Risultati da 1 a 10 di 10

Discussione: Poesie Patriotiche

  1. #1
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Poesie Patriotiche

    Arnaldo Fusi:

    Poesie patriottiche
    Ultima modifica di Miles; 20-04-10 alle 14:10
    Preferisco di no.

  2. #2
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Autrici femminili (il buon gusto del gentil sesso...)

    Poesia patriottica femminile dell’800 di Cristina Contilli « Viadellebelledonne
    Preferisco di no.

  3. #3
    Cancellato
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Credo che mai quanto ora possa essere attuale:

    All'Italia

    O patria mia, vedo le mura e gli archi
    e le colonne e i simulacri e l'erme
    torri degli avi nostri,
    ma la gloria non vedo,
    non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
    i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
    nuda la fronte e nudo il petto mostri.
    Oimè quante ferite,
    che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
    formosissima donna! Io chiedo al cielo
    e al mondo: dite dite;
    chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
    che di catene ha carche ambe le braccia;
    sì che sparte le chiome e senza velo
    siede in terra negletta e sconsolata,
    nascondendo la faccia
    tra le ginocchia, e piange.
    Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
    le genti a vincer nata
    e nella fausta sorte e nella ria.

    Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
    mai non potrebbe il pianto
    adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
    che fosti donna, or sei povera ancella.
    Chi di te parla o scrive,
    che, rimembrando il tuo passato vanto,
    non dica: già fu grande, or non è quella?
    Perché, perchè? dov'è la forza antica,
    dove l'armi e il valore e la costanza?
    chi ti discinse il brando?
    Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
    o qual tanta possanza
    valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
    Come cadesti o quando
    da tanta altezza in così basso loco?
    Nessun pugna per te? non ti difende
    nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
    combatterò, procomberò sol io.
    Dammi, o ciel, che sia foco
    agl'italici petti il sangue mio.

    Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
    e di carri e di voci e di timballi:
    in estranie contrade
    pugnano i tuoi figliuoli.
    Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
    un fluttuar di fanti e di cavalli,
    e fumo e polve, e luccicar di spade
    come tra nebbia lampi.
    Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
    piegar non soffri al dubitoso evento?
    A che pugna in quei campi
    l'Itala gioventude? O numi, o numi:
    pugnan per altra terra itali acciari.
    Oh misero colui che in guerra è spento,
    non per li patrii lidi e per la pia
    consorte e i figli cari,
    ma da nemici altrui,
    per altra gente, e non può dir morendo:
    alma terra natia,
    la vita che mi desti ecco ti rendo.

    Oh venturose e care e benedette
    l'antiche età, che a morte
    per la patria correan le genti a squadre;
    e voi sempre onorate e gloriose,
    o tessaliche strette,
    dove la Persia e il fato assai men forte
    fu di poch'alme franche e generose!
    Io credo che le piante e i sassi e l'onda
    e le montagne vostre al passeggere
    con indistinta voce
    narrin siccome tutta quella sponda
    coprìr le invitte schiere
    de' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
    Allor, vile e feroce,
    serse per l'Ellesponto si fuggia,
    fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
    E sul colle d'Antela, ove morendo
    Si sottrasse da morte il santo stuolo,
    Simonide salia,
    Guardando l'etra e la marina e il suolo.

    E di lacrime sparso ambe le guance,
    E il petto ansante, e vacillante il piede,
    Toglieasi in man la lira:
    Beatissimi voi,
    Ch'offriste il petto alle nemiche lance
    Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
    Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
    Nell'armi e ne' perigli
    Qual tanto amor le giovanette menti,
    Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
    Come sì lieta, o figli,
    L'ora estrema vi parve, onde ridenti
    correste al passo lacrimoso e duro?
    Parea ch'a danza e non a morte andasse
    ciascun de' vostri, o a splendido convito:
    ma v'attendea lo scuro
    tartaro, e l'onda morta;
    nè le spose vi foro o i figli accanto
    quando su l'aspro lito
    senza baci moriste e senza pianto.

