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Discussione: Il biennio rosso

  1. #1
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    Predefinito Il biennio rosso

    Il biennio "rosso"
    (1919-1920)
    Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, anche l'Italia soffrì di gravi difficoltà economiche. La disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, il ritorno dei reduci furono problemi giganteschi per il nostro paese. I ceti medi e le classi a reddito fisso furono particolarmente colpite dalla crisi economica, anche perché danneggiate più delle altre dall'inflazione causata dalle enormi spese militari) e deluse a causa del mancato aumento degli stipendi.

    Nel gennaio 1919, i Cattolici diedero vita al Partito Popolare Italiano, il primo vero partito di ispirazione cattolica. Fondatore e ispiratore della nuova formazione fu Don Luigi Sturzo.
    Intanto il 23 marzo del 1919 Mussolini fondava i fasci di combattimento, a Milano.
    Le elezioni politiche del '19 dimostrarono la voglia di novità del popolo italiano, facendo registrare:
    • il netto declino dei liberali;
    • la crescita del partito popolare di don Sturzo;
    • l'enorme forza del partito socialista.
    Il Partito socialista ottenne 156 deputati in confronto ai 48 del 1913, il Partito popolare ne ebbe 100 in confronto ai 33 cattolici eletti nel 1913. I liberali persero la maggioranza. Ottennero infatti poco più di 200 deputati rispetto agli oltre 300 eletti nel 1913.<FONT size=3>

    Nel periodo successivo, <FONT color=#000000 size=3>tra il 1919 e il 1920, <SPAN style="mso-bidi-font-size: 10.0pt">la classe operaia esplose con scioperi, dimostrazioni ed agitazioni a livelli impressionanti nelle fabbriche italiane, contro il taglio degli stipendi e le serrate. Tra le cause di questa ondata di scioperi ci furono la crisi economica conseguente alla guerra appena terminata, ma ebbe un ruolo importante anche il mito della rivoluzione russa e il sogno di fare come in Russia.

  2. #2
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    Predefinito

    Gli Arditi del Popolo, la prima organizzazione antifascista (1921-22)Benché l'antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare - nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l'antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero sia - come notò Guido Quazza - "tutta una storia", sia le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo, e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell'antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell'Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l'esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.
    I numeri dell'organizzazione
    La struttura militare
    I simboli dell'arditismo
    I partecipanti

    La breve storia degli Arditi del Popolo

    Enrico Griffith
    Galleria di immagini

    Nota: la premessa e le schede storiche sono a cura di Eros Francescangeli, dell'Università di Parma.

  3. #3
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    Predefinito Il biennio rosso 2^parte

    Agli scioperi causati dalle difficoltà economiche e volti a ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti, si aggiunsero manifestazioni di contenuto dichiaratamente politico.
    Così i due motivi, le richieste economiche e la pressione rivoluzionaria, finirono col mescolarsi e confondersi.Si diffusero parole d’ordine come le fabbriche agli operai e la terra ai contadini.Nel mezzogiorno gruppi di braccianti tentarono di occupare le terre incolte.
    Intanto cresceva il partito dei nazionalisti e dei reduci della guerra. La "vittoria mutilata", ovvero il sentimento di scontentezza per l’esito degli accordi di pace di Versailles (l’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria; restarono invece aperte la questione della città di Fiume e quella della Dalmazia) trovò un ottimo portavoce in Gabriele D’Annunzio. I reduci della Prima Guerra mondiale videro che il loro ruolo non era valorizzato dallo Stato.
    Le preoccupazioni della classe politica liberale allora dominante erano sostanzialmente due: fermare il revanscismo dei dannunziani e prevenire in ogni modo la possibilità di una rivoluzione comunista, del tipo di quella avvenuta in Russia pochi anni prima. La seconda preoccupazione era particolarmente sentita anche dagli industriali e dai possidenti agricoli, che detenevano gran parte delle ricchezze del paese. La cronica indecisione dei governanti italiani fece il resto.
    L’Italia si trovò di fronte ad un bivio, e scelse la tragica strada del fascismo credendo portasse lontano, verso un futuro migliore.

