alla riunione dei ministri della Difesa della Nato, circa due mesi fa, e successivamente in un incontro con l’ambasciatore russo a Roma, ho sostenuto – fermo restando la praticabilità di un allargamento della Nato – che bisognasse operare con estrema prudenza”.

    E questo, per La Russa, significa una cosa abbastanza chiara (e abbastanza inconsueta, magari, per alcuni suoi colleghi governativi): “Bisogna mettersi anche nei panni della nuova Russia, che poi ha conservato un po’ della mentalità e della cultura della Russia di sempre. E’ vero che i missili che stanno mettendo servono a un’eventuale difesa nei confronti dell’Iran; ed è vero che parlare di allargamento alla Georgia vuol dire difendere la Georgia, o almeno così si diceva, da altri e non dalla Russia. Ma dal punto di vista dei russi, questo atteggiamento occidentale e della Nato può essere visto con grande sospetto. E personalmente, anche in altri tempi, ho sempre sostenuto che in casi del genere dovremmo coinvolgere il più possibile la Russia nelle decisioni. E in ogni modo, operare con gradualità e prudenza”.
    Attenzione, dice perciò il ministro italiano. “Ne sono convinto: grande prudenza. Perché io mi ci metto, nei panni della Russia. A prescindere dalla valutazione del comportamento dei russi di ora, che non apprezzo e non approvo, già da prima avevo provato a calarmi nei loro panni e ne comprendevo le ragioni”.

    Un altro fronte caldo – prima di arrivare a quello caldissimo della politica interna – per La Russa si trova in medio oriente. Ci sono alcune polemiche in corso. Il comandante del contingente Unifil, il generale Claudio Graziano, spiega che da quelle parti Hezbollah collabora con i Caschi blu, e che le uniche violazioni alla risoluzione dell’Onu avvengono da parte israeliana, con i jet sul Libano a volo radente. Cosa ne pensa il ministro della Difesa?
    “In occasione della mia visita al contingente in Libano, ho espresso pubblicamente il mio apprezzamento per il generale Graziano, perché ho ricevuto degli ottimi report, diciamo così, da parte di tutti: israeliani, americani, e tutti gli alleati.
    Credo però – e l’ho detto al capo di Stato Maggiore, generale Vincenzo Camporini, e per la prima e unica volta lo dico alla stampa – che in casi del genere i generali debbono comandare le truppe e parlare meno.
    Pure poco fa ho visto un’altra dichiarazione del genere, altrimenti, chissà, non avrei detto pubblicamente queste cose. Ma anche oggi il generale Graziano perde troppo tempo a spiegare alla stampa le sue buone ragioni, anziché fare quello che sa fare, l’ottimo comandante.
    Mah, si vede che non era ancora arrivato il mio cortese suggerimento…”.

    Un altro fronte, per i nostri militari, è quello afghano. Dicono, ora che è cambiata la maggioranza al governo, che l’Italia svolgerà un ruolo più di primo piano a fianco degli americani. Insomma, si farà un po’ più di guerra… Anche qui, sul fronte estremo e più pericoloso, il ministro La Russa mostra cautela. “Non è che gli americani ci chiedono un ruolo più di primo piano, senza incertezze. Né penso che Prodi e D’Alema avessero personalmente incertezze nel sostenere l’intervento in Afghanistan. Erano gli alleati che, analizzando la situazione italiana, non potevano essere rassicurati sulla durata dell’impegno. Quello che è cambiato è il clima: maggiore fiducia tra noi e loro. E ciò comporta la possibilità di operare in più stretta sinergia, ma non c’è nessun accrescimento di rischio. Solo la capacità di fare con trasparenza le cose che facciamo, mentre prima era come se le nascondessimo: meno se ne parlava e meglio era. Insomma, maggiore possibilità di collaborazione: gli impegni che prendiamo non solo vogliamo mantenerli – ma questo forse valeva pure per D’Alema – ma possiamo mantenerli”.