    Ma non senza de' Persi orrida pena
    ed immortale angoscia.
    Come lion di tori entro una mandra
    or salta a quello in tergo e sì gli scava
    con le zanne la schiena,
    or questo fianco addenta or quella coscia;
    tal fra le Perse torme infuriava
    l'ira de' greci petti e la virtute.
    Ve' cavalli supini e cavalieri;
    vedi intralciare ai vinti
    la fuga i carri e le tende cadute,
    e correr fra' primieri
    pallido e scapigliato esso tiranno;
    ve' come infusi e tinti
    del barbarico sangue i greci eroi,
    cagione ai Persi d'infinito affanno,
    a poco a poco vinti dalle piaghe,
    l'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
    beatissimi voi
    mentre nel mondo si favelli o scriva.

    Prima divelte, in mar precipitando,
    spente nell'imo strideran le stelle,
    che la memoria e il vostro
    amor trascorra o scemi.
    La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
    verran le madri ai parvoli le belle
    orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
    o benedetti, al suolo,
    e bacio questi sassi e queste zolle,
    che fien lodate e chiare eternamente
    dall'uno all'altro polo.
    Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
    fosse del sangue mio quest'alma terra.
    Che se il fato è diverso, e non consente
    ch'io per la Grecia i moribondi lumi
    chiuda prostrato in guerra,
    così la vereconda
    fama del vostro vate appo i futuri
    possa, volendo i numi,
    tanto durar quanto la vostra duri.

    Giacomo Leopardi
    Recanati 1818

  4. #4
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    All'Italia
    (Francesco Petrarca)

    Italia mia, benché 'l parlar sia indarno
    a le piaghe mortali
    che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
    piacemi almen che' miei sospir' sian quali
    spera 'l Tevero e l'Arno
    e 'l Po, dove doglioso e grave or seggio.
    Rettor del cielo, io cheggio
    che la pietà che ti condusse in terra
    ti volga al tuo diletto almo paese:
    vedi, Segnor cortese,
    di che lievi cagion che crudel guerra;
    e i cor, che 'ndura e serra
    Marte superbo e fero,
    apri tu, Padre, e 'ntenerisci e snoda;
    ivi fa che 'l tuo vero,
    qual io mi sia, per la mia lingua s' oda.

    Voi cui fortuna à posto in mano il freno
    de le belle contrade,
    di che nulla pietà par che vi stringa,
    che fan qui tante pellegrine spade?
    perché 'l verde terreno
    del barbarico sangue si depinga?
    Vano error vi lusinga:
    poco vedete e parvi veder molto,
    ché 'n cor venale amor cercate o fede:
    qual piú gente possede,
    colui è piú da suoi nemici avolto.
    O diluvio raccolto
    di che deserti strani
    per inondar i nostri dolci campi!
    Se da le proprie mani
    questo n' avene, or chi fia che ne scampi?

    Ben provide Natura al nostro stato,
    quando de l' Alpi schermo
    pose fra noi e la tedesca rabbia;
    ma 'l desir cieco e 'ncontra 'l suo ben fermo
    s' è poi tanto ingegnato,
    ch' al corpo sano à procurato scabbia.
    Or dentro ad una gabbia
    fiere selvagge e mansuete gregge
    s'annidan sí, che sempre il miglior geme;
    ed è questo del seme,
    per piú dolor, del popol senza legge,
    al qual, come si legge,
    Mario aperse sí 'l fianco
    che memoria de l' opra anco non langue,
    quando assetato e stanco
    non piú bevve del fiume acqua che sangue.

    Cesare taccio, che per ogni piaggia
    fece l' erbe sanguigne
    di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
    Or par, non so per che stelle maligne,
    che 'l cielo in odio n' aggia:
    vostra mercé, cui tanto si commise.
    Vostre voglie divise
    guastan del mondo la piú bella parte.
    Qual colpa, qual giudicio o qual destino
    fastidire il vicino
    povero, e le fortune afflitte e sparte
    perseguire, e 'n disparte
    cercar gente e gradire
    che sparga 'l sangue e venda l' alma a prezzo?
    Io parlo per ver dire,
    non per odio d' altrui, né per disprezzo.

    Né v' accorgete ancor per tante prove
    del bavarico inganno
    ch' alzando il dito colla morte scherza?
    Peggio è lo strazio, al mio parer, che 'l danno.
    Ma 'l vostro sangue piove
    piú largamente, ch' altr' ira vi sferza.
    Da la matina a terza
    di voi pensate, e vederete come
    tien caro altrui che tien sé cosí vile.
    Latin sangue gentile,
    sgombra da te queste dannose some;
    non far idolo un nome
    vano, senza soggetto;
    ché 'l furor de lassú, gente ritrosa,
    vincerne d' intelletto,
    peccato è nostro, e non natural cosa.