    Come iniziò il biennio
    La storia del Biennio Rosso iniziò a Torino il 13 settembre 1919 con la pubblicazione sulla rivista Ordine Nuovo del manifesto Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti, nel quale si ufficializzava l’esistenza e il ruolo dei Consigli di fabbrica quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai. Già tre mesi prima Gramsci e Togliatti avevano affrontato il problema, sempre sulla stessa rivista, in un articolo chiamato Democrazia operaia.
    Torino, culla dell’industrializzazione italiana, si prefigurava così come il centro propulsore del bolscevismo, in quanto la struttura dei Consigli proposta dagli ordinovisti ricalcava, seppur con peculiarità proprie, quella dei Soviet russi. Le proteste iniziarono nelle fabbriche di meccanica, per poi continuare nelle ferrovie, trasporti e in altre industrie, mentre i contadini occupavano le terre. Le agitazioni si diffusero anche nelle campagne della pianura padana, innescando duri scontri fra proprietari e braccianti, con violenza da una parte e dall’altra, soprattutto in Emilia e Romagna. Gli scioperanti, però, fecero molto più che un’occupazione, sperimentando per la prima volta forme di autogestione operaia: 500.000 scioperanti lavoravano, producendo per se stessi. Durante questo periodo, l'Unione Sindacale Italiano (USI) raggiunse quasi un milione di membri.
    Il fenomeno si estese rapidamente ad altre fabbriche del Nord, coinvolse il movimento anarchico ma venne solo in parte appoggiato dal P.S.I., che in quel momento era diviso tra riformisti e massimalisti. Gramsci avvertì l’incapacità dei politici socialisti di fronte a queste manifestazioni di autogoverno proletario, e cercò di dare sistemazione, teorica prima, e pratica poi, al movimento operaio. Nulla potè, però, contro la reazione degli industriali, appoggiati dal governo e da questo aiutati con migliaia di militari in assetto di guerra.
    Dal 28 marzo 1920 si delinearono i due blocchi, da una parte gli operai con lo sciopero ad oltranza, dall’altra i proprietari, che adottarono la serrata come reazione alle richieste operaie. Dopo alcuni mesi di trattative sugli aumenti salariali, sempre respinti dalla Confederazione Generale dell’Industria, si ritornò all’inasprimento dei contrasti, con l’occupazione armata delle fabbriche da parte degli operai, il 30 agosto del 1920.

    Guardie rosse armate all'interno di una fabbrica occupata (1920)

    Mentre il Partito Socialista tentava la trattativa con il governo presieduto da Giolitti, gli industriali e i latifondisti, più pragmatici, cominciarono a garantire il loro appoggio economico alle squadre dei "ras" fascisti.
    E così agli scioperi agrari nella Pianura Padana, allo sciopero generale dei metallurgici in Piemonte e all'occupazione delle fabbriche in molte città italiane il fascismo rispose con la violenza. Squadre fasciste intervennero per spezzare gli scioperi aggredendo i partecipanti, pestando deputati e simpatizzanti socialisti. A novembre, in occasione dell'insediamento del nuovo sindaco di Bologna, un socialista di estrema sinistra, partirono pistolettate e bombe a mano che provocarono la morte di nove persone nella piazza, mentre un consigliere nazionalista venne ucciso in pieno Consiglio comunale. Le spedizioni punitive estesero il loro raggio d'azione alla Toscana, al Veneto, alla Lombardia e all'Umbria. Vennero assaltate le Case del Popolo, le sedi delle amministrazioni comunali socialiste e le leghe cattoliche. In Venezia Giulia giovani squadristi assalirono e incendiarono le sedi di associazioni e giornali sloveni. In Alto Adige simili attenzioni vennero rivolte alla popolazione tedesca, di cui i fascisti auspicavano una forzata italianizzazione ("dobbiamo estirpare il nido di vipere tedesco", disse Mussolini). Prefetti, commissari di polizia e comandanti militari tolleravano e in alcuni casi agevolavano le "operazioni" della squadre fasciste contro il 'sovversivismo rosso'. "Sono dei fuochi d'artificio, che fanno molto rumore ma si spengono rapidamente", disse Giolitti minimizzando il problema.

