Posto questo articolo sperando di contribuire alla chiarificazione dei dubbi riguardo le posizioni di Eurasia sull'immigrazione. Si pensi quel che si vuole delle argomentazioni con cui la posizione viene sostenuta, ma sarà utile notare che probabilmente certo approccio argomentativo ragionevole e pragmatico ha più probabilità di fare breccia in un target istituzionale di quanto non ne abbia il "white power 14/88". Inoltre, un approccio più maturo e meno "white power" permetterebbe, in caso di realizzazione (più probabile, se non si pensa di ottenere la fine dell'immigrazione tramite una riedizione del Manifesto della Razza -chi lo sogna, aspetti e speri-), di poter gestire la politica estera in maniera più costruttiva e fruttuosa. In altre parole, una volta sistemato il problema migratorio non sarebbe male avere dei rapporti di buon vicinato coi paesi dell'area mediterranea e araba in vista di un comune vantaggio - e rimanendo ognuno a casa propria - in degli accordi energetici e strategici (anche in funzione anti-atlantista). Posizione che tra l'altro, colonialismo a parte, non mi pare troppo dissimile dalle posizioni di un fascismo, ognuno a casa sua e alleanza costruttiva col mondo arabo-mediterraneo. In ogni caso, questa è la nostra posizione, tratta da Eurasia - Geopolitica e Migrazioni, ottima lettura per chi voglia sentirne quattro di eloquenti e argomentate sull'immigrazione ed accorgersi che Eurasia è contraria.
Dato che non siamo in campagna elettorale e se per una volta ci si trova sostanzialmente d'accordo su qualcosa è solo un bene, si spera che il tutto non si trasformi in una garetta a chi è più razzista.
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ALTRI "ANNI DELLA DECISIONE"
di Aldo Braccio*
"Qui, forse già in questo secolo, le decisioni finali attendono il loro uomo. Di fronte a esse, i minuscoli obiettivi e le modeste concezioni della politica odierna sprofondano nel nulla.
Qui, signore dell'universo diverrà colui che con la propria spada riporta la vittoria. Il gioco è immenso: eccone i dadi. Chi ardisce gettarli?"
(Oswald Spengler, Anni della decisione)
Settanta anni dopo queste parole – cariche di segni profetici sull'incombere della "rivoluzione mondiale" - il dibattito sull'immigrazione si caratterizza per la presenza di argomentazioni preconcette e "ideologiche" – pregiudizi tipici invariabilmente presenti nei mass-media quando si parla di flussi immigratori.
Giornalisti, intellettuali/opinionisti, politici e politicanti rappresentano abitualmente l'ineluttabilità del fenomeno immigratorio, proprio come nel caso della globalizzazione: qualcosa certamente da organizzare e pianificare, ma comunque naturale e indiscutibile, perché – ci assicurano – sostanzialmente benefica, una ricchezza (culturale ed economica) da accettare e di cui compiacersi.
Espressioni superficiali in alcuni casi, consapevoli e menzognere in altri, con le quali si capovolgono i termini della questione, presentando per società multiculturale quella che in effetti è, in prospettiva, una società artificialmente uniculturale, intollerante verso l'esistenza di differenze, limiti, identità (non si parla già di "razzismo identitario"?) (1). La guerra delle parole, e il bombardamento mediatico che la sostiene, determinano davvero cambiamenti di senso delle espressioni di pensiero, quando si tratta di immigrazione e di immigrati. Alcune espressioni sembrano per abitudine incorporare un significato positivo, condivisibile da tutti: ma in realtà che significa, per esempio, l'auspicata (e quasi obbligatoria) "integrazione", se non mortificazione delle diversità, e riduzione al loro aspetto folkloristico?
Una forma etnica o culturale ben definita non necessita di alcuna integrazione, è già integra in sé – pur essendo certamente soggetta, nel tempo, a lente e graduali modificazioni. Ciò che la relaziona con le altre forme è normalmente il confronto e il rispetto – il senso della distanza - da cui può auspicabilmente conseguire amicizia e cooperazione.
Si può certamente osservare che l'immigrazione non è un bene o un male assoluto, e che la sua valutazione può dipendere dal rapporto proporzionale tra autoctoni e immigrati, nonché dalle condizioni socio-economiche della comunità ospitante.
Vorremmo fermarci soprattutto sul primo aspetto, destinato a influire sul secondo: se mantenuta entro limiti, per così dire, fisiologici, l'immigrazione non è necessariamente un male; anzi, può costituire un'iniezione di vitalità, un apporto utile.