    Non è questo 'l terren ch' i' toccai pria?
    non è questo il mio nido,
    ove nudrito fui sí dolcemente?
    non è questa la patria in ch' io mi fido,
    madre benigna e pia,
    che copre l' un e l'altro mio parente?
    Per Dio, questo la mente
    talor vi mova, e con pietà guardate
    le lagrime del popol doloroso,
    che sol da voi riposo
    dopo Dio spera; e pur che voi mostriate
    segno alcun di pietate,
    vertú contra furore
    prenderà l'arme, e fia 'l combatter corto:
    ché l'antiquo valore
    ne l' italici cor non è ancor morto.

    Signor', mirate come 'l tempo vola
    e sí come la vita
    fugge, e la morte n' è sovra le spalle.
    Voi siete or qui; pensate a la partita:
    ché l' alma ignuda e sola
    conven ch' arrive a quel dubbioso calle.
    Al passar questa valle
    piacciavi porre giú l' odio e lo sdegno,
    venti contrari a la vita serena,
    e quel che 'n altrui pena
    tempo si spende, in qualche atto piú degno
    o di mano o d' ingegno,
    in qualche bella lode,
    in qualche onesto studio si converta;
    cosí qua giú si gode
    e la strada del ciel si trova aperta.

    Canzone, io t'ammonisco
    che tua ragion cortesemente dica
    perché fra gente altera ir ti convene,
    e le voglie son piene
    già de l' usanza pessima ed antica,
    del ver sempre nemica.
    Proverai tua ventura
    fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace;
    di' lor: « Chi m' assicura?
    I' vo gridando: Pace, pace, pace ».

    Il Canzoniere, CXXVIII

  5. #5
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Arnaldo Fusinato

    L'ultima ora di Venezia

    È fosco l'aere,
    il cielo è muto;
    ed io sul tacito
    veron seduto,
    in solitaria
    malinconia
    ti guardo e lagrimo,
    Venezia mia !

    Fra i rotti nugoli
    dell'occidente
    il raggio perdesi
    del sol morente,
    e mesto sibila
    per l'aria bruna
    l'ultimo gemito
    della laguna.

    Passa una gondola
    della città:
    - Ehi, della gondola,
    qual novità ? -
    - Il morbo infuria
    il pan ci manca,
    sul ponte sventola
    bandiera bianca ! -

    No, no, non splendere
    su tanti guai,
    sole d'Italia,
    non splender mai !
    E su la veneta
    spenta fortuna
    si eterni il gemito
    della laguna.

    Venezia ! L'ultima
    ora è venuta;
    illustre martire,
    tu sei perduta ...
    Il morbo infuria,
    il pan ti manca,
    sul ponte sventola
    bandiera bianca !

    Ma non le ignivome
    palle roventi,
    né i mille fulmini
    su te stridenti,
    troncâro ai liberi
    tuoi dì lo stame ...
    Viva Venezia !
    muore di fame !

    Su le tue pagine
    scolpisci, o storia,
    l'altrui nequizie
    e la sua gloria,
    e grida ai posteri:
    - Tre volte infame
    chi vuol Venezia
    morta di fame ! -

    Viva Venezia !
    L'ira nemica
    la sua risuscita
    virtude antica;
    ma il morbo infuria,
    ma il panm ci manca ...
    sul ponte sventola
    bandiera bianca !

    Ed ora infrangasi
    qui su la pietra,
    finché è libera
    questa mia cetra.
    A te, Venezia,
    l'ultimo canto,
    l'ultimo bacio,
    l'ultimo pianto !

    Ramingo ed esule
    in suol straniero,
    vivrai, Venezia,
    nel mio pensiero;
    vivrai nel tempio
    qui del mio core
    come l'immagine
    del primo amore.