    Se c’è un ministro contento del posto dove si trova (e ce ne sono parecchi, si capisce, ma mica tutti completamente soddisfatti), è proprio Ignazio La Russa. Che al suo debutto ministeriale è stato salutato – unico, finora, nella storia repubblicana – da un ironico e sfottente “Ignazio Jouer” dovuto al genio di Fiorello, dove si fanno raccomandazioni del tipo “gli anfibi vanno messi senza calze, a callo nudo”.
    “Divertente, elegante”, dice il ministro dell’elaborato dello showman. “Sulla falsariga del personaggio che ha creato su di me: non corrisponde al cento per cento ma è credibile, non è vero ma è verosimile. Fiorello è stato anche fortunato: mi avessero dato il ministero della Giustizia o delle Riforme, il personaggio gli funzionava parecchio di meno. Secondo me ha fatto una petizione a Berlusconi, che l’ha accettata”.

    Resta che a lei quel ministero di divise e gerarchie e militari vari piace proprio. Persino Mario Cervi, sul Giornale, l’accusa di “eccesso di Difesa”…
    Ridacchia divertito, La Russa: “Beh, ringrazio molto Cervi, di cuore. E’ raro che un ministro venga accusato di fare molto, di solito l’accusa è di fare poco”.

    Però Ignazio a contatto con divise e caserme è già diventato, in appena cento giorni, un classico giornalistico.
    “Dal punto di vista personale, non sono un patito della gerarchia e della disciplina militare. Lo dimostrano le mie note caratteristiche quando ero ufficiale dell’esercito. Non erano pessime, ma poco ci mancava”.

    Lavativo? Indisciplinato?
    “Mi contestavano una certa insofferenza alla stretta disciplina di caserma, all’obbedienza senza discussione, alla gerarchia a tutti i costi. Inevitabile, lo capisco, ma si scontrava con il mio carattere un po’ ribelle. Invece mi piacciono davvero, e per questo sono felice di fare il ministro della Difesa, i valori di cui le forze armate sono un presidio: l’orgoglio dell’identità nazionale, la difesa della sicurezza e della libertà, l’idea di nazione. Valori alla base di molti che hanno abbracciato la carriera militare. Quindi, la sintonia è totale”.

    E’ per questo che, scomparsa la leva obbligatoria, ha avuto la pensata di lanciare la mini naja?
    “Mi sono battuto per il superamento del servizio di leva, ma l’effetto negativo può essere quello di tagliare ogni contatto tra i giovani e le forze armate. Perciò ho immaginato un mese all’anno, per chi vuole, di addestramento atletico, mentale e militare, con una bella iniezione di riferimenti culturali. Un mese di educazione alla disciplina, che non fa male ai giovani di oggi. E che prepari anche all’attività di servizio civile: lo sa che il volontariato che viene fatto dagli ex alpini è il più apprezzato di tutti?”.

    In questi pochi mesi a via XX Settembre, La Russa ha aperto un fronte polemico pure sulla rappresentazione che il cinema italiano ha dato nei decenni delle forze armate. E la libertà di espressione?
    “E chi la tocca, la libertà di espressione? La mia infatti è proprio una libertà d’espressione. C’erano i film di tanti registi di sinistra che dipingevano i nostri soldati come fannulloni o come guerrafondai. O sennò, quelli della cosiddetta commedia all’italiana dove erano tutti maniaci del sesso”.

    Beh, è andata…
    “Mica tanto. La novità è che è completamente mutata la percezione che gli italiani hanno delle loro forze armate, del loro esercito, e delle divise tutte, dai Carabinieri ai Finanzieri, e ci metto anche la Polizia. Fino a poco tempo fa quello in divisa era il guerrafondaio, l’oppressore, il violento. Era la cultura dominante. Adesso, culturalmente, abbiamo fatto cappotto.
    Se prima dovevi immaginare la pace pensavi alle bandiere colorate, anche con tanta gente in buona fede che sfilava sotto di esse, oggi vengono in mente i soldati che fanno le missioni all’estero.
    Se pensavi alla sicurezza, subito il pensiero andava alla fratellanza e alla solidarietà, ottime cose, per carità, ma adesso anche agli uomini e alle donne in divisa che fanno rispettare la legge. Grazie a Dio, una certa fase è passata”.

    Ma i film ci sono, e molti sono nella storia del cinema. “Ma ce ne sono anche altri. Sto cercando di recuperare qualcosa. Ho chiesto a un critico cinematografico, Maurizio Cabona, di aiutarmi a dar vita a una rassegna di film sulle forze armate negli anni Cinquanta, quando entrammo nella Nato. Quel periodo lì fu diverso, prima del tentativo culturale, purtroppo riuscito, di dipingere gli uomini in divisa in un certo modo. Spero di riuscire a inaugurare questa mostra cinematografica a Roma in coincidenza con il prossimo 4 novembre, festa delle Forze armate”.