    La sconfitta del movimento operaio
    Giolitti rifiutò di far intervenire la polizia e l'esercito nelle fabbriche e aspettò che il movimento si esaurisse da sé, che terminassero le scorte di materie prime nei magazzini delle aziende occupate, che gli stessi operai si rendessero conto che l'occupazione non portava a nulla. Nello stesso tempo favorì le trattative fra gli industriali e sindacati e, praticamente, obbligò gli industriali a concedere ai lavoratori i miglioramenti di salario richiesti. Così all’inizio di ottobre del 1920 Giolitti riuscì a far accettare un compromesso tra le parti sociali. A tal uopo presentò anche un progetto di legge per controllo operaio su fabbriche, mai attuato.
    Le agitazioni operaie ebbero in conclusione risultati economici positivi: i lavoratori ottennero miglioramenti nel salario e nelle condizioni di lavoro; la durata massima della giornata lavorativa passò da 10-11 ore a 8 ore.
    Ebbero tuttavia anche degli effetti politici negativi, perché spaventarono fortemente la borghesia: non solo i grandi proprietari di industrie o di terre ma, ancora di più, il ceto medio, i piccoli borghesi che cominciavano a costituire una classe sociale decisamente numerosa. Il timore di una possibile rivoluzione li avrebbe presto spinti ad appoggiare il fascismo di Benito Mussolini. Così come fece la classe politica liberale. Fu lo stesso Giolitti a favorire l'ascesa del fascismo quando, in occasione delle elezioni del maggio 1921, cercando di assorbire i fascisti nella normale prassi parlamentare, li inserì nei Blocchi nazionali da opporre ai partiti di massa (popolare, socialista, comunista): ne furono eletti 35, con alla testa Mussilini.

    Gli industriali e le squadre fasciste
    La violenza fascista continuò anche dopo il biennio rosso, anzi si intensificò. Nella sola pianura padana, nei primi sei mesi del 1921, gli attacchi operati dalle squadre fasciste furono 726. Gli obiettivi di questa violenza mostrano chiaramente che le squadre fasciste volevano colpire e da quali interessi erano sostenute: 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni socialiste, 100 circoli culturali, 28 sindacati operai, 53 circoli ricreativi operai. Gli organi dello Stato che avrebbero dovuto mantenere l'ordine, non intervennero per reprimere le illegalità. In alcuni casi, le forze di polizia si affiancarono alle squadre fasciste. Comunisti e anarchici reagirono con la creazione delle squadre degli Arditi del Popolo (epica fu, ad esempio, la difesa di Parma, assalita da migliaia di fascisti nell'agosto del 1922).

    Conclusioni
    Il Biennio Rosso rappresentò quindi l’incubatrice di due tendenze opposte, entrambe nate da una scissione del partito socialista: il rivoluzionarismo di stampo bolscevico, che poi si concretizzerà nella fondazione, avvenuta nel gennaio del 1921, al Congresso di Livorno, del P.C.I., un soggetto politico destinato a lasciare un’indelebile impronta nella vita italiana, e contemporaneamente il fascismo reazionario e violento, altrettanto determinante per la storia d’Italia nel XX secolo.