    Ma il vento sibila
    ma l'ombra è scura,
    ma tutta in tenebre
    è la natura:
    le corde stridono,
    la voce manca ...
    sul ponte sventola
    bandiera bianca !
    Ultima modifica di Ivan; 20-04-10 alle 20:04

  6. #6
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Virgilio

    dalle Georgiche:

    [...]
    Ma nè le selve rinomate e il ricco
    Suol de la Media, nè l’ameno Gange,
    Nè il torbid’Ermo di dorate arene,
    Nè il Battro o l’India, nè l’Arabia tutta
    Pingue d’aromi pareggiar le lodi
    De l’Italia potran. Questi felici
    Luoghi arati non furono da tori
    Spiranti foco, nè d’immane drago
    Videro uscir da i seminati denti
    Orrida messe di guerrieri e d’aste;
    Ma le campagne lor di bionde spiche
    Coperte lussurreggiano, e di vigne,
    E d’oliveti, e di fecondi armenti.
    Qui generosi e fervidi destrieri
    Veggionsi errar pei campi ergendo
    L’alta cervice, e là candide gregge
    E bianchi tori pascolar, di Giove
    Ostia maggiore, che sovente aspersi
    De l’onde tue, sacro Elitumno, e cinti
    Di fior le corna per le vie di Roma
    Guidano al tempio i trïonfali cocchi.
    Qui ne l’inverno ancor tepida regna
    La primavera, e prolungato usurpa
    L’estate i mesi altrui; due volte i frutti
    Su le piante maturano, e due volte
    Soglion ne l’anno partorir le agnelle.
    Nè qui tana, o natal non ha rabbiosa
    Tigre, o fiero leon, nè in torti giri
    Squammoso drago sibilando striscia,
    Nè incauta man fra le salubri coglie
    Venefic’erba. Aggiungi a ciò le tante
    Cittadi egregie e monumenti illustri
    D’arti operose e fabbricate rocche
    Su l’erte rupi, e tortuosi e vasti
    Fiumi lambenti il piè d’antiche mura.
    Forse l’adriaco mar, forse il tirreno
    Che del felice suol la doppia costa
    Bagnano circondando, o i tanti laghi
    Che chiude in sen, ricorderò? Te forse,
    Massimo Lario, o te Benaco, i flutti
    Imitante ed il fremito marino?
    O forse i porti ed al lucrino seno
    Le molli aggiunte a rintuzzar l’orgoglio
    De lo sdegnoso mar, là dove ei freme
    Da l’onda giulia risospinto, e imbocca
    Le aperte foci del vicino Averno?
    Questo stesso terren ricche di rame
    E d’argento nutrì miniere e d’oro:
    Questo produsse di guerriero seme
    Robuste genti, e i popoli Sabini
    E i Marsi arditi, ed al travaglio avvezzi
    I Liguri, e di spiedo i Volsci armati:
    In questo ebbero cuna i Decii, e i Marii,
    E gl’invitti Camilli, e i due Scipioni,
    Fulmini in guerra, e tu fra questi, o divo
    Cesare, tu che ne l’estreme spiagge
    Ora de l’India vincitor l’imbelle
    Da le romane rocche Indo allontani.
    Salve, o feconda d’ogni frutto, salve
    Ricca madre d’eroi, saturnia terra.
    A te lodati studii ed arti avite
    Intraprendo a cantar, novelle fonti
    Schiudere osando, e tessere primiero
    Tinto d’ascréi color carme romano.
    [...]
    Georgiche, libro II, 214-277
    Ultima modifica di Ivan; 20-04-10 alle 20:38

  7. #7
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    FRANCESCO PETRARCA: INNO ALL'ITALIA

    "SALVE, PULCRA PARENS, TERRARUM GLORIA, SALVE"

    Salve, cara Deo, tellus sanctissima, salve,
    tellus tuta bonis, tellus metuenda superbis,
    tellus nobilibus multum generosior oris,
    fertilior cuntis, terra formosior omni,
    cincta mari gemino, famoso splendida monte,
    armorum legumque eadem veneranda sacrarum
    Pyeridumque domus auroque opulenta virisque,
    cuius ad eximios ars et natura favores
    incubuere simul mundoque dedere magistram.
    .
    Ad te nunc cupide post tempora longa revertor
    incola perpetuus: tu diversoria vite
    grata dabis fesse, tu quantam pallida tandem
    Membra tegant prestabis humum. Te letus ab alto
    Italiam video frondentis colle Gebenne.
    Nubila post tergum remanent; ferit ora serenus
    spiritus et blandis assurgens motibus aer
    excipit. Agnosco patriam gaudensque saluto:
    salve, pulcra parens, terrarum gloria, salve!