Si può in linea di principio ritenere che una comunità umana viva e si sviluppi meglio in una propria terra, in un luogo ove determinate caratteristiche culturali, linguistiche, paesaggistiche e naturali convivano abitualmente e stabilmente con quel gruppo umano – ma limitati afflussi di presenze allogene non alterano significativamente o bruscamente questo quadro di riferimento. È invece questa immigrazione, assolutamente senza precedenti per dimensione nella storia dell'umanità - l'immigrazione della globalizzazione – a costituire una minaccia mortale per i popoli, sia quelli migranti che quelli destinatari e "bersagli" dei flussi immigratori.
L’immigrazione della globalizzazione: in primo luogo un business, la tratta degli schiavi del XX-XXI secolo, la disponibilità di manovalanza a basso costo utile agli affari di capitalisti apolidi. Costanzo Preve, in un recente articolo (2), ha precisamente e sinteticamente delineato il quadro sociale complessivo, sottolineando l'esistenza di un "quarto strato" presente nei nostri Paesi occidentali, "composto dalle ondate di immigrati poveri con cui i dominanti del primo strato (la nuova classe dominante mondiale postborghese) indeboliscono il potere contrattuale del terzo (il postproletariato flessibile, precario e integrato in un sistema di consumi differenziati), laddove il secondo (la classe media globale occidentalizzata) viene conquistato dalle ideologie del multiculturalismo e dalla società arcobaleno – di cui però solo il terzo strato è chiamato a pagare i costi".
Questo aspetto del costo dell'immigrazione – in prima battuta, sotto il profilo economico e sociale – viene regolarmente eluso o minimizzato dai nostri mass media. L’immigrazione, per come si sviluppa e per come il "terzo strato" la subisce, ha conseguenze devastanti sul tessuto sociale nazionale-locale, deprezzando vistosamente il costo del lavoro, creando disoccupazione interna, indebolendo diritti sindacali e diritti legati alla sicurezza delle attività lavorative. Rappresenta un peso economico non indifferente per lo Stato, per gli enti locali, e, in generale, per la comunità - questo dal punto di vista assistenziale, sanitario, giudiziario ecc. Insomma: si privatizzano gli utili e si mettono in carico alla collettività i costi dell'immigrazione.
Un fenomeno e una situazione del genere prescindono – e sono indipendenti – da considerazioni geopolitiche, nel senso che la definizione e comprensione della radicale unità spirituale dell'Eurasia non è sufficiente per affrontare la questione dei flussi migratori; anzi è fuorviante se male intesa. L’Eurasia infatti non può favorire l'indistinto rimescolamento di genti e culture, ma deve saper rispettare caratteri e peculiarità dei diversi popoli.
Il pericolo di meticciato è reale, e non propagandistico: è una delle conseguenze possibili – non a breve, ma a medio o lungo termine - della deportazione dei migranti: un meticciato di carattere etnico ma ancor più di carattere culturale, teso a indebolire e progressivamente ad eliminare i tratti differenziali dei popoli, esattamente come si tendono ad annullare orientamenti e caratteristiche personali, a vantaggio di un Individuo medio, insignificante e privo di profondità.
È quindi necessario che anche ogni specificità all'interno del grande spazio eurasiatico sia garantita e incoraggiata, nel quadro dell'unità essenziale dell'Eurasia: esistono un'identità italiana e una calmucca, non un'identità italo-calmucca.
Anche all'interno del continente eurasiatico andranno contrastate spinte immigratorie come le attuali, per nulla naturali e ineluttabili, ma al contrario assolutamente artificiali e indotte da una politica asservita all'economia; ma ciò significa innanzitutto mettere fine alle imposizioni delle oligarchie plutocratiche poste a carico di popoli e Stati. Si dimentica a volte che dietro ogni immigrazione c'è un'emigrazione, con le sue cause e i suoi drammi, ed è qui che bisognerebbe intervenire per rendere giustizia e autonomia a popoli sfruttati, restituendo loro possibilità concrete di vita.
C'è innanzitutto un'enorme disuguaglianza economica tra Paesi ricchi (in particolare, i vertici di tali nazioni) e Paesi poveri: questi, oppressi dal debito e privati di ogni autosufficienza economica, si sono sottomessi ai "programmi di aggiustamento strutturale", che hanno ulteriormente accresciuto la loro dipendenza rispetto all'esportazione dei prodotti imposti dalle multinazionali. L’"Accordo sull'agricoltura" fissato dall'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) nell'agosto 2004 determina del resto una (ulteriore) riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli a tutto vantaggio delle grandi aziende agroalimentari occidentali. Così, la "guerra alla povertà" del Terzo mondo rimane uno slogan animato dall'ingenua speranza di molti, ma anche una cortina fumogena cinicamente suscitata dai potenti: di "guerra ai poveri" si dovrebbe in realtà parlare, o più propriamente di loro sfruttamento pianificato e criminale. È il sistema-globalizzazione che non va: nella Repubblica democratica del Congo – tanto per fare un esempio – ovvero in una nazione dotata di ingenti ricchezze naturali, il 71 % degli abitanti soffre la fame!
