Arnaldo Fusi:
Poesie patriottiche


Arnaldo Fusi:
Poesie patriottiche
Ultima modifica di Miles; 20-04-10 alle 14:10
Preferisco di no.


Autrici femminili (il buon gusto del gentil sesso...)
Poesia patriottica femminile dell’800 di Cristina Contilli « Viadellebelledonne
Preferisco di no.


Credo che mai quanto ora possa essere attuale:
All'Italia
O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l'erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: dite dite;
chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perchè? dov'è la forza antica,
dove l'armi e il valore e la costanza?
chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
l'Itala gioventude? O numi, o numi:
pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia
consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui,
per altra gente, e non può dir morendo:
alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
l'antiche età, che a morte
per la patria correan le genti a squadre;
e voi sempre onorate e gloriose,
o tessaliche strette,
dove la Persia e il fato assai men forte
fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
e le montagne vostre al passeggere
con indistinta voce
narrin siccome tutta quella sponda
coprìr le invitte schiere
de' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
serse per l'Ellesponto si fuggia,
fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
ciascun de' vostri, o a splendido convito:
ma v'attendea lo scuro
tartaro, e l'onda morta;
nè le spose vi foro o i figli accanto
quando su l'aspro lito
senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e sì gli scava
con le zanne la schiena,
or questo fianco addenta or quella coscia;
tal fra le Perse torme infuriava
l'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra' primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;
ve' come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi,
cagione ai Persi d'infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell'imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro
amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
verran le madri ai parvoli le belle
orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente
dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
ch'io per la Grecia i moribondi lumi
chiuda prostrato in guerra,
così la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri
possa, volendo i numi,
tanto durar quanto la vostra duri.
Recanati 1818Giacomo Leopardi


All'Italia
(Francesco Petrarca)
Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che' miei sospir' sian quali
spera 'l Tevero e l'Arno
e 'l Po, dove doglioso e grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che ti condusse in terra
ti volga al tuo diletto almo paese:
vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion che crudel guerra;
e i cor, che 'ndura e serra
Marte superbo e fero,
apri tu, Padre, e 'ntenerisci e snoda;
ivi fa che 'l tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s' oda.
Voi cui fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché 'l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete e parvi veder molto,
ché 'n cor venale amor cercate o fede:
qual piú gente possede,
colui è piú da suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n' avene, or chi fia che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l' Alpi schermo
pose fra noi e la tedesca rabbia;
ma 'l desir cieco e 'ncontra 'l suo ben fermo
s' è poi tanto ingegnato,
ch' al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge e mansuete gregge
s'annidan sí, che sempre il miglior geme;
ed è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí 'l fianco
che memoria de l' opra anco non langue,
quando assetato e stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio, che per ogni piaggia
fece l' erbe sanguigne
di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che 'l cielo in odio n' aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, e le fortune afflitte e sparte
perseguire, e 'n disparte
cercar gente e gradire
che sparga 'l sangue e venda l' alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d' altrui, né per disprezzo.
Né v' accorgete ancor per tante prove
del bavarico inganno
ch' alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che 'l danno.
Ma 'l vostro sangue piove
piú largamente, ch' altr' ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, e vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano, senza soggetto;
ché 'l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d' intelletto,
peccato è nostro, e non natural cosa.
Non è questo 'l terren ch' i' toccai pria?
non è questo il mio nido,
ove nudrito fui sí dolcemente?
non è questa la patria in ch' io mi fido,
madre benigna e pia,
che copre l' un e l'altro mio parente?
Per Dio, questo la mente
talor vi mova, e con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; e pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertú contra furore
prenderà l'arme, e fia 'l combatter corto:
ché l'antiquo valore
ne l' italici cor non è ancor morto.
Signor', mirate come 'l tempo vola
e sí come la vita
fugge, e la morte n' è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l' alma ignuda e sola
conven ch' arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giú l' odio e lo sdegno,
venti contrari a la vita serena,
e quel che 'n altrui pena
tempo si spende, in qualche atto piú degno
o di mano o d' ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche onesto studio si converta;
cosí qua giú si gode
e la strada del ciel si trova aperta.
Canzone, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica
perché fra gente altera ir ti convene,
e le voglie son piene
già de l' usanza pessima ed antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace;
di' lor: « Chi m' assicura?
I' vo gridando: Pace, pace, pace ».
Il Canzoniere, CXXVIII