    Traduzione in versi sciolti e commento di Arianna Ferrini

    Salute a te, terra santissima a Dio cara,
    terra rifugio ai buoni, ai superbi nemica,
    terra assai più ricca di nobili lidi,
    più fertile e più bella di tutte e di ciascuna,
    da gemino mar chiusa, fiera di grandi monti,
    rispettata per l’armi e le sacre leggi,
    dimora delle Muse, ricca d’oro e d’eroi,
    cui arte e natura a eccelse grazie
    si adopraro e insieme dìero al mondo maestra.
    A te ora torno dopo gran tempo ansioso
    per sempre tuo cittadino: e tu darai grati
    sollievi alla mia vita stanca e infine darai la terra
    a coprir le mie gelide membra. Lieto
    dall’alto del Gebenne boscoso ti vedo, Italia.
    Dietro di me le nubi, e uno zefiro gentile mi accarezza il volto
    e l’aria salente con lievi moti mi accoglie.
    Riconosco la patria mia e lieto la saluto:
    salve, splendida madre, salve gloria del mondo.


    Nell’epistola III, 24 l’emozione suscitata dal paesaggio della terra
    natia, contemplata dall’alto del Monginevro, è tradotta liricamente dal
    poeta in un commosso saluto alla sua tellus, la patria italica a lui tanto
    cara, che è volto ad esaltarne la bellezza e la gloria universale. La
    lingua usata, come per le altre raccolte epistolari (“Seniles”,
    “Familiares”) è un latino lontano da quello medioevale, strutturato
    sintatticamente sull’esempio dei classici -e infatti di citazioni classiche
    sono continuamente punteggiate le sue pagine- che egli considera un
    modello insuperabile di sapienza e di perfezione stilistica.
    Petrarca ci appare pertanto sia come vir bonus dicendi peritus sia,
    secondariamente, nella sua intimità di uomo e poeta. Nell’epistola
    sono distinguibili due parti con caratteristiche diverse: nella prima
    (versi 1-9) il soggetto è l’Italia, argomento delle lodi e motivo della
    commozione del poeta, il quale rivede la sua amata patria “post
    tempora longa”.
    Nella seconda parte, terminata l’esaltazione delle bellezze e delle
    qualità della sua terra, sottolineato il fatto che la penisola è
    particolarmente ricca di pregi, per cui natura ed arte le sono sempre
    state generose, “incubuere simul mundoque dedere magistram”,
    cambia anche il soggetto grammaticale del componimento che diventa
    l’io-narrante, ovvero il Petrarca stesso (versi 10-18). Questi esprime
    con forza il suo amore per la terra italiana, da una parte accentuato
    dalla lontananza e dai continui trasferimenti e dall’altra arricchito dal
    concetto tutto letterario di “patria” come entità culturale, piuttosto che
    nazionale e politica, concetto per di più giustificato dall'antica
    grandezza di Roma che egli desume dalle testimonianze classiche.
    L’inizio dell’epistola è caratterizzato da un’enfasi introduttiva e un
    tono senza dubbio subordinato rispetto alla seconda parte, nella quale
    l’elemento cruciale è quello soggettivo legato alla situazione e
    all’emozione vissute dal Petrarca.
    Questi versi dell’epistola Ad Italiam, ricchi di grande efficacia poetica,
    sono caratterizzati da una certa semplicità lessicale: infatti i non pochi
    virtuosismi retorici ed il tono talvolta iperbolico non compromettono
    la fluidità del discorso che risulta comunque lineare. Molte sono
    dunque le figure retoriche che nobilitano il componimento. Nei primi
    versi troviamo un’efficace apostrofe all’interno della quale acquista
    notevole significato l’iterazione del termine tellus che raggiunge lo
    scopo di enfatizzare il legame fra il poeta e la terra natia. Dal verso 10
    tale legame si fa decisamente personale: protagonista la voce e con
    essa l’umanità del poeta. Funzionale a tale scopo il poliptoto, figura
    retorica do parola, dei versi 10-11-13, “ad te…tu…tu…te”). È
    interessante notare che nell’apostrofe di Virgilio (Georgicon, liber II,
    173-174) l’Italia sia subito e naturalmente parens: “Salve, magna
    parens frugum”, mentre in quella di Petrarca la patria (santissima,
    fertilior, formosior, veneranda, opulenta…) diventa esplicitamente
    parens solo nell’ultimo verso, e accoglie amorevolmente il figlio
    tornato dopo un lungo esilio che la riconosce tale (“Agnosco
    patriam”). Importante è il ruolo dell’enjambement del verso 11, che
    spezza il sintagma, mette in risalto i termini incola perpetuus, e, di
    conseguenza, sottolinea, con la gioia di una ritrovata sicurezza grazie
    al ritorno, il proposito del poeta di rimanere in patria fino alla fine dei
    propri giorni e l’orgoglioso sentimento di appartenenza ad essa. Infine,
    è ancora identificabile un’iterazione al verso 18 (“Salve…salve”),
    efficace quanto l’apostrofe dei primi versi, perché volta a chiudere in
    modo circolare la premessa dell’invocazione iniziale (“Salve, cara
    Deo tellus santissima, salve”). Non stona l’iperbole del verso 9
    (“mundo…magistram”) che vuole esaltare l’antico magistero della
    terra italica, culla di privilegi concessi dalla natura e dal divino volere,
    centro della pietas, baluardo e difesa dei più alti valori umani e civili.
    La struttura chiastica del verso 15 (“nubila remanent…ferit ora
    serenus spiritus”) sottolinea il forte contrasto che si frappone tra il
    tormento della vita in esilio e la pace interiore ritrovata nella serena
    terra natale. L’antitesi tra nubila e serenus conferma il sentimento di
    riscatto che assapora l’animo del poeta, lasciandosi post tergum la
    tempesta dei passati travagli. Tutto ciò è calato nella lieta evocazione
    di una felice posizione geografica. Il chiasmo del verso 17 (“Agnosco
    patriam gaudensque saluto”) rivela un’emozione tutta privata, e la
    trepidazione del poeta che prima riconosce la propria terra, quindi la
    saluta con la gioia di un figlio, gaudens, e in questo termine si
    riassume tutto ciò che egli prova. Il chiasmo del verso 18 vuole invece
    sottolineare quei privilegi di cui ha sempre goduto l’Italia: alla
    bellezza di madre essa unisce la gloria che la rende superiore a tutte le
    altre terre.