C'è poi da rilevare la nuova e decisiva tendenza del lavoro affermatasi a partire dagli Anni Novanta, prima negli Stati Uniti (con la legge sul lavoro e la responsabilità individuale, promulgata da Bill Clinton) e poi in tutto il mondo: la sostituzione dell'occupazione stabile e previdenzialmente assistita con quella precaria e "flessibile". Un altro regalo dell'ideologia "americana", con 550 milioni di occupati nei Paesi in via di sviluppo che guadagnano meno di un dollaro al giorno (3).
Tutto ciò ha ovviamente conseguenze a valanga sulla dinamica delle migrazioni: ecco perché occorre risolvere i problemi a monte, alla loro origine, anziché pensare di limitarsi a una sorta di "difesa a oltranza" delle frontiere, oltretutto senza alcuna speranza di successo: possiamo anche barricarci in casa, addossando i mobili a porte e finestre, ma non potremo reggere più di tanto di fronte ai tanti che ci assediano, decisi a entrare, per fame, disperazione o altro. Peggio ancora sarà se li considereremo barbari e nemici, portatori di "false religioni" (!?), se pretenderemo di dare loro "lezioni di civiltà". Sono questi i pregiudizi mentali di coloro che credono di difendere una loro identità (peraltro spesso malamente intesa, da uomini moderni e sradicati quali sono) negando le identità altrui, e di fatto insultandole: reclamando a gran voce l'integrazione di quelli già arrivati... e abbandonando al loro destino quelli ancora a casa loro. Costoro avrebbero potuto, coerentemente con le premesse annunciate, farsi portabandiera di tutte le specificità, a partire dalla propria; invece si sono trasformati in garanti della normalizzazione occidentale. Fanno il paio, seppure da un punto di vista diverso, con chi soffre del pregiudizio culturale e ideologico del meltingpot, infarcito di buonismo e tolleranza - tolleranza in realtà nei confronti delle strategie mondialiste del capitalismo internazionale. Per questi "progressisti", ogni opposizione all'auspicata "assimilazione" e all'integrazione sarà comunque xenofobica e intollerante, mancando loro i concetti stessi di forma e di tradizione – essendo essi radicalmente estranei a un'idea di limite, di termine – termine che dà compimento ed equilibrio alla forma: si battono per l’“assimilazione" stringendo le catene ai polsi dei diseredati strappati alle loro terre.
Ecco pertanto la necessità di decidere, di una decisione/recisione che affronti il problema – grave – dei flussi migratori in stretta relazione colla realtà – velenosa – della globalizzazione. Sono aspetti decisivi di questi anni, anche per liberare e dare forza alla prospettiva eurasiatica.
Non c'è lotta a questa immigrazione selvaggia senza lotta alla globalizzazione, e viceversa non si contrasta la globalizzazione (il mondialismo) se si lascia passare questa immigrazione selvaggia ed epocale, che distrugge culture, tradizioni, modi di vivere; che sposta milioni di persone come fossero pacchi postali, esseri inanimati, che strappa risorse ai popoli per riservarle ai padroni del mondo.
Quale potrebbe essere, per quanto ci riguarda, il primo passo nella giusta direzione? Quello di sottrarre alla menzogna interessata dello "scontro di civiltà" la questione migratoria, non alimentando una contrapposizione assolutamente insensata tra forme culturali e religiose diverse; l'unico "scontro di civiltà" ad avere un senso ai giorni nostri è semmai quello tra forme culturali e religiose da un lato – eredità tradizionali dei popoli – e mondo moderno, della globalizzazione e della plutocrazia, dall'altro.
* Redattore di “Eurasia".
1. Cfr. Razzismo differenzialista, antirazzismo difficile e intolleranza dei colti, di Annamaria Rivera, in "Il de Martino" – Bollettino dell'Istituto Ernesto de Martino", n. 2, 1993 e Pierre-André Taguieff, La force du préjugé. Essai sur le racisme et ses doubles, Parigi 1987, in particolare al cap. X I.
2. Borghesia e postborghesia nell'era neocapitalista – intervista a Costanzo Preve di Luigi Tedeschi, "Italicum", gennaio–febbraio 2006, p. 7.
3. Su questi aspetti riguardanti lo scenario economico mondiale si veda l'Atlante di Le Monde diplomatique / Il Manifesto–nuova edizione, s.d. (ma 2006).
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Da Eurasia – “Geopolitica e Migrazioni”




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