  4. #4
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    Predefinito una storia romana

    UNA STORIA ROMANA: GLI ARDITI DEL POPOLO

    Gli Arditi del Popolo nacquero a Roma, nell’estate del 1921. Infatti, nei giorni tra il 27 giugno e il 2 luglio, è da far risalire la loro affermazione in seno alla turbolenta sezione romana dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, con sede al Trionfale, in via Germanico. Il prevalere della tendenza avversa al fascismo era stato possibile, così come attestano anche le relazioni degli organi di polizia dell’epoca, grazie all’attivismo di un gruppo di reduci dei Reparti d’assalto, capeggiati dall’ex tenente degli arditi, Argo Secondari, ritenuto “di tendenza anarchica”; accanto a Secondari si erano quindi schierati altri ex-arditi di varia matrice politica: dannunziani, repubblicani, individualisti anarchici.
    Le loro intenzioni erano chiare, così come ebbe ad affermare lo stesso Secondari: “... fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida gli Arditi d’Italia non potranno con loro avere nulla in comune. Un solco profondo di sangue e macerie fumanti divide fascisti ed arditi”.
    La nuova associazione veniva inizialmente ben accolta dai cosiddetti partiti sovversivi (Partito socialista, Partito repubblicano, Partito comunista, Unione anarchica), oltre che dai sindacati di classe (Cgl e Usi), tanto che numerosi proletari e militanti antifascisti aderirono alla neonata formazione, nella speranza e con la determinazione di difendere le strutture del movimento operaio dalle sistematiche aggressioni compiute, con metodi paramilitari, dallo squadrismo fascista. Proprio nel 1921, è stato calcolato, quasi sicuramente per difetto, che ogni giorno nelle strade italiane lasciavano la vita non meno di 10 appartenenti al movimento d’emancipazione sociale, sotto i colpi dei fascisti e delle forze dell’ordine. Secondo un rapporto dello stesso prefetto di Roma, agli Arditi del Popolo si andavano iscrivendo numerosi simpatizzanti appartenenti ai vari partiti rivoluzionari, nonché lavoratori postelegrafonici facenti capo al comunista Cesare De Fabiani e molti fornaciai anarchici del quartiere di Porta Trionfale, dove abitava anche Errico Malatesta.
    Il 2 luglio, l’associazione cambiava sede, trasferendosi presso il Palazzetto Venezia, in piazza S. Marco, usufruendo di due stanze concesse dall’Associazione Nazionale Combattenti; su pressione delle autorità filofasciste, tale sistemazione sarebbe però durata appena una decina di giorni, prima che gli Arditi del Popolo si trasferissero presso la Casa del Popolo in via Capo D’Africa, nelle vicinanze del Colosseo.
    Il 6 luglio fu quindi per gli Arditi del Popolo il giorno del debutto in piazza, in occasione della grande manifestazione antifascista indetta all’Orto Botanico dal Comitato di difesa proletaria romano, alla quale presero parte decine di migliaia di lavoratori e che si concluse con incidenti tra fascisti e arditi nonché cariche di cavalleria da parte delle forze dell’ordine. Gli Arditi del Popolo sfilarono in alcune migliaia, tra l’entusiasmo popolare, armati e inquadrati per centurie: un segnale di volontà e riscossa che impensierì fascisti e polizia. Quattro giorni dopo, il 10 luglio, l’associazione degli Arditi del Popolo teneva in piazza S. Marco la sua prima manifestazione; al comizio, tenuto da Secondari, partecipava anche il segretario generale dell’Associazione Nazionale Combattenti, assieme a numerosi reduci di guerra. L’indomani, il Ministro dell’Interno allertava tutti i prefetti per la prevedibile estensione in altre città degli Arditi del Popolo; infatti nell’arco di poche settimane, l’associazione degli Arditi del Popolo divenne un’organizzazione nazionale, raccogliendo localmente esperienze analoghe precedenti: Guardie Rosse, Arditi Rossi, Centurie Proletarie, Figli di nessuno, Lupi Rossi, Abbasso la legge, Squadre d’azione antifascista, Gruppi rivoluzionari d’azione. Inoltre, nell’organizzazione ardito popolare confluirono sezioni e aderenti della Lega Proletaria, l’associazione sindacale degli ex combattenti di sinistra; militanti del sindacalismo rivoluzionario, su posizioni interventiste alla vigilia della Prima guerra mondiale; settori del movimento fiumano legato a D’Annunzio, da tempo in aperto conflitto con Mussolini.