  8. #8
    de-elmettizzato.
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Giacomo Puccini - I figli d’Italia bella

    Cessate il suon dell’armi
    presso i trofei di guerra
    riedono i genii
    dell’ausonia terra
    Fra l’effigiate tele
    meraviglie dell’italo pennello
    dei figli nostri in core
    nuovo dell’Arte
    si ridesti amore
    Genio immortal d’Italia
    Benigno a noi ritorna
    Per tuo divin sorriso
    Come solevi un dì
    Nostr’opre adorna
    Dei tuoi figli o Italia bella
    uno è il voto ed uno il cor
    che rifulga la tua stella
    dell’antico suo splendor.
    Quì dove splende vivido
    II sol di libertà
    il Nume tuo benefico
    L’antico culto avrà
    Preferisco di no.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Ai soldati alladiesi combattenti
    di Guido Gozzano

    O tu, che l'odio sacrosanto avvampi
    i confini del Barbaro cancella!
    Con l'anno sorga una migliore stella
    a consolar gli insanguinati campi!

    Tu che combatti per l'Italia bella,
    tra cupi rombi e balenar di lampi,
    salve! Ed il cielo provvido ti scampi
    alla sposa, alla madre, alla sorella!

    Il tuo paese attende il tuo ritorno.
    Tempi migliori ti saran concessi,
    se in dolce pace finirà la guerra.

    I nostri voti affrettano qel giorno;
    tra belle vigne e biondeggiar di messi,
    ritornerete, figli della terra!

    Agliè, 1916
    Ultima modifica di vanni fucci; 27-04-10 alle 10:44

  10. #10
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    Predefinito Rif: Poesie Patriotiche

    Citazione Originariamente Scritto da Miles Visualizza Messaggio
    Arnaldo Fusi:

    Poesie patriottiche

    Di Arnaldo Fusinato indimenticabili a mio parere questi versi, che ricordavo citati da Sandro Consolato in un vecchio articolo su "Politica Romana".
    Sono i versi finali di "La questione veneta", p. 255:

    Intanto armiamoci,
    ma stiamo in riga,
    e, a tempo debito
    rotta la diga,
    l'onda benefica
    del nuovo Impero
    scorra dal Brennero
    fino al Quarnero.

 

 

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