Arnaldo Fusinato
L'ultima ora di Venezia
È fosco l'aere,
il cielo è muto;
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia !
Fra i rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.
Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità ? -
- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca ! -
No, no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai !
E su la veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna.
Venezia ! L'ultima
ora è venuta;
illustre martire,
tu sei perduta ...
Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca !
Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncâro ai liberi
tuoi dì lo stame ...
Viva Venezia !
muore di fame !
Su le tue pagine
scolpisci, o storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
- Tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame ! -
Viva Venezia !
L'ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il panm ci manca ...
sul ponte sventola
bandiera bianca !
Ed ora infrangasi
qui su la pietra,
finché è libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto !
Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero;
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.
Ma il vento sibila
ma l'ombra è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca ...
sul ponte sventola
bandiera bianca !
Ultima modifica di Ivan; 20-04-10 alle 20:04


Virgilio
dalle Georgiche:
[...]
Ma nè le selve rinomate e il ricco
Suol de la Media, nè l’ameno Gange,
Nè il torbid’Ermo di dorate arene,
Nè il Battro o l’India, nè l’Arabia tutta
Pingue d’aromi pareggiar le lodi
De l’Italia potran. Questi felici
Luoghi arati non furono da tori
Spiranti foco, nè d’immane drago
Videro uscir da i seminati denti
Orrida messe di guerrieri e d’aste;
Ma le campagne lor di bionde spiche
Coperte lussurreggiano, e di vigne,
E d’oliveti, e di fecondi armenti.
Qui generosi e fervidi destrieri
Veggionsi errar pei campi ergendo
L’alta cervice, e là candide gregge
E bianchi tori pascolar, di Giove
Ostia maggiore, che sovente aspersi
De l’onde tue, sacro Elitumno, e cinti
Di fior le corna per le vie di Roma
Guidano al tempio i trïonfali cocchi.
Qui ne l’inverno ancor tepida regna
La primavera, e prolungato usurpa
L’estate i mesi altrui; due volte i frutti
Su le piante maturano, e due volte
Soglion ne l’anno partorir le agnelle.
Nè qui tana, o natal non ha rabbiosa
Tigre, o fiero leon, nè in torti giri
Squammoso drago sibilando striscia,
Nè incauta man fra le salubri coglie
Venefic’erba. Aggiungi a ciò le tante
Cittadi egregie e monumenti illustri
D’arti operose e fabbricate rocche
Su l’erte rupi, e tortuosi e vasti
Fiumi lambenti il piè d’antiche mura.
Forse l’adriaco mar, forse il tirreno
Che del felice suol la doppia costa
Bagnano circondando, o i tanti laghi
Che chiude in sen, ricorderò? Te forse,
Massimo Lario, o te Benaco, i flutti
Imitante ed il fremito marino?
O forse i porti ed al lucrino seno
Le molli aggiunte a rintuzzar l’orgoglio
De lo sdegnoso mar, là dove ei freme
Da l’onda giulia risospinto, e imbocca
Le aperte foci del vicino Averno?
Questo stesso terren ricche di rame
E d’argento nutrì miniere e d’oro:
Questo produsse di guerriero seme
Robuste genti, e i popoli Sabini
E i Marsi arditi, ed al travaglio avvezzi
I Liguri, e di spiedo i Volsci armati:
In questo ebbero cuna i Decii, e i Marii,
E gl’invitti Camilli, e i due Scipioni,
Fulmini in guerra, e tu fra questi, o divo
Cesare, tu che ne l’estreme spiagge
Ora de l’India vincitor l’imbelle
Da le romane rocche Indo allontani.
Salve, o feconda d’ogni frutto, salve
Ricca madre d’eroi, saturnia terra.
A te lodati studii ed arti avite
Intraprendo a cantar, novelle fonti
Schiudere osando, e tessere primiero
Tinto d’ascréi color carme romano.
[...]
Georgiche, libro II, 214-277
Ultima modifica di Ivan; 20-04-10 alle 20:38