    Seguirono quindi settimane in cui, tale organizzazione si estese e rafforzò rapidamente, dando più volte prova che all’assalto fascista si poteva non solo resistere, ma anche rispondere colpo su colpo. Nonostante questo esordio positivo, gran parte delle strutture politiche e sindacali decisero, seppur con motivazioni ed esiti diversi, di dissociarsi dal movimento: il primo fu il Partito repubblicano, alla fine del luglio ’21, anche se la sua struttura giovanile continuò a parteciparvi; quindi seguì il Patto di Pacificazione firmato il successivo 2 agosto tra Partito socialista, Cgl e Fasci di combattimento, mentre il 7 agosto l’esecutivo del Partito comunista, nonostante l’iniziale appoggio espresso da Gramsci, emanava severi direttive contro l’inquadramento dei propri militanti in formazioni diverse da quelle del partito. A fianco degli Arditi del Popolo, rimasero quindi l’Unione anarchica italiana così come il resto del movimento libertario, la sinistra repubblicana, l’Unione sindacale italiana e lo Sfi, il sindacato dei ferrovieri che promosse anche gruppi di Arditi ferrovieri, nonché un elevato numero di proletari senza partito e sovversivi di ogni tendenza in disaccordo con i propri dirigenti. Nonostante tale indebolimento del fronte antifascista e la repressione statale sempre più pesante nei confronti degli Arditi del Popolo, a Roma e nel Lazio (in particolare a Citavecchia e a Genoano) l’organizzazione fondata da Secondari registrò il maggiore radicamento e l’adesione più forti, tanto che per ben tre volte il fascismo dovette fare i conti con l’antifascismo popolare romano.
    La prima fu nel novembre del ’21, in occasione del 3° Congresso nazionale dei Fasci. Già alla fine del giugno precedente, gli Arditi del Popolo avevano costituito un primo battaglione di circa 400 aderenti, suddiviso in tre compagnie denominate Temeraria, Dannata e Folgore. In breve tempo furono costituiti 5 battaglioni nei quartieri Trionfale, Porta Pia - Salario, Testaccio - S.Saba - S.Paolo, Esquilino - S.Lorenzo, Trastevere, oltre a distaccamenti nei rioni di Ponte Milvio, Ponte, Parione e Borgo, collegati tra loro mediante squadre di ciclisti. Così quando il fascismo decise di compiere una prova di forza proprio nella Capitale, convocandovi il suo Congresso, dovette mobilitare circa 33 mila squadristi armati, anche provenienti in gran parte dalla Toscana e dall’Emilia Romagna, nonostante l’appoggio del governo Bonomi che non esitò a far intervenire le forze dell’ordine, dotate anche di autoblindo, ogni qualvolta i fascisti e le squadre nazionaliste dei Sempre pronti si trovarono in difficoltà.
    Il 7 novembre, con l’arrivo e le prime aggressioni fasciste, tra le quali l’assassinio del ferroviere Guglielmo Farsetti, veniva proclamato lo sciopero generale dalle due Camere del Lavoro, quella della Cgl e quella dell’Usi, mentre scattava la mobilitazione degli Arditi del Popolo, giunti anche dalla regione e da Terni, che resero inaccessibili i quartieri popolari. Per quattro giorni, dal 9 al 13 novembre, si susseguirono gli scontri in tutta la città. Per decine di volte gli Arditi del Popolo, assieme alle squadre comuniste e ai gruppi anarchici, respinsero sulle barricate gli attacchi fascisti diretti a S.Lorenzo, Trastevere, Trionfale, Testaccio, impedendo la distruzione delle sedi e dei giornali proletari. A S.Lorenzo la partecipazione popolare vedeva coinvolti sia i ragazzi impegnati a disselciare le strade per recuperare materiale da tirare dalle terrazze e dai tetti, che le donne del quartiere. A Valle Aurelia, zona dove vi erano le fornaci per la cottura dei laterizi, i fascisti ebbero la peggio negli scontri con i fornaciai in rivolta.