    Ministro La Russa, in questa fase, con Fini presidente della Camera, lei è, diciamo così, il reggente di An. Nei giorni scorsi, ha fatto due dichiarazioni che apparivano in contrasto. In una diceva che Fini è il leader naturale, in un’altra che il leader è Berlusconi.
    “Niente contraddizioni. I titoli, tutt’al più.
    In entrambe le dichiarazioni sostenevo che il leader è Berlusconi, e che ora non c’è un problema di leadership. E’ lo stesso, non c’è dubbio che, quando sarà, il leader naturale sarà Fini. Ma parlarne – proprio perché è il leader naturale – è un errore che crea solo confusione”.

    Voi giurate che la strada verso il nuovo partito unitario è tutta in discesa, ma qualche dubbio c’è. Si sono accese polemiche intorno a quelle quote di ripartizione degli incarichi futuri: il 70 per cento a FI, il 30 per cento ad An. “Qualche piccola polemica nel partito da parte di chi ricerca un ruolo. Se in questo si manifesta un’unanimità esagerata è inevitabile che qualcuno cerchi di assolvere al compito di dire: non sono d’accordo. Succederà di sicuro. Ma il rapporto tra noi e FI è costante dal ’94, e sono stati i nostri militanti, con la famosa manifestazione del 2 dicembre, quando hanno mischiato le loro bandiere, a chiederci un simile passo. E inoltre, alle elezioni politiche, per la prima volta nella storia d’Italia la somma complessiva dei voti a una lista composta da più partiti, come quella del Pdl, era superiore a quella dei partiti stessi”.

    Ma i rapporti restano sempre 70 a 30 per Berlusconi…
    “Volendo, non ci vuole molto a capire che questo è solo il dato nazionale. Poi va adeguato città per città, regione per regione. Per An, è un rapporto leggermente migliore rispetto a quello che abbiamo oggi in Parlamento, dove siamo al 28 per cento. Nel 70 per cento di Berlusconi c’è l’incidenza degli alleati più piccoli: siccome tutti si rivolgono a lui, lui ha il dovere di mostrarsi generoso. E abbiamo scovato questa formula, così che possa mostrare tutta la sua generosità: non tanto quantitativa, quanto qualitativa. E poi i pesi si mischiano, e fra un anno nessuno si ricorderà da quale condizione era partito”.

    Dentro An, con Fini a Montecitorio, tutto tranquillo? O tra i colonnelli c’è sempre tensione?
    “Una grande sintonia. Non solo tra me e Gasparri, cosa ormai notissima, ma anche con i ministri Ronchi e Meloni, ovviamente Matteoli, con il sindaco di Roma Alemanno. Non solo ho la fiducia di Fini, e Fini sa di poter contare sempre e comunque sulla mia lealtà e sulla mia amicizia, ma ho ricevuto da lui un partito unito come non mai.
    Stamane ho già sentito, nonostante le vacanze, il ministro Matteoli e Gasparri. E Alemanno…”.

    Ecco: qualche perplessità ogni tanto l’avanza, un po’ inquieto…
    “Alemanno quando deve dire qualcosa chiama. Tra lui e Gasparri in questi mesi c’è stata qualche incomprensione, poi Gasparri è andato a trovarlo a mezzanotte in Campidoglio, e sono stati a discutere fino alle due e mezza del mattino. Poi, insieme mi hanno telefonato per dirmi che avevano risolto il loro piccolo problemino. Una volta certe cose si trascinavano per anni”.

    Le brucia ancora l’accusa di Famiglia cristiana di risorgente fascismo in Italia? “A me veramente non mi ha offeso, mi ha fatto fare una bella risata. Quando poi mi hanno detto che l’accusa veniva da un prete in vacanza al sole di Marettimo, ho proprio sghignazzato. La prova provata che questa storia del fascismo è una bufala sta proprio nel fatto che non solo lui dice queste cose, ma che sciocchezze del genere – così fuori dai tempi della storia e così indietro rispetto alle lancette dell’orologio – in Italia fortunatamente si possono dire senza nessuna conseguenza, né politica né personale. Più risposta netta di questa, che si può dire?”.