FRANCESCO PETRARCA: INNO ALL'ITALIA
"SALVE, PULCRA PARENS, TERRARUM GLORIA, SALVE"
Salve, cara Deo, tellus sanctissima, salve,
tellus tuta bonis, tellus metuenda superbis,
tellus nobilibus multum generosior oris,
fertilior cuntis, terra formosior omni,
cincta mari gemino, famoso splendida monte,
armorum legumque eadem veneranda sacrarum
Pyeridumque domus auroque opulenta virisque,
cuius ad eximios ars et natura favores
incubuere simul mundoque dedere magistram.
.
Ad te nunc cupide post tempora longa revertor
incola perpetuus: tu diversoria vite
grata dabis fesse, tu quantam pallida tandem
Membra tegant prestabis humum. Te letus ab alto
Italiam video frondentis colle Gebenne.
Nubila post tergum remanent; ferit ora serenus
spiritus et blandis assurgens motibus aer
excipit. Agnosco patriam gaudensque saluto:
salve, pulcra parens, terrarum gloria, salve!
Traduzione in versi sciolti e commento di Arianna Ferrini
Salute a te, terra santissima a Dio cara,
terra rifugio ai buoni, ai superbi nemica,
terra assai più ricca di nobili lidi,
più fertile e più bella di tutte e di ciascuna,
da gemino mar chiusa, fiera di grandi monti,
rispettata per l’armi e le sacre leggi,
dimora delle Muse, ricca d’oro e d’eroi,
cui arte e natura a eccelse grazie
si adopraro e insieme dìero al mondo maestra.
A te ora torno dopo gran tempo ansioso
per sempre tuo cittadino: e tu darai grati
sollievi alla mia vita stanca e infine darai la terra
a coprir le mie gelide membra. Lieto
dall’alto del Gebenne boscoso ti vedo, Italia.
Dietro di me le nubi, e uno zefiro gentile mi accarezza il volto
e l’aria salente con lievi moti mi accoglie.
Riconosco la patria mia e lieto la saluto:
salve, splendida madre, salve gloria del mondo.
Nell’epistola III, 24 l’emozione suscitata dal paesaggio della terra
natia, contemplata dall’alto del Monginevro, è tradotta liricamente dal
poeta in un commosso saluto alla sua tellus, la patria italica a lui tanto
cara, che è volto ad esaltarne la bellezza e la gloria universale. La
lingua usata, come per le altre raccolte epistolari (“Seniles”,
“Familiares”) è un latino lontano da quello medioevale, strutturato
sintatticamente sull’esempio dei classici -e infatti di citazioni classiche
sono continuamente punteggiate le sue pagine- che egli considera un
modello insuperabile di sapienza e di perfezione stilistica.
Petrarca ci appare pertanto sia come vir bonus dicendi peritus sia,
secondariamente, nella sua intimità di uomo e poeta. Nell’epistola
sono distinguibili due parti con caratteristiche diverse: nella prima
(versi 1-9) il soggetto è l’Italia, argomento delle lodi e motivo della
commozione del poeta, il quale rivede la sua amata patria “post
tempora longa”.
Nella seconda parte, terminata l’esaltazione delle bellezze e delle
qualità della sua terra, sottolineato il fatto che la penisola è
particolarmente ricca di pregi, per cui natura ed arte le sono sempre
state generose, “incubuere simul mundoque dedere magistram”,
cambia anche il soggetto grammaticale del componimento che diventa
l’io-narrante, ovvero il Petrarca stesso (versi 10-18). Questi esprime
con forza il suo amore per la terra italiana, da una parte accentuato
dalla lontananza e dai continui trasferimenti e dall’altra arricchito dal
concetto tutto letterario di “patria” come entità culturale, piuttosto che
nazionale e politica, concetto per di più giustificato dall'antica
grandezza di Roma che egli desume dalle testimonianze classiche.
L’inizio dell’epistola è caratterizzato da un’enfasi introduttiva e un
tono senza dubbio subordinato rispetto alla seconda parte, nella quale
l’elemento cruciale è quello soggettivo legato alla situazione e
all’emozione vissute dal Petrarca.
Questi versi dell’epistola Ad Italiam, ricchi di grande efficacia poetica,
sono caratterizzati da una certa semplicità lessicale: infatti i non pochi
virtuosismi retorici ed il tono talvolta iperbolico non compromettono
la fluidità del discorso che risulta comunque lineare. Molte sono
dunque le figure retoriche che nobilitano il componimento. Nei primi
versi troviamo un’efficace apostrofe all’interno della quale acquista
notevole significato l’iterazione del termine tellus che raggiunge lo
scopo di enfatizzare il legame fra il poeta e la terra natia. Dal verso 10
tale legame si fa decisamente personale: protagonista la voce e con
essa l’umanità del poeta. Funzionale a tale scopo il poliptoto, figura
retorica do parola, dei versi 10-11-13, “ad te…tu…tu…te”). È
interessante notare che nell’apostrofe di Virgilio (Georgicon, liber II,
173-174) l’Italia sia subito e naturalmente parens: “Salve, magna
parens frugum”, mentre in quella di Petrarca la patria (santissima,
fertilior, formosior, veneranda, opulenta…) diventa esplicitamente
parens solo nell’ultimo verso, e accoglie amorevolmente il figlio
tornato dopo un lungo esilio che la riconosce tale (“Agnosco
patriam”). Importante è il ruolo dell’enjambement del verso 11, che
spezza il sintagma, mette in risalto i termini incola perpetuus, e, di
conseguenza, sottolinea, con la gioia di una ritrovata sicurezza grazie
al ritorno, il proposito del poeta di rimanere in patria fino alla fine dei
propri giorni e l’orgoglioso sentimento di appartenenza ad essa. Infine,
è ancora identificabile un’iterazione al verso 18 (“Salve…salve”),
efficace quanto l’apostrofe dei primi versi, perché volta a chiudere in
modo circolare la premessa dell’invocazione iniziale (“Salve, cara
Deo tellus santissima, salve”). Non stona l’iperbole del verso 9
(“mundo…magistram”) che vuole esaltare l’antico magistero della
terra italica, culla di privilegi concessi dalla natura e dal divino volere,
centro della pietas, baluardo e difesa dei più alti valori umani e civili.
La struttura chiastica del verso 15 (“nubila remanent…ferit ora
serenus spiritus”) sottolinea il forte contrasto che si frappone tra il
tormento della vita in esilio e la pace interiore ritrovata nella serena
terra natale. L’antitesi tra nubila e serenus conferma il sentimento di
riscatto che assapora l’animo del poeta, lasciandosi post tergum la
tempesta dei passati travagli. Tutto ciò è calato nella lieta evocazione
di una felice posizione geografica. Il chiasmo del verso 17 (“Agnosco
patriam gaudensque saluto”) rivela un’emozione tutta privata, e la
trepidazione del poeta che prima riconosce la propria terra, quindi la
saluta con la gioia di un figlio, gaudens, e in questo termine si
riassume tutto ciò che egli prova. Il chiasmo del verso 18 vuole invece
sottolineare quei privilegi di cui ha sempre goduto l’Italia: alla
bellezza di madre essa unisce la gloria che la rende superiore a tutte le
altre terre.