    Alla fine, dopo la ritirata degli squadristi da Roma protetti dalle forze dell’ordine, si contarono almeno 7 morti e 120 feriti.
    I fascisti, avendo contato solo un caduto tra le loro file (anche se qualche fonte riferisce di 4 o 5) cercarono di cantare vittoria, vantando i sei assassini compiuti ai danni di persone isolate e disarmate, ma in realtà avevano subito una sconfitta politico-militare senza precedenti, definita da più parti come una vera Caporetto, tanto che lo stesso Mussolini ritenne che una strategia basata solo sulla violenza non fosse più vincente.
    La seconda volta che Roma antifascista si rivoltò contro le camicie nere fu nel maggio del ’22, in coincidenza con la solenne traslazione della salma dell’eroe di guerra Enrico Toti al cimitero del Verano. Ripetutamente attaccati e fatti segno di sparatorie da parte delle Squadre comuniste e degli Arditi del Popolo asserragliati a S.Lorenzo, i fascisti furono costretti a rifugiarsi all’interno del Mausoleo di Augusto, finché furono tratti in salvo dalle autoblindo della polizia. Il bilancio della giornata del 24 maggio fu di 3 morti, una cinquantina di feriti e quasi 200 operai arrestati che furono liberati dopo 36 ore a seguito dello sciopero generale immediatamente proclamato dal Comitato di difesa proletaria.
    Nel contesto nazionale, dopo i risultati fallimentari dello sciopero generale “legalitario” contro le violenze fasciste iniziato il 1° agosto ’22, gli Arditi del Popolo come tutto l’antifascismo, risultavano ormai in grave difficoltà a fronteggiare una situazione caratterizzata da una sempre più stretta alleanza tra i fascisti e gli apparati repressivi e militari dello Stato che fornivano sistematicamente armi, mezzi ed ogni protezione possibile alle squadre di Mussolini.
    In tale, scoraggiante, quadro soltanto in alcune zone la resistenza proletaria riusciva a fermare l’ondata reazionaria, come avvenuto a Civitavecchia, Bari e Parma: città dove gli Arditi del Popolo erano ancora forti, organizzati e radicati nel rispettivi contesti sociali. Tra l’estate e l’autunno del ‘22, anche a Roma il numero e l’attività degli Arditi del Popolo risultavano ridotti e facenti capo soprattutto al battaglione di Trastevere; le assemblee erano ospitate presso la sezione socialista di via Santini nel quartiere, mentre gli aderenti erano ormai perlopiù anarchici e repubblicani, oltre a qualche socialista e comunista dissidente.
    Da un articolo pubblicato su Umanità Nova si apprende che domenica 8 ottobre, presso il circolo socialista di Trastevere, si era svolta una manifestazione, alla presenza di Malatesta e del socialista massimalista Mingrino, quale dirigente degli Arditi del Popolo, per l’inaugurazione dei gagliardetti dei battaglioni di Trastevere e Testaccio; mentre nel pomeriggio dello stesso giorno, sempre Malatesta e Mingrino tennero un comizio nel quartiere Trionfale, nella sede della Lega Fornaciai, notoriamente vicina agli anarchici.
    Alcuni giorni dopo, un’analoga iniziativa si svolgeva in S.Lorenzo e il 15 ottobre, come riferisce un rapporto del questore, presso il circolo socialista Esquilino-Tiburtino in via dei Sardi, si teneva un’altra riunione di Arditi del Popolo, alla quale prendevano parte sempre Mingrino e, in sostituzione di Malatesta, la sua compagna Elena Melli. Sempre da Umanità Nova, si è a conoscenza anche dell’avviata formazione, nell’ultima settimana di ottobre, di tre battaglioni di Arditi Anarchici, con riunioni presso la sede della Lega Fornaciai in via Tolemaide e il circolo socialista di via dei Sardi.