    C’è un tema – tra la politica e anche un certo colore giornalistico – che un po’ la riguarda, ministro: il ritorno o meno, nel Pdl di Daniela Santanchè, dopo la rottura con An e la scelta della Destra di Storace. E la storia la riguarda perché fu proprio lei, anni fa, a portare la Santanchè all’impegno politico. Dunque: vuol tornare, annuncia che forse tornerà, dice che si sta discutendo… Ignazio La Russa, onestamente: cosa ne pensa?
    “Ho mantenuto un buon ricordo della fase di crescita politica di Daniela. L’ho fatta cominciare con grande gradualità, ha iniziato come consulente di un assessore provinciale di An, poi è stata candidata lei stessa alla provincia, collegio facile, ma l’ha conquistato. Poi è stata messa in lista per il Parlamento dietro Viviana Beccalossi, ed è entrata a Montecitorio anche perché Viviana le ha lasciato il posto. Quindi ha fatto il relatore per la Legge finanziaria: merito suo ma anche merito nostro, del partito, che questa cosa ha consentito. Poi è stata nominata capo delle donne, e forse lì la crescita ha cominciato ad andare in una direzione non proprio giusta, anzi sbagliata…”.

    E perché mai?
    “Perché proprio lì Daniela ha cominciato a pensare di poter ballare da sola”.

    E l’ha fatto, anche con parecchia grinta…
    “Già, è uscita dal partito per andare con Storace. Neanche subito, solo in seguito. Io a quel punto ho interrotto la frequentazione, non l’amicizia. Se voleva ballare da sola, facesse…”.

    Ma adesso potrebbe tornare. La voce di La Russa si fa più dura.
    “Ma questo è un dibattito surreale! Torno, non torno, forse torno, entro nel Pdl, arrivo… Ma di cosa stiamo parlando? Per entrare in una casa, bisogna che qualcuno apra la porta e al momento non c’è nessuno disposto ad aprirla, quella porta. Nessuno. E’ solo un dibattito sui media, del resto Daniela è bravissima nei suoi rapporti con la stampa. Credo che invece dovrà ballare ancora da sola. Perciò, il dibattito se entrare o non entrare non ha alcun senso. Nessuno apre la porta, che resta sbarrata. E perché venga aperta, è necessaria l’accettazione del cento per cento di tutti gli attuali abitanti…”.

    Neanche a Casini potreste riaprire quella porta?
    “Casini è un caso diverso, non è uscito in maniera così traumatica. Ha fatto una scelta autonoma, dice.
    E io sono d’accordo con Lorenzo Cesa, quando sostiene che per ora, e chissà per quanto tempo, non c’è nessuna possibilità di accordo tra noi e l’Udc. Ecco, i casi della vita: mi succede pure di pensarla come Cesa…”.

    da www.ilfoglio.it 20 08 08

    saluti

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    Se si riconosce il Kossovo non c'è ragione per negare l'indipendenza (e probabile annessione alla Russia) dell'Ossezia del Sud che sta in Georgia perchè al tempo dei soviet si pensò che era meglio suddividere l'Ossezia per favorire un melting tra osseti, russi e georgiani. Considerate che i primi parlano russo e usano l'alfabeto occidentale, i secondi russo e cirillico i terzi georgiano e occidentale... Insomma, un bel casino.
    La Georgia, con l'appoggio silenzioso degli USA e dell'Europa, all'atto dell'indipendenza ha cancellato tutte le decisione prese nel periodo sovietico tranne una: la modifica dei confini e l'annessione dell'Ossezia del sud. La Serbia, col Kossovo, ha fatto molto di meno (ed io non ero in nessun modo favorevole all'indipendenza della provincia serbo-albanese). Ma oggi non si può in nessun modo negare il diritto, identico, degli osseti.
    E domani toccherà all'Alphasia, nella stessa situazione.

    Poi c'è il petrolio, i gasdotti e tutto il resto. Poi c'è il Nagorno-Karbach... poi c'è il genocidio armeno... Il Caucaso è troppo complicato per poterlo gestire con un'idea basica di occupazione, non l'ha capito Putin, e tantomeno Bush (figurarsi).
    Speriamo lo capiscano i nostri (Europa) governanti.

 

 

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