Giacomo Puccini - I figli d’Italia bella
Cessate il suon dell’armi
presso i trofei di guerra
riedono i genii
dell’ausonia terra
Fra l’effigiate tele
meraviglie dell’italo pennello
dei figli nostri in core
nuovo dell’Arte
si ridesti amore
Genio immortal d’Italia
Benigno a noi ritorna
Per tuo divin sorriso
Come solevi un dì
Nostr’opre adorna
Dei tuoi figli o Italia bella
uno è il voto ed uno il cor
che rifulga la tua stella
dell’antico suo splendor.
Quì dove splende vivido
II sol di libertà
il Nume tuo benefico
L’antico culto avrà
Preferisco di no.


Ai soldati alladiesi combattenti
di Guido Gozzano
O tu, che l'odio sacrosanto avvampi
i confini del Barbaro cancella!
Con l'anno sorga una migliore stella
a consolar gli insanguinati campi!
Tu che combatti per l'Italia bella,
tra cupi rombi e balenar di lampi,
salve! Ed il cielo provvido ti scampi
alla sposa, alla madre, alla sorella!
Il tuo paese attende il tuo ritorno.
Tempi migliori ti saran concessi,
se in dolce pace finirà la guerra.
I nostri voti affrettano qel giorno;
tra belle vigne e biondeggiar di messi,
ritornerete, figli della terra!
Agliè, 1916
Ultima modifica di vanni fucci; 27-04-10 alle 10:44


Di Arnaldo Fusinato indimenticabili a mio parere questi versi, che ricordavo citati da Sandro Consolato in un vecchio articolo su "Politica Romana".
Sono i versi finali di "La questione veneta", p. 255:
Intanto armiamoci,
ma stiamo in riga,
e, a tempo debito
rotta la diga,
l'onda benefica
del nuovo Impero
scorra dal Brennero
fino al Quarnero.