    La situazione risultava comunque compromessa. La Marcia su Roma e la formazione del primo governo Mussolini rappresentarono quindi anche l’epilogo per il primo antifascismo armato, almeno come fenomeno di massa, ma anche in tale circostanza dimostrò una sua persistente vitalità; nonostante che, a permettere e in alcuni casi anche a proteggere, la farsesca conquista di Roma da parte di 25-30 mila camicie nere fosse intervenuto l’esercito con 28.400 soldati che presidiarono la Capitale non certo con l’ordine fermare il fascismo.
    Come accaduto l’anno precedente, gli antifascisti si asserragliarono nei quartieri proletari, reagendo ai tentativi fascisti di penetrarvi e compiere rappresaglie; ma stavolta non veniva indetto lo sciopero generale, nonostante una richiesta in tal senso vanamente avanzata dal PCd’I verso la Cgl.
    Uno scontro avvenne il 29 ottobre nei pressi di Borgo Pio, dove 15 camion di fascisti, dopo aver superato lo sbarramento di Castel Sant’Angelo, furono accolti e respinti dalla popolazione con lanci di tegole e rivoltellate. I carabinieri, intervenuti dopo che i fascisti si erano ritirati, eseguirono vari arresti tra gli operai scesi in strada.
    Scontri a fuoco anche a S.Lorenzo, tra gli antifascisti appostati dietro le barricate e alle finestre delle case contro due diverse colonne fasciste, provenienti una da Tivoli e una dal centro della città. Di fronte alla decisa resistenza armata popolare, interveniva la forza pubblica, anche con due autoblindo, mentre gli squadristi ricevevano l’ordine di ritirarsi.
    Altri scontri si accesero pure in via Trionfale, sulla Prenestina e sulla Nomentana, con morti fra entrambi gli schieramenti.
    Diverse le cifre delle vittime nei giorni della Marcia su Roma: 22, secondo Il Popolo d’Italia; 17 in città e due nelle campagne per il Questore; 13 nel rapporto del generale Pugliese, comandante dei reparti dell’esercito: in ogni caso, molti di più di quelli registrati nei precedenti conflitti. Numerose le ritorsioni fasciste, tra le quali il gravissimo ferimento di Secondari e la devastazione della casa di Mingrino.
    Iniziava quindi un ventennio di reazione, durante cui fu soppressa anche l’organizzazione degli Arditi del Popolo, ma non la volontà di tanti di loro che -dalla Spagna alla lotta partigiana- avrebbero continuato a combattere il fascismo. Così come testimonia, tra le tante, la vita dell’anarchico Aldo Eluisi conclusasi tragicamente alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944: già combattente nei Reparti d’assalto era stato Ardito del Popolo a Roma ed aveva preso parte alla resistenza nelle brigate di Giustizia e Libertà guidate proprio dal repubblicano Vincenzo Baldazzi, già amico personale di Malatesta e dirigente nazionale degli Arditi del Popolo. Nel 1926 lo stesso “Cencio” Baldazzi aveva fornito la pistola che fu trovata in possesso di Gino Lucetti, anarchico ed ex-volontario dei Reparti d’assalto, in occasione del fallito attentato a Mussolini dell’11 settembre nella capitale. Quasi a suggerire che, nella ricerca storica sugli Arditi del Popolo, tutte le strade portano a Roma...

    emmerre

    Bibliografia essenziale:

    Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Marsilio, Padova 1969;

    Eros Francescangeli, Arditi del Popolo. Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, Odradek, Roma, 2000;

    Marco Rossi, Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli Arditi del Popolo, BFS, Pisa, 1997;

    Luigi Balsamini, Gli Arditi del Popolo. Dalla guerra alla difesa del popolo contro le violenze fasciste, Galzerano Ed., Salerno 2002;

    Giampasquale Santomassimo, La Marcia su Roma, Giunti, Firenze 2000;

    Giulia Albanese, La Marcia su Roma, Laterza, Bari-Roma 2006;

    Mimmo Franzinelli, Squadristi, Mondadori, Milano 2003.

    AA.VV, La resistenza sconosciuta, Zero in Condotta, Milano 2005.

    inserito da / inserted by: redazione AcrataZ



 

 

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